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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Antitrust</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>A margine del caso AT&amp;T / T-Mobile</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 17:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Trovato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[telecomunicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo una battaglia lunga quanto una gravidanza, AT&#38;T ha annunciato la rinuncia alla trattativa che le avrebbe garantito per 39 milardi di dollari il controllo della divisione statunitense di T-Mobile. È nel nome dei consumatori che regolatori, funzionari governativi e concorrenti hanno celebrato l&#8217;interruzione della trattativa. Non è, però, chiaro quali sarebbero i consumatori beneficiati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo una battaglia lunga quanto una gravidanza, AT&amp;T ha annunciato la <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204791104577108900032431264.html">rinuncia alla trattativa</a> che le avrebbe garantito per 39 milardi di dollari il controllo della divisione statunitense di T-Mobile. È <a href="http://dealbook.nytimes.com/2011/12/19/reactions-to-atts-canceling-its-t-mobile-deal/">nel nome dei consumatori</a> che regolatori, funzionari governativi e concorrenti hanno celebrato l&#8217;interruzione della trattativa. Non è, però, chiaro quali sarebbero i consumatori beneficiati dal fallimento dell&#8217;accordo: quelli di AT&amp;T, che vedono sfumare l&#8217;opportunità di un necessario e sperato aggiornamento della rete? quelli di T-Mobile, che continueranno ad essere serviti da un&#8217;azienda che avrebbe preferito disimpegnarsi dal mercato americano? quelli dei concorrenti, che perdono una potenziale alternativa credibile?<span id="more-11056"></span></p>
<p>A ben guardare, gli unici vincitori in questa vicenda sembrano essere proprio coloro che – tanto alla FCC quanto al Department of Justice – hanno mostrato di privilegiare categorie scientifiche dibattute dagli economisti industriali ed una fede smisurata nell&#8217;algebra delle quote di mercato ad un&#8217;osservazione laica delle dinamiche del settore. Questo braccio di ferro rappresenta, inoltre, un significativo successo per l&#8217;amministrazione Obama, che sul rafforzamento delle prerogative degli organismi antitrust e su un più stretto controllo delle imprese ha scelto di investire sin dall&#8217;insediamento.</p>
<p>L&#8217;acquisto di T-Mobile avrebbe implicato per AT&amp;T la possibilità di acquisire le licenze del concorrente e di unificare e razionalizzare le dotazioni infrastrutturali: in altre parole, di rimediare ai problemi connessi alla scarsità di banda con cui gli utenti convivono in seguito alla crescita impetuosa che il traffico dati mobile ha registrato negli ultimi anni. Per la società tedesca, si sarebbe trattato di un ben remunerato ritiro da un mercato che in tempi recenti si era fatto più difficile, con una contrazione della base clienti e dei risultati economici.  Una soluzione che <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204879004577108912820702088.html">avrebbe soddisfatto tutte le parti in causa</a>, inclusi i consumatori – per i quali le prospettive di sviluppo e concorrenza nei servizi di quarta generazione, presidiati pressoché in solitaria da Verizon, sono ora grandemente ridimensionate. In attesa che, nel nome dei consumatori, quegli stessi regolatori propongano un percorso alternativo per ovviare alla penuria di frequenze, si rende opportuna e non più prorogabile una riflessione sull&#8217;adeguatezza dei modelli regolamentari alla mutevole realtà dei mercati dell&#8217;innovazione.</p>
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		<title>Seggiolini e Peltzman effect</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/05/20/seggiolini-e-peltzman-effect/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 22:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
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		<description><![CDATA[Dacché ha compiuto una settimana di vita, ogni giorno Nicolò va a fare una passeggiata nel parco, comodamente sdraiato nella sua carrozzina. Per una volta lo stato non ha ritenuto di immischiarsi negli affari di Nicolò. Così i suoi genitori hanno potuto liberamente scegliere la carrozzina che hanno ritenuto più confortevole, più sicura, più graziosa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dacché ha compiuto una settimana di vita, ogni giorno Nicolò va a fare una passeggiata nel parco, comodamente sdraiato nella sua carrozzina. Per una volta lo stato non ha ritenuto di immischiarsi negli affari di Nicolò. Così i suoi genitori hanno potuto liberamente scegliere la carrozzina che hanno ritenuto più confortevole, più sicura, più graziosa. A Nicolò è sembrato di respirare, insieme con gli odori primaverili del parco, anche il profumo della libertà.</p>
<p><span id="more-9063"></span></p>
<p>Ma questo odore inebriante non è durato a lungo. Perché a Nicolò è venuto in mente che gli piacerebbe fare qualche gita in auto. Pensava che i suoi genitori avrebbero potuto liberamente, così come avevano fatto per la carrozzina, selezionare il seggiolino più adatto ai suoi bisogni. Neanche a dirlo: lo stato ritiene di dover dire la sua, non solo affermando che il seggiolino è obbligatoria, ma anche omologando i seggiolini che a suo avviso sono adatti allo scopo. Nicolò ha subito osservato come ciò produca l’effetto di tenere alto il prezzo dei seggiolini, e di rendere tutti i prezzi simili: cosa c’è di meglio per i venditori di avere uno stato che impone di acquistare i loro prodotti?</p>
<p>Ma c’è un altro effetto di cui Nicolò si è accorto, dopo uno scambio di esperienze con i suoi fratelli (di parecchi lustri più grandi di lui). Quando i fratelli hanno cominciato ad andare in auto, ancora la legge sui seggiolini obbligatori non c’era; e loro gli hanno raccontato che il babbo alla guida era molto prudente. Ora Nicolò ha notato che il babbo conduce l’auto piuttosto sportivamente. Non sarà un effetto perverso legato all’obbligo del seggiolino? Non sarà che norme come quella sul seggiolino, sulle cinture obbligatorie e simili finiscono per accrescere il numero di incidenti, generando una illusione di sicurezza?</p>
<p>Nicolò ha pensato di avere avuto un’idea brillante e originale; presto ha scoperto che l’idea era sì brillante, ma non originale, Ci era già arrivato un  signore che si chiama Sam Peltzman, il quale ha osservato come spesso la regolamentazione induca comportamenti che producono effetti opposti a quelli che si intendono perseguire:</p>
<blockquote><p>da un lato, spesso la norma introdotta induce cambiamenti del comportamento di segno opposto rispetto all’intento della norma stessa; dall’altro, in assenza di regolamentazione, il progresso spesso produce automaticamente lo stesso tipo di benefici perseguiti dal regolatore, sebbene in modo più lento e silenzioso.</p></blockquote>
<p>Oh perbacco – ha pensato Nicolò (ma potrà un infante invocare liberamente Bacco o per non indisporre le autorità costituite dovrà attendere di compiere la maggiore età?), interessante questo Peltzman; ed è corso a leggere il suo paper pubblicato dall’ Istituto Bruno Leoni.</p>
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		<title>L&#8217;Opa francese su Parmalat e la risposta giusta</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 10:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[Banca Intesa]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Lactalis]]></category>
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		<description><![CDATA[Tutti i media italiani rimbalzano la notizia dell&#8217;OPA lanciata da Lactalis su Parmalat come una &#8220;sorpresa&#8221;. Francamente, non capisco perché sorprendersi.  Oppure si pensa che Lactalis dopo essere giunta al 28,9% del capitale di Parmalat attendesse pianamente e disciplinatamente un qualunque esito comprensibile del  confuso assieparsi di soggetti italiani al tavolo Parmalat? E cioè della  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i media italiani rimbalzano la notizia dell&#8217;OPA lanciata da Lactalis su Parmalat come una &#8220;sorpresa&#8221;. Francamente, non capisco perché sorprendersi.  Oppure si pensa che Lactalis dopo essere giunta al 28,9% del capitale di Parmalat attendesse pianamente e disciplinatamente un qualunque esito comprensibile del  confuso assieparsi di soggetti italiani al tavolo Parmalat? E cioè della  politica, la CDP e il Fondo strategico annunciato per parte pubblica, per parte privata banche e imprese concorrenti come Granarolo, o altri imprenditori chiamati a raccolta dalle banche in nome dell&#8217;&#8221;operazione di sistema&#8221; e in realtà disinteressati al core business. L&#8217;OPA non è affatto una sorpresa. A mio modo di vedere, esiste una sola modalità davvero corretta e utile, al&#8217;azienda e ai suoi soci come più estesamente all&#8217;Italia, per rispondere a questa francese, che è un&#8217;operazione di mercato a tutti gli effetti.<span id="more-8866"></span></p>
<p>La modalità corretta è che a un&#8217;operazione di mercato si risponda con un&#8217;altra operazione altrrettanto e solo di mercato. L&#8217;ideale sarebbe dunque una contro OPA totalitatria a prezzi più elevati dei 3,35 miliardi complessivi offerti dai francesi: i margini dell&#8217;impresa, pur bassi visto ilo settore ma bassi anche per i prezzi della catena di fornitura italiana che tanto si difende malgrado la sua inefficienza da microfrazionamento dei capi di bestiame per azienda media fornitrice, sommati alla cassa per 1,4 miliardi messa insieme in questi anni con revocatorie e risarcitorie alle banche coraggiosamente intraprese da quel galantuomo di Enrico Bondi, giustificherebbero un ritocco del prezzo. Si può anche studiare un&#8217;Opa non totalitaria per l&#8217;ottenimento del controllo lasciando i francesi liberi di non conferire, ma certo sarebbe più limpida la prima strada.</p>
<p>Temo invece che si metta mano a risposte assai diverse. Cioè a un intervento comunque all&#8217;egida della politica, sostenuto da CDP o dal Fondo strategico di cui si è parlato in queste settimane. E&#8217; una strada sbagliata.</p>
<p>Non l&#8217;ho scritto solo io su Panorama, settimane fa, che l&#8217;avvento di Lactalis nel capitale di Parmalat porta le impronte digitali di una grande banca italiana: l&#8217;ha scritto anche l&#8217;Espresso, e sul Sole Luigi Zingales. In queste confuse settimane, al capezzale di Parmalat a Banca Intesa si son affiancate la nuova Unicredit  &#8211; versione Palenzona-Rampl &#8211; anch&#8217;essa &#8220;di sistema&#8221; archiviata la diffidenza verso tali accrocchi nutrito da Alessandro Profumo, nonché Mediobanca, che a dire il vero sin dall&#8217;inizio, quando i francesi annunciarono di controllare solo il 15% dei tre fondi esteri che avevano messo nel mirino Bondi annunciando una lista in vista dell&#8217;assemblea farcita di uomini vicini a Intesa, lavorava a un controblocco di soggetti italiani capaci in assemblea di cosnentire a Bondi di vincere la prova: ma questo, naturalmente, prima che i francesi annunciassero di aver quasi raddoppiato la propria quota.  Senonché in queste settimane abbiamo assistito a sviluppi che personalmente &#8211; da critico da sempre quale sono della fusione Parmalat-Granarolo caldeggiata da Intesa &#8211; non mi hanno neanche loro sorpreso punto.  Granlatte, la holding cooperativa che controlla Granarolo, come sappiamo da sempre non ha denari da investire, eppure  contava di essere lei ad acquisire Parmalat, attraverso capitali bancari per un verso e con la garanzia degli strumenti pubblici annunciati dall&#8217;altra. La ragione della mia diffidenza verso quest&#8217;operazione, prima che la contrarietà a interventi pubblici impropri, sta nel fatto che la catena di fornitura di Granarolo è gravata anch&#8217;essa da inefficienze comparate di costo dovuto a microfrazionamento. Oltre al fatto che una fusione di questo tipo abbisogna di una nuova eccezione alla legge antitrust, come per Alitalia visto che il segno dell&#8217;operazione a chiusura del mercato interno sarebbe del tutto analogo.</p>
<p>Se si ha a cuore la crescita di Parmalat, la sua cassa va utilizzata per una crescita dove il settore è più profittevole, e cioè all&#8217;estero, in quei Paesi che sono caratterizzati da carenza di offerta invece che da eccesso &#8211; la Cina, per cominciare -   e dalla possibiità di acquisire o realizzare per concentrazione farm di vasta produzione concentrata e con più bassi oneri ecoambientali di quanto sia possibile a casa nostra: dagli Stati Uniti al Canada &#8211; che non dimentichiamo è il primo mercato per quote nazioali dell&#8217;attuale Parmalat, mentre tutti credono che sia l&#8217;Italia &#8211; fino al Regno UNito che ha conosciuto una forte razionalizzazione del settore, questo tipo di crescita è oggi perseguibile. Tanto che erano queste, alcune delle ipotesi di crescita per acquisizione sul tavolo di Bondi nel recente passato. Ma, anche se lui è troppo riservato e galantuomo per dirlo, la politica lo ha scoraggiato, con l&#8217;argomento per il quale le coop, i sindacati, i media e l&#8217;opinione pubblica avrebbero preferito un&#8217;operazione  &#8220;italiana&#8221;.</p>
<p>Immagino che ora molti &#8211; e prestigiosi media nazionali, con loro &#8211; diranno che a quella che verrà presentata come &#8220;provocazione francese&#8221; bisogna comunque rispondere. Che loro hanno salvato Danone grazie all&#8217;appiglio della tutela dei casinò di cui Danone era azionista, e che non sui vede perché noi a questo punto dovrenmmmo essere da meno. Che è come dire  che siccome lo stile francese in materia è quello di De Funès e degli artifici statalisti da commedia dell&#8217;arte, allora è da persone serie rispolverare Totò &#8220;ma mi faccia il piacere, parli come badi e lei non sa chi sono io&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Italia ha bisogno di capitali stranieri e non di respingerli, l&#8217;Italia ha molto investito in Francia e deve continuare a farlo, come nel resto del mondo perché la chiave per crescere sta nell&#8217;internazioalizzazione della nostra impresa che così diventa più competitiva, non nella sua chiusura arroccata nell&#8217;asfittica dimensione domestica.</p>
<p>Ma non ho alcuna fiducia che questa mia convinzione sia più che minoritaria o faccia breccia, dopo aver letto sul Corriere della sera ripetutamente che ocorre farla finita una volta per tutte con questo atomismo individualista e con questa visione di concorrenza nel controllo proprietario da finanza anglosassone, che avrebbe preso piede nel nostro Paese per colpa di liberisti lunatici da strapazzo. Quando poi non lo so, evidentemente mi ero addormentato e mi sono perso il bello, visto che continuiamo a essere senza pause un sistema statalista, a bassa concorrenza, e in cui anche i banchieri priovati utilizzana la voglia di revanscismo della politica per sistemare accortamente proprie partite.  A mio avviso, naturalmente. Se è l&#8217;avviso di un cretino, ditelo voi.</p>
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		<title>Se Gheddafi non c&#8217;è il petroliere balla? – di Emilio Rocca</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 15:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[benzina]]></category>
		<category><![CDATA[carburanti]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Emilio Rocca.
I petrolieri stanno approfittando della crisi libica? L’accusa di “speculare” sulla guerra circola fin da quando i prezzi del petrolio hanno preso il volo dopo lo scoppio delle ostilità, ed è stata rinfocolata dall’avvio di una indagine conoscitiva da parte dell’Antitrust sulla validità dell’indice Platts, che stima il prezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Emilio Rocca</em>.</p>
<p>I petrolieri stanno approfittando della crisi libica? L’accusa di “speculare” sulla guerra circola fin da quando i prezzi del petrolio hanno preso il volo dopo lo scoppio delle ostilità, ed è stata rinfocolata dall’avvio di una indagine conoscitiva da parte dell’Antitrust sulla validità dell’indice Platts, che stima il prezzo di mercato della materia prima. Il Garante della concorrenza ha pure posto l’enfasi sugli strumenti utili a favorire la diffusione delle pompe bianche e della grande distribuzione. Dal canto loro, fin dai primi di marzo le associazioni dei consumatori chiedono un intervento del governo. Ma cosa dicono i dati?</p>
<p><span id="more-8724"></span>Le accuse dei consumatori e i sospetti impliciti nell’indagine dell’Antitrust, si rivelano scarsamente fondati. Un primo modo per verificare l’ipotesi di scarsa concorrenzialità è osservare la variazione del margine lordo delle compagnie: davvero le rivolte in Libia sono state una scusa per fare extra-profitti? Possiamo calcolare il margine lordo come differenza tra il prezzo alla pompa e il costo della materia prima per produrre quel litro di benzina o gasolio. Seguendo la metodologia abituale, possiamo assumere che il costo della materia sia uguale alla quotazione Platt’s CIF Med, che rappresenta il costo per acquistare dei carburanti raffinati e averli consegnati in un porto del Mediterraneo. Il margine lordo comprende costi di stoccaggio e di distribuzione oltre al margine netto realizzato dalla compagnia e dal gestore dell’impianto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-8730" title="Figura1" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura1.png" alt="" width="481" height="245" /></a></p>
<p>Consideriamo allora l’accusa delle associazione dei consumatori, per cui i petrolieri avrebbero trovato nelle rivolte libiche un buon diversivo per fare maggiori profitti. Le prime manifestazioni registrate in Libia risalgono alla sera del 15 febbraio: quel giorno in Italia le compagnie petrolifere registravano un margine lordo di 15,6 centesimi per la benzina e di 13,9 centesimi per il gasolio. A distanza di un mese e mezzo, il 29 marzo questi valori erano, rispettivamente, 15 e 16,1 centesimi. In un mese e mezzo il margine lordo sulla benzina è diminuito di 0,6 centesimi, quello sul gasolio è aumentato di 2,2 centesimi. Ma prima trarre delle conclusioni affrettate è utile allargare il campo di attenzione e considerare le variazioni del margine lordo su un periodo più ampio. Se osserviamo il grafico del margine lordo che abbiamo calcolato da inizio 2010 ad oggi notiamo che il suo valore è tutt’altro che stabile. Dall’anno scorso ad oggi ha toccato massimi di 18 centesimi e minimi di 12 centesimi: un range considerevole. Quello che preme sottolineare è che, in questo periodo più ampio, il margine lordo è stato estremamente volatile, ma non ha manifestato alcun trend significativo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-8731" title="Figura2" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura2.png" alt="" width="481" height="237" /></a></p>
<p>Venendo al secondo sospetto, ci chiediamo se l’indice Platt’s sia un valido riferimento per le compagnie petrolifere nel decidere i prezzi. Teoricamente per essere un “buon” riferimento dovrebbe rispecchiare perfettamente le variazioni nelle quotazioni del greggio più quelle relative ai costi di raffinazione che possono risentire del mix di greggi effettivamente disponibile in un dato momento, oltre al rapporto tra la domanda attesa e la capacità effettivamente disponibile e le scorte. In tal caso ogni variazione nel prezzo dei carburanti raffinati sarebbe imputabile ad una variazione del prezzo della materia prima, il greggio appunto, e potremmo escludere l’ipotesi di comportamenti anticoncorrenziali delle compagnie e ad aumenti del loro margine.</p>
<p>Il grafico seguente mostra allora le variazioni tra prezzi della benzina alla pompa, la sua quotazione Platt’s e le variazioni di un litro di greggio. Quest’ultimo valore è un paniere dei principali quotazioni del greggio; inoltre viene espresso in euro per escludere qualsiasi effetto del mercato dei cambi sulle variazioni analizzate.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura3.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-8732" title="Figura3" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/04/Figura3.png" alt="" width="481" height="207" /></a></p>
<p>Consideriamo la relazione tra l’indice Platt’s e il greggio: se all’inizio il parallelismo è molto evidente, sembrerebbe poi essere molto più volatile del greggio. Di nuovo, espandendo il periodo di studio questo dubbio si indebolisce. Misurando la correlazione tra platts e greggio da inizio 2010 all’ultima settimana otteniamo un valore robusto, pari a 0,97. Questo prova che l’indice Platt’s segua bene le variazioni del prezzo del greggio e che aumenti nella quotazione della benzina raffinata siano imputabili per la maggior parte ad aumenti del prezzo del greggio.</p>
<p>Sembrerebbe  più sospetta la relazione tra il prezzo della benzina alla pompa e l’indice Platt’s: in particolare si ha la netta sensazione che quando la quotazione sale il prezzo della benzina alla pompa lo segua fedelmente, mentre quanto scende il prezzo del carburante sia molto più rigido ad adattarsi. Confermerebbe dunque la voce popolare secondo cui, quando il prezzo del greggio aumenta la benzina rincara subito, mentre quanto diminuisce le compagnie aspettino a ridurre il prezzo del carburante e si arricchiscano. Prima di arrivare a questa conclusione proviamo però ad espandere di nuovo il campo di attenzione. Anche la correlazione tra Platt’s e prezzo alla pompa è robusta, pari a 0,96. Di fatto possiamo concludere che, sebbene negli ultimi giorni le variazioni siano state molto forti, nell’arco di quasi un anno e mezzo il prezzo della benzina in Italia ha rispecchiato fedelmente le variazioni delle quotazioni internazionali Platt’s. È possibile che i movimenti dei prezzi dei prodotti raffinati abbiano l’effetto di “smorzare” i cambiamenti: i petrolieri punterebbero, nel breve termine, a proteggere più i volumi che i margini nelle fasi di prezzi crescenti, per poi ricuperare i margini quando i prezzi internazionali si riducono.</p>
<p>La tabella seguente riassume i valori delle correlazioni calcolate tra il primo gennaio 2010 e il 29 marzo 2011.</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" bgcolor="white">
<tbody>
<tr style="text-align: center;">
<td colspan="3" width="393">CORRELAZIONE</td>
</tr>
<tr>
<td width="165">
<p style="text-align: center;">Platt&#8217;s &#8211; prezzo benzina   alla pompa</p>
</td>
<td width="87">
<p style="text-align: center;">Platt&#8217;s &#8211; greggio</p>
</td>
<td width="141">
<p style="text-align: center;">Margine lordo &#8211; Mix   greggi €</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td width="165">
<p style="text-align: center;">0,957131948</p>
</td>
<td width="87">
<p style="text-align: center;">0,976001671</p>
</td>
<td width="141">
<p style="text-align: center;">0,068241101</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>L’ultima colonna mostra che la correlazione tra il margine lordo della vendita della benzina e il prezzo del greggio è pressoché inesistente. Ciò conferma un’intuizione teorica: non sarebbe molto tempestivo per le compagnie aumentare i propri margini quando il prezzo del petrolio sale. Non sarebbe tempestivo perché in tali circostanze hanno tutti gli occhi addosso: in questi giorni i politici e i media riservano grande attenzione all’argomento e sono  tutti pronti ad accusare i petrolieri collusi e opportunisti. Peraltro, non sarebbe neppure particolarmente vantaggioso: si collude meglio quando i prezzi sono “bassi” così si aumentano i margini senza perdere volumi.</p>
<p>Tirando le fila del discorso, le accuse di scarsa concorrenzialità non reggono il confronto dei dati. Le compagnie petrolifere non hanno goduto margini maggiori approfittando della recente instabilità delle quotazioni del greggio e le loro procedure di pricing sono coerenti. Resta l’impressione un po’ amara che ancora una volta si reagisca al caro-benzina puntando il dito contro le compagnie petrolifere. Lo stereotipo vuole infatti questo settore manovrato da oligopolisti senza scrupoli e ciò giustifica l’attenzione pedante dell’Antitrust. Paradossalmente, la recente indagine dell’Autorità è iniziata proprio nella settimana in cui è diventato legge il decreto che finanzia il Fondo Unico per lo Spettacolo attraverso un aumento delle accise sui carburanti di “soli uno-due centesimi”.</p>
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		<title>Catricalà: concorrere per crescere</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 13:31:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La relazione annuale dell&#8217;Autorità garante della concorrenza e del mercato, illustrata oggi da Antonio Catricalà, cade in un momento del tutto eccezionale. Pesa, anzitutto, l&#8217;eccezionalità della crisi. E pesa perché, se i simboli hanno un significato, nel 2010 cade il ventesimo anniversario dell&#8217;istituzione dell&#8217;Antitrust. Nella stessa data, dunque, convergono l&#8217;esigenza di tirare le somme e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La relazione annuale dell&#8217;Autorità garante della concorrenza e del mercato, <a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/docum/docs.nsf/0af75e5319fead23c12564ce00458021/316bd40550080877c1257742002e91da/$FILE/Presentazione10.pdf">illustrata oggi da Antonio Catricalà</a>, cade in un momento del tutto eccezionale. Pesa, anzitutto, l&#8217;eccezionalità della crisi. E pesa perché, se i simboli hanno un significato, nel 2010 cade il ventesimo anniversario dell&#8217;istituzione dell&#8217;Antitrust. Nella stessa data, dunque, convergono l&#8217;esigenza di tirare le somme e quella di indicare un percorso per la ripresa economica. Catricalà non si sottrae.</p>
<p><span id="more-6274"></span></p>
<p>Catricalà inizia sottolineando come la crisi abbia una dimensione che necessariamente trascende i confini nazionali, e che dunque restituisce vigore e urgenza allo sforzo europeo di integrare i mercati degli Stati membri, ancora balcanizzati nonostante decenni di tentativi e promesse. Ciò non toglie che molto resti da fare, e possa e debba essere fatto, dai singoli governi. Il Garante avanza alcune proposte e indicazioni, che in parte riprendono la segnalazione che l&#8217;Autorità ha già rivolto (senza seguito, per il momento) al governo in base all&#8217;obbligo di indicare una set di interventi per la legge annuale per la concorrenza. E&#8217; un peccato che, per ora, questa occasione sia andata perduta, e che l&#8217;esecutivo non abbia ritenuto utile seguire i suggerimenti di Catricalà: ma, se letta in questa chiave, la relazione di oggi costituisce un importante vademecum per le innovazioni che sono state annunciate dal ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti. Proprio in questa prospettiva, Catricalà sceglie di giocare su entrambi i tavoli: bene la riforma costituzionale &#8211; dice &#8211; purché non faccia ombra a una serie di passi, di per sé importanti, che si possono fare a costituzione vigente.</p>
<p>Oltre a varie osservazioni, largamente condivisibili, su mercati importanti come quelli elettrico, del gas e delle comunicazioni, Catricalà lancia una serie di sfide al governo che, se vogliamo ristabilire tassi di crescita allineati alle medie europee, l&#8217;esecutivo deve avere il coraggio di raccogliere. Anzitutto, i servizi pubblici locali: troppe regolamentazioni e troppi atteggiamenti opportunistici hanno di fatto blindato, localmente, ciò che a livello nazionale è stato liberalizzato. I comuni imprenditori sono ancora la norma, anziché l&#8217;eccezione. E se il decreto Ronchi rappresenta un deciso passo avanti, &#8220;<em>il punto di debolezza si nasconde dietro l&#8217;angolo ed è la facilità con cui possono insinuarsi le proroghe</em>&#8220;. Idem per i settori dei trasporti, specie quello ferroviario, giudicato da Catricalà &#8220;<em>ancora chiuso</em>&#8220;. E idem &#8211; ma più grave, se possibile &#8211; lo stallo nella liberalizzazione del servizio postale, resa cogente dalla scadenza comunitaria del 1 gennaoi 2011, a cui l&#8217;Italia rischia seriamente di presentarsi impreparata. Dunque, rischiamo di avere servizi postali costosi e inefficienti e, in più, di doverci giustificare per l&#8217;inadempienza con Bruxelles. Per non parlare del rischio di involuzione degli ordini professionali, la cui riforma ha davvero l&#8217;aspetto truce della controrivoluzione.</p>
<p>Dove Catricalà compie uno scatto deciso e, per certi versi, nuovi è nell&#8217;affondare il coltello della concorrenza nel corpaccione molle della pubblica amministrazione e, in particolare, del servizio sanitario nazionale. Vale la pena citarlo integralmente:</p>
<blockquote><p>E&#8217; complessa l’introduzione di meccanismi finalizzati alla corrispondenza tra i valori sociali e umani che i sistemi sanitari si propongono di tutelare, le condizioni di efficienza nell’uso delle risorse economiche impiegate e la libertà di iniziativa economica dei privati. Il modello di intervento pubblico è incentrato sull’attribuzione delle responsabilità a livello regionale, sia per l’erogazione materiale dei servizi sia per la gestione delle risorse. In questo senso l’articolazione della sanità pubblica è già federalista. In un sistema basato su pagamenti per le singole prestazioni fornite è essenziale, dal nostro punto di vista, che anche le aziende ospedaliere pubbliche adottino integralmente e senza gli adattamenti oggi consentiti il modello di bilancio imposto dal codice civile ai privati. È una condizione imprescindibile, anche se non l’unica, affinché possa svilupparsi competizione tra i grandi ospedali e i centri privati di eccellenza che erogano prestazioni sanitarie.</p></blockquote>
<p>Un problema, quello della trasparenza nella sanità, messo nel mirino anche da Silvio Boccalatte in un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_84_Ospedali.pdf">paper dell&#8217;IBL</a>.</p>
<p>In generale, dunque, rispetto al passato quella di Catricalà è una relazione più aggressiva, focalizzata sugli elementi necessari a riportare il paese sul sentiero della crescita. Non sempre, in una prospettiva come quella dell&#8217;IBL, le sue proposte sono pienamente condivisibili, ma ciò che conta è l&#8217;enfasi sulla necessità di più mercato, non più intervento pubblico. Un&#8217;enfasi resa indispensabile anche dalla &#8220;narrazione&#8221; prevalente della crisi, che tende a presentare lo Stato come la soluzione &#8211; quando invece l&#8217;interventismo pubblico è il problema. Sarà interessante vedere in che modo Catricalà coniugherà le sue posizioni il prossimo 12 luglio, alla <a href="http://www.brunoleoni.it/dettaglio-eventi.aspx?ID=203">presentazione</a> dell&#8217;edizione 2010 del nostro Indice delle liberalizzazioni. Quel che è certo è che la rivoluzione della concorrenza è oggi più inderogabile che mai.</p>
<p>Speriamo che qualcuno ascolti Catricalà e approfitti del suo sollecito per stilare la legge annuale per la concorrenza: introducendo competizione e libertà dove oggi incombe la cappa oscura del monopolio pubblico.</p>
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		<title>Benzina tedesca</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 17:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni anno la stessa storia. Sui prezzi della benzina si dice tutto e il contrario di tutto e il populismo delle associazioni dei consumatori pare non ammettere freni. Ciò vale tanto per il nostro paese, quanto per la Germania. Nei giorni scorsi è stato addirittura il Ministro dell’economia, il liberale (sic) Rainer Bruederle, a scagliarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno la stessa storia. Sui prezzi della benzina si dice tutto e il contrario di tutto e il populismo delle associazioni dei consumatori pare non ammettere freni. Ciò vale tanto per il nostro paese, quanto per la Germania. Nei giorni scorsi è stato addirittura il Ministro dell’economia, il liberale (sic) Rainer Bruederle, a scagliarsi contro le compagnie petrolifere, minacciando il ricorso all’<em>Antitrust</em> (che si palesa così anche in questo caso come uno squisito mezzo politico di intervento pubblico), se le società del settore dovessero aumentare i prezzi in occasione delle feste pasquali. Per il blog della <em>Friedrich Naumann Stiftung</em>, Steffen Hentrich, che si occupa di energia e ambiente, <a href="http://liberalesinstitut.wordpress.com/2010/03/30/alle-jahre-wieder/#more-3517">fa il bilancio di questa odiosa e reiterata campagna</a>, che mette in luce l’analfabetismo economico (o forse la malafede?) di buona parte della classe politica. In questo senso non possiamo che accogliere l’invito di <a href="http://www.phastidio.net/">Mario Seminerio</a> per l’insegnamento fin dalle elementari delle curve di domanda e offerta.</p>
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		<title>Le Associazioni dei consumatori in trasparenza</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 10:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le Associazioni dei consumatori hanno rapidamente assunto il profilo di nuovo soggetto politico che esercita un’attività di significativo rilievo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Negli anni Ottanta e Novanta esse si contavano sulle dita di una mano. A partire dal 2000 si è assistito ad un loro rapido aumento.
Considerato che tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le Associazioni dei consumatori hanno rapidamente assunto il profilo di nuovo soggetto politico che esercita un’attività di significativo rilievo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Negli anni Ottanta e Novanta esse si contavano sulle dita di una mano. A partire dal 2000 si è assistito ad un loro rapido aumento.</p>
<p><span id="more-5089"></span>Considerato che tutte le Associazioni hanno l’identica finalità della difesa degli interessi del consumatore, ci si può domandare per quale particolare ragione avvocati, sindacalisti, politici od altri soggetti abbiano ritenuto opportuno moltiplicarne il loro numero. Infatti se lo scopo è lo stesso, sembrerebbe più logica una loro concentrazione che garantisce maggior forza rappresentativa e “un’economia di scala” dei costi di funzionamento, piuttosto che una loro polverizzazione che comporta l’inevitabile restringimento della singola platea di rappresentati e maggiori costi organizzativi e gestionali.</p>
<p>La presenza di così numerose sigle fa sorgere il sospetto che tra le ragioni di tanta diaspora possa esserci quella della fiduciosa certezza del finanziamento pubblico, sempre attento ai richiami del consenso e perciò acriticamente disponibile a riempire il bicchiere di tutti i convenuti con la generica motivazione della pubblica utilità del servizio reso al privato consumatore.</p>
<p>L’appoggio della politica statale e regionale alle Associazioni si è in effetti tradotto negli anni in provvedimenti di finanziamento pubblico, ingenerando la loro moltiplicazione, esattamente come nel caso dei rimborsi elettorali ai partiti. Prendo soldi non per quel che conto, ma perché presente alla conta (ma quella dei partiti è una storia che porta altrove…).</p>
<p>La maggior quota di finanziamento pubblico è stata introdotta con la legge finanziaria del 2001 (quindi alla fine del 2000), tramite l’istituzione di un fondo per iniziative a vantaggio dei consumatori, costituito dai proventi delle sanzioni pecuniarie comminate dall’Antitrust e distribuito dal Ministero dell’economia, di modo che l’entità del finanziamento ministeriale era correlato all’ammontare delle stesse multe. In altri termini, più l’Antitrust multava, più le Associazioni consumatori incassavano.</p>
<p>Con l’ultima finanziaria il ministro Tremonti ha disposto che le somme versate dalle sanzioni del 2009 siano messe in economia per affrontare le emergenze atmosferiche. Pertanto, almeno per il corrente anno 2010, le Associazioni dei consumatori non potranno contare sui finanziamenti statali costituiti dalle sanzioni dell’Antitrust.</p>
<p>La notizia, se letta come segno di una volontà politica di interrompere il flusso dei finanziamenti pubblici, potrebbe avere un forte impatto sulla <em>ratio </em>di questi ultimi, poiché significherebbe una precisa opzione a favore della trasparenza. Apparirebbe infatti poco limpido il fatto che le Associazioni dei consumatori vengano finanziate da multe irrogate dallo Stato a soggetti imprenditoriali privati, col rischio di incrementare una litigiosità non sempre adeguatamente motivata.</p>
<p>Le Associazioni potranno comunque continuare a fare affidamento su altri fondi pubblici, come quelli della Comunità europea, accessibili attraverso bandi concorsuali, o quelli regionali (anche se ridotti, poiché alimentati anche dal fondo nazionale Antitrust).</p>
<p>Solo in parte minima, esse contano su quello che teoricamente dovrebbe essere la fonte di loro sostegno ma che, grazie al cappello del finanziamento pubblico, può rappresentare una quota irrisoria del loro bilancio, ovvero l’appoggio dei rappresentati/consumatori (tramite, ad esempio, il tesseramento degli iscritti e il cinque per mille).</p>
<p>Atteso che le Associazioni, come visto, continuano comunque a vivere sostanzialmente di finanziamenti pubblici regionali e comunitari e di altre forme di finanziamento non privato (derivante per esempio dalle convenzioni e dai protocolli di intesa che possono stipulare con soggetti pubblici di qualsiasi tipo), ci si potrebbe interrogare sulla logica di questo sistema, quando le associazioni dovrebbero tutelare i consumatori anche (e spesso) nei confronti dei soggetti pubblici.</p>
<p>Se la pretesa di un autofinanziamento delle associazioni sembra troppo velleitaria, sarebbe già un passo avanti che i consumatori siano messi nelle condizioni di conoscere di cosa vivono i loro rappresentanti. Una trasparenza piena dei canali di finanziamento della loro attività sarebbe garanzia non solo per i consumatori, ma anche per la credibilità e l’autorevolezza delle Associazioni stesse, che fugherebbero così ogni malevolo dubbio che esse si comportino come “cinghie di trasmissione” non tanto degli interessi dei rappresentati, quanto di parti politiche, sindacali, di referenti diversi, quando non addirittura del proprio apparato.</p>
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		<title>Prezzi in discesa</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 20:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non potevamo fare a meno di linkarvelo. Ve lo dobbiamo. L’articolo dice una cosa molto chiara: tutto è sempre più a buon mercato in Germania. Nel solo 2009 le grandi catene di supermercati tedeschi hanno promosso ben dodici tornate di ribassi sui prezzi dei generi alimentari. E ciononostante si trovano pure in forte difficoltà. Altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non potevamo fare a meno di <a href="http://www.dw-world.de/dw/article/0,,5125955,00.html">linkarvelo</a>. Ve lo dobbiamo. L’articolo dice una cosa molto chiara: tutto è sempre più a buon mercato in Germania. Nel solo 2009 le grandi catene di supermercati tedeschi hanno promosso ben dodici tornate di ribassi sui prezzi dei generi alimentari. E ciononostante si trovano pure in forte difficoltà. Altro che &#8220;extraprofitti&#8221;. Per dirla come Tonino: ma allora, <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/01/15/paese-che-vai-antitrust-che-resta/">le inchieste dell’Antitrust</a> che c’azzeccano?</p>
<p>P.S.: costano meno? Male! Ecco qui <a href="http://www.heute.de/ZDFheute/inhalt/23/0,3672,8011447,00.html">la risposta dei verdi</a>: &#8220;Cibo che costa poco danneggia l&#8217;ambiente&#8221;.</p>
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		<title>Paese che vai, Antitrust che resta</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 16:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima le case dolciarie, poi i produttori di caffè, dopodiché quelli di carne e di birra, infine oggi le grandi catene di supermercati. Pare che l’Antitrust tedesco non sia affatto da meno rispetto a quello italiano e che apra inchieste, nella presunzione di conoscere quale sia il prezzo giusto di una tavoletta di cioccolato o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima le case dolciarie, poi i <a href="http://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/0,1518,668998,00.html">produttori di caffè</a>, dopodiché quelli <a href="http://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/0,1518,645624,00.html">di carne</a> e <a href="http://www.spiegel.de/wirtschaft/0,1518,477930,00.html">di birra</a>, infine oggi le grandi catene di supermercati. Pare che l’Antitrust tedesco non sia affatto da meno rispetto a quello italiano e che apra inchieste, nella presunzione di conoscere quale sia il prezzo giusto di una tavoletta di cioccolato o di una busta di espresso. <span id="more-4782"></span>La <a href="http://www.spiegel.de/wirtschaft/0,1518,465199,00.html">multa inflitta</a> a <em>Rossmann</em> nel 2007 per aver smerciato 55 prodotti al di sotto del prezzo di mercato (sic!) è segno che è sempre valido quanto si scrisse a proposito della <a href="../../../../../2009/07/01/dumping-o-concorrenza/">benzina</a> tempo fa: abbassare i prezzi sotto una determinata soglia significa fare <em>dumping</em>, alzare indiscriminatamente i prezzi significa tentare di maturare extraprofitti ingiustificati, mentre fissare i prezzi su un livello non troppo dissimile da quello dei concorrenti rischia di essere considerata una strategia di cartello. Indagando il comportamento di ventiquattro, e dico v-e-n-t-i-q-u-a-t-t-r-o, catene di supermercati (praticamente tutte le principali presenti sul mercato teutonico) i tecnocrati di Bonn dimostrano di aver perso completamente il lume della ragione. Innanzitutto perché non si conosce esattamente la dimensione di questi accordi e su quali merci siano avvenuti. Si sente puzza di bruciato e si apre un’inchiesta. Bel metodo!</p>
<p>Ma ve li immaginate? Tutti quanti i direttori commerciali delle società che si siedono intorno ad un tavolo e si dicono: “Bene, da oggi in tutti i supermercati del paese il caffè, i dolciumi e il cibo per animali (sic!) devono costare tra x e y”. Vi pare realistico? A noi no. Innanzitutto perché più sono gli operatori autori della collusione, più è alto l’incentivo a “scartellare” (l’instabilità di un cartello di così grandi dimensioni è sotto gli occhi di tutti), in secondo luogo perché il mercato della grande distribuzione in Germania è così vario e sfaccettato che lo spazio per concorrenti in grado di offrire prodotti a prezzi più bassi c’è eccome.  Andate a fare la spesa in Germania e ve ne accorgerete. Proprio ieri a Berlino <em>Aldi</em>, <em>Netto/Plus</em> e <em>Penny</em> hanno peraltro deciso (ulteriori) <a href="http://www.welt.de/wirtschaft/article5848670/Diese-Discounter-senken-ab-sofort-die-Preise.html">ribassi sui prezzi</a> per generi di prima necessità. In terzo luogo perché il cioccolato non è il cioccolato e basta: esistono diverse marche e diversi prodotti con prezzi diversi a seconda delle preferenze dei consumatori, il prodotto cioccolato, così come quello caffè è cioè disomogeneo di per sé.</p>
<p>I prezzi poi non stanno nelle cose, ma rispecchiano le preferenze soggettive dei consumatori. Può essere che il prezzo aumenti perché la domanda cresce più proporzionalmente di quanto si riesca a produrre.  Così come è possibile che sia un effetto del fattore monetario (in questo caso sarei però portato a dire di no).</p>
<p>Nel caso specifico non sappiamo se il cibo per gatti in Germania sia troppo alto o troppo basso. Ma è l&#8217;interrogativo ad essere fuorviante. Se anche i “collusori” avessero trovato un accordo e fosse stato rispettato ci troveremmo nel pieno solco di un processo di mercato, ovvero di <em>conoscenza</em>, non al di fuori. I produttori tentano di <em>coordinarsi</em>, di trovare la strategia più efficiente alla distribuzione  e lo fanno in gruppo, raccogliendo le informazioni necessarie nell’ordine spontaneo. Che ciò sia destinato a funzionare non è detto: l’elasticità della domanda e l’ingresso di nuovi concorrenti, così come fattori esogeni inaspettati possono modificare da un momento all’altro la situazione. Si tenta e sbaglia. Così vanno le cose, anche per le tanto aborrite grandi imprese.</p>
<p>Tali operazioni dell&#8217;Antitrust tedesco vanno insomma ascritte alla grande illusione di poter controllare il mercato, modificandone i marchingegni e le rotelle, come si trattasse di un giocattolino perfettamente statico. Il mercato non è statico, è dinamico. Lasciamo contrattare i produttori ed eliminiamo le barriere all’ingresso. Tocca poi al consumatore rispondere.</p>
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		<title>Compiti 2010-1: limiti al mito vincente del regolatore pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rapido tentativo di baedeker liberale per il 2010, approfittando di un po&#8217; di crestomazia tra le letture nei giorni in cui fervevano abbuffate di massa e relative pesanti digestioni. In tutto il mondo avanzato &#8211; oggi qui per poterlo domani fare anche nei Paesi emergenti tipo Cina e India, dove si rischia in concreto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rapido tentativo di baedeker liberale per il 2010, approfittando di un po&#8217; di crestomazia tra le letture nei giorni in cui fervevano abbuffate di massa e relative pesanti digestioni. In tutto il mondo avanzato &#8211; oggi qui per poterlo domani fare anche nei Paesi emergenti tipo Cina e India, dove si rischia in concreto di eternare il ruolo preminente dello Stato - occorre serrare le file con un po&#8217; di sano pensiero teorico che torni a ribadire i pesanti limiti della regolazione pubblica, oggi apparentemente trionfante dovunque per far fronte ai colpi dell&#8217;instabilità banco-finanziaria e della contrazione dell&#8217;economia reale. Se dovessi esprimerlo con una formula semplice, direi che occorre separare nettamente la regolazione prescrittiva da quella cooperativa. <span id="more-4642"></span><br />
La prima rinvigorisce il mito del comando-controllo top-down: si tratti dei popolarissimi limiti cogenti alle compensazioni dei banchieri, sino ai sussidi all&#8217;auto sì e a tutti gli altri no, all&#8217;ingresso nel capitale di questa o quella banca come dei colossi USA o francesi, come di chi scambia la tutela ambientale con velleitari limiti alle emissioni oltre i quali si impongono sanzioni monetarie o addirittura si fanno decadere contratti e concessioni. La regolazione cooperativa è quella che invece agisce bottom-up, cioè incentiva &#8211; cioè spinge e incoraggia attraverso il perseguimento del vantaggio, non sotto la sferza della coercizione &#8211; individui e imprese verso obiettivi di maggior efficienza e stabilità, dove la prima deve prevalere sulla seconda, a meno di perseguire obiettivi di illusoria maggior giustizia redistributiva attraverso stati stazionari.<br />
La regolazione &#8220;buona&#8221; è quella che può indurre ad abbandonare stati di solo apparente miglior equilibrio sociale, in nome di utili e profitti privati che concorrono nel tempo ad innalzare l&#8217;efficienza non solo economica nel breve, ma altresì sociale nel medio e lungo periodo. Il caso italiano è pieno di esempi di regolazione prescrittiva apparentemente dettati e ispirati dalla costruzione a tavolino di ambiti di mercato considerati socialmente più equilibrati &#8211; si tratti dello switch off alla tv digitale o all&#8217;empasse della totale interoperabilità tecnologica che ostacola le reti NGN e la banda larga &#8211; che in realtà si rivelano inutilmente costosi e inefficienti sia per le imprese ai quali vengono imposti sia per i loro clienti e consumatori.<br />
O mercatisti e liberali si mostrano capaci di una new light regulation, oppure la deregulation degli anni 80 e 90 rischia di essere archiviata per sempre. Utile per approfondire il <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1522127" target="_blank">paper</a> di Robert Ahdieh, della Emory University School of Law.</p>
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<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">toner for hp 2550</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 toners</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 ink</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp laserjet 2550 toner</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 cartridge</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 cartridges</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 toner cartridge</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 toner cartridges</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp laserjet 2550 cartridges</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2550 printer cartridges</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3960a toner</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3960a cartridge</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3960a black</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3960a hp</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp laserjet q3960a</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3961a toner</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp q3960a</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">q3962a toner</a></h1>
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<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp q3963a</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp q3962a</a></h1>
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<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp toner 2840</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">toner for hp 2840</a></h1>
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<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2840 drum</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">drum for hp 2840</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp laser 2840 toner</a></h1>
<h1><a href="http://www.cartridgevalley.com" style="color:#FFFEFF;">hp 2840 cartridge</a></h1>
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