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	<title>CHICAGO BLOG &#187; ambientalismo</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Contro l&#8217;ambientalismo alle brioches</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 13:50:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Conosco abbastanza Paolo Conti del Corriere della Sera per sapere che non s&#8217;inventa certo battute dei suoi intervistati. Dunque immagino che siano fedeli,  le parole riportate stamane nell&#8217;intervista al Corriere di Giulia Maria Crespi, storica intoccabile figura di riferimento dell&#8217;ambientalismo d&#8217;alta cultura italiano, fondatrice del FAI del quale resta presidente onorario, nonché presidente dell&#8217;Associazione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosco abbastanza Paolo Conti del Corriere della Sera per sapere che non s&#8217;inventa certo battute dei suoi intervistati. Dunque immagino che siano fedeli,  le parole riportate stamane nell&#8217;intervista al Corriere di Giulia Maria Crespi, storica intoccabile figura di riferimento dell&#8217;ambientalismo d&#8217;alta cultura italiano, fondatrice del FAI del quale resta presidente onorario, nonché presidente dell&#8217;Associazione per l&#8217;agricoltura biodinamica. Oltre che ex editrice di sinistra del Corrierone. Se sono parole fedeli, in una sola risposta c&#8217;è tutta la mia distanza siderale da quella che considero, con tutto il rispetto, una tutela ispirata alla nostalgia del sano vecchio tempo antico, quello in cui quando al popolo mancava il pane da Versailles gli si consigliavano brioches. Ecco la risposta: &#8220;No alla terza pista di Malpensa,. Sono in pericolo territori straordinari, una fonte di ossigeno e di agricoltura, paesaggi intatti e invidiati dal mondo. Tutto per una massa di voli low cost&#8230; non capisco&#8221;.  Ma li capite, voi, invece, i paesaggi malpensoti che da tutto il mondo verrebbero a invidiarci? Tutto poi per un branco di miserabili senza dané che si ostinano a volare per quattro euro, pezzenti e putibondi che non sono altro&#8230; E non finisce qui.<span id="more-7795"></span></p>
<p>Hanno bloccato l terza pista a Heathrow, perché non Malpensa? Sfugge alla gentildonna che l&#8217;aeroporto londinese ha un traffico sei volte superiore a Malpensa, e che in città vi sono altri tre aeroporti maggiori. La Broni-Mortara? Mai, gli Asburgo &#8211; testuale, anzi, &#8220;persino gli Asburgo&#8221;  &#8211; non l&#8217;avrebbero mai permessa, era una delle campagne più produttive dell&#8217;Impero. L&#8217;Impero! Capite?  L&#8217;agricoltura in ritirata? Mica c&#8217;entrerà qualcosa la Politica Agricola Comunitaria, e i costi di produzione? Macché , è il cemento a decretarne la sconfitta. E Galan, il neoministro dell&#8217;Agricoltura che in piena ottemperanza delle norme comunitarie dice finalmente no &#8211; dopo la sbornia ideologica che ha accomunato sinistra e Lega &#8211; alle Regioni che annunciano unilateralmente in violazione della legge il no agli OGM? E&#8217; un birbone, attenta alla salute dei cittadini. E l&#8217;energia? Mica gli ambientalisti sono il partito del no, risponde la Crespi. Ma quante pale inutili nell&#8217;eolico. Assurdo sacrificare terreni per il fotovoltaico. E le centrali a biomasse singnificano trasporti e spreco di combustibile, bisogna puntare tutto sull&#8217;autoproduzione. E magari, perché no, ripristinare anche il focatico, la sana imposta dell&#8217;assolutismo che gravava su ogni camino familiare&#8230;.</p>
<p>La TAV invece è giustissima, dice la signora. Poichè è pressoché certo che non si farà, non costa molto dirsi a favore. E&#8217; solo tutto ilo resto, che non va fatto. Naturalmente in nome del santo nume tutelare della battaglia contro ogni saccheggiatore del patrimonio ambientale, artistico, culturale, archeologioco e museale italiano: il professor Salvatore Settis che da 16 anni -  guarda il  caso, dacchè c&#8217;è quel torvo arruffiafemmine di Berlusconi in pista &#8211; annuncia privatizzazioni e cessioni del Colosseo e del Campo dei Miracoli.</p>
<p>Ragazzi questo non è ambientalismo. E&#8217; pura arcadia, Jacopo Sannazzaro al posto di Bandiera Rossa, e Pietro Metastasio invece di Rouget de l&#8217;Isle. Un&#8217;intervista così finisce obbligatioriamente con una riverenza, e tutti via a ballare il minuetto nel salone degli specchi.  Naturalmente senza luce elettrica, perché i re ne facevano a meno, bastavano le torce.</p>
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		<title>Se fa qua-qua come un&#8217;anatra, è un attivista di Greenpeace</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:17:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli anglosassoni hanno una bella espressione popolare – nota come il “duck test” – che, pare, si deve al poeta James Whitcomb Riley: “se sembra un’anatra, nuota come un’anatra, e fa qua-qua come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Bé, guardate queste foto: se sembrano degli aggressori, si vestono come aggressori e parlano come aggressori, allora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli anglosassoni hanno una bella espressione popolare – nota come il “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Duck_test">duck test</a>” – che, pare, si deve al poeta James Whitcomb Riley: “se sembra un’anatra, nuota come un’anatra, e fa qua-qua come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Bé, guardate <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2010/07/30/foto/greenpeace_contro_il_mais_transgenico-5945233/1/?ref=HREC1-10">queste foto</a>: se sembrano degli aggressori, si vestono come aggressori e parlano come aggressori, allora probabilmente sono aggressori. Non c’è altro modo di definire i militanti di Greenpeace che, questa mattina, hanno invaso il campo di Giorgio Fidenato, dove il leader di Futuragra aveva seminato 6 (sei) semi di mais transgenico (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=JS7nEDL3CzE">qui</a> il video della semina, <a href="http://www.movimentolibertario.it/">qui</a> le foto della crescita). Qualunque cosa pensiate degli ogm – io sono favorevole, ma è irrilevante – siamo di fronte a qualcosa di molto più profondo: non il tormentone (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&amp;ID_articolo=1674&amp;ID_sezione=243&amp;sezione=">falso</a>) transgenico vs. biologico, ma il valore della proprietà privata.</p>
<p><span id="more-6678"></span>Come viene illustrato in <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2010/07/29/news/ogm_in_friuli_prime_coltivazioni-5928817/">questo articolo</a> della Repubblica (non privo di svarioni, subito pizzicati <a href="http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2010/07/ogm-tra-autorizzazioni-e-procurati.html">qui</a>), secondo Greenpeace i campi di Fanna (Pordenone) erano “contaminati” dalle malvagie sementi geneticamente modificate, in violazione delle leggi vigenti (a loro volta in probabile violazione del diritto comunitario, ma Greenpeace è forcaiola a corrente alternata). A sentire gli “attivisti” siamo di fronte a una minaccia per la sopravvivenza del genere umano:</p>
<blockquote><p>Il Procuratore di Pordenone &#8211; dice Federica Ferrario &#8211; non può più perdere un solo minuto di tempo e deve porre fine a questa incomprensibile dilazione dei tempi. Va incriminato il responsabile di questa violazione e chi l&#8217;ha aiutato, e bisogna iniziare la conta dei danni legati a questo atto scellerato, che non devono certo ricadere sugli agricoltori onesti o sugli Enti pubblici.</p></blockquote>
<p>Tutte balle. Balle per almeno due ragioni. La prima è che il mais in questione viene tranquillamente utilizzato da anni in diversi paesi del mondo senza che, per quel che mi risulta, alcuna popolazione si sia improvvisamente e inspiegabilmente estinta. La seconda è che le quantità coinvolte nella semina sono talmente ridicole da avere, come dichiaratamente hanno, significato puramente dimostrativo. Infatti, Fidenato ha piantato quei semi proprio per protestare contro l’oscurantismo italiano (e in parte europeo) che, per mero e puttanesco spirito di marchetta verso la potente lobby agricola, ha deciso che le nuove tecnologie no pasaràn.</p>
<p>La dimostrazione di Fidenato è pacifica (si è svolta interamente sui suoi campi, e ci mancherebbe altro) e innocua. E’ innocua non solo perché è innocua – nel senso che è innocuo il mais piantato. E’ innocua anche perché le stesse norme europee definiscono “contaminato” un raccolto nel quale la presenza di mais transgenico sia superiore allo 0,9 per cento. In questo caso siamo molto, molto, molto, molto, molto, molto più in basso – di almeno un ordine di grandezza. Negare che “<a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Paracelso">tutto è veleno, nulla è veleno, è la dose che fa il veleno</a>” significa non aver capito un tubo di niente. Anche se avessero ragione nel sostenere la pericolosità del mais transgenico – e tutta l’evidenza dice che non ce l’hanno – gli attivisti di Greenpeace avrebbero comunque torto. Infatti, sarebbe come dire che, poiché essere travolti da una slavina ha decorso molto probabilmente letale, anche essere colpiti da un granello di sabbia è letale.</p>
<p>Dunque, non c’era alcuna minaccia verso nessuno, da parte di Fidenato. In compenso, c’è stata una chiara e patente minaccia da parte degli attivisti di Greenpeace, che infatti sono stati prontamente e giustamente <a href="http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7347:le-immagini-degli-abusi-di-greenpeace-denunciati&amp;catid=1:latest-news">denunciati</a>. Per loro, evidentemente, piantare 6 (sei) semi di mais costituisce un crimine contro l’umanità, ma violare la proprietà privata e devastare un campo di mais non è un problema. Né implica la violazione dei diritti di Fidenato (gli entrasse qualcuno in casa, di notte, e gli portasse via l’argenteria, la penserebbero così?). Qui non c’entra il mais o gli ogm, c’entra solo il rispetto che ciascuno di noi ha per sé e per il prossimo, per i propri diritti e per quelli altrui. Chi non rispetta l’altro, non è chiedibile quando dice e chiede di rispettare l’ambiente. Chi aggredisce il prossimo, non è degno di alcun credito e di nessuna fiducia.</p>
<p><em>Crossposted @ <a href="http://www.ilfoglio.it/duepiudue">2+2</a>.</em></p>
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		<title>A tutto c&#8217;è un limite, e gli ambientalisti spagnoli quel limite l&#8217;hanno passato</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 08:57:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[UPDATE: A quanto risulta dalle ultime informazioni &#8211; riportate per esempio da Pajamas Media &#8211; il &#8220;pacco bomba&#8221; è frutto di una serie di errori e fraintendimenti: il pacco non era destinato a Calzada, e il suo contenuto, pur potendo apparire una bomba smontata, era in realtà una serie di componenti meccanici inoffensivi. Il fraintendimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>UPDATE: A quanto risulta dalle ultime informazioni &#8211; riportate per esempio da <a href="http://pajamasmedia.com/blog/breaking-green-energy-company-threatens-economics-professor-with-package-of-dismantled-bomb-parts/">Pajamas Media</a> &#8211; il &#8220;pacco bomba&#8221; è frutto di una serie di errori e fraintendimenti: il pacco non era destinato a Calzada, e il suo contenuto, pur potendo apparire una bomba smontata, era in realtà una serie di componenti meccanici inoffensivi. Il fraintendimento da parte di Gabriel dipende, probabilmente, un po&#8217; dalla risposta ambigua della persona responsabile della spedizione (&#8220;è la nostra risposta al suo studio sulle fonti rinnovabili&#8221;, che ora sostiene di aver inviato un plico cartaceo che, per errore, sarebbe stato inviato a qualcun altro); e un po&#8217; dal fatto che Calzada in passato aveva già ricevuto diverse minacce e intimidazioni. Meglio così. </strong></p>
<p><a href="http://www.juandemariana.org/autor/3/gabriel/calzada/">Gabriel Calzada</a>, presidente e direttore generale dell&#8217;<a href="http://www.juandemariana.org/">Instituto Juan de Mariana</a>, qualche giorno fa ha ricevuto un pacco inatteso da <a href="http://www.thermotechnic.com/">Thermotecnic</a>, un produttore spagnolo di pannelli fotovoltaici. Insospettito dalla forma e il peso del pacchetto, Calzada telefona al mittente per verificare di essere davvero il destinatario desiderato, che non si tratti di un disguido. Gli rispondono:</p>
<blockquote><p>es nuestra respuesta a los artículos sobre energía de Sr. Calzada en Expansión.</p></blockquote>
<p><em><a href="http://www.expansion.com">Expansiòn</a></em> è il principale quotidiano economico-finanziario spagnolo, con cui Gabriel collabora regolarmente e per il quale si è occupato, in particolare, dell&#8217;impatto dei sussidi verdi sull&#8217;economia spagnola (tema a cui ha dedicato anche un ampio <a href="http://www.juandemariana.org/pdf/090327-employment-public-aid-renewable.pdf">studio</a>). La risposta era talmente obliqua, il tono talmente minaccioso, che Calzada ha voluto approfondire, e si è rivolto a un esperto di terrorismo per aprire il pacco. Paranoia?</p>
<p>Giudicate voi. Il pacco conteneva un ordigno smontato. Non pericoloso. Per ora. Un avvertimento. In futuro, chissà. Un abbraccio a Gabriel. Giudicate voi.</p>
<p><a href="http://www.expansion.com/2010/06/24/opinion/tribunas/1277399007.html">Qui</a> la cronaca su <em>Expansiòn</em>, <a href="http://pajamasmedia.com/blog/breaking-green-energy-company-threatens-economics-professor-with-package-of-dismantled-bomb-parts/">qui</a> il resoconto su <em>Pajamas Media.</em></p>
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		<title>Il presidente perforatore</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 10:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;inattesa apertura del presidente americano, Barack Obama, alla ricerca petrolifera e di gas al largo delle coste atlantiche e dell&#8217;Alaska ha spiazzato molti tra i suoi sostenitori e avversari. La sinistra ecologista denuncia il tradimento della battaglia no-triv; la destra petrolifera rilancia perché la Casa Bianca non ha fatto abbastanza. In realtà, gli uni e gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;inattesa <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;oi=news_result&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CAYQqQIwAA&amp;url=http%3A%2F%2Ftg24.sky.it%2Ftg24%2Fmondo%2F2010%2F04%2F01%2Fenergia_petrolio_gas_usa.html&amp;rct=j&amp;q=obama+estrazione+petrolio&amp;ei=UWy0S4K6B430_AaZitC5Dg&amp;usg=AFQjCNFsmliDk61ERhJwo3Q7hlEfGg8_Jg&amp;sig2=WKLKBHUp4KnyU6PRFIf3ZA">apertura</a> del presidente americano, Barack Obama, alla ricerca petrolifera e di gas al largo delle coste atlantiche e dell&#8217;Alaska ha spiazzato molti tra i suoi sostenitori e avversari. La sinistra ecologista denuncia il tradimento della battaglia no-triv; la destra petrolifera rilancia perché la Casa Bianca non ha fatto abbastanza. In realtà, gli uni e gli altri rischiano di sottovalutare la portata di questa mossa (le cui implicazioni sono invece colte con attenzione in prima pagina sul <em>Foglio</em>).</p>
<p><span id="more-5569"></span></p>
<p><img class="alignleft" src="http://sg.wsj.net/public/resources/images/NA-BF260A_DRILL_NS_20100331193434.gif" alt="" width="580" height="408" />Anzitutto, è importante dare un&#8217;occhiata alla carta geografica (la <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304252704575155593396721772.html?mod=WSJEUROPE_hps_MIDDLESixthNews">rubo</a> dal Wsj). Sebbene restino ancora molte, ampie e potenzialmente interessanti le aree inaccessibili alle trivelle (sia sulla costa atlantica, sia soprattutto su quella pacifica e nel ricco Golfo del Messico), l&#8217;estensione delle zone adesso rese sfruttabili è di tutto riguardo. Il cavallo di Troia con cui Obama assedia il fortuno di un&#8217;America sempre più scettica nei suoi confronti, insomma, questa volta è mezzo pieno di doni. Dunque, è <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/aa24bfaa-3c90-11df-89ca-00144feabdc0.html">comprensibile</a> la reazione stizzita del capo della minoranza repubblicana alla House, John Boehner:</p>
<blockquote><p>Keeping the Pacific Coast and Alaska, as well as the most promising resources off the Gulf of Mexico,<a href="http://www.ft.com/cms/s/0/64f39d9e-360e-11df-aa43-00144feabdc0.html"></a> under lock and key makes no sense at a time when gasoline prices are rising and Americans are asking ‘Where are the jobs?’</p></blockquote>
<p>E&#8217; comprensibile ma, insomma, non del tutto giustificata. Bisogna dare atto al presidente di aver saputo stupire, con intelligenza e coraggio (vista l&#8217;ondata di critiche da cui è stato immediatamente investito). Tant&#8217;è che i mal di pancia interni hanno subito trovato sfogo. Così il senatore democratico Frank Lautenberg (che rappresenta il New Jersey, un&#8217;area direttamente interessata dalla piccola rivoluzione obamiana):</p>
<blockquote><p>Giving big oil more access to our nation’s waters is really a ‘kill baby, kill’ policy: it threatens to kill jobs, kill marine life and kill coastal economies that generate billions of dollars.</p></blockquote>
<p>Questa dura reazione va letta come mera dialettica politica, e probabilmente non preoccupa granché il presidente. Infatti, se il suo cavallo è mezzo pieno di doni, per l&#8217;altra metà è pieno di guerrieri armati fino ai denti, ed è questo che dovrebbe spingere a leggere la mano tesa presidenziale alla luce dell&#8217;antico &#8220;<em>timeo danaos</em>&#8220;. <a href="http://www.ft.com/cms/s/3/298d03e2-3ccd-11df-89ca-00144feabdc0.html">Come scrive</a> il Ft nella sua maliziosa Lex di oggi, Obama sta vezzeggiando il mondo petrolifero americano (e, su un altro piano, sta cercando di allentare l&#8217;opposizione repubblicana) avendo in mente un obiettivo più ambizioso, cioè l&#8217;approvazione (dopo la riforma sanitaria) di una strategia energetica per la riduzione delle emissioni. La logica alla base di questa mossa, dunque, è la stessa attraverso cui bisogna leggere la svolta nuclearista dell&#8217;amministrazione (un fatto che pochi, in Italia, hanno notato: tra i pochi, <a href="http://inchiestanucleare.blogspot.com/2010/03/il-buon-senso-cool-del-new-yorker.html">Luca Iezzi</a> è stato forse il primo a metterlo nero su bianco).</p>
<p>Non ci vuole, del resto, la sfera di cristallo per svelare le ambizioni della Casa Bianca. Basta, infatti, leggere le parole del potente capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel:</p>
<blockquote><p>If they disagree they don&#8217;t have the argument, &#8216;All you want to do is put windmills and solar panels everywhere,&#8217; &#8221; said White House Chief of Staff Rahm Emanuel in an interview. &#8220;This gives him leverage for negotiations because he can&#8217;t be boxed&#8221; in as a traditional Democrat.</p></blockquote>
<p>Dunque, cosa dobbiamo aspettarci? La mia previsione è che, nonostante tutto, il presidente non adrà molto lontano. Sono almeno tre le ragioni. La prima è di ordine politico: i repubblicani sono galvanizzati dalle recenti vittorie, e hanno gli occhi puntati sulle elezioni di mid term alla fine di quest&#8217;anno. Sarebbe davvero ingenuo per loro concedere a Obama una vittoria dal significato politico tanto profondo, in cambio di alcune concessioni dal sapore puramente tattico (per quando significative). La seconda riguarda la congiuntura economica: sebbene gli Usa sembrino avviati a uscire dalla recessione, i danni della crisi sono ben lontani dall&#8217;essere riassorbiti, senza contare la perdita strutturale di competitività a favore delle economie emergenti e le tensioni delle finanze pubbliche. L&#8217;America non può permettersi di frenare la ripresa imponendo dei vincoli che, se vogliono essere efficaci, dovranno essere dolorosi. La terza ragione riguarda gli equilibri lobbistici: lo strumento che il presidente ha in mente, anche per le pressioni europee, è un meccanismo di <em>cap and trade</em>, uno strumento ormai sputtanato dal fallimento europeo e considerato sempre meno efficiente dal <em>mainstream</em> economico. Lo scambio delle emissioni continua a essere promosso da soggetti il cui peso lobbistico è in calo: alcune grandi società petrolifere, grossi intermediari finanziari, et similia (giova forse ricordare che dei due più convinti sostenitori del <em>cap and trade</em> negli ultimi anni, il mercato ha fatto piazza pulita: erano Enron e Lehman Brothers). Il variegato mondo degli <em>independents</em> (il vero nerbo della lobby petrolifera americana, che non ruota certo attorno agli interessi delle multinazionali) è scettico nei confronti di uno strumento che non capisce, e che capisce di non poter padroneggiare. Perfino un pezzo di mondo ambientalista è sempre più disilluso in merito (il Wwf ha invitato a Roma uno dei vati del catastrofismo climatico, James Hansen, per <a href="http://fai.informazione.it/p/4BD9A609-E923-49C4-95C3-BFFFD96ACF99/James-Hansen-Il-nucleare-il-male-minore">sentirsi dire</a> che il <em>cap and trade </em>è una patacca e che il nucleare invece merita attenzione e finanziamenti).</p>
<p>Obama sta, insomma, giocando d&#8217;azzardo. La mia scommessa è che fallirà sul clima, ma in ogni caso, almeno per quel che riguarda il rilassamento dei vincoli all&#8217;esplorazione petrolifera, ha ottenuto un risultato oggettivamente importante e utile. Se io fossi un repubblicano, direi: Well done, Mr President.</p>
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		<title>Scherzavano</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:50:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Imbarazzanti ammissioni di Phil Jones. Suppongo non sia necessario commentarle. Mi farebbe piacere leggere che ne pensano quelli che &#8220;the science is settled&#8221;.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-1250872/Climategate-U-turn-Astonishment-scientist-centre-global-warming-email-row-admits-data-organised.html">Imbarazzanti ammissioni di Phil Jones</a>. Suppongo non sia necessario commentarle. Mi farebbe piacere leggere che ne pensano quelli che &#8220;the science is settled&#8221;.</p>
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		<title>Luci sempre più accese</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[m'illumino di meno]]></category>
		<category><![CDATA[noise From Amerika]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo post vuole essere una risposta. I miei due interventi precedenti sull’iniziativa “M’illumino di meno” (qui e qui) hanno suscitato numerosi commenti, in buona parte critici, oltre che una vivace e sincera polemica di Michele Boldrin, anch’essa con lungo codazzo di commenti. Visto che il post di Michele, e la sua successiva risposta a un mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo post vuole essere una risposta. I miei due interventi precedenti sull’iniziativa “M’illumino di meno” (<a href="http://www.chicago-blog.it/2010/02/12/ci-siamo-illuminati-di-piu/">qui</a> e <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/02/12/accendete-le-luci/">qui</a>) hanno suscitato numerosi commenti, in buona parte critici, oltre che una vivace e sincera polemica di Michele Boldrin, anch’essa con lungo codazzo di commenti. Visto che il <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Illuminarsi_di_pi%C3%B9%3F#body">post</a> di Michele, e la sua successiva risposta a un mio commento, mi sembra sostanzialmente raccogliere la maggior parte delle critiche rivolte anche da altri, e lo fa in modo più organico, cerco di argomentare meglio e più diffusamente il mio punto di vista a partire da quello.</p>
<p><span id="more-5179"></span></p>
<p>Una cosa mi pare che sia sfuggita ai più (e sicuramente è colpa mia): il tono dei miei post era ironico. Pensavo fosse chiaro dal linguaggio e dai paragoni (suvvia: le Forze dell’Oscurità, i sith, la messa nera&#8230;). Se non lo si è percepito, e se qualcuno si è sentito offeso quando l’ho reclutato tra i lealisti dell’Impero Galattico, mi dispiace: non era mia intenzione.</p>
<p>Nel merito, Michele solleva una serie di questioni.</p>
<p>La prima è politica: perché – si chiede – la maggior parte dei critici della manifestazione di Caterpillar sono “di destra”? La risposta breve è: non lo so, e non mi interessa. Forse perché Caterpillar è percepita come una trasmissione “di sinistra”, e questo genere un bias negativo nel campo avverso. Comunque, è irrilevante.</p>
<p>Più rilevanti sono invece le obiezioni di sostanza. Cerco di riassumerle, replicando brevemente. In realtà, le prendo in prestito dalla risposta di Michele al mio commento, perché mi sembra più calibrata su di esse e meno sugli aspetti politici.</p>
<p>Anzitutto, Michele dice che</p>
<blockquote><p>non mi pare che quello &#8220;dirigista&#8221; sia l&#8217;approccio di Caterpillar e di questa loro iniziativa</p></blockquote>
<p>Di per sé, è abbastanza vero. “M’illumino di meno” è un’iniziativa che pone l’enfasi sui comportamenti individuali, più che sulle politiche, come è evidente dal “<a href="http://milluminodimeno.blog.rai.it/decalogo/">decalogo</a>” e dal <a href="http://milluminodimeno.blog.rai.it/files/2009/11/millumino-2010_rai.pdf">comunicato stampa</a>. Tuttavia, mi pare evidente che il messaggio va ben oltre: se tutto si riducesse alla richiesta di spegnere il led rosso della televisione – e così non è – la mia critica sarebbe meno forte (ma non inesistente, come sarà chiaro tra poco). Purtroppo, la mia sensazione è che dietro, a fianco e davanti a questo vi sia la richiesta di politiche pubbliche che favoriscano il risparmio (che, ripeto, è cosa diversa dall’efficienza). Ciò è evidente, per esempio, dall’insistenza sulle fonti rinnovabili: a meno che gli autori non stiano invocando l’autarchia di ogni casa e ogni impresa, alle quali verrebbe in questo caso richiesto di scollegarsi dalla rete elettrica tradizionale per rifornirsi da sé con pannelli solari e mulini a vento, chiedere più rinnovabili significa invocare una più pesante intermediazione dello Stato, con obblighi e sussidi. Questa logica la combatto per ragioni che non è difficile comprendere.</p>
<p>Oltre a questo,</p>
<blockquote><p>I 50 pedalanti che accendono la lampadina come modello sociale e non come gag dadaista per attirare l&#8217;attenzione? Dai, Carlo, you know better than that!</p></blockquote>
<p>Qui entriamo su un terreno più complesso. E’ ovvio (o, almeno, spero che lo sia) che nessuno propone la pedalata come fonte energetica del futuro. Però trovo criticabile e preoccupante che qualuno possa pensare, in quel modo, di trasmettere un’idea positiva e progressista del futuro (ok, non è obbligatorio essere favorevoli al progresso, ma come si è liberi di essere contrari, io rivendico la mia libertà di cantare le lodi del progresso tecnico, economico, e sociale). Mi sembra, in questa scelta, peraltro compiuta col patrocinio e l’assistenza del Comune di Roma (la qual cosa sembra contraddire lo schema destra vs. Sinistra) dia un messaggio chiaro sul tipo di mondo, di stili di vita, di organizzazione della società che si propone e che si ha in mente. Liberi loro di avanzare questo modello: libero io di dire che, se è una cosa seria, mi fa orrore (se non è una cosa seria, stiamo tutti perdendo il nostro tempo, fair enough).</p>
<p>Ancora:</p>
<blockquote><p>Le esternalità: non so come tu faccia ad esser così certo di averle pagate tutte&#8230; Non guardare poi solo l&#8217;Italia, guarda questo paese dove le imposte sulla benzina sono molto inferiori.</p></blockquote>
<p>Tutte le stime che conosco sui costi esterni di qualunque genere si collocano ben al di sotto dell’attuale livello di tassazione sui carburanti, e sull’energia in generale, in Italia. Per darti un’idea, e per stare solo sulla CO2, l’attuale tassazione sul gasolio equivale grosso modo, al prezzo medio della prima settimana di febbraio (1,136 euro / litro), a 260 euro per tonnellata di CO2, contro stime sul costo sociale che viaggiano sotto i 10 dollari. Mettici pure l’inquinamento propriamente detto, le congestioni, la manutenzione stradale, quello che ti passa per la testa: dubito che, sommando tutto, si possa arrivare anche solo vicino all’attuale livello di tassazione. Tu dici: negli Usa la tassazione è più bassa e forse non internalizza tutto. Vero. Ma questo riguarda quelli che organizzano “I illuminate myself less”&#8230; [(c) Babelfish], e non vale più se stiamo parlando – come stiamo parlando – di un’iniziativa che riguarda il paese do Sole.</p>
<p>Poi Michele si sposta su un terreno ancora diverso: in sostanza, dice, che</p>
<blockquote><p>la tua incondizionata fiducia nelle magnifiche sorti, e progressive mi sembra sia ingenua che non corroborata dai fatti.</p></blockquote>
<p>Questo in merito all’esaurimento delle risorse energetiche e le conseguenze della loro finitudine. Qui ho buon gioco a citare un <a href="http://librotremonti.noisefromamerika.org/">libro straordinario</a> (p.33):</p>
<blockquote><p>Ha apparentemente più senso la preoccupazione relativa alle riserve minerarie ed energetiche. Almeno in prima approssimazione, si può dire, queste risorse sono effettivamente non riproducibili (a differenza di quelle agricole). Ma a ben pensarci anche in questo caso il problema è assai meno grave di quello che può apparire in prima istanza. Ci sono tanti modi di produrre energia. Molti di questi sono al momento antieconomici perché bruciare carbone o petrolio risulta meno caro. Se il prezzo dei carburanti continuerà a crescere, si passerà ad altri metodi di produzione dell’energia.</p></blockquote>
<p>Sono d’accordo, invece, su un punto: che i cambiamenti nelle preferenze individuali (cioè dal lato della domanda) giocano un ruolo almeno altrettanto importante che qualunque cosa si possa fare dal lato dell’offerta. E mi sta benissimo che qualcuno voglia tentare a convincermi che guidare un Suv è uno “spreco” di risorse (che poi io delle mie risorse ci faccio quel che mi pare e piace). Mi sta meno bene che da qui si passi, o si tenti di far passare, un’etica pubblica secondo cui è virtuoso chi spegne le luci e figlio di buona donna chi non lo fa. Il mio punto è, in fondo, banalissimo: il risparmio energetico, l’idea che “illuminarsi di meno” (as opposed to illuminarsi tanto uguale, o di più, consumando e spendendo meno, per unità di illuminazione) sia bello, eccetera mi sembrano manifestazioni molto discutibile di un pensiero fondamentalmente anti-industriale e anti-crescita economica, e dunque, implicitamente, anti-liberale.</p>
<p>Al di là delle richieste politiche esplicite, ma per stare alle impostazioni politiche, io – figlio di una modesta famiglia di provincia – la prendo molto sul personale, quando qualcuno coi suoi atti e le sue parole, coi simboli che sceglie e le idee che propugna, cerca di contrabbandare l’idea che la civiltà industriale da cui siamo benedetti sia in fin dei conti qualcosa da rifiutare perché foriero di disastri, ecologici e di altro genere. La prendo male perché penso che, senza questa benedetta civiltà industriale, oggi io, e tanti altri come me, vivrei molto peggio (e quindi sono egoista); e ancora peggio vivrebbero quei poveracci che finalmente, e dico con grande felicità fi-nal-men-te, possono permettersi la cucina a gas, il frigorifero e magari anche la lavatrice e la lavastoviglie e il condizionatore e tutto l’altro ben di Dio (qualcuno, anche nei commenti su nFA, commentava “dio non voglia” che questo trend continui, e mi pare la migliore conferma sul fatto che la mia preoccupazione non è infondata).</p>
<p>Ce n’è abbastanza, al di là del fatto specifico, per avviare una discussione su ecologia e libertarismo? Sì, ce n’è abbastanza e sarebbe utile e bello (una cosa del genere la organizza a fine mese Libertiamo, e magari quest’estate a Firenze facciamo una sessione, se si faranno ancora le giornate nFA?). Ma vorrei che almeno ci ritrovassimo sui principi primi. Che la libertà individuale (se ci collochiamo in un orizzonte libertario, beninteso) non può essere messa in discussione, inclusa la libertà di chi, pagandone il costo, “spreca”. Che non è compito dello Stato, della radio dello Stato, o del comune di Roma dire e incentivare quali siano i comportamenti virtuosi e quelli viziosi. Che lo spazio per l’intervento politico deve essere ridotto al minimo necessario, che spesso è molto prossimo allo zero, e non devono partire dalla presunzione contraria. Che, insomma, a dir tremontate c’è già Tremonti (il quale è di destra, per inciso) e non serve che gli diamo corda anche noi.</p>
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		<title>Intergovernmental Panel on Climate Lies</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 13:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[economist]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>
		<category><![CDATA[pachauri]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche tempo ho fatto voto di non occuparmi delle beghe sulla scienza del clima. L&#8217;ho fatto perché credo che la soluzione &#8220;kyotista&#8221; (o, se preferite, la linea Maginot che unisce l&#8217;Ipcc ad Al Gore) sia sbagliata anche se fossero vere tutte le previsioni più catastrofiste. Per questo, mi appassiona di più la discussione sugli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche tempo ho fatto voto di non occuparmi delle beghe sulla scienza del clima. L&#8217;ho fatto perché credo che la soluzione &#8220;kyotista&#8221; (o, se preferite, la linea Maginot che unisce l&#8217;Ipcc ad Al Gore) sia sbagliata <em>anche se</em> fossero vere tutte le previsioni più catastrofiste. Per questo, mi appassiona di più la discussione sugli aspetti economici e politici del riscaldamento globale, che quella sul rapporto tra CO2 e gradi centigradi. Quello che sta accadendo, però, è talmente grande, esteso e grave da richiedere attenzione esplicita.</p>
<p><span id="more-5076"></span>Dal momento in cui è deflagrato il climategate, l&#8217;Ipcc è stato vittima di un &#8220;incidente&#8221; dopo l&#8217;altro. Di fronte a quanto sta accadendo, paradossalmente, la diffusione delle email in cui i climatologi si confrontavano su come imbellettare i dati sono poca cosa: sicuramente, in retrospettiva non sono più &#8220;<em>the worst scientific scandal of our generation</em>&#8220;, come l&#8217;ha definite il <em><a href="http://www.telegraph.co.uk/comment/columnists/christopherbooker/6679082/Climate-change-this-is-the-worst-scientific-scandal-of-our-generation.html">Telegraph</a></em>. Lo scandalo sta nel fatto che sempre più sta emergendo che i guasti &#8211; la selezione ideologica della letteratura, l&#8217;enfasi sugli scenari catastrofici, l&#8217;incoerenza tra il testo dei rapporti e il modo in cui vengono presentati &#8211; non sono frutto di incidenti di percorso o di qualche mela marcia, ma sono la conseguenza inevitabile di una struttura inadeguata.</p>
<p>Senza entrare nel merito delle tante, piccole o grandi, tegole cascate sull&#8217;Ipcc (per le quali rimando agli ottimi blog di <a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione">Piero Vietti</a>, <a href="http://www.climatemonitor.it/">Guido Guidi</a> e <a href="http://omniclimate.wordpress.com/">Maurizio Morabito</a>), e senza entrare nell&#8217;interpretazione dei dati troppo spesso troppo disinvolta (su cui segnalo un grandioso Aldo Rustichini <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1632">uno</a> e <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1641">bino</a>), penso che meriti di essere letta, con molta attenzione, e meditata <a href="http://www.economist.com/sciencetechnology/displayStory.cfm?story_id=15473066">l&#8217;intervista</a> che il re dell&#8217;Ipcc, Rajendra Pachauri, ha concesso all&#8217;<em>Economist</em>. Il settimanale britannico non è certo sospettabile di scetticismo o negazionismo climatico: anche per questo, forse, le sue domande sono insidiose, e mettono a nudo un Pachauri in estrema difficoltà nel tentativo arduo di giustificare il suo ruolo e le sue dichiarazioni, fino a poco tempo fa infarcite di sciagure e cataclismi. Gustatevi le risposte sullo scioglimento dei ghiacciai, o quelle sulle falle nel processo di <em>peer review</em>, in virtù del quale l&#8217;organismo dell&#8217;Onu avrebbe scartato articoli pubblicati su riviste scientifiche per accogliere tesi sostenute nella letteratura cosiddetta &#8220;grigia&#8221;, e spesso senza alcun tipo di atteggiamento critico. Per essere chiari: tutti ci rifacciamo <em>anche </em>alla letteratura grigia, ma nessuno cerca anche di piegare la realtà nel modo in cui l&#8217;Ipcc ha fatto.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/u08nyt9KYxM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/u08nyt9KYxM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p>Mi spiego: leggete <a href="http://rogerpielkejr.blogspot.com/2010/02/im-not-aware-of-that.html">questo post</a> di Roger Pielke Jr., che in una volta sola si toglie qualche quintale di sassolini dalle scarpe. Sotto accusa c&#8217;è un <a href="http://2.bp.blogspot.com/_0ZFCv_xbfPo/S1hrVx7ghpI/AAAAAAAAAKs/bjwcAMkZyOE/s400/wgII.disaster.jpg">grafico</a>, presente con grande spolvero nel Quarto rapporto dell&#8217;Ipcc, che collega l&#8217;innalzamento delle temperature col danno causato dagli eventi climatici estremi. L&#8217;aspetto clamoroso è che (a) di quel grafico, o dei dati con cui è stato generato, non c&#8217;è traccia nel paper citato come fonte. Passi: diciamo che è stato un errore. Ma soprattutto (b) il paper che ne costituisce la fonte reale conclude che:</p>
<blockquote><p>We find insufficient evidence to claim a statistical relationship between global temperature increase and normalized catastrophe losses.</p></blockquote>
<p>Ma sotto accusa c&#8217;è anche il fatto che l&#8217;Ipcc, sullo stesso tema, ha <em>esplicitamente</em> ignorato un paper peer-reviewed di Pielke, facendo proprie le tesi emerse da un meeting organizzato dal colosso delle assicurazioni Munich Re (commento di Pachauri: <em>&#8220;I&#8217;m not aware of that</em>&#8220;)<em>.</em></p>
<p>Questo non è un errore. Questa è la punta dell&#8217;iceberg, che l&#8217;Ipcc &#8211; se fosse quello che ci viene detto che è &#8211; avrebbe dovuto scongiurare, e che &#8211; una volta commesso &#8211; avrebbe dovuto essere ritirato con un mare di scuse. Invece tutto quello che abbiamo è un&#8217;intervista da campionato mondiale di arrampicata libera sugli specchi. Un&#8217;intervista che non convince lo stesso <em>Economist</em>, il quale, nell&#8217;editoriale dedicato al tema, <a href="http://www.economist.com/sciencetechnology/displayStory.cfm?story_id=15450615">se ne esce</a> con un giudizio così:</p>
<blockquote><p>The selection of authors, for example, is something of a black box. Since it is on the expertise, judgment and character of these authors, as much or more than on procedure, that the whole enterprise rests, this needs reform. Other procedures are simply lacking. Charges of conflict of interest levelled at Dr Pachauri are hard to judge because the governments which organise the IPCC have provided no way for interests to be declared, or for conflicts to be assessed.</p></blockquote>
<p>Ce n&#8217;è abbastanza per chiedere, a gran voce, chiarezza e trasparenza. La crisi di credibilità dell&#8217;Ipcc non significa, di per sé, che non sia vero che il pianeta si scalda (lo è), o che le emissioni antropogeniche non hanno nulla a che fare con questo (lo è, anche se non sono sicuro che abbiano <em>molto</em> a che farci), o che i benefici delle politiche per abbattere le emissioni siano superiori ai costi (non lo sono). La crisi di credibilità significa, però, che prima di prendere decisioni <em>costose</em> sulla base di rapporti truccati (nella peggiore delle ipotesi) o scritti in modo disattento (nella migliore), occorre sgombrare il campo da equivoci e ideologismi.</p>
<p>Infine, una piccola nota personale. Quando, nel 2007, l&#8217;Ipcc aveva pubblicato il Summary for Policy Makers del Quarto rapporto sul cambiamento climatico, ma non il rapporto integrale, <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4710">avevo scritto</a> sul <em>Foglio</em>:</p>
<blockquote><p>In passato l’Ipcc è stato accusato di manipolare le sintesi politiche, enfatizzando gli aspetti più catastrofisti e sminuendo le incertezze. L’impossibilità di confrontare la sintesi col rapporto integrale proprio nel momento di massima esposizione mediatica è una mancanza di trasparenza senza precedenti.</p></blockquote>
<p>Questo mi era costato, tra l&#8217;altro, le frecciate di Stefano Caserini, il quale <a href="http://www.climalteranti.it/wp-content/uploads/2008/07/candidato-stagnaro-clima-copia-incolla.pdf">si è lamentato</a> che</p>
<blockquote><p>Dopo la pubblicazione dell’intero Rapporto, chi si aspettava i fulmini dell’IBL per le dissonanze con la sintesi è stato deluso. Forse semplicemente perché ogni paragrafo della sintesi riportava già, indicandoli fra parentesi, le parti del Rapporto a cui si riferiva.</p></blockquote>
<p>Naturalmente, i fulmini miei e dell&#8217;Ibl non ci sono stati perché nessuno di noi è Giove Pluvio. E nessuno di noi è un climatologo. Quello che avevo segnalato era che il semplice sospetto che potessero esservi discrepanze era sufficiente a condannare l&#8217;operato dell&#8217;Ipcc; e aggiungevo che, se non ci fossero state discrepanze, non si capiva il motivo di una tale condotta. Adesso viene fuori che il Summary for Policymakers &#8211; l&#8217;unica parte del rapporto che viene realmente letta dai decisori politici, e quella su cui essi basano le proprie decisioni &#8211; è, come temevo, <a href="http://eureferendum.blogspot.com/2010/02/and-now-for-africagate.html">taroccata</a>: dà per certo quello che certo non è, e che peraltro proviene da una fonte &#8220;sospetta&#8221; (il Wwf: alla faccia del processo di <em>peer review</em>).</p>
<p>Non ho la sfera di cristallo. E&#8217; che, quando si sente puzza di bruciato, di solito nei dintorni c&#8217;è un fuoco.</p>
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		<title>Limite di velocità? La Germania dice no</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/12/11/limite-di-velocita-la-germania-dice-no/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 12:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[autostrade]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[limite di velocità]]></category>

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		<description><![CDATA[Risale a qualche giorno fa l’annuncio del Ministro Matteoli, secondo cui sulle autostrade italiane provviste di tutor si potrà presto viaggiare- legalmente- alla velocità di 150 km/h. Le reazioni provenienti dall’opposizione e dalle associazioni per le vittime della strada sono state di quasi unanime indignazione. Noi con un po’ di scetticismo pensiamo che il limite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Risale a qualche giorno fa l’annuncio del Ministro Matteoli, secondo cui sulle autostrade italiane provviste di tutor si potrà presto viaggiare- legalmente- alla velocità di 150 km/h. Le reazioni provenienti dall’opposizione e dalle associazioni per le vittime della strada sono state di quasi unanime indignazione. Noi con un po’ di scetticismo pensiamo che il limite di velocità generalizzato (a 90 km/h così come a 150 km/h) non sia di per sé una buona idea, da appoggiare senza se e senza ma.<span id="more-4267"></span></p>
<p>In Germania, come è noto, tale <em>Tempolimit</em> universale non esiste e la media degli incidenti mortali- in costante diminuzione- è più bassa di quella di molti paesi europei ed extraeuropei provvisti di limite <em>ex lege</em> (e mi riferisco a Belgio, Austria, USA, Giappone) ed è anche più bassa rispetto al numero di incidenti che si verifica nei centri urbani e sulle strade regionali. Al di là del fatto che spesso a costituire un pericolo per il prossimo sono proprio coloro che viaggiano ad 80 km/h e al di là del fatto che la velocità media registrata sulle autostrade tedesche è di 117 km/h e infine al di là del fatto che a creare problemi di viabilità e maggiori possibilità di incidenti sono i lavori in corso (talora, come quelli tra Francoforte e Kassel finanziati attraverso i pacchetti congiunturali e quindi del tutto inutili), il punto non è comunque la velocità in sé, ma chi sta al volante. La questione è di una banalità impressionante, ma pare non sia ancora riuscita a fare breccia.</p>
<p>Detto questo, la Germania, benché l’Unione Europea abbia più volte esercitato pressioni ingiustificate per il limite generalizzato, ha un sistema più flessibile di una misura puramente simbolica (peraltro introdotta nel 1939 durante il nazismo) qual è quella di una barriera uniforme a qualsiasi ora del giorno e della notte: un buon numero di autostrade tedesche (circa il 47%), a seconda del tipo di percorso e dell’orario, reca un limite che difficilmente è mai superiore ai 130 km/h. Per le altre vale la velocità consigliata sempre di 130 km/h.</p>
<p>Socialdemocratici e verdi tirano però in ballo la questione ambientale, che, come è noto, fa sempre gola di questi tempi. Ebbene, il calcolo del beneficio ambientale* in conseguenza dell’imposizione di un limite a 130 km/h sulle autostrade- oltre a dover prendere in considerazione un infinito numero di variabili- ci pare del tutto sproporzionato rispetto all’eventualità di non essere considerati preventivamente assassini, se si viaggia a 160-170 km/h e di poter raggiungere una località in tre ore anziché in quattro e mezza. Tanto più che le anime belle, nella loro requisitoria contro i lobbisti delle case automobilistiche, dimenticano di menzionare il fatto, che se in questi anni le auto sono diventate meno inquinanti lo si deve proprio al progresso tecnologico, ovvero al mercato. D’altra parte, i fautori del limite non nascondono affatto di voler arrivare ad introdurre una norma che fissi elettronicamente su ciascun veicolo l’impossibilità di superare i 170 km/h. Per l’auto identica per tutti ci stiamo attrezzando&#8230;</p>
<p>Nel 1994, nel corso della campagna elettorale contro Rudolf Scharping (SPD), il Cancelliere in carica Helmut Kohl (CDU) rispedì secco al mittente l’ipotesi di un <em>Tempolimit</em>, spiegando che l’idea di voler regolamentare tutto- persino l’imprevedibile- apparteneva ad un modo di pensare tutto teutonico. Quindici anni dopo la Germania non ha ancora regolamentato l’inessenziale. Bene così.</p>
<p>&#8212; Il calcolo l’ha fatto un’agenzia del Ministero dell’Ambiente più di dieci anni fa. Il calo delle emissioni inquinanti sarebbe nell’ordine dello 0,3% del totale.  Sul tema un <a href="http://www.myvideo.de/watch/2744939/Tempolimit_auf_deutschen_Autobahnen">bel video politicamente scorretto</a>.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Uh-oh. Mi è semblato di vedele una letlomalcia</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/10/31/uh-oh-mi-e-semblato-di-vedele-una-letlomalcia/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 18:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[sir david king]]></category>
		<category><![CDATA[stephen schneider]]></category>

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		<description><![CDATA[Straordinaria intervista del Times a Sir David King, direttore della Smith School for Enterprise and the Environment a Oxford e già capoconsigliere economico dell&#8217;allora primo ministro britannico, Tony Blair. L&#8217;uomo che pochi anni fa sosteneva che &#8220;il cambiamento climatico è una minaccia peggiore del terrorismo&#8221;, oggi dice:
When people overstate happenings that aren’t necessarily climate change-related, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/science/earth-environment/article6896152.ece">Straordinaria intervista del <em>Times </em>a Sir David King</a>, direttore della Smith School for Enterprise and the Environment a Oxford e già capoconsigliere economico dell&#8217;allora primo ministro britannico, Tony Blair. L&#8217;uomo che pochi anni fa <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/3381425.stm">sosteneva</a> che &#8220;il cambiamento climatico è una minaccia peggiore del terrorismo&#8221;, oggi dice:</p>
<blockquote><p>When people overstate happenings that aren’t necessarily climate change-related, or set up as almost certainties things that are difficult to establish scientifically, it distracts from the science we do understand. The danger is they can be accused of scaremongering. Also, we can all become described as kind of left-wing greens.</p></blockquote>
<p><span id="more-3535"></span></p>
<p><img class="alignleft" title="Titti" src="http://1.bp.blogspot.com/_gjXn9z7sbbc/SRsHOlCxOmI/AAAAAAAAAEM/HInDUjGTfcg/s320/titti.jpg" alt="" width="316" height="320" />Non so se queste parole, pesantissime se si pensa che l&#8217;intera propaganda ambientalista (a cui King non è stato estraneo) si è basata per almeno un decennio sull&#8217;idea che il riscaldamento globale fosse una scorciatoia verso l&#8217;Apocalisse, siano frutto di un ravvedimento sincero, o se vadano piuttosto interpretate come la reazione barometrica al clima intellettuale e politico che <a href="http://www.foxnews.com/story/0,2933,569235,00.html">cambia</a>. Certo è che qualcosa si sta muovendo. Sono principalmente due le componenti del mutamento. La prima è il clima: negli ultimi anni, i cambiamenti climatici non hanno dato particolari segni di esistere. Prevengo l&#8217;obiezione (giusta): il <em>global warming </em>è un fenomeno di lungo termine, quelle che osserviamo anno dopo anno sono variazioni di breve, quindi possono tranquillamente coesistere e non sono necessariamente incompatibili. Vero, naturalmente. Ma non sono stato io a indicare tutte le presunte &#8220;anomalie&#8221;, tutti i disastri naturali da Katrina all&#8217;ondata di calore del 2003, dalle piogge troppo intense al bel tempo troppo prolungato, come diretta conseguenza della CO2 da noialtri sparata nell&#8217;atmosfera. Sono stati proprio gli allarmisti climatici &#8211; o, almeno, alcuni di loro &#8211; ad accreditare la sovrapposizione tra breve e lungo termine. Ora, la marea rifluisce e loro stessi sono colpiti dalla loro disonestà intellettuale.</p>
<p>La seconda ragione del vento che cambia è la crisi. La crisi ha reso evidenti a tutti due fatti, che non era difficile prevedere (anzi, tanti, compresi noi dell&#8217;IBL, queste cose le hanno scritte quando era certamente meno facile di oggi). Anzitutto, c&#8217;è, nel breve termine sicuramente, nel lungo termine probabilmente, un <em>trade off</em> tra la crescita economica e la riduzione <em>politica</em> delle emissioni. I target vincolanti sono incompatibili con lo sviluppo economico. Tant&#8217;è che, dopo anni di accanimento terapeutico sull&#8217;industria europea, la riduzione delle emissioni la si vede in misura massiccia solo ora che la recessione ha tagliato gli ordinativi. Non significa, se hanno ragione gli allarmisti, che non possa essere necessario intervenire sulla CO2 per salvare il mondo: significa solo che, contrariamente a quanto ci hanno raccontato per anni, non è una scelta a costo zero. L&#8217;altro è che è ridicolo pensare di risolvere il problema climatico (nella misura in cui il clima è un problema) con politiche di breve termine. Queste necessariamente interferiscono con, e sono influenzate da, le oscillazioni economiche, climatiche, culturali, ecc. di breve termine, e quindi aprono un grande spazio per i <em>rent seekers</em>, ma rendono poco probabile il raggiungimento di risultati duraturi. Il teatrino patetico con cui il mondo si sta avvicinando a Copenhagen ne è una dimostrazione: il vertice da cui doveva uscire il nuovo ordine mondiale, giorno dopo giorno appare sempre più come l&#8217;ennesima riunione inutile. Tutto questo vociare, questo pretendere che il clima sia il primo e il più grande dei nostri problemi, ambientali e no, ha prodotto una sovraesposizione che oggi non paga più. A farne le spese sono principalmente gli ambientalisti seri e quelli che, dal fronte avverso, riconoscono che è comunque importante non perdere di vista la faccenda.</p>
<p>Comunque, la ragionevolezza delle parole di King stride con quella che è stata la regola, per gli allarmisti, fino a oggi. E che è bene espressa da un altro protagonista della cialtroneria climatica, Stephen Schneider, trait d&#8217;union tra Al Gore e Barack Obama, che ha <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stephen_Schneider">detto</a>:</p>
<blockquote><p>On the one hand, as scientists we are ethically bound to the scientific method, in effect promising to tell the truth, the whole truth, and nothing but — which means that we must include all the doubts, the caveats, the ifs, ands, and buts. On the other hand, we are not just scientists but human beings as well. And like most people we&#8217;d like to see the world a better place, which in this context translates into our working to reduce the risk of potentially disastrous climatic change. To do that we need to get some broadbased support, to capture the public&#8217;s imagination. That, of course, entails getting loads of media coverage. So we have to offer up scary scenarios, make simplified, dramatic statements, and make little mention of any doubts we might have. This &#8216;double ethical bind&#8217; we frequently find ourselves in cannot be solved by any formula. Each of us has to decide what the right balance is between being effective and being honest. I hope that means being both.</p></blockquote>
<p>Fa piacere poter rivendicare che noi forse siamo stati poco efficaci. Ma l&#8217;onestà intellettuale è un valore che non abbiamo mai messo in dubbio, a cui non abbiamo mai rinunciato. Benvenuto nel club, Sir King.</p>
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		<title>Santo packaging, salvaci dalle frattaglie</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 17:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piercamillo Falasca</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[miti]]></category>
		<category><![CDATA[packaging]]></category>
		<category><![CDATA[riciclaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fine settimana incombe, ed ecco un regalino per quanti sfrutteranno il sabato o la domenica per la consueta maxi-spesa familiare al centro commerciale.
Leggendo alcuni estratti di un paper americano dal titolo “Eight great myths of Recycling” (di Daniel K. Benjamin – PDF), si scopre che va sfatato un mito sul tanto vituperato packaging, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il fine settimana incombe, ed ecco un regalino per quanti sfrutteranno il sabato o la domenica per la consueta maxi-spesa familiare al centro commerciale.</em></p>
<p>Leggendo alcuni estratti di un paper americano dal titolo “Eight great myths of Recycling” (di Daniel K. Benjamin – <a href="http://www.perc.org/pdf/ps28.pdf" target="_blank">PDF</a>), si scopre che va sfatato un mito sul tanto vituperato <em>packaging</em>, uno dei capri espiatori preferiti dagli ambientalisti.</p>
<p><span id="more-3524"></span>Lungi dall’essere il demonio trasformato in scatolette e involucri, il <em>packaging</em> può addirittura ridurre la quantità di rifiuti prodotti e le risorse utilizzate. La famiglia media negli Stati Uniti genera meno rifiuti annui – circa un terzo in meno – della famiglia media in Messico. La ragione è che un uso intensivo di <em>packaging</em> riduce la quantità di prodotto sprecato. Un esempio: per ogni 1000 polli venduti sul mercato secondo processi e confezionamenti moderni, negli Stati Uniti vengono usati circa 7,7 kilogrammi di <em>packaging</em>. Ma, proprio grazie all’esistenza queste confezioni, circa 2000 kg di prodotto – nel caso di specie, le parti del pollo che non arrivano nelle case americane, ma arrivano ad esempio in quelle messicane (le frattaglie, gli scarti e così via) – sono riciclati e trasformati in cibo per animali domestici, anziché finire nella spazzatura.</p>
]]></content:encoded>
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