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	<title>CHICAGO BLOG &#187; mercato</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Charles Dickens, il capitalista – di Peter Klein</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 07:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Beacon, il blog dell’Independent Institute.
Sapevate che il 7 febbraio 2012 ricorre il bicentenario della nascita di Charles Dickens? Lo scrittore britannico viene sovente accomunato a Carlyle, Shaw, Ruskin e altri letterati anti-capitalisti di ispirazione romantica e vittoriana. È pur vero che a Carlyle il capitalismo non piaceva, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è stato <a href="http://blog.independent.org/2012/01/23/charles-dickens-capitalist/">originariamente pubblicato</a> su The Beacon, il blog dell’Independent Institute.</em></p>
<p>Sapevate che il 7 febbraio 2012 ricorre il <a href="http://www.dickens2012.org/">bicentenario della nascita di Charles Dickens</a>? Lo scrittore britannico viene sovente accomunato a Carlyle, Shaw, Ruskin e altri letterati anti-capitalisti di ispirazione romantica e vittoriana. È pur vero che a Carlyle il capitalismo non piaceva, ma non <a href="http://www.econlib.org/library/Columns/LevyPeartdismal.html">per i soliti motivi</a>. Dickens, tuttavia, come spiega <a href="http://www.youtube.com/watch?v=rQQbSMLyrR4&amp;feature=BFa&amp;list=SPA0BE63CEBA879147&amp;lf=list_related">Paul Cantor</a>, è stato un imprenditore e un capitalista di immenso successo, uno degli ispiratori della grande innovazione ottocentesca del romanzo d’appendice.</p>
<p><span id="more-11538"></span> Ecco cosa afferma di Charles Dickens una delle sue più importanti studiose (Jennifer Hayward, <em><a href="http://books.google.it/books/about/Consuming_pleasures.html?id=ykYR8nzIR0YC&amp;redir_esc=y">Consuming Pleasures: Active Audiences and Serial Fictions from Dickens to Soap Opera</a></em>):</p>
<blockquote><p>Stephen Marcus ha definito Dickens “il primo capitalista della letteratura”, nel senso che lo scrittore ha operato in condizioni apparentemente sfavorevoli al fine di sfruttare nuove tecnologie e nuovi mercati e creando, di fatto, un ruolo interamente nuovo per la narrativa. Nello studio <em>Charles Dickens and His Publishers</em> Robert Patten cita Oscar Dystel, presidente e direttore generale della casa editrice Bantam Paperbacks, il quale descrive i tre “fattori-chiave” per lo sviluppo di una linea di tascabili: la disponibilità di nuovo materiale, l’introduzione della rotativa e il ruolo dei rivenditori all’ingrosso di riviste come canale di distribuzione. Come evidenziato da Patten, nel periodo vittoriano operarono in parallelo svariati fattori: una pletora di autori, nuove tecnologie e l’espansione della distribuzione. Di pari passo al miglioramento delle tecniche di produzione della carta, della stampa e dell’incisione, inoltre, si svilupparono mezzi di trasporto maggiormente efficienti. Verso il 1836 si era ormai consolidata l’indispensabile rete di librerie sullo Strand di Londra, di venditori ambulanti, di rivenditori in provincia e del servizio postale, agevolato dalla diffusione delle strade asfaltate, del rapido servizio delle diligenze e, in seguito, della rete ferroviaria. Gli editori dell’epoca dovevano solo dare il tocco finale, sviluppando il mercato che si stava schiudendo per la loro merce. Riducendo i prezzi, accentuando l’importanza delle illustrazioni e degli elementi narrativi più sensazionali e aumentando la varietà dell’offerta, tanto nella forma quanto nel contenuto, gli editori crearono un pubblico di lettori nei gruppi demografici più vasti: le classi medie e i lavoratori, in cui in precedenza i lettori, in pratica, erano inesistenti…</p>
<p>Di pari passo con questi progressi, sul versante del marketing, Dickens trasformò la narrazione da una serie stereotipata di vignette di goffi sportivi in una rivisitazione del romanzo picaresco ambientata a Londra, ma in cui non mancavano le incursioni dell’ambiente urbano nelle campagne inglesi. La quinta puntata del Circolo Pickwick introdusse due personaggi di estrazione popolare, Sam Weller e suo padre. Il pubblico reagì favorevolmente alla rappresentazione – umoristica ma benevola – di questi personaggi urbani fatta da Dickens. Dopo la comparsa di Sam sulla scena le vendite salirono alle stelle e pare che numerosi lettori abbiano scritto a Dickens, consigliandolo di sviluppare al massimo il nuovo personaggio. L’autore, che esibiva già allora la genuina sensibilità alle richieste del suo pubblico, così diversa da quella affettata degli editori Chapman e Hall, rispose facendo di Sam Weller una delle colonne portanti delle avventure di Mister Pickwick.</p>
<p>Le tecniche narrative, pubblicitarie e di distribuzione elaborate da autori ed editori, del tutto innovative dal punto di vista imprenditoriale, ebbero un successo straordinario. Già all’epoca del quinto episodio, la tiratura del Circolo Pickwick aveva raggiunto le quattromila copie, livello dal quale non si discostò mai fino al termine dell’opera. Come Norman N. Feltes evidenzia nel suo <em>Modes of Production of Victorian Novels</em>, un successo di tale portata è stato solitamente attribuito al genio dell’autore, alla fortuna e all’abilità nel marketing, che operarono di concerto per produrre un’esplosione senza precedenti nel mondo della letteratura. Tuttavia, sostiene Feltes, i processi storici che plasmarono e determinarono la produzione materiale de <em>Il Circolo Pickwick</em> furono altrettanto importanti “del genio, della fortuna e della scaltrezza di Chapman e Hall”. Il successo della serie dipese certamente da una combinazione di perfetto tempismo, capacità di intuire il potenziale della pubblicità, dall’enorme talento comico di Dickens e dalla sua capacità di far rispecchiare il suo pubblico nella sua opera e dall’aggiustamento della narrazione in risposta ai desideri dei lettori. Tuttavia questo insieme di fattori non avrebbe mai potuto affermarsi simultaneamente se non si fosse verificata allo stesso tempo la convergenza delle condizioni economiche, tecnologiche e ideologiche degli anni Trenta dell’Ottocento.</p></blockquote>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 24 &#8211; La lezione riesposta</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hazlitt conclude il suo libro con una riflessione sulla ricerca della verità in economia. La sua tesi è che all’interno di questa scienza sociale è fondamentale il metodo deduttivo: partendo da assiomi certi e sviluppandoli con il rigore proprio della logica, l&#8217;economia può servire a “irradiare la verità”.
D’altra parte, quanti promuovono tesi che sono in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hazlitt conclude il suo libro con una riflessione sulla ricerca della verità in economia. La sua tesi è che all’interno di questa scienza sociale è fondamentale il metodo deduttivo: partendo da assiomi certi e sviluppandoli con il rigore proprio della logica, l&#8217;economia può servire a “irradiare la verità”.<span id="more-11526"></span><br />
D’altra parte, quanti promuovono tesi che sono in contrasto con i principi basilari dell&#8217;economia sono sufficientemente avveduti da non sviluppare fino in fondo il loro ragionamento, portandolo a conclusioni manifestamente assurde. Il buon economista deve allora usare il rigore concettuale per mostrare ciò che discende da talune (sbagliate) premesse, aiutando a smascherare i sofismi dei cattivi economisti.<br />
Nel suo opporsi al dirigismo statale, Hazlitt sottolinea che è giusto provare simpatia per quanti – esclusi dal mercato – si trovano in situazioni disagiate e vanno certamente aiutati. Tuttavia la regolazione pubblica volta a correggere i meccanismi produttivi ha finito per proteggere taluni gruppi a scapito di altri, causando più problemi di quelli che intende risolvere. In varie circostante, per giunta, l’intervento pubblico finisce per togliere opportunità proprio a quanti intenderebbe favorire. Quando poi proviamo a considerare la prospettiva complessiva, tenendo in considerazione produttori e consumatori, ci rendiamo facilmente conto di quanto le logiche della pianificazione e della programmazione siano indifendibili.<br />
Lo scopo dell&#8217;economia, ricorda ancora una volta Hazlitt, consiste d’altra parte nel considerare i problemi nel loro complesso – considerando i gruppi particolari e la società nel suo insieme, il breve periodo e il lungo periodo – ed evitando in tal modo le trappole di una cattiva scienza economica, spesso al servizio della demagogia.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 23 &#8211; L&#8217;attacco al risparmio</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per gli economisti classici il risparmio rappresentava la condotta più saggia tanto per gli individui come per gli Stati, ma oggi vengono invece addotti sempre nuovi argomenti a sostegno della dottrina della spesa, in base alla quale il risparmio ostacolerebbe lo sviluppo dell&#8217;economia.
L&#8217;ingenuo argomento secondo cui chi risparmia non spende e quindi non fa circolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per gli economisti classici il risparmio rappresentava la condotta più saggia tanto per gli individui come per gli Stati, ma oggi vengono invece addotti sempre nuovi argomenti a sostegno della dottrina della spesa, in base alla quale il risparmio ostacolerebbe lo sviluppo dell&#8217;economia.<br />
L&#8217;ingenuo argomento secondo cui chi risparmia non spende e quindi non fa circolare il denaro, fa coincidere il risparmio con una sua forma particolare: la “tesaurizzazione”, intesa come un accumulo di denaro che non viene impiegato in alcuna attività. <span id="more-11524"></span>Questa non è però la forma più diffusa di risparmio, dato che in linea di massima – grazie ai propri depositi bancari – chi accantona risorse in vista di investimenti futuri finanzia invece attività che fanno accrescere la produttività complessiva e quindi aiutano ad aumentare la ricchezza, che al contrario diminuisce fino a scomparire quando i capitali sono spesi da chi non si preoccupa di accantonare risorse.<br />
Grazie al risparmio e agli investimenti che esso consente, la produzione totale aumenta di anno in anno, nonostante i fautori della spesa pubblica propongano con successo di far prelevare dallo Stato i risparmi privati, con la scusa di renderli più produttivi. I fautori di un massiccio intervento dei poteri pubblici nell’economia, inoltre, richiedono l&#8217;intervento pubblico anche per imporre limiti ai tassi d&#8217;interesse, per assicurare che l&#8217;industria abbia sempre convenienza a farsi prestare capitali da investire in stabilimenti e impianti.<br />
Contro le tesi di quanti sono favorevoli ad artificiosi bassi tassi di interesse, Hazlitt spiega come il risparmio e gli investimenti tendano a equilibrarsi esattamente come succede alla domanda e all’offerta sul libero mercato. D’altra parte, essi possono essere rispettivamente definiti l’offerta e la domanda di nuovo capitale, che dovrebbero essere regolate da quei particolari prezzi che sono i tassi d&#8217;interesse. Se però lo Stato regola i tassi d&#8217;interesse, il gioco dell&#8217;economia è falsato: esattamente come succede quando si manipolano i prezzi. Quando il costo del denaro è tenuto artificiosamente basso grazie a iniezioni continue di moneta e depositi bancari (chiamati a supplire al risparmio reale), il costo è un&#8217;inflazione che a sua volta genera nell’economia fluttuazioni ben più violente di quelle che ci si propone d&#8217;impedire.<br />
Viceversa, se non s’interviene a regolare i tassi d&#8217;interesse, l’incremento del risparmio crea una sua domanda e una naturale riduzione del costo del denaro. L’accresciuta offerta di risparmio in cerca di investimenti obbliga allora i risparmiatori ad accettare tassi inferiori, grazie ai quali un maggior numero di imprese richiede prestiti per fare nuovi investimenti, e il tutto secondo i meccanismi genuini dell&#8217;economia.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 22 &#8211; Il miraggio dell&#8217;inflazione</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La moneta e la politica monetaria sono legate in modo indissolubile al processo economico.
In questo capitolo Hazlitt pone la questione delle ragioni dell&#8217;ampio consenso accordato nel corso della storia alle politiche inflazionistiche e alle loro conseguenze, e lo fa sottolineando come la confusione tra denaro e ricchezza sia un classico errore, il quale si trova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La moneta e la politica monetaria sono legate in modo indissolubile al processo economico.<br />
In questo capitolo Hazlitt pone la questione delle ragioni dell&#8217;ampio consenso accordato nel corso della storia alle politiche inflazionistiche e alle loro conseguenze, e lo fa sottolineando come la confusione tra denaro e ricchezza sia un classico errore, il quale si trova anche nella <em>Ricchezza delle Nazioni</em> di Adam Smith ed è alla base delle politiche inflazionistiche.<br />
In realtà, la vera ricchezza cresce con il benessere prodotto dalla capacità di produrre e consumare, mentre le illusioni che generano inflazione distolgono dall&#8217;analisi dai principi basilari del processo economico. <span id="more-11469"></span><br />
Alle mercé di interessi particolari, molti autori intendono l&#8217;inflazione come uno strumento per correggere quella misteriosa “debolezza del sistema” secondo la quale l&#8217;industria non sarebbe sistematicamente in grado di distribuire in modo efficiente il denaro, così che i produttori possano riacquistare da consumatori i loro prodotti. Questi sostenitori del “credito sociale” propongono soluzioni che dicono “scientifiche” e in grado di apportare gli aggiustamenti necessari ad aumentare la capacità d&#8217;acquisto di alcuni gruppi, ponendo rimedio alla presunta “deficienza” del mercato.<br />
In verità, il sistema non viene riparato ma danneggiato, e i danni da cui sono esclusi inizialmente alcuni gruppi alla fine peggiorano anche la loro condizione, dato che vengono stravolti i normali rapporti di un’economia stabile.<br />
Gli inflazionisti mirano a far uscire il Paese dalla depressione, ma ne trascurano le vere cause, che risiedono sempre nel rapporto disarmonico tra salari, prezzi e costi di produzione. Superata una certa soglia critica, tale disarmonia soffoca la produzione. Hazlitt spiega come l&#8217;inflazione non faccia altro che distorcere ulteriormente simili rapporti, accelerando il calo della produttività, quindi l’occupazione e la ricchezza, nonostante ci si proponga di “rimettere in moto il dinamismo dell&#8217;industria” e determinare la piena occupazione. Eppure ogni generazione e ogni Paese inseguono la stessa chimera, mentre il favore popolare legittima le politiche inflazioniste.<br />
Hazlitt sottolinea anche come l&#8217;inflazione sia una forma di tassazione occulta e imprevedibile, che alza un velo su tutto il processo economico, travolgendo i normali rapporti che dovrebbero regolare un&#8217;economia sana.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 21 &#8211; La funzione del profitto</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avversione ideologica al profitto è in contrasto con la sua utilità reale per l&#8217;economia.
Una funzione fondamentale del profitto è quella di orientare e incanalare i fattori produttivi, in modo che la produzione dei vari beni sia conforme alla domanda. Per quanto preparato, nessun funzionario pubblico può risolvere in maniera discrezionale questo problema, mentre soltanto i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;avversione ideologica al profitto è in contrasto con la sua utilità reale per l&#8217;economia.<br />
Una funzione fondamentale del profitto è quella di orientare e incanalare i fattori produttivi, in modo che la produzione dei vari beni sia conforme alla domanda. Per quanto preparato, nessun funzionario pubblico può risolvere in maniera discrezionale questo problema, mentre soltanto i prezzi liberi e i liberi guadagni consentono alla produzione di raggiungere il suo massimo livello, ponendo rimedio più rapidamente di ogni altro sistema alla scarsità. <span id="more-11467"></span><br />
Un controllo arbitrario dei prezzi e un’arbitraria limitazione del profitto, invece, possono solo prolungare la carenza e ridurre tanto la produzione quanto l’occupazione.<br />
Il profitto è essenziale per promuovere la crescita economica e il progresso tecnologico, poiché chi è a capo di industrie attive in mercati concorrenziali continua a progredire e a migliorare l’efficienza, indipendentemente dal livello di successo già raggiunto. Nelle annate prospere, infatti, questo avviene per aumentare i suoi guadagni; in tempi normali per resistere ai concorrenti; nelle annate cattive per poter sopravvivere.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 20 &#8211; “Quanto basta per riacquistare quel che si è prodotto”</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hazlitt contrappone la nozione medievale di prezzi e salari “giusti” (ripresa da alcuni economisti moderni) e quello di prezzi e salari funzionali, elaborata dagli economisti classici. Purtroppo la nozione dei salari funzionali è stata riformulata in forma corrotta dai marxisti ed è nata una “scuola del potere d&#8217;acquisto”, secondo cui gli unici salari a funzionare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hazlitt contrappone la nozione medievale di prezzi e salari “giusti” (ripresa da alcuni economisti moderni) e quello di prezzi e salari funzionali, elaborata dagli economisti classici. Purtroppo la nozione dei salari funzionali è stata riformulata in forma corrotta dai marxisti ed è nata una “scuola del potere d&#8217;acquisto”, secondo cui gli unici salari a funzionare, cioè a evitare crisi economiche sistemiche, sono quelli che consentono all&#8217;operaio di “riacquistare il prodotto del suo lavoro”. All’interno di questa prospettiva saranno giusti quei datori di lavoro che rispetteranno questa condizione, ma rimane ben poco chiaro come si possa stabilire quando il lavoratore è in grado di “riacquistare ciò che egli produce”.<span id="more-11465"></span><br />
La soluzione non può essere il salario minimo, perché, come spiega Hazlitt, è stato dimostrato sia statisticamente sia con argomenti deduttivi che se il salario cresce oltre il punto di produttività marginale, la riduzione dell&#8217;occupazione risulta normalmente tre o quattro volte maggiore dell&#8217;aumento dei salari.<br />
I vantaggi che i lavoratori ottengono dal salario minimo sono relativi (ai settori su cui interviene la legge) e non complessivi, tanto più che – superato il periodo di transizione in cui i prezzi si adattano all&#8217;aumento salariale – è probabile che gli svantaggi finiscano per prevalere. In effetti i lavoratori ottengono una fetta più grande di una torta più piccola e questa volta a essere ignorato è il valore assoluto. Sarebbe stato assai meglio, infatti, ottenere una fetta più piccola di una torta più grande.<br />
I salari migliori non sono i più alti, ma quelli che consentono una piena produttività. Se si guarda ai benefici complessivi di industriali e lavoratori, i salari migliori sono quelli che spingono il maggior numero di persone a diventar datori di lavoro e a determinare un incremento dell’occupazione.<br />
Se si tenta di dirigere l’economia di un Paese a beneficio di un gruppo o di una classe alla fine si danneggiano tutti, a partire da quelli che si voleva favorire.</p>
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		<title>Il localismo protezionista delle Nazioni Unite</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giordano Masini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il belga Olivier De Schutter è lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite on the right of food. Pochi giorni fa è intervenuto su Poverty Matters, l’ottimo blog del Guardian sostenuto dalla Bill &#38; Melinda Gates Foundation, che rappresenta una delle finestre più complete ed aggiornate sulle crisi alimentari globali, proponendo obiettivi ambiziosi:
E’ necessaria una risposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il belga Olivier De Schutter è lo <em>Special Rapporteur</em> delle Nazioni Unite <em>on the right of food</em>. Pochi giorni fa è <a href="http://www.guardian.co.uk/global-development/poverty-matters/2012/jan/30/famine-predictable-result-broken-system" target="_blank">intervenuto su <em>Poverty Matters</em></a>, l’ottimo blog del <em>Guardian</em> sostenuto dalla <em><a href="http://www.gatesfoundation.org/Pages/home.aspx" target="_blank">Bill &amp; Melinda Gates Foundation</a></em>, che rappresenta una delle finestre più complete ed aggiornate sulle crisi alimentari globali, proponendo obiettivi ambiziosi:</p>
<blockquote><p>E’ necessaria una risposta immediata per evitare una devastante crisi alimentare. Nel rispondere, però, dobbiamo anche ridefinire lo stesso vocabolario delle crisi alimentari. E’ il nostro stesso sistema alimentare globale ad essere in crisi.</p></blockquote>
<p>Secondo De Schutter le crisi alimentari, come la grave carestia che ha colpito recentemente il Corno d’Africa, non sono eventi estremi, ma la regolare manifestazione di un sistema alimentare in crisi. L’approccio, vagamente malthusiano, è suggestivo, e peraltro molto popolare tra le organizzazioni sovrannazionali: <strong>se non si riconoscono gli elementi che rendono in qualche modo prevedibili le crisi, e non si interviene per tempo, si finisce per intervenire quando ormai è troppo tardi</strong>, con politiche di emergenza necessariamente inadeguate.</p>
<p><span id="more-11502"></span></p>
<p>Vero. Ma se l’aumento della domanda globale di cibo, che spinge in alto i prezzi, gli scarsi raccolti, le carestie (in zone della Terra dove sono più che frequenti), la <em>governance</em> debole dei paesi in via di sviluppo sono fenomeni prevedibili (e previsti), <strong>cosa lega gli effetti di questi fenomeni (le crisi alimentari) con la pretesa che il sistema nel suo complesso, basato sul libero mercato e sul commercio internazionale, non funzioni, anzi, che sia un sistema sbagliato in sé? Non è dato sapere</strong>. Alcune considerazioni di De Schutter sono più che ragionevoli, quando prendono in considerazione gli interventi di breve periodo volti a fronteggiare le emergenze più gravi:</p>
<blockquote><p>Gli aiuti alimentari sono spesso anticiclici: i donatori sono più generosi quando i prezzi sono bassi a causa di raccolti significativi, cosa che tende ad avvenire quando i bisogni sono più bassi. Per questo dovrebbero essere istituite riserve alimentari regionali per migliorare l’accesso agli stock a prezzi accessibili non appena la domanda inizia a salire. Ciò consentirebbe alle scorte di sicurezza di essere pre-posizionate in zone soggette a rischio, in modo che – quando gli acquisti locali non sono possibili – le agenzie umanitarie abbiano accesso a scorte alimentari a prezzi inferiori a quelli di mercato.</p></blockquote>
<p>Quello che suscita più di qualche perplessità è l’approccio di De Schutter al lungo periodo, quello cioè che lo induce a sostenere che è l’intero sistema agroalimentare globale a dover essere ripensato:</p>
<blockquote><p>Il problema non è solo la carenza di <em>governance</em> in Africa, e non è solo la modalità di erogazione degli aiuti alimentari. E’ anche un problema di principio. Per decenni, abbiamo preso la strada sbagliata per sfamare il mondo. <strong>In molti paesi poveri, gli investimenti in agricoltura si sono concentrati su un numero limitato di colture da esportazione. Troppo poco è stato fatto per sostenere i piccoli agricoltori, che producono cibo per le loro comunità locali</strong>. Eppure, sostenendo questi contadini poveri, si potrebbe consentire loro di uscire dalla povertà, e consentire la produzione locale di cibo per soddisfare le esigenze locali.</p></blockquote>
<p>Quel che la maggior parte delle ONG e delle istituzioni sovranazionali non riescono (o non vogliono) comprendere è che <strong>è la disponibilità di denaro, data dalla crescita economica, più che la disponibilità di cibo a livello locale, ad emancipare le popolazioni dalla fame e dalla povertà</strong>. Il fatto che piccoli agricoltori continuino a produrre le poche derrate che le condizioni locali del clima e del suolo permettono loro di coltivare, per rivenderle in loco, in una sostanziale economia di sussistenza, e che il loro posto non venga preso, magari anche con il loro aiuto, da un sistema produttivo più efficiente in grado di offrire al mercato globale ciò di cui ha bisogno in cambio di ricchezza, è sintomo di una miopia sconcertante. E lo è in particolare in un momento in cui la domanda globale di cibo aumenta proporzionalmente alla crescita asiatica, e in cui proprio <strong>quel “<em>broken system</em>” di cui parla De Schutter manifesta più che mai i suoi aspetti positivi, proprio per quei paesi che hanno avuto la lungimiranza di aprirsi non tanto agli aiuti umanitari, quanto agli investimenti internazionali nel settore agroalimentare</strong>, registrando tassi di crescita mai visti prima.</p>
<p>Ed è anche il funzionamento dell’intero meccanismo a non essere comprensibile: <strong>pretendiamo che gli agricoltori dei paesi poveri producano per le loro comunità, le quali non sono in grado di remunerarli adeguatamente</strong>. Tutto ciò si dovrebbe reggere, e non è certo una sorpresa, su un sistema di sussidi pubblici internazionali, particolarmente apprezzati da molti governi africani, ma che rappresentano un modo in più per allontanare quelle stesse comunità dall’emancipazione.</p>
<p>Sono gli effetti della <strong>fusione perversa tra la dipendenza dagli aiuti dei governi dei paesi in via di sviluppo e il protezionismo commerciale di quelli occidentali</strong>, i quali non vedono di buon occhio lo sviluppo dell’agricoltura africana, elementi che trovano una sintesi perfetta nelle politiche alimentari delle Nazioni Unite.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 19 &#8211; L&#8217;azione sindacale fa crescere davvero i salari?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 06:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Quando i sindacati riescono a imporsi senza rivendicare l&#8217;efficienza produttiva dei loro iscritti, ma usando la loro forza politica o la loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sindacati svolgono una funzione utile e legittima, ma il loro potere di elevare i salari è sopravvalutato, proprio mentre è sottostimata l&#8217;efficacia del fattore che in realtà è il più determinante: la produttività.<br />
Quando i sindacati riescono a imporsi senza rivendicare l&#8217;efficienza produttiva dei loro iscritti, ma usando la loro forza politica o la loro posizione strategica, arrecano complessivamente un danno alla società e ai lavoratori.<span id="more-11463"></span> Tutti gli aumenti salariali che i sindacati riescono a ottenere in tal modo, infatti, poiché non si accompagnano a un aumento di produttività, comportano necessariamente una sottrazione di risorse e quindi una perdita. Questa si pensa che sia a carico dei datori di lavoro, ma è così solo in circostanze particolari e nel breve periodo, mentre nel medio e lungo termine (su cui un economista deve riflettere) impoverisce la maggioranza dei lavoratori.<br />
Nella loro posizione di consumatori, i lavoratori pagheranno un aumento dei prezzi e rischieranno maggiormente la disoccupazione. Anche considerando quei casi in cui gli aumenti salariali vengano assorbiti dagli utili di determinate industrie, gli investitori saranno incentivati a cambiare settore e se si estenderanno i risultati della politica sindacale anche a questo settore, allora cercheranno all&#8217;estero opportunità di maggiori rendite.<br />
Hazlitt fa una rassegna di tutti i risultati ottenuti dai sindacati che hanno compromesso la crescita delle economie nazionali e il benessere delle comunità e spiega come alla base di quelle iniziative ci fosse sempre lo stesso errore: la falsa credenza che esista una limitata quantità di lavoro e l&#8217;ignoranza del basilare principio per cui il lavoro crea altro lavoro, dato che quanto è prodotto da A crea la domanda di ciò che B potrà produrre.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 18 &#8211; La legge sul salario minimo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Salari e prezzi sono governati dagli stessi principi, ma il fatto che vengano chiamati con due nomi diversi li associa a suggestioni sentimentali e politiche che impediscono di coglierne l&#8217;interdipendenza.
Anche per quanto riguarda la legge sul salario minimo i danni superano i vantaggi. Si ignora, infatti, che i salari pagati nell’industria X, che si ritengono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Salari e prezzi sono governati dagli stessi principi, ma il fatto che vengano chiamati con due nomi diversi li associa a suggestioni sentimentali e politiche che impediscono di coglierne l&#8217;interdipendenza.<br />
Anche per quanto riguarda la legge sul salario minimo i danni superano i vantaggi. Si ignora, infatti, che i salari pagati nell’industria X, che si ritengono troppo bassi, potrebbero però essere anche i migliori possibili, dato che diversamente i lavoratori si sarebbero già spostati verso un’altra occupazione.<span id="more-11461"></span><br />
Se dunque una decisione politica impone salari minimi, può succedere che l’industria X non riesca a sopravvivere e che i suoi operai siano costretti a lavorare in posti che prima giudicavano peggio retribuiti. Per giunta, la concorrenza tra lavoratori per assicurarsi tali posti fa poi ulteriormente diminuire il salario offerto.<br />
A giudizio di Hazlitt, la legge sul salario minimo non fa che aumentare la disoccupazione, aggiungendo un nuovo problema a quello che si cerca di risolvere. Il principio fondamentale che viene dimenticato è che è impossibile distribuire più ricchezza di quanta se ne produca, così come non si può continuare a pagare il lavoro più di quanto non consenta la sua produttività. L&#8217;autore spiega pure come gli stessi sussidi di disoccupazione impoveriscano tanto il lavoratore quanto la società nel suo insieme.<br />
Le leggi emanate da governi e parlamenti sono dunque il peggior strumento per aumentare i salari, mentre il modo migliore consiste nell’accrescere la produttività.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 17 &#8211; Il controllo statale dei prezzi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 06:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A giudizio di Hazlitt, è più che legittimo preoccuparsi che i ceti più poveri possano accedere ai beni essenziali e che quindi non costino troppo, ma la soluzione garantita dal controllo dei prezzi è fallimentare e controproducente.
Dapprima egli spiega che alla base di tutto c&#8217;è una falsa assunzione, la quale fraintende il senso delle relazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A giudizio di Hazlitt, è più che legittimo preoccuparsi che i ceti più poveri possano accedere ai beni essenziali e che quindi non costino troppo, ma la soluzione garantita dal controllo dei prezzi è fallimentare e controproducente.</p>
<p>Dapprima egli spiega che alla base di tutto c&#8217;è una falsa assunzione, la quale fraintende il senso delle relazioni tra bisogni, potere d&#8217;acquisto e prezzi; quindi egli mostra come non sia possibile fissare prezzi massimi per determinate merci senza che si verifichino due conseguenze. La prima è che la domanda di tali beni aumenta; la seconda è che diminuisce l&#8217;offerta, perché l&#8217;abbassamento dei prezzi riduce o annulla il margine del profitto, fino a quando i produttori marginali smettono di lavorare e sono portati al fallimento.<span id="more-11419"></span></p>
<p>Quando dunque si fissa un prezzo massimo per un dato bene, quello che si provoca è una riduzione della quantità e dell&#8217;offerta di tale prodotto che il regolatore voleva rendere più abbondante e accessibile.</p>
<p>Per giunta, se la regolamentazione dei prezzi scoraggia e disorganizza la produzione dei beni essenziali, un’altra conseguenza è che aumenta l&#8217;offerta di beni di lusso, su cui – a questo punto – è più conveniente investire. Di fronte a tale situazione, di frequente i burocrati non traggono la conclusione che la regolamentazione introdotta è stata fallimentare, ma invece estendono ulteriormente il controllo dei prezzi agli altri settori, fino a costruire un&#8217;economia totalmente pianificata. Il controllo statale cresce non solo perché i burocrati non comprendono le vere cause del rialzo dei prezzi (la scarsità delle merci o l’inflazione monetaria), ma anche, necessariamente, perché la maggioranza degli elettori accorda il proprio consenso a politiche sempre più interventiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
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