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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Senza categoria</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Fiducia, rating e vergogna – di Angelo Spena</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 08:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena.
La vicenda del Giglio è una tragedia delle vittime, e dell’Italia. Altro che Titanic. E’ vergognoso solo l’accostamento. E’ già impudenza chiamarlo “naufragio”; risparmiamoci l’inopportuna retorica patetica e surreale del “colosso sconfitto dalla roccia antica” o dell’”inchino”. Quella del 1912 fu una tragedia vera, con una sua fatale dignità. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena</em>.</p>
<p>La vicenda del Giglio è una tragedia delle vittime, e dell’Italia. Altro che Titanic. E’ vergognoso solo l’accostamento. E’ già impudenza chiamarlo “naufragio”; risparmiamoci l’inopportuna retorica patetica e surreale del “colosso sconfitto dalla roccia antica” o dell’”inchino”. Quella del 1912 fu una tragedia vera, con una sua fatale dignità. Qui non c’è il Circolo polare, non c’è nebbia, non ci sono ghiacci. Qui, non ci sono parole. C’è solo l’inconcepibile elevazione a potenza della peggiore irresponsabilità umana.<span id="more-11273"></span></p>
<p>L’Italia degli italiani capaci, intelligenti, onesti non merita questo. Lo squallore di una vicenda che disonora l’Italia richiede uno scatto di dignità prima ancora che di orgoglio. Perché non torni, con la complicità dell’immenso rapido potere obliterante del web, tutto come prima.</p>
<p>Leggo commenti in cui si paventa il rischio che la nostra industria cantieristica e delle crociere contragga il suo business, o che il mare venga inquinato. Limitarsi a questo vuol dire non aver capito. Perché non è stato un incidente di percorso, un incerto del mestiere ristretto all’ambito in cui è avvenuto. La nostra società è complessa, interconnessa. Se il male c’è, è di sistema. Parla da solo il caos nei soccorsi, nelle contabilità, nelle comunicazioni. Così come non è credibile l’ipotesi autoassolutoria e semplicistica di un solo responsabile: un hacker. No, che la Compagnia sapesse, o non sapesse – il che forse è peggio &#8211; è comunque inaccettabile. La concorrenza sul mare non si vince attraendo viaggiatori con il miraggio di effetti speciali. La navigazione non è un circo equestre. Abbiamo un Ministero dell’Ambiente che da molti anni si chiama anche “della Tutela del Mare”. Dov’è? Dov’era? Se grandi navi da crociera lambiscono le coste, non lo fanno da ieri. Lo sapevano tutti.</p>
<p>In questi giorni il nostro Primo ministro chiede sostegno all’Europa, invoca approfondimenti a garanzia dei comportamenti delle agenzie di rating. Sostiene che stiamo responsabilmente ponendo mano a una manovra radicale e seria e che non fidarsi di noi può far presupporre malafede.</p>
<p>E’ vero. E’ fondato il sospetto che una parte dell’America con suoi storici alleati sia sempre più determinata a indebolire finanziariamente l’Europa per avere mano libera nel resto del mondo dove più focolai di tensione crescono e, impaziente di sottrarsi all’abbraccio cinese del proprio debito sovrano, stia lasciando scivolare deliberatamente una guerra economica in uno show-down militare che ristabilisca nel Pacifico lo statu quo di due decenni fa. Quasi che si cerchi il casus belli, “U.S. naval officials say their biggest fear is that an overzealous naval captain from the Iranian Revolutionary Guards Corps could do something provocative on his own, setting off a larger crisis”, metteva le mani avanti l’<em>International Herald Tribune</em> nell’edizione del 14-15 gennaio 2012.</p>
<p>Ogni sponda offerta alla speculazione sulla nostra inaffidabilità accelera un processo potenzialmente distruttivo. Non è sotto attacco la Grecia. Non i Pigs. Non è sotto attacco l’Italia. Sono tenute sotto scacco l’Europa e soprattutto la Germania – potenziale sostenitore delle ragioni della Cina, sul cui mercato e partnership ormai conta primariamente – perché non si intromettano.</p>
<p>No, in Italia, dopo questo ennesimo squarcio aperto sul fiume carsico delle nostre inadeguatezze, dove non si tirano mai le somme, non dobbiamo indulgere né dimenticare. Non può più essere tutto come prima. Si apra un dibattito serio e profondo sulle nostre ragioni per essere un Paese affidabile. Il problema non sono S&amp;P, Fitch o Moody’s. Siamo noi. Ed è prospetticamente una questione di vitale importanza. Perché all’orizzonte già si profilano, ora sì, duri ghiacci e fitta nebbia.</p>
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		<title>Tagliare gli stipendi dei parlamentari? Meglio ridurne il numero.</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/06/tagliare-gli-stipendi-dei-parlamentari-meglio-ridurne-il-numero/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 17:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[costo politica]]></category>
		<category><![CDATA[numero parlamentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha sollevato un discreto polverone la pubblicazione della commissione Giovannini in merito agli stipendi dei parlamentari italiani. Per chi si fosse perso la puntata, ricordiamo che la commissione ha cercato di misurare gli stipendi effettivi dei parlamentari italiani e di confrontarli con quelli europei.
Dai dati forniti dalla commissione si trova conferma di come l’indennità lorda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha sollevato un discreto polverone la pubblicazione della commissione Giovannini in merito agli stipendi dei parlamentari italiani. Per chi si fosse perso la puntata, ricordiamo che la commissione ha cercato di misurare gli stipendi effettivi dei parlamentari italiani e di confrontarli con quelli europei.<span id="more-11137"></span></p>
<p>Dai dati forniti dalla commissione si trova conferma di come l’indennità lorda dei parlamentari italiani sia la più alta tra i colleghi europei, ma emergono anche altri aspetti. Se si tiene conto della diversa tassazione, le retribuzioni nette italiane non sarebbero più così eccezionali. In secondo luogo i parlamentari tedeschi, a fronte di una indennità lorda più bassa, costano di più di quelli italiani per altre voci aggiuntive di spesa come quella dei collaboratori e  dei viaggi. Come era prevedibile, diversi deputati e senatori italiani hanno cavalcato l’onda e dichiarato come questa sia la prova che i loro stipendi non siano poi così  sensazionali, che non sia necessario ridurli e che siano ben altre le spese pubbliche su cui bisogna intervenire. La discussione è diventata ancora più confusa per il fatto che la commissione abbia voluto precisare che spesso non è stato possibile svolgere dei paragoni esaustivi &#8211; di “qualità sufficiente”- e abbia premesso di non considerare definitivi i risultati.</p>
<p>La questione che io credo non si debba perdere di vista è che in Italia un’anomalia sul costo del Parlamento esiste. Ed è evidente quando, a prescindere da tutti quei calcoli citati in precedenza, si considera il costo totale del Parlamento. Nel 2009 il Parlamento italiano, coi suoi 947 membri tra deputati e senatori, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_186_Rocca.pdf">è costato</a> 1.581 milioni di euro, secondo il bilancio di consuntivo di Camera e Senato. Nello stesso anno il Parlamento francese, che ha un numero di membri paragonabile (920), è costato 876 milioni di euro, quasi la metà.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_04/stipendi-politici-in-difesa-ma-lo-stenografo-del-senato-e-pagato-come-il-re-di-spagna-rizzo-stella_7232dd04-369c-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml">Sul Corriere</a> Stella e Rizzo hanno ricordato come oltre ai parlamentari sono quasi tutte le persone che lavorano a Palazzo Madama o a Montecitorio a godere di trattamenti economici privilegiati. Gli autisti, i barbieri, i segretari ottengono stipendi sensazionali; peraltro, essendo costoro rappresentati da ben dieci diversi sindacati, la situazione è tutt’altro che facile da cambiare e implicherebbe delle trattative di una certa durata.</p>
<p>In un momento come questo è però fondamentale, per un motivo di equità e per mantenere la coesione sociale, che anche il Parlamento prenda parte ai sacrifici che vengono richiesti agli italiani: i tagli alla spesa pubblica devono riguardare anche Camera e Senato e tutto l’entourage dei parlamentari. Anche ammesso che gli stipendi dei parlamentari non siano così eccezionali, un intervento resta valido e auspicabile: ridurre il numero dei parlamentari. In Germania ne hanno 689, in Spagna 619. Visto che oggi l’Italia sta diventando più povera di questi due Paesi, non c’è giustificazione al lusso di mantenere così tante poltrone.</p>
<p>Come ricordano Boeri e Garibaldi in “Le riforme a costo zero”: “Abbiamo un parlamentare ogni 60.000 abitanti, contro uno ogni 250.000 altrove. Potremmo, in altre parole, permetterci di avere solo 250 parlamentari, che potremmo scegliere con ben maggior cura dei quasi 1000 parlamentari attuali. Vorrebbe dire una riduzione permanente dei costi della politica di oltre cento milioni all’anno, senza contare i risparmi sulla retribuzione del personale di servizio”.</p>
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		<title>Tassa sul junk food: la ciccia pesa sempre di più sulle tasche dei consumatori</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 16:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[alcool]]></category>
		<category><![CDATA[deficit pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ministro della Salute Renato Balduzzi propone una tassa sull’alcool e sul junk food &#8211; il “cibo spazzatura” &#8211; per finanziare l’edilizia ospedaliera.
Questa proposta è incentrata sull’idea che l’obesità, come disse il fisiologo A.J. Carlson, sia un «lusso offensivo» e, in quanto tale, vada punito facendo pagare per ogni chilo in eccesso, ossia aumentando il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ministro della Salute Renato Balduzzi propone una <a href="http://www.linkiesta.it/essere-grassi-e-un-lusso-offensivo-e-ora-lo-stato-vi-punira#ixzz1iU1BRqbM" target="_blank">tassa sull’alcool e sul junk food</a> &#8211; il “cibo spazzatura” &#8211; per finanziare l’edilizia ospedaliera.<span id="more-11128"></span></p>
<p>Questa proposta è incentrata sull’idea che l’obesità, come disse il fisiologo A.J. Carlson, sia un «lusso offensivo» e, in quanto tale, vada punito facendo pagare per ogni chilo in eccesso, ossia aumentando il prezzo di ciascun cheesburger e coca cola consumato. Mentre negli USA un simile balzello non è mai stato accettato, in Europa l’hanno adottata in Danimarca e in Francia, ma anche l’Inghilterra sembra avere la stessa intenzione. Nel primo Paese si paga per i grassi saturi una tassa pari a 13,5 corone danesi (1,7 euro), mentre nel secondo si prevedono entrate pari a 280 milioni di euro l’anno tramite un’imposta sulle bevande zuccherine: inizialmente pari a 3,6 euro a ettolitro, escluse le versioni dietetiche dato che si mirava a combattere l’obesità, è oggi pari a 7,16 euro a ettolitro, incluse le versioni light dato che cambia l’obiettivo, ora mirato a far fronte alla crisi che ha colpito il settore agricolo.</p>
<p>Questa scelta rappresenta un valido strumento per favorire stili di vita più sani e far cassa o è solo un&#8217;altra faccia del ruolo paternalista dello Stato? Se da una parte, infatti, una simile tassa potrebbe essere giustificata dalla necessità di trovare risorse per finanziare la spesa sanitaria regionale, che è la prima voce a contribuire alla formazione del deficit nazionale, dall’altra legittima anche l’intervento pubblico per evitare e prevenire comportamenti alimentari scorretti da parte del cittadino. Per impedirgli di rovinarsi la salute, soprattutto nel caso in cui non sia pienamente consapevole e informato sui rischi collegati al consumo di alcuni alimenti e bibite, si interferisce però con la libertà individuale, decidendo al posto suo. Se è pur vero che ammalandosi generano per le cure dei costi – per altro difficili da identificare e quantificare &#8211; che ricadono sulla collettività, non si può però ignorare come anche gli obesi paghino le tasse sui propri vizi e per le proprie cure e, quindi, finanziano già la loro scelta di assumere uno stile di vita poco sano. Questo è il classico esempio di “catch 22”: in un mondo in cui la sanità è privata, ciascuno potrebbe pagare per sé. In un sistema dove tutti pagano per tutti e dove nessuno può sottrarsi al pagamento, l’adozione di stili di vita “rischiosi” (oltre al fatto di nascere con un corredo genetico predisposto alle malattie) diventa un comportamento antisociale. Ma se si adotta questa logica, bisogna seguirla fino in fondo: se vale per il fumo e la ciccia, deve valere anche, ad esempio, per le persone sedentarie. In tal caso, non si arriva troppo in là? E chi ha il diritto di tracciare la linea, se ogni forma di diritto o di privacy viene automaticamente sacrificata al presunto “bene comune”?</p>
<p>Se si vuole considerare tale tassa soprattutto una risorsa per finanziare la spesa sanitaria, allora si rivela uno strumento ancora più debole: si sceglie infatti di intervenire attraverso l’aumento delle entrate, anziché razionalizzando l’offerta, rischiando così di incentivare la costruzione di nuovi ospedali e l’ampliamento di quelli già esistenti indipendentemente dall’effettiva necessità e dall’incremento della domanda. Oltre a non stimolare una più accurata gestione finanziaria, potrebbe anche essere inadeguata ad assicurare il gettito necessario a finanziare le spese, come mostra la situazione dei “<a href="http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&amp;user_100ind_pi1%5Bid_pagina%5D=106&amp;cHash=b4644f7517d30b81dccd95c3073a7100" target="_blank">comportamenti scorretti</a>” in Italia rispetto agli altri paesi europei: i consumatori di alcol a rischio ammontano al 16,1%, mentre i fumatori rappresentano il 23%, percentuale non bassa come in Svezia (14,5%) e Danimarca (16,0%), ma anche lontana da Grecia (39,7%), Ungheria (30,4%) e Irlanda (29,0%). Le persone obese, sebbene in aumento negli ultimi dieci anni, sono il 9,9% della popolazione adulta: proprio questo è tra i valori più bassi in Europa, seguito da Svezia (10,2%) e Francia (11,2%). È quindi discutibile che una tassa sull’obesità possa generare un aumento del gettito sperato, dal momento che l’Italia non è tra i paesi più a rischio in termini di scorrette abitudini alimentari. Una simile perplessità è poi rafforzata dai dubbi sulla misura dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo, dal momento che la diffusione di questo tipo di cibo è legata anche al sapore e al servizio offerto, non solo al costo. Senza contare che l’obesità è un problema che aumenta soprattutto con l’età, mentre sono più che altro i giovani a consumare questo tipo di cibo. Oltre a questi ultimi, poi, sono le classi che rientrano nelle fasce di reddito più povere della popolazione a farne uso: la tassa sul junk food, quindi, avrebbe anche un effetto regressivo ingiustificato. In ogni caso, gli italiani già pagano le tasse allo scopo – gli viene detto – di finanziare, oltre al resto, la spesa sanitaria.</p>
<p>Se invece il vero obiettivo è la lotta all’obesità, non si può non considerare come questa non sia determinata solo dal cibo spazzatura, ma anche da altri alimenti, di per sé più salutari, quando consumati in quantità eccessive, quindi la tassa dovrebbe colpire soprattutto i grassi saturi. Ma, anche optando per questa soluzione, resterebbe il problema di definire quale sia il livello di prezzo che effettivamente scoraggia il consumo di tali cibi senza pesare troppo sulla popolazione con redditi inferiori. Comunque, la domanda di fondo resta: abbiamo il diritto di ingrassare, oppure dobbiamo mantenere la linea di Stato? E, in quest’ultimo caso, che margine di autonomia ci lascia un paese che si proclama libero?</p>
<p>Se, quindi, non restano dubbi sull’invasività di questo balzello nelle scelte degli stili di vita di ognuno, molti ne rimangono sulla sua efficacia: non è facendo diventare l’obesità un lusso che si razionalizzerà la spesa sanitaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Addio a Miriam Miglio</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 09:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[miriam miglio]]></category>

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		<description><![CDATA[Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Non so quanto sia vero e quanto sia luogo comune. Di certo, però, era vero nel caso di Miriam, la donna che per tanto tempo (quanto? non lo so) è stata accanto a Gianfranco Miglio, e che ieri ci ha abbandonati.
Ho conosciuto la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Non so quanto sia vero e quanto sia luogo comune. Di certo, però, era vero nel caso di Miriam, la donna che per tanto tempo (quanto? non lo so) è stata accanto a Gianfranco Miglio, e che ieri ci ha abbandonati.</p>
<p><span id="more-11117"></span>Ho conosciuto la signora Miglio dopo la scomparsa del professore, nel 2001, anche se mi era capitato varie volte di sentirla per telefono. Per certi versi, per quanto Miglio fosse un uomo impressionante &#8211; per la sua intelligenza, vivacità, cultura, profondità &#8211; Miriam lo era ancora di più. Donna minuta e discreta, come spesso accade era in realtà quella che &#8220;teneva in piedi la baracca&#8221;: tanto Miglio era eclettico, tanto Miriam era ordinata e rigorosa; tanto lui era uomo pubblico e amato e odiato dalla gente, tanto lei era la &#8220;padrona di casa&#8221;, che si era data come missione quella di proteggere il marito, stando nascosta. Proprio così: proteggerlo. Proteggerlo dagli scocciatori, dalle scocciature, dagli errori, dalle intemperanze. Nel suo essere interamente dedicata a lui, era il suo vero punto di riferimento, lo scoglio dal quale il professore poteva guardare il mondo perché sapeva e sentiva di poggiare il piede su una pietra sicura, solida e tenera al tempo stesso. Credo che se la parola &#8220;amore&#8221; può avere un senso, bé, ce l&#8217;ha avuto nel rapporto tra Miriam e Gianfranco.</p>
<p>Miriam era anche una donna di straordinaria umanità, capace di capire il prossimo e di metterlo a suo agio (se lo trovava simpatico e le ispirava fiducia) o di farlo sloggiare senza troppi complimenti (in tutti gli altri casi, inclusi quelli che riguardano politicastri famosi e uomini potenti trattati col disprezzo che meritavano e di cui pochi avevano il coraggio). Miriam non risparmiava a nessuno che se le attirasse, di solito con ragione, le sue battute feroci; e non risparmiava a nessuno che se lo guadagnasse il suo affetto. Affetto vero, sincero e profondo, che rendeva ogni conversazione interessante e intima. Miriam (Mimì, come si faceva chiamare) era una di quelle rarissime persone che sanno essere, al tempo stesso, molto chiuse e molto aperte, molto riservate e molto empatiche &#8211; quelle persone che, dunque, suscitano empatia nel prossimo, quelle persone che si muovono nella loro casa (nella sua cucina, nel suo regno) con la leggerezza magica delle fate.</p>
<p>Questo post vuole essere, oltre che un piccolo segno di vicinanza a Leo Miglio, che ieri ha perso la mamma, un modo di ringraziare la signora Miglio per tutto quello che mi ha dato. Ora che potrà tornare tra le braccia del suo amato profesùr, e tenergli compagnia nel paradiso delle belle e brave persone, spero che ogni tanto guarderà quaggiù e manderà un sorriso &#8211; uno di quei sorrisi speciali e aperti e contagiosi con cui esprimeva se stessa &#8211; a tutti quelli che le hanno voluto bene e a cui, senza che ne avessero sempre merito, lei ha voluto bene.</p>
<p>Addio, Miriam.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>“Io sto con i kulaki” ovvero piccole riflessioni sulla giustizia tributaria</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 21:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Fait</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Per eliminare gli evasori come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di evasori, [...] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo&#8220;. Sostituite “evasori” con la parola “kulaki” ed avrete ottenuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Per eliminare gli evasori come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di evasori, [...] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo</em>&#8220;. Sostituite “evasori” con la parola “kulaki” ed avrete ottenuto una citazione di Josif Stalin tratta da “Questioni di leninismo”.</p>
<p><span id="more-11091"></span></p>
<p>In tempi di austerity, ma probabilmente sarebbe più corretto dire in tempi di declino economico, la lotta all’evasione a prescindere da qualsiasi criterio di razionalità giuridica ed economica è divenuto il mantra di cui tutti si riempiono la bocca salvo poi preferire regolarmente in privata sede il conto senza fattura. Nei pubblici dibattiti l’italica fantasia si sviluppa nel proporre la tassa più bella o il lacciuolo più intelligente. Personalmente vorrei un fisco più leggero, equo ed efficiente come accade nella maggior parte dei paesi sviluppati, ma se proprio rivoluzione o “guerra civile” deve essere ecco, in questo momento ho pochi dubbi: io sto con i kulaki. Certo, turandomi il naso e ricordando che una buona ripartizione degli oneri pubblici sono alla base della convivenza civile. Ma sempre e comunque, messo alle strette, tra percettori e produttori sarò più comprensivo verso le ragioni di questi ultimi. Perché non credo che la “radice di tutti i mali” del nostro sistema risieda nel precario che arrotonda con le ripetizioni, nella sartina che cuce in garage, nella babysitter, nel pensionato che ripara rubinetti a venti euro o negli straordinari pagati fuori busta per non far perdere gli assegni di famiglia all’operaio. E state pure certi che in uno stato forte con i deboli e debole con i forti, saranno costoro ad aver da temere. Non certo i proprietari di Ferrari che nel giro di qualche anno vedremo girare con la targa del Principato di Monaco o della Repubblica di San Marino. Ciò premesso, articolo la mia posizione.</p>
<p>L’applicazione della normativa tributaria deve essere un’attività di tipo rutinario, come l’applicazione della legge e l’amministrazione della giustizia. E come queste deve avvenire nel rispetto di norme consone allo stato di diritto, non sulla scorta di provvedimenti emergenziali che finiscono per colpire in larga parte i soliti noti. Vi sono tre elementi principali che concorrono a determinare l’entità dell’evasione:</p>
<ul>
<li>Il carico fiscale</li>
<li>La possibilità di venire scoperti e le relative sanzioni</li>
<li>La qualità percepita dei servizi pubblici erogati con le imposte raccolte</li>
</ul>
<p>Una bassa pressione fiscale riduce l’incentivo ad evadere, un sistema tributario semplice risulta di più facile applicazione, facilita il calcolo delle imposte, lascia meno margine alla discrezionalità e all’interpretazione, rende le sanzione più certe. Al tempo stesso il modo in cui i tributi vengono spesi e la qualità dei servizi offerti sono ciò che distinguono il finanziamento collettivo di beni, servizi e reti di protezione sociale da un testatico medievale.</p>
<p>Occorre inoltre precisare alcuni concetti importanti:</p>
<ul>
<li>Il recupero deve andare di pari passo con la riduzione del carico su chi è già oberato, altrimenti equivale ad un incremento secco della pressione tributaria dagli effetti palesemente recessivi.</li>
<li>Il recupero deve minimizzare le conseguenze comportamentali: ovvero una normativa il cui rispetto rende poco economico lo svolgimento di un’attività lavorativa è sbagliata. E’ sbagliata per il produttore, per il consumatore e per l’erario stesso. Questo riguarda particolarmente tutta una serie di attività come quelle sopra elencate (ripetizioni, lavoretto del pensionato, straordinario fuori busta, sartoria, pulizia delle scale, etc.) che potremmo definire “a bassa complessità”. Attività cioè particolarmente semplici, dove la quasi totalità del valore aggiunto è costituita dalla prestazione lavorativa e che spesso, specie in periodi recessivi, sono dei veri e propri ammortizzatori sociali. In un mondo ideale non dovrebbe essere così, ma nell’attesa di diventare la Danimarca, eviterei nella recessione prossima ventura di andare a spaccare gli stinchi a chi, privo di lavoro, si arrangerà in qualche modo per non trovarsi con le chiappe al freddo.  A tal proposito sarebbe l’ora di prendere in considerazione dei modelli di fiscalità di tipo forfettario in relazione al volume d’affari con una soglia minima di esenzione la cui caratteristica sia l’estrema semplicità in modo da essere intelligibili anche per persone con un basso grado di istruzione.</li>
<li>La focalizzazione sul contante non deve risultare in una fobia. L’utilizzo della moneta elettronica è un fatto di praticità ma nessun sistema fiscale ha migliorato le proprie performance in modo decisivo con misure limitative dell’uso del contante. Soglie troppo basse, come quelle approvate, abbinate ad adempimenti draconiani con tanto di responsabilità penale a carico degli operatori producono esternalità negative quali un numero abnorme di transazioni segnalate con un incremento esponenziale dei falsi positivi (e dei relativi costi di controllo e contenzioso) ed un vistoso aumento dell’effetto network. Ovvero della convenienza da parte degli operatori economici a intrattenere rapporti con altri soggetti che si comportano in modo analogo: in pratica chi già fa un po’ di nero è più incentivato a farne un più intrattenendo più rapporti con clienti e fornitori che fanno altrettanto.</li>
<li>In una prospettiva di medio e lungo termine il contrasto dell’evasione fiscale deve avvenire in un sistema tendenzialmente il più inclusivo possibile, scoraggiando gli operatori ad agire al di fuori di esso e incentivandoli ad utilizzare canali tracciabili: da questo punto di vista una giustizia civile inefficiente costituisce un grosso handicap. Le transazioni tracciate sono utilizzabili al fine di dirimere i contenziosi, tutelare la proprietà e favorire il rispetto dei contratti. Tribunali con tempi biblici eliminano quest’incentivo importante aumentando la sensazione di pagare per un sistema che non offre servizi al momento del bisogno. L’arbitrarietà e la frequenza con cui vengono cambiate le norme per la comunicazione al fisco delle operazioni bancarie, le modalità di calcolo delle imposte sugli investimenti, etc. rischiano di trasmettere un messaggio pericoloso: quello che in Italia la banca è il posto in cui il governo ti prendi i soldi quando non ha niente di meglio da inventarsi.</li>
<li>Con buona pace dei moralisti l’evasione non è assimilabile ad un furto nel senso letterale del termine. E’ un comportamento da free rider in cui il danno si manifesta non nel momento in cui il fatto economico viene compiuto, ma quando l’evasore beneficia di servizi al cui pagamento non ha contribuito (strade, ospedali, etc.). Facciamo esempi banali. Per imbiancare casa è possibile: i) chiamare un imbianchino oppure ii) fare da soli. Nel primo caso l’imbianchino rinuncia a del tempo libero mentre il proprietario rinuncia ad una cifra x che rappresenta il reddito monetario dell’imbianchino (il tempo libero è il ricavo del proprietario). Nel secondo caso è il proprietario che rinunciando al tempo libero e risparmiando un esborso produce un reddito reale a proprio favore. Anche se il lavoro ed il risultato finale è lo stesso il primo caso rientra nel conteggio del pil e genera una base imponibile, mentre il secondo no. Ma in ogni caso l’attività economica reale è sempre la stessa. Affermare che la mancata fattura da parte dell’imbianchino è un furto per la collettività significa che è un furto non pagare le tasse sui lavori in economia. Caso simile è quello di un pensionato che sposa la badante: questa continuerà a svolgere le stesse mansioni di prima, ma in qualità di moglie ovviamente non è non riceverà uno stipendio “regolare” (gravato da imposte e contributi). Il pil diminuisce, le tasse calano ma l’attività economica ed il benessere dei soggetti coinvolti rimane identico. Ma in ogni caso (anche in quello dell’imbianchino che omette la fattura) il reddito monetario verrà comunque successivamente speso o investito ed una parte del gettito verrà recuperata in forza di una maggior velocità di circolazione monetaria e dell’attività economica.</li>
<li>Le norme fiscali sono la risultante delle decisioni politiche su come ripartire gli oneri collettivi delle spese pubbliche deliberate. La qualità della spesa è molto importante nel valutare le aspettative e le pretese di pagamento. La redistribuzione, più volgarmente detta equità, non dipende unicamente dal lato delle entrate ma anche da quello delle uscite. Circa il 10% dei beneficiari delle pensioni erogate in Italia riceve circa il 30% della spesa pensionistica. Un sistema progressivo che finanzia le rendite e le auto blu degli alti papaveri della burocrazia può tranquillamente finire per essere più iniquo di uno “flat” che concentra i propri interventi di spesa nei decili di reddito inferiori e nelle situazioni di disagio sociale.</li>
<li>Un altro problema è quello dei privilegi acquisiti. Prendiamo il caso di un baby pensionato: questo ha formalmente pagato tutte le imposte (e rispettato quindi alla lettera la legislazione all’epoca vigente). Queste imposte e contributi però gli hanno conferito un “entitlement” particolarmente onereoso, ovvero il diritto a ricevere prestazioni future del tutto sproporzionate a quanto pagato e che dovranno essere sostenute dai lavoratori futuri. Da questo punto di vista il costo sociale per la collettività surclassa di gran lunga quello di un piccolo evasore che in ragion di ciò si ritrova al più una pensione di 500 euro a 65 anni. In materia previdenziale alcuni diritti acquisiti (in particolare baby pensioni, pensioni precoci e pensioni d’oro) finiscono per produrre situazioni di antieconomicità ed iniquità perfettamente legali, ma socialmente più dannose e regressive di molte forme di evasione marginale.</li>
</ul>
<p>Quello che preoccupa è l’involuzione culturale per cui la proprietà privata diventa quasi un furto salvo giustificazione con apposta marca da bollo e sogni piccolo borghesi come una casa di proprietà, un bilocale al mare, la possibilità di aiutare i figli a farsi quattro mura o avviare un’attività meritino una sorta di stigma sociale.</p>
<p>&#8220;<em>Vi è una situazione per cui il contadino ha paura di farsi un tetto di lamiera perché teme di essere dichiarato kulak, se acquista una macchina cerca di fare in modo che i comunisti non se ne accorgano. Le tecnica avanzata è divenuta clandestina [...] oggi questi metodi ostacolano lo sviluppo economico. Oggi dobbiamo eliminare una serie di restrizioni per il contadino agiato da un lato e per i braccianti che vendono la propria forza lavoro dall&#8217;altro. La lotta contro i kulaki deve essere condotta con altri metodi, per altra via [...] A tutti i contadini complessivamente, a tutti gli strati di contadini bisogna dire: arricchitevi, accumulate, sviluppate le vostre aziende. Soltanto degli idioti possono dire che da noi deve sempre esserci povertà.</em> &#8221;</p>
<p>(Nicolaj Bucharin, rivoluzionario e dirigente del PCUS purgato da Stalin nel 1938)</p>
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		<title>E ora il fisco ci vuole mettere a dieta</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 18:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annalisa Chirico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo Stato non si mette a dieta, ma vuole metterci a dieta. Quale premura, quale solerzia. Dalla rivolta degli studenti di Los Angeles contro i menù a base di verdure e zuppe fino alla moda dilagante di una “fat tax” contro i chili di troppo.
L’ultima frontiera nell’isteria salutista collettiva si chiama così, tassa antigrasso. La Danimarca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo Stato non si mette a dieta, ma vuole metterci a dieta. Quale premura, quale solerzia. Dalla rivolta degli studenti di Los Angeles contro i menù a base di verdure e zuppe fino alla moda dilagante di una “<em>fat tax</em>” contro i chili di troppo.</p>
<p>L’ultima frontiera nell’isteria salutista collettiva si chiama così, tassa antigrasso. La Danimarca ha sdoganato per prima la grasso-esazione: dal primo ottobre burro, olio e biscotti hanno subito un sensibile aumento di prezzo. Per duecentocinquanta grammi di burro i danesi spendono il 14,1% in più, mentre il prezzo di un litro di olio d’oliva è salito di quasi sei euro. In questo modo entreranno nelle casse dello Stato danese circa duecento milioni di euro all’anno.<br />
La grasso-fobia insita nella ricetta danese ha inaugurato la crociata europea contro i cibi spazzatura. In Francia dal 2012 arriva la <em>taxe obésité </em>contro le bibite zuccherate, Coca-cola inclusa. Ungheria, Norvegia e Finlandia hanno già affilato l’arma fiscale contro i consumatori di patatine e cioccolata; Svezia e Regno Unito si candidano a fare altrettanto.</p>
<p><span id="more-11064"></span></p>
<p>In Italia la Coldiretti – non a caso la Coldiretti – si è subito schierata con il partito del <em>fat taxing</em>. Gli argomenti sono sempre gli stessi: i grassi fanno male e chi li consuma grava sul sistema sanitario nazionale. A ben vedere, le falle sono più d’una. Innanzitutto, la “teoria lipidica” non è mai stata dimostrata. In <em>Mangia grasso e vivi bene</em> il dottor Perugini Billi spiega uno degli effetti imprevisti della crociata globale contro i lipidi: è aumentato il consumo di carboidrati e, paradossalmente, siamo diventati tutti più grassi.<br />
Ugualmente gli alfieri della tassa antigrasso trascurano un altro fatto, e cioè che una tassa, che colpisce beni come burro, carne e patatine in Paesi che ne fanno largo consumo, difficilmente sarà rispettata senza batter ciglio. Infatti eccoti lì il mercato nero delle patatine, il contrabbando dei panetti di burro, la speculazione sulle tavolette di cioccolata. Eccoti lì i consumatori danesi che il giorno prima dell’entrata a regime della tassa vengono immortalati nei supermercati mentre si affannano compulsivamente a riempire i carrelli con i beni bersagliati dal fisco salutista. Ma che scene sono queste? Scene totalitarie.<br />
Ancor prima delle implicazioni pratiche della tassa antigrasso, ci sono ragioni morali per le quali ribellarsi a quest’ennesimo balzello è un imperativo. La tassa per insegnarci come mangiare, che cosa mangiare, è un’intollerabile invasione nella nostra sfera privata, un’ingiustificabile intrusione in un campo di scelte personalissime. Lo Stato deve occuparsi di noi quel tanto che serve a garantire la convivenza pacifica. La libertà di ciascuno dovrebbe essere limitata nella misura strettamente necessaria a tutelare la libertà degli altri.<br />
Tassare un comportamento per così dire “vizioso”, ma non certo aggressivo, è una premura paternalistica di cui facciamo volentieri a meno. Un peccato di gola non è un reato, almeno per ora. Gli stili di vita cosiddetti “sani” si possono suggerire, pure incoraggiare, a patto che si usi l’informazione e non l’imposizione tributaria. La responsabilità individuale può crescere soltanto nella libertà, perfino nella libertà di sbagliare. Siamo quello che mangiamo, e noi vogliamo scegliere quello che siamo. Niente menù di Stato. “Se si abolisce la libertà dell’uomo di determinare il proprio consumo di beni, si tolgono tutte le libertà”, diceva Ludwig von Mises. Tenetelo a mente, consumatori di tutte le taglie, lo Stato terapeutico è dietro l’angolo.</p>
<p>www.annalisachirico.com</p>
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		<title>Germania egoista? Non esattamente &#8211; di Alexander Joachim</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 06:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Bundesbank]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Eurosistema]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere.
In questo post parlo del sistema TARGET2 e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere</em>.</p>
<p>In questo post parlo del sistema <strong>TARGET2</strong> e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn). TARGET2 è un sistema di pagamento che garantisce l’esecuzione di tutte le transazioni infra-Euroarea attraverso le banche centrali nazionali. Tale sistema richiede un’elevata liquidità da parte delle banche commerciali perché i debiti/crediti fra banche centrali nazionali non vengono saldati periodicamente. In condizioni normali la BCE determina la politica monetaria, delegando alle banche centrali nazionali l’esecuzione delle operazioni di rifinanziamento. Operativamente funziona così: le banche centrali raccolgono la domanda delle banche commerciali e la banca centrale determina il tasso d’interesse stabilendo l’ammontare offerto di credito. In genere l’offerta di moneta è proporzionale alle dimensioni dell’economia. Dopo il crack <em>Lehman Brothers</em> &#8211; e il conseguente congelamento dei finanziamenti interbancari, la liquidità necessaria è stata assicurata dalla banca centrale attraverso operazioni di rifinanziamento illimitate (<em>full allotment</em>). Poiché in queste situazioni (<em>sudden stop</em>) il flusso commerciale e quello di capitali non possono arrestarsi senza gravi conseguenze sull’economia di un Paese, i saldi netti verso l’Eurosistema delle banche centrali dei Paesi creditori si accumulano.<span id="more-11029"></span></p>
<p>La controparte economica dei pagamenti TARGET è costituita da flussi commerciali e movimenti di capitale. La crisi finanziaria prima e quella fiscale poi hanno parzialmente frenato i movimenti di capitale che, principalmente dalla Germania, finanziavano i deficit commerciali dei PIIGS. Ai flussi di capitale (di privati e banche) si è quindi sostituita la <em>Bundesbank</em> i cui crediti verso l’Eurosistema sfiorano ad oggi i 500 miliardi di Euro.</p>
<p>Da un punto di vista economico le conseguenze di questo meccanismo sono tre:</p>
<p><strong>1)</strong> TARGET2 permette attraverso le operazioni di rifinanziamento di agire sulla leva monetaria; ma in assenza di un istituto di supervisione a livello UE (la BCE non ha questa funzione) e di eterogenee garanzie pubbliche la garanzia di liquidità illimitata implica un salvataggio automatico degli Stati con un disavanzo della bilancia dei pagamenti. E’ evidente la difficoltà nel distinguere una crisi di liquidità temporanea (intervento giustificato) da una crisi di insolvenza (<em>hidden bailout</em>).</p>
<p><strong>2)</strong> Un massiccio trasferimento del rischio di credito dalle banche commerciali nazionali alle banche centrali.</p>
<p><strong>3)</strong> I crediti TARGET perpetrano il disavanzo della bilancia dei pagamenti, perché il flusso di <em>central bank money</em> finanzia sia la fuga di capitali (Italia), sia le importazioni di beni e servizi dei Paesi in deficit (Grecia, Portogallo, Spagna).</p>
<p>I termini del dibattito vertono essenzialmente sui seguenti dubbi: se le transazioni vengono eseguite con <em>central bank money</em> (moneta creata attraverso le operazioni di rifinanziamento con collaterali di qualità sempre minore) l’accumularsi di crediti presso la banca centrale dello Stato in surplus (<em>Bundesbank</em>) sono da considerarsi un aiuto (<em>hidden bailout</em>)? Cosa succede se una delle parti fallisce (ad es. l’impresa greca che acquista un macchinario tedesco, il cui pagamento avviene attraverso l’Eurosistema)? Rispondere a quest’ultima domanda è sufficiente per chiarire il problema. Poiché i crediti TARGET sono verso l’Eurosistema, il fallimento della controparte implica il mancato pagamento da parte della banca commerciale; il debito viene coperto dalla garanzia prestata; se questa è insufficiente, si registra una perdita nel Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) che viene coperta prima dagli utili accantonati e poi dagli azionisti (le singole banche centrali) pro-quota, (il 19% nel caso della <em>Bundesbank</em>, il 12,5% per la Banca di Italia). Tutto bene quindi? No, perché il rapido deteriorarsi delle condizioni economiche nei PIIGS aumenta le probabilità di fallimento di imprese, banche e Stati. Come si può allora immaginare che questi stessi Stati rispondano delle perdite che hanno generato? E’ questa la paura tedesca. E mi pare del tutto giustificata.</p>
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		<title>La manovra Monti fa paura ai mercati</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 17:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Manovra Monti]]></category>
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		<description><![CDATA[Non ci voleva certo un &#8220;governo di professori&#8221; per fare questa manovra finanziaria. Questo e&#8217; il commento più comune che si possa sentire nell&#8217;ultimo periodo in giro per l&#8217;Italia.
Certo un commento molto semplicistico, ma che evidentemente e&#8217; condiviso anche dai mercati, guardando un po&#8217; l&#8217;andamento dello spread italiano.

Negli ultimi giorni sembra che molti mezzi d&#8217;informazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Non ci voleva certo un &#8220;governo di professori&#8221; per fare questa manovra finanziaria. Questo e&#8217; il commento più comune che si possa sentire nell&#8217;ultimo periodo in giro per l&#8217;Italia.<br />
Certo un commento molto semplicistico, ma che evidentemente e&#8217; condiviso anche dai mercati, guardando un po&#8217; l&#8217;andamento dello spread italiano.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-11022"></span><br />
Negli ultimi giorni sembra che molti mezzi d&#8217;informazione, in luna di miele con il nuovo Governo Monti, non guardino più l&#8217;andamento dello spread. Siamo di nuovo a circa 500 punti sopra il livello dei bund tedeschi a dieci anni, un livello pari al periodo di forte incertezza durante la caduta del Governo Berlusconi.<br />
E tutto questo mentre in Europa la tensione sui tassi d&#8217;interesse si e&#8217; leggermente allentata. Non e&#8217; un caso che lo spread sui bonos spagnoli sia intorno a 380 punti, circa 1,5 per cento in meno di quanto sia quello italiano. Siamo ai massimi di differenza tra Italia e Spagna e questo non perché il nuovo Governo di Mariano Rajoy abbia preso chissà quale misura, quanto per le decisioni del nuovo Governo Italiano.<br />
Infatti il leader del partito popolare spagnolo non e&#8217; ancora in funzione, dato che il periodo di cambio di governo in Spagna non e&#8217; brevissimo. Dunque tutta l&#8217;enorme differenza tra Italia e Spagna e&#8217; dovuta al nostro paese e alla manovra lacrime e sangue.<br />
La domanda che si potrebbe fare al nuovo governo e&#8217; molto semplice e indirettamente e&#8217; quella che si e&#8217; posto <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/14/fisco-lo-stato-di-monti-non-mi-piace-lignoranza-e-schiavitu/">Oscar Giannino </a>ieri su queste colonne: dove sono finite le liberalizzazioni e la dismissione del patrimonio pubblico? Perché aumentare ancora una volta la tassazione portando l&#8217;imposizione reale al 54 per cento?<br />
I mercati non sono scemi e le previsioni sull&#8217;economia italiana fanno il resto. Dalle previsioni di pochi mesi fa che vedevano il prodotto interno lordo crescere dello 0,5 per cento nel 2012 si e&#8217; arrivati a quelle catastrofiche dell&#8217;ufficio studi di Confindustria che prevedono per il prossimo anno una caduta del PIL dell&#8217;1,6 per cento.<br />
E se tutto va male, non finirà qui. Questo perché la manovra e&#8217; completamente recessiva e se aumenterà anche l&#8217;IVA di 2 punti percentuali, l&#8217;economia italiana potrà contrarsi di ben oltre il 2 per cento.<br />
L&#8217;Italia non e&#8217; la Grecia, ma ne sta seguendo tutti gli errori del Governo Papandreou. L&#8217;incapacità di toccare gli interessi precostituiti ha portato ad una manovra tutta tasse, con pochissime liberalizzazioni e praticamente zero dismissioni. Il PIL della Grecia probabilmente cadrà del 6 per cento nel 2011 e tutte le nuove tasse non sono servite a risolvere i problemi di deficit del paese ellenico.<br />
Una situazione tragica quella italiana, che il Governo Monti deve comprendere in fretta per evitare che si arrivi ad un default italiano.</p>
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		<title>Manovra Monti: Una scure sulle Province? &#8211; di Serena Sileoni e Silvio Boccalatte</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/12/06/manovra-monti-una-scure-sulle-province-di-serena-sileoni-e-silvio-boccalatte/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 08:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[abolizione delle province]]></category>
		<category><![CDATA[manovramonti]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Province verranno trasformate in una sorta di enti di secondo livello e il presidente del Consiglio ha peraltro dichiarato in conferenza stampa che il Governo darà il suo sostegno ad ogni progetto di legge costituzionale finalizzato alla loro soppressione. La notizia va accolta con un certo favore, ma cerchiamo innanzitutto di capire bene la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Le Province verranno trasformate in una sorta di enti di secondo livello e il presidente del Consiglio ha peraltro dichiarato in conferenza stampa che il Governo darà il suo sostegno ad ogni progetto di legge costituzionale finalizzato alla loro soppressione. La notizia va accolta con un certo favore, ma cerchiamo innanzitutto di capire bene la portata dell’intervento governativo.<br />
Attualmente il consiglio provinciale è eletto direttamente dal popolo, così come il Presidente della Provincia che poi nomina i membri della Giunta, cioè gli assessori; il decreto-legge Monti prevede, innanzitutto, che gli organi provinciali siano solo il Consiglio e il presidente: ne consegue automaticamente, quindi, la soppressione della Giunta. Purtroppo l’efficacia della norma non è immediata, ma decorre dallo stesso momento delle altre modifiche istituzionali: su questo punto torneremo tra pochissimo.<br />
<span id="more-10805"></span>Resta, invece, il Consiglio provinciale, ma con due modifiche essenziali:</p>
<ol>
<li>il numero dei consiglieri provinciali è fissato in non più di dieci;</li>
<li>i membri del Consiglio saranno eletti “dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia”: le modalità di elezione saranno poi stabilite dalle singole Regioni entro il 30 aprile 2012, e, in caso di mancata adozione del relativo provvedimento regionale, interverrà lo Stato</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Questo assetto avvicina le Province ad una sorta di ente locale di secondo livello: può definirsi ente “di secondo livello” l’ente i cui membri non sono diretta espressione del corpo elettorale, ma sono a loro volta eletti o nominati da altri soggetti che traggono invece legittimazione popolare diretta. Il modello delineato dal decreto Monti non specifica:</p>
<ol>
<li>se il provvedimento regionale di attuazione debba essere una legge o meno;</li>
<li>se i membri dei futuri consigli provinciali debbano essere a loro volta titolari di cariche elettive o amministrative nei Comuni del circondario;</li>
<li>le norme sulla elezione.</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Con questa impostazione si può sostanzialmente concordare, perché permette una prima regionalizzazione delle province, precisando, però, che sarebbe stato sommamente opportuno capire se tra gli “organi elettivi dei Comuni” possano essere comprese anche le Giunte o meno: si propende per la soluzione negativa, perché, a stretto rigore, le Giunte comunali non sono organi elettivi.<br />
Il Presidente della Provincia, a sua volta, non viene più eletto direttamente dal popolo, ma solo dal ristrettissimo Consiglio provinciale.<br />
Bene: le Province vengono ridimensionate e non potranno più difendersi con l’esilarante e ipocrita affermazione secondo la quale sarebbero “un patrimonio di democrazia”. Ma restano per far che cosa? E’ evidente che il Governo si sia dovuto fermare un attimo prima della loro secca abolizione, mossa che, purtroppo, richiede una legge costituzionale, e, di conseguenza, abbia dovuto disperatamente cercare di lasciar loro una qualche competenza.<br />
In questo senso restano alle Province “esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”. In altri termini: visto che l’Unione delle Province Italiane continua a ripetere che le Province sono essenziali organi di raccordo tra le Regioni e i Comuni, viene lasciata loro sostanzialmente solo quella competenza. Tutte le altre funzioni, invece, sono trasferite dalle Regioni ai Comuni (salva la loro riallocazione alle Regioni stesse in forza dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza). Le risorse umane, finanziarie e strumentali seguiranno le relative funzioni.<br />
E allora le Province cosa restano a fare?<br />
Ecco, su questo il decreto avrebbe proprio dovuto essere un poco più preciso: è ben nota, infatti, la vaghezza con cui la dottrina individua la nozione di “indirizzo politico” mentre cosa sia una funzione di “coordinamento” è un elemento su cui dottrina e giurisprudenza si accapiglieranno non poco. Tanto per capirci: noi stessi sottoscritti autori del post non concordiamo tra di noi sulla riconducibilità o meno della gestione delle strade e dell’edilizia scolastica superiore all’indirizzo politico e/o alla funzione di coordinamento!<br />
Resta comunque una valutazione complessivamente positiva di questa riforma per aver davvero messo mano alla organizzazione e alle funzioni dell’ente provinciale evitando tuttavia la trappola di una loro soppressione: dati i tempi di vita di questo governo più brevi, probabilmente, dei tempi necessari per una riforma costituzionale che abolisca le provincie, un loro taglio netto avrebbe voluto dire un sicuro insabbiamento della riforma. Al di là dei tempi stretti, una riforma costituzionale significherebbe una serie di passaggi in parlamento in cui sarebbe molto più facile negoziarla, dando possibilità alle Province di far sentire il loro disaccordo in maniera molto più incisiva di quanto non potranno fare in sede di conversione del decreto legge. Del tutto positive, quindi, le disposizioni che scandiscono in maniera perentoria la tempistica della mutazione istituzionale delle province: gli organi attualmente operanti decadono al momento dell’adozionedelle leggi regionali di trasferimento delle funzioni, e, in ogni caso (quindi anche se una Regione restasse colposamente inerte) entro il 30 novembre 2012. C’è solo da augurarsi che, in parlamento, il governo non conceda la stralcio di questo termine perentorio.<br />
Resta anche positivo il giudizio circa la rimodulazione degli organi provinciali non più espressione di democrazia rappresentativa, ma – come richiedeva l’idea originaria – snodi di coordinamento dell’attività comunale.</p>
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		<title>Come rimediare in Statale una doccia di uova e pomodoro</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 15:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l&#8217;accesso all&#8217;Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull&#8217;euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l&#8217;ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell&#8217;Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro &#8220;figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita&#8221;, non sapevo se ridere  di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.</p>
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