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	<title>CHICAGO BLOG &#187; banca</title>
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		<title>Matteo Arpe e la scienza nuova</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 17:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Matteo Arpe, l&#8217;ex amministratore delegato prodige di Capitalia allontanato poi dai soci e da Geronzi, ha illustrato ieri programmi e prospettive di Banca profilo, la piccola investment bank di cui la sua Sator ha rilevato il 55%, salvandola. Competenze taglienti ed ego all&#8217;altezza non mancano, all&#8217;ex giovane banchiere e alla sua squadra di fedelissimi. Ha puntato su tre concetti che, se perseguiti sul serio, nel mondo bancario italiano &#8211; e non solo &#8211; sarebbero pressoché rivoluzionari. Il primo è l&#8217;indipendenza &#8221;vera&#8221;, vantata rispetto a tutti gli altri soggetti. Bene: non resta che metterla alla prova dei fatti, rispetto ai soci noti di Sator, tra cui la fondazione MPS, Moratti, gli Angelini, i D&#8217;Amico, API holding, il gruppo Santarelli. Il secondo è la mancanza di conflitti d&#8217;interesse. Benissimo: e anche su questo vale quanto detto sopra, non si chiede di meglio e parleranno i fatti. Il terzo è, invece, singolare: &#8220;il valore del denaro dipende anche dai soggetti che lo detengono&#8221;, ha detto. È davvero un buon principio? No.<span id="more-3862"></span></p>
<p>Secondo me, no. da liberale, liberista e financo da italiano: no. Coi primi due princìpi, è evidente che Arpe intende distaccarsi dal modo in cui la Mediobanca con Cuccia per decenni, con Geronzi adesso, conduce i suoi affari. Vedremo, di sicuro ce n&#8217;è un gran bisogno: ma non è che per esempio Luigi Spaventa, compagno di Arpe in Sator, scenda dall&#8217;empireo e non sia fittamente intrecciato a interessi che contano eccome, in Italia. Ma il terzo principio proprio no, non mi convince. Sembra una versione azionista sui patrimoni dell&#8217;elitismo finanziario che Cuccia applicava ai patti di sindacato, quando diceva che le azioni non si contano, ma si pesano.</p>
<p>Il denaro ha lo stesso valore chiunque lo detenga, e i limiti al suo utilizzo come strumento di pagamento possono essere posti solo dall&#8217;autorità pubblica, mediante sequestro cautelare o confisca nei casi in cui esso sia provento supposto di reati o mezzo stesso del loro compimento. Se il banchiere dichiara che si sostituirà allo Stato, distinguendo detentori di denaro &#8220;buono&#8221; da quelli di denaro &#8220;cattivo&#8221;, ci sta solo dicendo che userà criteri non trasparenti. Chi saranno, i supposti &#8220;galantuomini&#8221;, visto che non dovrebbero essere certo gli amici degli amici, poiché Arpe dichiara di esser libero da conflitti d&#8217;interesse? Gli sconosciuti che vengono troppo dal basso? Coloro che non sanno parlare troppo bene l&#8217;inglese? Gli imbecilli troppo arrischiati e assetati di ritorni a doppia cifra? E dire che Bruno Visentini ripeteva sempre che Cuccia su una cosa aveva ancor più ragione che su altre: il compito del banchiere è separare i denari dai cretini che li detengono.</p>
<p>Direte voi: ma no, quanto la fai lunga, Arpe ha enunciato il suo principio sull&#8217;odore del denaro parlando di scudo fiscale. È ovvio che si riferisca a soggetti magari non troppo specchiati, tra coloro che regolarizzano capitali costituiti all&#8217;estero. Ah beh, ma se si tratta di questo allora Arpe sbaglia ancor più di grosso. È innanzitutto per recuperare alla base imponibile proprio quei capitali &#8220;sospetti&#8221;, che lo scudo serve, almeno nella sua versione &#8220;nobile&#8221;, essendo poi largamente invece prevalente l&#8217;altra, quella cioè di recuperare alla bell&#8217;e meglio il massimo di gettto possibile per il futuro per non tagliare spesa pubblica. Scriveva Vilfredo Pareto, 114 anni fa: &#8220;in quest&#8217;Italia si preferisce indurre il contribuente a ritenere meno colpevole la distrazione di somme dalle sue tasche a fini di supposto interesse generale che ohimé ingrassano invece i politici e gli inefficienti amministratori pubblici, piuttosto che liberamente costituire in Paesi meno rapinosi del nostro i frutti del proprio lavoro&#8221;.</p>
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