<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>CHICAGO BLOG &#187; macroeconomia</title>
	<atom:link href="http://www.chicago-blog.it/category/macroeconomia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.chicago-blog.it</link>
	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Sat, 11 Feb 2012 09:05:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
		<item>
		<title>Aggiornamento debt-clock: gennaio 2012</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/17/aggiornamento-debt-clock-gennaio-2012/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2012/01/17/aggiornamento-debt-clock-gennaio-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 14:39:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Lavecchia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bankitalia]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[debt clock]]></category>
		<category><![CDATA[orologio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=11230</guid>
		<description><![CDATA[Bankitalia ha diffuso il dato per novembre 2011: 1.905 mld, in lieve riduzione rispetto mese precedente (-0,22%)
Il &#8220;regalo natalizio&#8221;, cioè la riduzione temporanea del debito dovuto alle tipiche operazioni di buy back del Tesoro di dicembre, è durato giusto il tempo di sospiro: da stanotte il clock riprende a fare sul serio la sua folle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bankitalia ha <a href="http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimefp/2012/sb4_12/suppl_4_12.pdf">diffuso il dato per </a>novembre 2011: 1.905 mld, in lieve riduzione rispetto mese precedente (-0,22%)</p>
<p><span id="more-11230"></span>Il &#8220;regalo natalizio&#8221;, cioè la riduzione temporanea del debito dovuto alle tipiche operazioni di buy back del Tesoro di dicembre, è durato giusto il tempo di sospiro: da stanotte il clock riprende a fare sul serio la sua folle corsa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=gOOEHino0dI">verso l&#8217;infinito e oltre</a>,  al ritmo di 9.607 euro al secondo (si sa, <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-trota-una-vita-di-misteri/2165113">le trote</a> costano) senza dimenticare che senza crescita, non<a href="http://phastidio.net/2012/01/15/leuropa-paga-il-conto-tedesco/"> si va da nessuna parte</a>.</p>
<p style="text-align: left">A fine gennaio il debito toccherà 1.897 mld. Per concludere, alleghiamo un grafico che mostra, a <span style="text-decoration: underline">parametri aggiornati con dato di novembre</span>, la performance del nostro clock:  non sarà il <a href="http://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB4QFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fciteseerx.ist.psu.edu%2Fviewdoc%2Fdownload%3Fdoi%3D10.1.1.27.3137%26rep%3Drep1%26type%3Dpdf&amp;ei=I4cVT8fqHIOJ4gSIsuiHBA&amp;usg=AFQjCNHCJFs0DCxIQ4bXSzPWHkN0lAZq8w">FRB/WORLD</a> ma chi si accontenta gode&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/clock.jpg"><img src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/clock-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2012/01/17/aggiornamento-debt-clock-gennaio-2012/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il rimedio alla crisi? Seguire la scienza economica – di Gerardo Coco</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/12/18/il-rimedio-alla-crisi-seguire-la-scienza-economica-%e2%80%93-di-gerardo-coco/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/12/18/il-rimedio-alla-crisi-seguire-la-scienza-economica-%e2%80%93-di-gerardo-coco/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 10:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[politica fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[Ricardo]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=11044</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Dati recenti dell’OCSE mostrano rallentamenti della crescita economica per tutti i 33 paesi aderenti. In particolare, le previsioni percentuali di crescita del PIL dei Paesi occidentali  per il 2012 sono nell&#8217;ordine dell’uno virgola: previsioni, ottimisticamente, recessive. La  realtà è che la crescita in questi paesi è negativa perché i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>Dati recenti dell’OCSE mostrano rallentamenti della crescita economica per tutti i 33 paesi aderenti. In particolare, le previsioni percentuali di crescita del PIL dei Paesi occidentali  per il 2012 sono nell&#8217;ordine dell’uno virgola: previsioni, ottimisticamente, recessive. La  realtà è che la crescita in questi paesi è negativa perché i pil non misurano l’incremento reale di prodotto ma la spesa e questa è gonfiata dall’inflazione.<span id="more-11044"></span>La diminuzione dei pil significherà aumento di disoccupazione. Anche i tassi di interesse reali sono “in rosso” il che significa che gli investitori che tengono i propri risparmi in forma liquida o parcheggiati in titoli di stato o nel mercato monetario stanno tutti perdendo soldi. Una situazione sempre più incerta e volatile blocca gli investimenti industriali. L’assenza di sviluppo e quindi di reddito significa che il servizio del debito non potrà essere pagato. In questo contesto sarà sempre più difficile per i governi ottenere dal mercato nuovi prestiti..  I governi si troveranno tra l’alternativa del default o dell’inflazionismo che non è altro che un default perseguito con altri mezzi. Perseverando nelle misure macroeconomiche, fiscali e monetarie che ai fini dello sviluppo economico non valgono un iota, i governi hanno abbracciato con cocciuta e pericolosa ottusità la teoria dell’impoverimento progressivo.</p>
<p>Per i governi l’economia ha sempre significato, non un sistema di produzione e di scambio per allocare risorse scarse, ma semplicemente “spesa” , soprattutto spesa statale.</p>
<p>A questo fine, prima hanno pensato a drenare risorse dalla collettività tramite tassazione e successivamente, non bastando questa, hanno applicato all’economia intera una gigantesca leva finanziaria. La leva è il rapporto tra debito e capitale e poiché il divisore tende allo zero, il dividendo tende all’infinito. La progressione esponenziale del debito misura il grado di distruzione dell’economia.  .</p>
<p>Nell’opinione popolare la spesa statale originata dal debito pubblico ha la stessa natura di quella originata dal capitale cioè dal risparmio. Ma la prima rappresenta inflazione pura e dissolve come un acido il secondo. Quando la società non è più capace di creare capitale decade immediatamente.</p>
<p>Per scampare ad una catastrofe economica certa c’è solo un rimedio: tagliare drasticamente la spesa pubblica e azzerare le tasse su redditi e capitali e sostituirle con una tassa sui consumi. Lo sviluppo che ne conseguirebbe sarebbe sensazionale e annullerebbe il debito in pochi anni. Un sogno? No, una realtà e la storia passata e recente lo dimostra.</p>
<p><strong><em>Tornare a David Ricardo</em></strong></p>
<p>L’economista inglese Alfred Marshall (1842 –1924) affermò che se per assurdo andasse distrutta la ricchezza materiale del mondo, ma rimanessero invece vive le idee in base alla quali essa fu formata, si potrebbe rapidamente ricostruirla. Queste idee sono racchiuse nell’apparato analitico creato da Adam Smith e da David Ricardo più di duecento anni fa. Il primo, che impostò in un unico corpo organico i problemi che sono stati oggetto di tutta la riflessione scientifica successiva, sostenne che la libertà di mercato era la premessa per la piena utilizzazione delle forze produttive e per il loro ulteriore sviluppo perché l’intervento dei governi,  raramente efficace, è quasi sempre dannoso. Ricardo, rielaborando e perfezionando le analisi di Smith mostrò come, nella distribuzione del prodotto sociale, il ruolo del capitale fosse condizionante per l’aumento di prosperità generale.</p>
<p>“Il capitale – scrive Ricardo – è quella parte della ricchezza di un paese che viene impiegata a scopo di produzione futura e può aumentare allo stesso modo della ricchezza” (<em>Principles of Political Economy and Taxation</em>). Per chiarire: la parte che viene prodotta e che non va ad aumentare il consumo finale è investimento e poiché anche l’investimento, ossia il capitale, fa parte di ciò che il sistema economico complessivamente produce, tutto ciò che promuove l’espansione del sistema, promuove anche l’accumulazione di capitale. E’ l’ammontare del capitale a determinare la capacità dell’economia di produrre beni e servizi e di impiegare lavoro ed è il rapporto tra capitale e lavoro ad aumentare la produttività.</p>
<p>La tassazione sul capitale mina questo processo perché trasferisce il capitale dalle mani di chi produce nelle mani di chi consuma.</p>
<p>Ricardo scrive:</p>
<blockquote><p>“Nonostante l’enorme spesa del governo inglese negli ultimi venti anni è praticamente certo che l’aumentata produzione da parte della popolazione l’abbia più che compensata. Non soltanto il capitale non è stato intaccato, ma esso è grandemente aumentato e il reddito annuale della popolazione, anche detratte le imposte, è ora probabilmente maggiore che in qualsiasi altro periodo della storia inglese… È tuttavia certo che, senza l’imposizione questo aumento di capitale sarebbe stato molto maggiore. Non vi sono imposte che non tendano a diminuire la capacità di accumulazione. Tutte le imposte ricadono o sul capitale o sul reddito. Se intaccano il capitale riducono in proporzione il fondo la cui entità determina l’entità dell’industria produttiva; se ricadono sul reddito diminuiscono l’accumulazione o costringono i contribuenti a risparmiare l’ammontare dell’imposta e a diminuire in misura corrispondente il loro precedente consumo. ..I governi dovrebbero non imporre mai tributi che gravino inevitabilmente sul capitale perché così facendo essi intaccano i fondi destinati alla sussistenza dei lavoratori e diminuiscono la produzione futura del paese”. (Ibid)</p></blockquote>
<p>Per Ricardo la riduzione di capitale ad opera della tassazione cambia il rapporto tra capitale e lavoro, ne abbassa la produttività marginale e quindi riduce il salario reale. Un sistema fiscale volto a salvaguardare il reale interesse dei lavoratori dovrebbe tassare solo la parte di reddito che viene consumata e non quella che viene risparmiata od investita perché è questa parte a creare lo sviluppo e l’occupazione.<br />
Grazie alla dottrina di Ricardo l’Inghilterra divenne la più grande potenza industriale.</p>
<p>L’economista contemporaneo Arthur Laffer, (consigliere di Ronald Reagan cui si deve la famosa “curva Laffer”  che mette in relazione l’aliquota di imposta con il gettito fiscale e per la quale esiste un livello del prelievo fiscale oltre il quale l&#8217;attività economica non è più conveniente e il gettito si azzera), scrisse che le ragioni principali per cui le economie declinano sono due: una tassazione esagerata e l’instabilità monetaria e sono questi due elementi che spiegano l’ascesa ed il crollo delle nazioni. Laffer si ispirava a Ricardo per entrambi gli aspetti. Ricardo, infatti, in uno dei suoi famosi pamphlet monetari (<em>The High Price of Bullion, a Proof of the Depreciation of Bank Notes</em>) scrisse che le politiche monetarie espansive e gli abbassamenti dei tassi di interesse avrebbe portato i paesi alla rovina. E ce ne siamo accorti. Ma le politiche monetarie espansive sono proprio la conseguenza della elevata tassazione la quale riducendo capitale e produttività porta alla recessione cioè alla contrazione dell’economia. Allora si cerca di combatterla con stimoli monetari che secondo i geniali economisti contemporanei, dovrebbero fare le veci del capitale; a sua volta il pompaggio di liquidità, creando inflazione, mina la stabilità valutaria.</p>
<p>È da settant’anni che si fanno queste politiche aspettandosi risultati diversi. Ci fu tuttavia l’intermezzo degli anni 80, gli anni di Reagan di Volker e della Thatcher, gli anni dei tagli fiscali, della stabilizzazione delle valute e della ripresa economica, anche se purtroppo negli USA non furono gli anni di riduzione della spesa pubblica.</p>
<p>Ma è la storia del Giappone dopo la seconda guerra mondiale a rappresentare un caso di scuola del paradigma ricardiano.</p>
<p>A partire da 1945 i politici giapponesi capirono che per ricostruire velocemente la loro economia distrutta dal conflitto, dovevano minimizzare le tasse su investimenti e capitali. Praticamente ogni anno e fino al 1970 ridussero l’imposizione fiscale. I guadagni in conto capitale, profitti, plusvalenze, interessi e rendite furono praticamente esentati. Quando fu loro chiesto come fosse possibile “finanziare” questi tagli, risposero che proprio i tagli avrebbero permesso all’economia di crescere abbastanza per originare nel futuro maggiori entrate fiscali per rinnovare il paese. I giapponesi compresero chiaramente che tutto il capitale esentato dalle tasse sarebbe stato automaticamente reinvestito nell’economia. La domanda di lavoro e l’occupazione aumentarono anno dopo anno. Assistiti da maggior capitale i lavoratori migliorano la produttività e ottennero salari crescenti.</p>
<p>Fu un’ascesa impressionante accompagnata da uno sviluppo tecnologico e sociale che fece del Giappone la seconda potenza mondiale e la più grande economia esportatrice con una valuta fortissima. Non si penalizzarono gli aspetti sociali, tutt’altro, nacque infatti il concetto sociale dell’impiego permanente nelle aziende (lifetime employment), cioè il posto di lavoro assicurato. Nel decennio 1960-1970 il PIL del Giappone quintuplicò. I leader dell’epoca avevano afferrato un principio empirico importante: l’incidenza fiscale non deve mai superare il 20% del PIL. E’ la cifra limite oltre la quale un paese entra nella zona a rischio. Perché? Perché i giapponesi capirono che è praticamente il settore privato ad essere responsabile dello sviluppo economico e non lo stato. Lo stato è il servitore della collettività che rappresenta, deve fornire servizi ed incoraggiare l’economia, non strangolarla.</p>
<p>Ma a partire dagli anni 80 il vento cambiò. L’incidenza fiscale sul PIL salì al 40% e cominciando a manifestarsi i segni recessivi e le nuove generazioni al potere abbandonarono il modello ricardiano per impalmare quello keynesiano di spesa pubblica, di stimoli monetari con tutto quel che segue: ipertrofia burocratica, bancocentrismo, lobbismo e una corruzione senza freni. Il destino del Giappone era segnato. Accumulò il debito interno più elevato del mondo ed entrò in una recessione permanente che dura da più di vent’anni.</p>
<p>Potremmo continuare a parlare del miracolo economico della Germania creato dal taglio delle tasse di Ludwig Erhard o del boom economico italiano iniziato nel 1948 (ma allora c’era un altro campione del libero mercato, Luigi Einaudi) a cui seguirono quindici anni di costante e sostenuto progresso economico ad un tasso del 6% ed una stupefacente esplosione di attività imprenditoriale.</p>
<p>Oppure di quello del decennio dal 1990 della Corea del  Sud che grazie ai tagli fiscali  triplicò il PIL in piena crisi asiatica o di quello di Hong Kong dove l’incidenza fiscale sui redditi e imprese non supera il 17%.</p>
<p>Se un paese vuole entrare in un’era di prosperità non ha che da seguire i principi della scienza economica, non quelli della macroeconomia che affida allo stato e alla banca centrale poteri illimitati riducendo chi produce e chi crea capitale al ruolo di servo che deve fare quello che vogliono i padroni.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/12/18/il-rimedio-alla-crisi-seguire-la-scienza-economica-%e2%80%93-di-gerardo-coco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>39</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Solo i Tedeschi Possono Essere Tedeschi</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/30/solo-i-tedeschi-possono-essere-tedeschi/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/11/30/solo-i-tedeschi-possono-essere-tedeschi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 08:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=10640</guid>
		<description><![CDATA[Mi pare che ultimamente il mondo giri intorno alla Germania. Se i titoli di Stato italiani, spagnoli, francesi (finalmente!) vanno male, deve aiutarci la Germania permettendo la nascita degli Eurobond; se le bilance dei pagamenti di tutta Europa sono negative, deve metterci una pezza la Germania alzando i suoi stipendi; se la Bundesbank si permette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Mi pare che ultimamente il mondo giri intorno alla Germania. Se i titoli di Stato italiani, spagnoli, francesi (finalmente!) vanno male, deve aiutarci la Germania permettendo la nascita degli Eurobond; se le bilance dei pagamenti di tutta Europa sono negative, deve metterci una pezza la Germania alzando i suoi stipendi; se la Bundesbank si permette di acquistare titoli di Stato sul mercato primario, allora deve farlo la BCE; se la Germania ha tassi bassi, allora deve pagare gli interessi degli altri paesi, anzi speriamo che si trovino nei guai così il denaro torna sui titoli degli altri Stati&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Io nutro una naturale simpatia per i teutonici – se non altro per la qualità della cultura filosofica letteraria e musicale che hanno realizzato, e questo nel recente &#8217;800 fino all&#8217;inizio del &#8217;900, non nel non più ripetuto &#8217;400 italiano – ma non per questo li difenderei ad oltranza: non sono perfetti, però al momento sono semplicemente l&#8217;esempio migliore, e dovremmo averne cura.<span id="more-10640"></span></p>
<p>In giro si leggono cose allucinanti; basta prendere il Sole24Ore del 24/11.</p>
<p style="text-align: justify">Tabellini denigra la posizione tedesca di rigore fiscale e riforma individuale dell&#8217;economia, sostenendo che questa si è dimostrata inutile nella gestione della crisi del debito sovrano. Allora qualcuno mi dica chi ha realizzato effettivamente una politica di rigore e di riforma del proprio paese, visto che interi Stati semplicemente stanno campando sui finanziamenti UE senza presentarsi sul mercato, Grecia e Italia sono nei guai perché nulla hanno effettivamente fatto, la Spagna sta ancora aspettando che il nuovo Governo cominci il suo operato, la Francia (se non lo sapete) aveva preso misure limitate al 2013 e ora sta scontando l&#8217;incapacità politica di pianificare alcunché a lungo termine (per non parlare dei pontificatori USA i cui politici non hanno trovato niente di meglio che far scattare i tagli automatici alla spesa a causa dello sforamento sia del tetto massimo di indebitamento che dell&#8217;<em>extra-time</em> che si sono autoconcessi per sistemare i conti)! Quale proposta tedesca ha fallito se nessuno l&#8217;ha veramente realizzata?</p>
<p style="text-align: justify">Sempre Tabellini si lamenta che i paesi indebitati siano stati lasciati in balia del mercato. A parte che Portogallo Irlanda e Grecia sono già fuori mercato, ma nessuno si ricorda che la “disciplina del mercato” era stata invocata proprio in sede di costruzione dell&#8217;Euro perché le finanze pubbliche fossero costrette a venir gestite in modo responsabile? Nessuno ha l&#8217;onestà intellettuale di ammettere di aver appoggiato questa visione, e magari di averlo fatto solo perché sperava che il problema non si sarebbe mai posto.</p>
<p style="text-align: justify">Altri, come De Benedetti, scrivono che l&#8217;economia tedesca in effetti è stata capace di riformarsi da sé, ma ora con l&#8217;euro gode di tassi bassi e potenza commerciale, per questo deve (in sostanza) pagare i debiti degli altri (vero obiettivo della loro retorica della difesa della moneta unica). Ci si dimentica che la Germania ha assorbito da sola i problemi della riunificazione con il carrozzone dell&#8217;est e ha gestito delocalizzazione e ristrutturazione produttiva nell&#8217;est Europa con un euro che valeva circa il Marco e tassi che non si sono abbassati ma sono <span style="text-decoration: underline">rimasti</span> bassi, mentre altri paesi, Italia in primis, hanno visto cali mostruosi dei tassi proprio grazie all&#8217;euro – il famoso “dividendo dell&#8217;euro” che doveva venir sfruttato per lo meno per contenere il debito. Come si può giustificare che chi ha meglio operato (con i dovuti sacrifici, ché la riunificazione tedesca non è stata una passeggiata anche in termini occupazionali) ora debba a priori pagare per chi ha sperperato il patrimonio reputazionale concesso proprio dalla presenza tedesca nell&#8217;euro? De Benedetti in fondo non sarebbe certo disposto a pagarmi il mutuo perché io ogni mese mi spendo tutto in cene e concerti di Cherubini&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Ci si indegna (Tabellini ancora) che la Bundesbank acquisti Bund all&#8217;emissione e che la BCE non possa farlo&#8230; Mi scusino, ma il corrispettivo della Bundesbank è la Banca d&#8217;Italia e non certo la BCE: la confusione è rivelatrice della volontà di spendere soldi altrui – gli euro della comunitaria BCE – invece che i propri (il bilancio della Banca d&#8217;Italia, come di ogni Banca Centrale, è un vaso comunicante con il Tesoro dello Stato di appartenenza). Il divieto della BCE a fare certe manovre è legato sempre a quella “disciplina del mercato” di cui sopra, e serve per lasciar libera la BCE di perseguire la stabilità monetaria (obiettivo su cui ha fatto moltissime concessioni sull&#8217;altare della congiuntura economica, tanto che solo raramente ha mantenuto il suo target del 2% di volgarmente detta inflazione). Nel 1981 in Italia si è deciso di vietare alla Banca d&#8217;Italia di comprare “a fermo” il debito statale per eliminare le aspettative della continua monetizzazione dello stesso da cui discendeva la galoppante inflazione dei prezzi e tassi di interesse anche a due cifre; il deficit di credibilità degli obiettivi inflazionistici e del controllo delle finanze pubbliche ha reso necessaria questa mossa. Se i tedeschi possono permettersi di fare qualcosa (e in realtà la Bundesbank non acquista in proprio ma per conto dell’Agenzia del Debito, <em>Finanzagentur</em>, ente che opera come collocatore-ponte analogamente alle italiane banche <em>specialist</em>) che l&#8217;Italia si è preclusa da sola è semplicemente perché loro sono tedeschi, hanno già dimostrato che non avrebbero abusato di questo strumento (vedi i tassi bassi, il marco come riferimento monetario europeo, il livello del debito&#8230;), pertanto possono sfruttare un capitale reputazionale che l&#8217;Italia ha dovuto conquistarsi poco alla volta fino a dover confluire in una moneta unica europea per dire a tutti che “non aveva più sovranità quindi non poteva più fare gli errori del passato”. I tedeschi possono, una BCE tedesca per un diciassettesimo non può. Allo stesso modo si dovrebbe dire che allora tutti potrebbero andare sempre in deficit di partite correnti perché gli USA lo fanno da venti anni&#8230; ma che loro hanno il dollaro – la riserva valutaria mondiale – gli altri no.</p>
<p style="text-align: justify">E qui merita una parentesi tassonomica: il “prestatore di ultima istanza” tanto evocato da giornalisti ed economisti di grido non è colui che finanzia gli Stati quando nessun privato è più disposto, bensì colui che fornisce liquidità alle banche commerciali in caso di problemi sull&#8217;interbancario come pure di corsa agli sportelli, e questa funzione è propria di qualsiasi Banca Centrale, BCE inclusa. Il termine è usato oggi impropriamente, intendendo in realtà il “sottoscrittore di ultima istanza” o “l&#8217;acquirente di ultima istanza” di debito pubblico; pare solo una questione lessicale, ma in realtà ha effetti profondi perché tutti hanno sentito usare in precedenza l&#8217;espressione “prestatore di ultima istanza” e quindi l&#8217;opinione pubblica associa al termine qualcosa di familiare, naturale, scontato e necessario che adesso – si fa credere – la BCE si rifiuta di fare. Invece qui si parla di un nuovo “monetizzatore a oltranza” del debito pubblico, che sicuramente non farebbe tutta questa presa sull&#8217;opinione pubblica se chiamato con il suo nome proprio.</p>
<p style="text-align: justify">Si rasenta la follia totale quando si pensa che “<em>il fallimento dell&#8217;asta</em> [dei Bund del 23/11] <em>potrebbe essere un evento non così negativo, se i Bund cominciassero ad essere percepiti un porto meno sicuro in cui mettere i soldi: liquidità per lo più distolta dai titoli degli altri Paesi dell&#8217;Unione</em>” (Riolfi), come dire che se vacilla la reputazione tedesca allora la domanda tornerà dai titoli tedeschi a quelli italiani&#8230; Il pensiero che invece tutti prendano la strada per Berna, Oslo o Brasilia non sfiora nemmeno i fini commentatori finanziari&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;idea che preservare la reputazione della Germania come ancora per tutta l&#8217;area euro (in termini per lo più politici, ché il problema monetario è un problema derivato e pure <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/10/5/FINANZA-2-C-e-una-ricetta-anti-politica-che-salva-l-euro/211653/">isolabile</a>) pare sia solo della Merkel e di pochi altri, che infatti suggeriscono aiuti ai paesi in difficoltà solo dietro stretta sorveglianza e pena o il blocco degli aiuti o la perdita di sovranità fiscale; ora mi si dica se il “commissariamento” in questo caso può essere espressione dei Governi greco o italiano piuttosto che tedesco (Lerner, lunedì scorso all’Infedele, continuava a rivangare Weimar e vicende di guerra, mentre gli ospiti tedeschi ripetevano fino allo sconforto che si doveva parlare del debito di oggi alto per la stessa Germania – chi vuol intendere…)!</p>
<p style="text-align: justify">Gli Eurobond (o UnionBond, EuroUnionBond, Stability Bond…) sono un modo, giustificato scorrettamente come sopra, per sfruttare reputazione e denaro vero dei tedeschi a vantaggio di Governi guidati finora da persone i cui stessi elettori hanno trattato da idioti se non da criminali. Agli Eurobond si oppongono solo i tedeschi (forse anche i lussemburghesi, i finlandesi, gli olandesi e gli austriaci, ma nessuno ne parla) salvo l&#8217;applicazione di clausole di “commissariamento” che chiaramente non piacciono molto (altra dimostrazione che paesi come la Francia mirano al soldo facile, non all&#8217;equilibrio delle finanze pubbliche).</p>
<p style="text-align: justify">Va da sé che se la maggior parte della UE spinge verso questo attacco alla <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/18059/eurodebito-nuova-frontiera-dellassalto-alla-diligenza/">diligenza tedesca</a>, il mercato non può ignorare tale pressione; il mercato deve necessariamente incorporare la probabilità di tale scenario tanto più quanto insistenti si fanno le voci a favore, quanto più i problemi finanziari si fanno vasti, e quanto meno i singoli Governi si dimostrano disposti a risolvere individualmente i problemi&#8230; Insomma l&#8217;inattività (incapacità o assenza di volontà di prendere decisioni) di fatto dei Governi rafforza di per sé lo scenario Eurobond: a scapito di qualsiasi discorso propagandistico, la rottura dell&#8217;Unione è uno scenario talmente problematico da essere il più improbabile e la sparizione dell&#8217;euro è una sciocchezza impraticabile, quindi si gioca un braccio di ferro tra debito socializzato e <em>austerity</em> individuale che aumenta l&#8217;incertezza sui Bund, cioè sul debito tedesco che sempre più probabilmente dovrà farsi carico dell’indisciplina celto-mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify">Ma se piace tanto questo mettere in comune il debito, perché non si propongono i Medi-bond, un titolo di debito infra-comunitario per Italia Spagna Grecia Portogallo e Francia? Chissà perché la Francia si vuol privare di questo ruolo di salvifico leader…</p>
<p style="text-align: justify">Il risultato di tutto questo non è altro che indebolire il pilastro fiscale e produttivo dell&#8217;Europa, la Germania, e qualcuno pensa che questo sia nell&#8217;interesse dei più! E quando avremo mediterraneizzato la Germania cosa facciamo, un&#8217;unione monetaria con il Tibet per far dispetto ai cinesi?</p>
<p style="text-align: justify">Io vorrei un po&#8217; di verità dai politici, dagli economisti, e dai giornalisti. Fermiamo questo ennesimo assalto al patrimonio economico/finanziario dell&#8217;Europa, ammettiamo che solo i tedeschi possono essere tedeschi, e mettiamoci in testa che noi altri dobbiamo imparare ad essere bravi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/11/30/solo-i-tedeschi-possono-essere-tedeschi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>27</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ipertrofia della Finanza o Problema di Misurazione?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/28/ipertrofia-della-finanza-o-problema-di-misurazione/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/11/28/ipertrofia-della-finanza-o-problema-di-misurazione/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=10603</guid>
		<description><![CDATA[Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo del PIL mondiale.</p>
<p style="text-align: justify">Non è contestabile l&#8217;affermazione in sé (la <a href="http://ideashaveconsequences.org/esiste-la-finanza2-e-non-e-astratta/leo"><span style="color: #000080">confermo</span></a>) quanto l&#8217;analisi delle cause, dal vulgo rintracciate semplicisticamente nell&#8217;avidità e nello strapotere della finanza ma austriacamente riconducibili all&#8217;inflazionismo delle Banche Centrali in quanto agenti monetari degli Stati; l&#8217;errore di analisi fa pensare che questo rapporto Finanza/PIL possa venir ridotto all&#8217;unità se non addirittura a meno&#8230; Ma ha senso? Che aspetto ha un mondo “equilibrato”?<span id="more-10603"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ho avuto una intuizione, ma prima di cercare i numeri ho pensato di valutare un modello di economia che girasse in modo “equilibrato”. L&#8217;esempio più semplice e chiaro mi è fornito dal modello di <a href="http://ideashaveconsequences.org/piccola-esposizione-su-wicksell/leo"><span style="color: #000080">Wicksell</span></a> del 1898. Questo modello riassume le classi di azioni nell&#8217;economia in quattro soggetti teorici e mostra i rapporti che tra loro intercorrono; Wicksell poi <em>shocka</em> variamente il sistema per studiarne le dinamiche inflazionistiche, ma questo oggi non ci interessa. L&#8217;attività bancaria – prestare denaro e tenere depositi – è riassunta nelle Banche; l&#8217;attività imprenditoriale – investimento e produzione – è riassunta nelle Imprese; i fattori produttivi – offerta di lavoro e consumo della relativa remunerazione – sono riassunti nei Lavoratori; l&#8217;attività capitalistica – commercio della produzione e risparmio – riassunta nei Commercianti. All&#8217;inizio di un periodo tipico si ha l&#8217;avvio della produzione ed il consumo della produzione già esistente; a fine del periodo si ha la realizzazione della nuova produzione, il suo risparmio per il successivo consumo, ed il saldo delle posizioni bancarie, come nello schema riportato qui sotto. Chiaramente il processo si ripropone subito dopo nel nuovo periodo. L&#8217;esempio considera una produzione di 101 unità del bene <em>y</em> (che è la dotazione iniziale di beni dei Commercianti), ottenuta dalle Imprese impiegando una data offerta di lavoro dei Lavoratori, pagati con un indebitamento presso le Banche per £ 100 all&#8217;interesse dell&#8217;1%.</p>
<p> <a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp"><img class="aligncenter size-full wp-image-10604" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp" alt="" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il semplice schema di Wicksell prevede quindi che le Imprese si indebitino presso le Banche a inizio periodo (nell&#8217;esempio, per £ 100) per investire in forza lavoro (il credito iniziale diventa quindi il monte-stipendi); i Lavoratori spendono tutto acquistando le merci messe a disposizione dai Commercianti (i 101 <em>y</em> in magazzino meno il corrispettivo dell&#8217;1% di interessi del fine-periodo precedente, qui pari a 1 <em>y</em>), che a loro volta risparmiano fino alla fine del periodo depositando il ricavato nelle Banche. A fine periodo i Commercianti ritirano depositi e interessi (£ 101) con cui acquistano dalle Imprese la nuova produzione (101 <em>y</em>); le Imprese possono così estinguere il debito iniziale più gli interessi. A inizio periodo sul mercato al consumo il prezzo è £ 1 (£ 100 contro 100 <em>y</em>), così come a fine periodo sul mercato alla produzione (£ 101 contro 101 <em>y</em>); le Banche pareggiano sempre entrate e uscite; a fine periodo i Commercianti ricostruiscono sempre l&#8217;intero magazzino necessario per il proprio consumo e per le vendite del periodo successivo; le imprese non hanno extra-profitti. Il sistema economico gira in modo perfetto ed equilibrato.</p>
<p style="text-align: justify">In questo mondo perfetto, per ogni intero periodo, il PIL è pertanto £ 101 (101 <em>y</em> prodotti al prezzo unitario di £ 1), le Banche creano credito per £ 100, rimborsano £ 101 di depositi ed intermediano in totale £ 100+ £ 101 di flussi in entrata e £ 100 + £ 101 di flussi in uscita, si ha un servizio del debito (interessi) pari a £ 1, ed infine scambi reali di merci e lavoro per £ 100 + £ 100 + £ 101. Cioè:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="195">Credito creato</td>
<td valign="top" width="42">£ 100</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Servizio del debito</td>
<td valign="top" width="42">£ 1</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Flussi di uscita dalle Banche</td>
<td valign="top" width="42">£ 201</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Intermediazione bancaria totale</td>
<td valign="top" width="42">£ 402</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Transazioni reali</td>
<td valign="top" width="42">£ 301</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">PIL</td>
<td valign="top" width="42">£ 101</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Il mondo della finanza quindi conta per £ 402, quasi 4 volte il PIL; evitando il doppio calcolo di entrate ed uscite il rapporto è comunque quasi di 2; se anche le transazioni reali venissero intermediate dal sistema bancario si avrebbe (al netto del doppio calcolo di entrate e uscite) un valore del mondo della finanza di £ 502, quasi 5 volte il PIL. In altre parole, a seconda del criterio di misurazione e del grado di intermediazione bancaria, in un mondo “sano ed equilibrato” la finanza pesa dal doppio (le sole uscite bancarie) a dieci volte (tutti i movimenti finanziari in un mondo totalmente bancarizzato) il PIL. Come si spiega che questi numeri siano relativi a un mondo equilibrato e non ad una finanza ipertrofica?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Anzitutto è evidente che la misurazione “mondo finanziario” è prona al doppio conteggio dei flussi: se un&#8217;istituzione fa da mero intermediario finanziario, come nel modello, contare ciò che entra e ciò che esce significa contare due volte il transito di una sola somma. Ma soprattutto deve esser evidente che le dimensioni del mondo finanziario qui rappresentano non uno stock bensì lo svolgimento di un flusso di denaro/credito attraverso l&#8217;economia da chi ne ha in eccesso a chi ne è in difetto, e che quanti più passaggi si vogliono distinguere quanto più grande appare questo mondo, appunto perché si tratta in realtà di “fotografare” più volte sempre la stessa cosa. L&#8217;economia reale, qui riassunta nella ricchezza creata (PIL), viene invece “fotografata” solo nel suo momento finale e non in tutto il processo di trasferimento di risorse e fattori produttivi da chi ne è in eccesso verso chi li richiede per la loro composizione in vista della produzione finale. In tal senso tutto il processo produttivo reale comprenderebbe – come flusso – l&#8217;acquisizione da parte dei Commercianti delle merci necessarie al sostentamento loro e dei Lavoratori, mentre questi ultimi cedono il proprio lavoro alle Imprese da cui origina la produzione finale. Nella tabella sopra, questo è pari alla voce “Transazioni reali”, cui va aggiunto il Servizio del debito poi consumato dai Commercianti.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, considerando i passaggi intermedi, l&#8217;economia reale vale in modello £ 302 e quella finanziaria £ 402 (£ 201 se si evitano i doppi conteggi); se invece si considera il solo “risultato” finale, l&#8217;economia reale vale il solo PIL di £ 101 e l&#8217;economia finanziaria ugualmente £ 101, cioè il credito creato inizialmente (£ 100) più il valore del servizio bancario di deposito, cioè di trasferimento nel tempo delle somme riassunto negli interessi (£ 1).</p>
<p style="text-align: justify">Questa ricostruzione ci dice che è inevitabile che le statistiche, per come formulate, mostrino un&#8217;enorme economia finanziaria rispetto a quella reale, perché si confronta un intero processo con un risultato finale. Ci dice anche che omogeneizzando i punti di vista su finanza e economia reale le differenze non possono esser enormi (in modello la finanza come processo vale da 4/3 a 2/3 dell&#8217;attività reale, mentre come risultato finale le due sono uguali); questo è chiaro se si pensa che la finanza in fondo esiste come supporto dell&#8217;economia reale.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro messaggio è che la finanza non crea nulla, salvo gli interessi che misurano il contributo dato nella gestione temporale delle risorse (pagati comunque attraverso una partita di giro); ma allora da dove viene l&#8217;ipertrofia della finanza? Se pensiamo che il sistema bancario può elargire credito a piacere, si può capire subito come potrebbe raddoppiare l&#8217;offerta di credito e permettere l&#8217;esistenza di tutta una serie di istituzioni che si limitano a far girare il denaro attorno all&#8217;economia reale; maggiore è la creazione e maggiore è questo mondo. Ma le singole banche possono far questo nei limiti di un multiplo (il moltiplicatore dei depositi che nasce dalla riserva frazionaria) applicato alla moneta in circolazione, che in realtà è emessa dalla Banca Centrale! L&#8217;ipertrofia della finanza quindi non può discendere che dalle politiche monetarie espansive, anzi continuamente espansive in modo che i prezzi non riescano mai a incorporare perfettamente l&#8217;inflazione monetaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Se si considerassero tutti gli scambi nell&#8217;economia reale, il mondo finanziario sembrerebbe meno enorme, però se guardiamo a che tasso è cresciuta rispetto al PIL la base monetaria negli ultimi venti anni, si capisce che la finanza non può comunque essere che ipertrofica. Però misuriamola per bene.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/11/28/ipertrofia-della-finanza-o-problema-di-misurazione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Eurocrisi, way out o big bang</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/18/eurocrisi-way-out-o-big-bang/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/11/18/eurocrisi-way-out-o-big-bang/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[monete]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[Fed]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=10560</guid>
		<description><![CDATA[E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di instabilità sistemico rappresentato dal debito pubblico e dalla bassa crescita del nostro Paese. Ora che l&#8217;Italia si pone in condizione di rassicurare i mercati- se farà e se farà bene, se la politica non si mette troppo per traverso, sde si conferma dopo mesi il sorpasso al ribasso sullo spread spagnolo di stamane &#8211; è tempo anche da noi di aprire il dossier della crisi vera, rispetto alla quale l&#8217;Italia non deve fungere da detonatore, ma che rischia comunque di investire tutto il continente. Diciamolo chiaramente. Nel 2012 è l&#8217;euro in quanto tale, a rischiare di saltare. <span id="more-10560"></span></p>
<p>Questo ci dice la tumultuosa vendita da Oltreoceano che ogni giorno si sta realizzando sotto i nostri occhi nei confronti di tutti gli asset europei, a partire dal debito pubblico di tutti i componenti dell&#8217;euroarea ad eccezione della Germania, ed estendendosi ai titoli bancari che portano a sempre nuovi record verso il basso i listini di Borsa dell&#8217;intera Europa, perché le banche sono la cintura più esposta alla crisi di sistema che si sta scatenando.</p>
<p>I segnali sono assai preoccupanti e chiari, per chi li vuole leggere. I differenziali sul Bund che s&#8217;inerpicano verso l&#8217;alto non sono solo quelli greci, e portoghesi e spagnoli.  La Francia stava a 40 punti base di premio sul Bund decennale a fine 2010. Oggi  supera i 200 e da due settimane peggiora ogni giorno, ha di fatto già perso nel giudizio dei mercati la tripla A di cui andava così fiera. Il Belgio è passato da 103 punti a 318. L&#8217;Austria, pur considerata integrata alla Germania euroleader, è salita da 54 a 190. Lo stesso fondo salva-Stati e salva-banche, l&#8217;Efsf, in teoria tripla A anch&#8217;esso, ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di una sua obbligazione dopo averne ridotto l&#8217;ammontare, e paga rendimenti in crescita quotidiana allineati a quelli francesi. Tre mesi di incorporazione da parte del sistema bancario di questa stima crescente dei rischi sovrani implicano problemi gravissimi per il credito non più solo dei Paesi sin qui a rischio, ma innanzitutto delle banche francesi, le più esposte al totale di carta pubblica europea.</p>
<p>Perché i mercati scommettono che nel 2012 l&#8217;euro salta, se non si assumono decisioni efficaci e adeguate al rischio a cui l&#8217;euro esposto? Per comprenderlo, è necessario compiere un passo indietro. Diciamo che, con qualche approssimazione tecnica, al mondo esistono due tipi di aree monetarie concepite come ottimali. Una è quella del dollaro. L&#8217;altra quella dell&#8217;euro. Sono due modelli pressoché agli antipodi. Per ragioni serie e storiche però, non per follia o inettitudine come vorrebberom oggi alcuni improvvisatori che gridano soluzioni da bar, anche se hanno nomi e cognomi autorevoli nel giornalismo italiano. E neanche perché i padri dell&#8217;euro ieri e Mario Draghi oggi avrebbero compiuto un golpe a nome delle banche, come strepitano blogger stralunati e cospirazionisti di estrema destra come di sinistra antagonista.</p>
<p>Il modello americano si è evoluto dal 1913 in avanti secondo una concezione per la quale a una valuta comune corrisponde l&#8217;unificazione reale dei mercati sottostanti, dei beni, dei servizi, del lavoro come della relativa regolazione. Lo scopo è quello di consentire che un unico tasso di interesse abbia sì effetti asimmetrici nelle diverse aree dell&#8217;Unione, che sono caratterizzate da tassi di crescita, costi dei fattori produttivi e prezzi degli asset comunque tra loro diversi visto che un continente non ha certo condizioni omogenee. Ma l&#8217;unificazione dei mercati e della regolazione consente che l&#8217;equilibrio a unico tasso d&#8217;interesse tra costi diversi, salari e disoccupazione avvenga per autoregolazione attraverso vasi comunicanti. Ti puoi spostare da uno Stato con più disoccupazione a uno che tira di più, con prezzi diversi, ma senza mettere a rischio risparmio e patrimonio.</p>
<p>In questo modello, quando il ciclo scende e a maggior ragione quando si aprono grandi crisi, la via prescelta è quella di attenuarne i morsi monetizzando il debito – tanto l&#8217;eccesso di debito privato, che delle banche che di quello pubblico – facendo stampare dollari alla FED. Dal 2008 in avanti, la banca centrale americana lo ha fatto per oltre 20 trilioni di dollari per il solo sistema banco-finanziario, praticamente per l&#8217;equivalente dei due terzi del valore attuale di tutti gli asset quotati nelle borse americane. Se si somma il debito pubblico,delle famiglie, delle imprese e delle banche Usa, nel giugno 2011 la quota era pari al 289% del Pil americano. Per fare paragoni, il Regno Unito è a quota 497%. Il Giappone a quota 492%. La Spagna a 388%. La Francia a 341% L&#8217;Italia al 303%.</p>
<p>La differenza tra la sostenibilità del maggior debito americano, britannico e giapponese rispetto al nostro – più basso – dipende dal fatto che le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone monetizzano il debito con il torchio monetario, pressoché illimitatamente (non solo da questo, per essere corretti, conta anche la caratteristica delle economie di ciascuno, la percentuale di debito detenuto dai non residenti, etc etc, ma questo aspetto è comunque fondamentale). Certo, è un sistema che produce bolle nel prezzo degli asset, come quella di Internet prima, dell&#8217;immobiliare poi. E produce inflazione. Ma l&#8217;America, finché il dollaro è la moneta in cui sono denominati i mercati di tutte le commodities mondiali e dunque è riserva prioritaria per tutte le banche centrali, l&#8217;inflazione monetaria l&#8217;esporta verso il resto del mondo, anche grazie alla sua sostenuta produttività domestica. Meglio le bolle ogni tanto di una più alta disoccupazione stabile, pensano in America.</p>
<p>Poi c&#8217;è il secondo modello, quello dell&#8217;euroarea. Vediamo di spiegarlo storicamente, perché questa è la risposta da dare a coloro che non capiscono come mai siamo stati per così dire “commissariati” dai tedeschi, insieme a greci, portoghesi, spagnoli e irlandesi. Il modello BCE nasce dall&#8217;esperienza tragica fatta dalla Germania ai tempi di Weimar. L&#8217;eccesso di torchio monetario e di inflazione, stante l&#8217;enorme debito accumulato nella sconfitta della prima guerra mondiale, portò comunque a disoccupazione di massa e perdita reale e verticale di risparmio. L&#8217;effetto fu il nazismo, la presa sugli strati popolari dei totalitarismi neri e rossi.</p>
<p>Per questo la Germania per decenni, prima della moneta comune, ha affinato il modello su cui l&#8217;euro è poi nato. A differenza degli Usa, nessuna unificazione reale dei mercati sottostanti, del lavoro, dei beni e dei servizi come della regolazione: tranne che nel comparto finanziario. In più, il debito pubblico resta garantito da ciascun Paese membro. Senza un debito comune europeo è come se esso sia denominato in una valuta straniera, rispetto all&#8217;euro. Infine, la BCE non può e non deve monetizzare debiti di alcun tipo, deve solo pensare a tenere bassa l&#8217;inflazione, deve astenersi dal sostenere il ciclo.</p>
<p>Come può reggere un sistema di tal tipo, visto che la curva dei costi come della produttività, e le bilance dei pagamenti tra i diversi paesi dell&#8217;euroarea sono tanto divergenti? Per dire, la Germania è forte perché ha il più grande attivo al mondo di parte corrente dopo la Cina, quasi il 7% del Pil, il Portogallo era in passivo del 14% prima della crisi. Oppure, se consideriamo il costo per unità di lavoro fatto pari a 100 nel 2000,  quello tedesco nel 2008 era a 98 e ora è a 105, quello portoghese  nel 2008 era a 128 e ancora oggi è sceso solo a 125.</p>
<p>Il meccanismo tedesco prevede che, per reggere con queste asimmetrie e avvantaggiarsi tutti dell&#8217;euro, siano le classi politiche dei diversi Paesi a dover tenere la finanza pubblica in equilibrio al più basso livello di spesa pubblica coerente con un welfare decente e la sostenibilità del proprio debito pubblico, e a indurre con adeguate riforme l&#8217;economia reale ad un&#8217;elevata produttività. In caso contrario, con bassa crescita e alto debito e senza torchio monetario della Bce, l&#8217;unico aggiustamento possibile è quello della deflazione interna, cioè del drastico abbassamento in termini di valore reale dei salari e delle pensioni, degli attivi patrimoniali delle banche come delle imprese. Una volta che il conto salato, in termini di disoccupazione e impoverimento reale, cade sulle spalle di lavoratori,  contribuenti e risparmiatori, allora essi richiameranno al dovere i politici mentitori e inadeguati, sostituendoli con politici più virtuosi. E&#8217; un meccanismo kantiano che scommette sulla virtù e sulla saggezza, altrimenti &#8220;il giudice a Berlino&#8221; passa per brutte botte in testa ai popoli.</p>
<p>Siamo esattamente a questo punto. Il conto amaro si abbatte su milioni di portoghesi e spagnoli, italiani e &#8211; tra pochissimo- francesi. Perché i politici mentono e preferiscono dare la colpa al mercato o alle opposizioni, perché i sindacati resistono alle riforme, perché ciascuno dice che la colpa è di un altro. E alla fine a pagare sono imprese e lavoro, coloro che non decidono alcunché ma subiscono.</p>
<p>Perché il mercato scommette che l&#8217;euro salta? Perché, al momento, non ci sono segni che tedeschi e francesi – entrambi sotto elezioni nel 2012 e nel 2013 &#8211; siano pronti ad assumere alcuna delle tre decisioni diverse che ci potrebbero portare fuori dal gorgo. Dico tre non perchè siano davvero tre, il mix può essere molto ampio. Le indico solo per far capire quanto possano essere diverse.</p>
<p>La prima decisione è quella di cambiare con procedura d&#8217;urgenza Trattato e Statuto della Bce, mutandone la natura e inducendola a monetizzare il debito. I tedeschi non si fidano e dal loro punto di vista hanno ragione, con mercati separati è un premio a chi ha accumulato più squilibri traendo a quel punto il massimo vantaggio dall&#8217;euro. Ora molti inneggiano a questa soluzione, Giuliano Ferrara la grida ai quattro venti: la loro ricetta quasi sempre è rimanere padroni a casa propria e lotta senza paura contro il vincolo estero, tranne che poi ci deve pensare la Bce a risolvere il problema degli squilibri insostenibili. Sembrano saggi, e sono matti.  La monetizzazione senza limiti del debito comunque induce i politici ad accumulare debito, tanto ci penserà una banca centrale a evitare il default. Per questo chi la pensa come noi ha sempre pensato che i freni alla monetizzazioen fossero più che giustificati, dagli andamenti della storia e dall&#8217;irresponsabilità crescente dei politici. Ha più titolo per chiedere la monetizzazione chi a quel punto abbraccia l&#8217;armonizzazione fiscale e la cessione ulteriore di sovranità a favore dell&#8217;Unione. Non mi sembra abbondino, tra i nostalgici urlatori del Cavaliere. Diciamo che è una proposta che alberga con maggior titolo a sinistra, che nella destra estrema (altro paio di maniche è la tradizione popolar-cattolica, rispeto alla quale la cessione di sovranità comporta menio problemi fin dai padri fondatori del trattato di Roma).<br />
La seconda è una via intermedia. Senza monetizzazione integrale da parte della Bce,  si potrebbe comunque formare un fondo comune in cui i diversi Paesi membri facessero confluire una quota di debito pubblico eccedente una certa soglia- diciamo il 70% &#8211; chiamandone a garanzia  in parte la Bce, e in parte le stesse riserve accumulate dalla Germania grazie al fatto che tutti comprano solo i suoi Bund vendendo il resto dell&#8217;eurocarta (la fuga dei fondi monetari dalla Francia è ormai massiccia, e i tedeschi se ne avvantaggiano grazie ai loro meriti). E&#8217; una proposta simile a quella avanzata qui in Italia da Paolo Savona. Ha il vantaggio di affriontare l&#8217;emergenza con strumenti comuni, senza pretendere però di varare in due settimane o due mesi uno schema nuovo di unificazione dei mercati e della politica e una Bce &#8220;alla FEd&#8221;: la politica non riuscirebbe mai a farlo, secondo me.</p>
<p>La terza proposta, fuori dai denti, è quella ancora più traumatica. Intavolare un confronto riservato su come uscirne, dall&#8217;euro. In breve &#8211; i problemi tecnici sono immensi &#8211; le ipotesi sono due. Se ad uscirne sono i Paesi eurodeboli, si troverebbero con gli attivi e passività esteri di banche e imprese che restano in euro e dollari, con quelli domestici invece in lire o franchi svalutati tra il 20 e il 40%. L&#8217;effetto sarebbe di fallimenti e disoccupazione di massa. Se invece fossero gli euroforti – Germania, Olanda e Nordeuropea -  allora l&#8217;effetto sarebbe opposto, l&#8217;avvaloramento degli attivi e passivi domestici reggerebbe l&#8217;effetto del maggior valore che il marco o il N-Euro, l&#8217;euro del nord, acquisterebbe sul dollaro rispetto all&#8217;euro attuale, penalizzandone le esportazioni sì, ma non tanto da annullare il vantaggio di competitività tedesco di questi anni. Detta così sembra semplice, non lo è affatto. Ma è anche vero che senza alcuna risposta, l&#8217;esplosione è certa.</p>
<p>I mercati però non vedono i segni, nelle classi politiche tedesche, francesi ed europee, né della consapevolezza del rischio terribile a cui tutti siamo esposti. Né dei rimedi possibili da adottare. La Merkel non passa giorno che non dica no a ciascuna di queste diverse ipotesi. La Germania del resto ha un suo piano B. Ha un suo Lebensraum economico ottimale, che non coincide affatto con l&#8217;euroarea ma si estende all&#8217;est Europa e all&#8217;intera Scandinavia, ha una politica propria e non europea nel braccio di ferro tra yuan e dollaro, in quanto il rapporto di Berlino con la Cina è diretto e  nonpassa certo né per Bruxelles né per Francoforte .Gli altri governi tacciono. I francesi con Sarkozy per grandeur non hanno capito che l&#8217;esposizione del loro sistema bancario pretendeva un rulo diverso dalla fuinzione di essere &#8220;come la Germania&#8221;.</p>
<p>Per questo i mercati scommettono che l&#8217;euro salterà. E per questo l&#8217;Italia deve al più presto recuperare l&#8217;autorevolezza per tornare a sedersi al tavolo europeo, come ha detto ieri Mario Monti.  Non si è mai visto una carrozza trainata da un tiro a quattro in cui il passo debba essere quello del cavallo più veloce. Perché o gli altri tre cavalli crepano oppure, ancor prima, si ribalta la carrozza. Finché siamo in tempo, evitiamolo. Perché di tempo ne è rimasto veramente poco.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/11/18/eurocrisi-way-out-o-big-bang/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>48</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il triste derby tra Spagna e Italia</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/10/05/il-triste-derby-tra-spagna-e-italia/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/10/05/il-triste-derby-tra-spagna-e-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 18:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[bund]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=10226</guid>
		<description><![CDATA[La Spagna è più solida dell’Italia. Questo è quanto sembra emergere dai dati del differenziale tra i buoni decennali italiani, quelli spagnoli e i bund tedeschi. Sono ormai due mesi che l’Italia paga maggiormente il proprio debito rispetto allo Stato iberico, dopo che per diverso tempo il rischio paese italiano era stato inferiore a quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Spagna è più solida dell’Italia. Questo è quanto sembra emergere dai dati del differenziale tra i buoni decennali italiani, quelli spagnoli e i <em>bund</em> tedeschi. Sono ormai due mesi che l’Italia paga maggiormente il proprio debito rispetto allo Stato iberico, dopo che per diverso tempo il rischio paese italiano era stato inferiore a quello spagnolo.<span id="more-10226"></span></p>
<p>Perché tale cambiamento? Una risposta semplice arriva dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha affermato che  “dipende anche dall&#8217; annuncio di nuove elezioni che di per sé è una prospettiva di cambiamento e quindi un&#8217;apertura al futuro”.</p>
<p>La Spagna ha infatti annunciato di andare ad elezioni anticipate, dato che il governo Zapatero si è reso conto di non poter più avere margini di manovra. Il leader del Partito Socialista è stato superato al suo interno dalla corrente del candidato socialista alle prossime elezioni, Alfredo Rubalcaba, e dunque ha deciso di anticipare le elezioni generali. In queste sembra quasi certa la vittoria del Partito Popolare con alla guida Mariano Rajoy e dunque si annuncia una prospettiva di cambiamento.</p>
<p>Il Ministro Tremonti ha poi precisato che  la sua affermazione non si riferiva all’Italia e alla Spagna, ma è difficile in questo momento non pensare ai due paesi che vivono problemi simili e situazione politiche delicate.</p>
<p>Tuttavia la crisi spagnola e quella italiana sono profondamente differenti. La crisi italiana deriva da ormai un ventennio di crescita persa a causa dell’incapacità dei diversi Governi di effettuare le riforme necessarie. Il debito italiano ha superato la barriera del 120 per cento del PIL, il doppio dell’antico limite di Maastricht, ma il deficit è a livelli relativamente contenuti.</p>
<p>La manovra finanziaria si appresta ad aumentare ulteriormente le tasse per cercare di raggiungere il bilancio di pareggio già nel 2013, ma i mercati hanno avuto sfiducia in tale manovra, punendo l’Italia con un incremento molto importante dello <em>spread</em>. Tale manovra avrà effetti recessivi che dovrebbero compromettere il raggiungimento del pareggio di bilancio, oltre a bloccare una crescita economica già inesistente.</p>
<p>In Spagna la crisi deriva dallo scoppio della bolla immobiliare, che ha creato una enorme disoccupazione, oltre 4,2 milioni di disoccupati. Il sistema bancario spagnolo è estremamente fragile, non tanto per i grandi istituti bancari, quanto per la posizione delle casse di risparmio. Queste sono state gestite sempre come strumenti politici e non è un caso che siano le diverse Comunità Autonome a scegliere i vertici delle stesse. Anche nel momento in cui il Governo spagnolo decise di aiutare la concentrazione tra le diverse <em>cajas</em>, queste seguirono criteri politici nell’aggregarsi. Ad esempio Cajas Madrid si unì con la valenciana Bancaja perché entrambe le Comunidades erano sotto la guida del Partito Popolare. In Catalunya molte casse di risparmio si unirono a Caixa Catalunya per creare un polo catalano.</p>
<p>Così facendo, nonostante oltre 20 miliardi di euro immessi tramite il Fondo di ristrutturazione bancaria, i problemi non sono stati risolti; e adesso tutti i nodi vengono al pettine.</p>
<p>La CAM, una cassa di risparmio con base ad Alicante, non ha trovato tre miliardi di euro per ricapitalizzarsi ed è stata nazionalizzata. Si stima che il Governo dovrà immettere altri 5 miliardi di euro per salvarla. E non è finita qui, dato che anche Catalunya Caixa e Unnim saranno nazionalizzate.</p>
<p>Il Governo si appresta a dover immettere diversi miliardi di euro nel settore bancario proprio mentre i dati economici spagnoli stanno peggiorando.</p>
<p>I mercati hanno tuttavia fiducia che la Spagna possa risollevarsi in fretta, ma il rischio rimane molto elevato e difficilmente il paese iberico uscirà da una situazione molto delicata, nonostante le elezioni.</p>
<p>In Italia la situazione è troppo immobile da troppi anni; forse è proprio per questo che i mercati hanno perso la fiducia ed è anche il motivo per il quale Moody’s ha abbassato il livello del rating italiano di tre gradini nelle serata di ieri.</p>
<p>Un triste derby quello tra Italia e Spagna, mentre le banche europee si apprestano a svalutare il debito sovrano tossico dei paesi deboli dell’Euro.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/10/05/il-triste-derby-tra-spagna-e-italia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tobin Tax, tutti ne parlano ma nessuno dice come (non) funziona</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/08/26/tobin-tax-tutti-ne-parlano-ma-nessuno-dice-come-non-funziona/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/08/26/tobin-tax-tutti-ne-parlano-ma-nessuno-dice-come-non-funziona/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 14:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=9946</guid>
		<description><![CDATA[Ci stiamo arrivando: alla fine la Tobin Tax verrà adottata, ne sono sicuro. Resta da vedere in quale modo, in che tempi, su quali basi, con quali eccezioni… insomma resta da vedere tutto, ma io sono sicuro che qualcosa verrà messo, e verrà definito Tobin Tax. Perché? Perché si vuol frenare la speculazione e finalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Ci stiamo arrivando: alla fine la Tobin Tax verrà adottata, ne sono sicuro. Resta da vedere in quale modo, in che tempi, su quali basi, con quali eccezioni… insomma resta da vedere tutto, ma io sono sicuro che qualcosa verrà messo, e verrà definito Tobin Tax. Perché? Perché si vuol frenare la speculazione e finalmente riprendere il controllo dei mercati? Perché le autorità finalmente hanno deciso di intervenire per risollevare questa economia così sofferenze? Macché… Lo faranno perché sono al bivio tra la riduzione dello Stato o la spremitura fiscale di tutto il possibile; e siccome i nostri supereroi, piuttosto che ridurre la macchina politica che dà loro il pane (e molto companatico) si taglierebbero le gonadi, hanno bisogno di trovare molti soldi, e pur di averli potrebbero mandare in malora tutto l’ambiente economico che gira attorno alla loro macchinona. </p>
<p style="text-align: justify">La scusa è un classico: introduciamo una imposta che freni la speculazione, che liberi i prezzi di Borsa dal bieco gioco al ribasso dei grandi fondi, e così proteggeremo il risparmio nonché il prestigio dei nostri titoli di Stato; la Tobin Tax, la tassazione delle operazioni sul mercato finanziario in quanto tali è la soluzione.</p>
<p>Provo a dirvi io come stanno le cose riguardo la Tobin Tax.<span id="more-9946"></span></p>
<p style="text-align: justify">Effettivamente Tobin propose una tassazione su certa operatività finanziaria in un certo senso per combattere la speculazione, intesa come il continuo gioco di spinte al rialzo o al ribasso dei prezzi. In realtà Tobin pensava, in quel contesto, al tasso di cambio: suo scopo era quello di ridurre le sue oscillazioni di breve periodo, cioè di evitare quel continuo sali-scendi che comportava incertezze sul valore monetario di operazioni trans-frontaliere e quindi sicuramente non permetteva il completo dispiegarsi dell’attività economica. Chiaramente dal mio punto di vista, Tobin aveva torto a porsi il problema, ma a parte la comprensibilità del suo cruccio va riconosciuto soprattutto che il suo approccio riguardava il contenimento delle sole oscillazioni di breve periodo, quindi manteneva la consapevolezza che esistono movimenti “di lungo periodo”, o meglio mutamenti “strutturali” o “fondamentali” delle condizioni economiche, che implicano necessariamente un riallineamento delle variabili, tasso di cambio compreso. Contro i mutamenti “di lungo” Tobin non aveva volontà d’agire, e sono sicuro che fosse consapevole anche dell’inutilità di qualsiasi intervento di questo tipo, soprattutto fuori dal contesto originario della sua proposta (oggi si vuole la Tobin Tax per non far cadere titoli di Stato o azioni bancarie, non per calmierare i movimenti del tasso di cambio).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi mostrerò di seguito il funzionamento di una Tobin Tax, e i suoi limiti.</p>
<p style="text-align: justify">Come esempio di riferimento ho costruito il seguente grafico “<em>Quadro delle Aspettative/Valori di Equilibrio</em>” (Fig.1) di una ipotetica attività finanziaria:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fig.1</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/08/tobin1.bmp"><img class="alignnone size-full wp-image-9950" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/08/tobin1.bmp" alt="" /></a></p>
<ul>
<li>il titolo parte dal prezzo di 100;</li>
<li>le palline arancioni indicano il valore del titolo ritenuto periodo per periodo coerente con i suoi fondamentali (se si considerano gli speculatori come soggetti passivi sul mercato) oppure i target dei trader (se si considerano gli speculatori come dei malvagi che possono autonomamente decidere di muovere a piacimento il prezzo);</li>
<li>Si intende la Tobin Tax come una tassazione sull’intero importo dell’operazione, e non sul guadagno netto, altrimenti non si tratterebbe di una Tobin Tax ma solo di una aliquota fiscale particolare sui redditi finanziari, che è tutto un altro discorso;</li>
<li>le linee azzurre a 105 e 95 corrispondono ad una banda del 5% attorno al prezzo iniziale di 100; le linee verdi indicano la stessa cosa ma attorno al prezzo di 92.5. In pratica sono due “aree di Tobin” del 5% attorno a 100 e 92.5.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">In assenza di Tobin Tax, gli speculatori semplicemente reagirebbero periodo per periodo ai mutati valori target o di equilibrio, procedendo ad acquisti (periodi 1 e 3) o vendite (gli altri) che causerebbero i relativi movimenti del prezzo verso l’alto o verso il basso. Il prezzo del titolo segnerebbe quindi un percorso “di libero mercato” come quello tratteggiato in nero sul grafico, passando per i valori target 100, 102.5, 95, 105, 100, 95, 92.5, 90, e 85.</p>
<p style="text-align: justify">In presenza della Tobin Tax del 5% le operazioni sicuramente fino al periodo 5 risultano anti-economiche: non si può pensare di comprare il titolo attendendosi ad esempio che il prezzo salga a 102.5 (+2,5%) in quanto il pagamento del 5% di Tobin Tax si mangerebbe il possibile guadagno, e lo stesso vale per chi ha target 95 o 105. Finché le aspettative, o i target, si mantengono all’interno “dell’area di Tobin” le operazioni speculative andrebbero in perdita (al limite in pari, il che però non compensa comunque il rischio e lo sforzo), quindi non vengono realizzate, ergo il prezzo resta inchiodato a 100. Questo era l’obiettivo di Tobin: castrare i movimenti di corto respiro in modo che il prezzo restasse stabile.</p>
<p style="text-align: justify">I problemi vengono quando gli operatori cominciano a aspettarsi prezzi consoni ai fondamentali ben oltre il 5% della nostra Tobin Tax, come nel periodo 6. In quel caso, seppur ridotto dalla tassa, un’operazione di vendita avrebbe comunque un valore finanziario positivo (giocando al ribasso posso vendere a 100, perdere 5 di tassa, e ricompare a 92.5, che al netto è come vendere per 95 e riacquistare a 92.5, guadagnando 2.5). In pratica il titolo cade tutto d’un colpo (-7.5) dopo il periodo di stabilità su 100, come nel percorso evidenziato in Fig.1 dal tratteggio rosso. Fissato il prezzo a 92.5, l’applicazione della Tobin Tax comporta nuovi limiti di operatività (97.13 e 87.88), che comportano nell’esempio mostrato una stabilità del prezzo per il periodo 7 e una nuova caduta nel periodo 8; e così via con il deteriorarsi dei fondamentali. Cioè: si può forzare una certa stabilità “di breve” ma alla lunga – come pensava Tobin – se il problema è una revisione totale dello scenario non ci sono paletti che tengano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Mi si può obiettare che questo accade nel caso che siano i fondamentali a guidare il mercato, e non con una speculazione che può “imporre” il prezzo. La mia risposta è che non cambia nulla: non si permette di realizzare piccole operazioni e guadagni di breve periodo, ma se una parte maggiore del mercato converge sull’obiettivo di far scendere il prezzo significativamente oltre i limiti della Tobin Tax, questo si realizza comunque.</p>
<p style="text-align: justify">La cosa è ancora più evidente se si prende la Fig.1 come una serie di target successivi dettati dall’ingresso periodo per periodo di intenzioni di acquisto o di vendita. Spiego meglio: ipotizzando una sensibilità costante del prezzo agli squilibri tra domanda e offerta (nel caso: assumendo che il prezzo si muova del 2.5% in alto – o in basso – circa per ogni incremento di domanda – o offerta – per una certa quantità X del titolo), il “percorso di libero mercato” sottende la successione di intenzioni di acquisto e vendita (il “+” sta per acquisto, il “-” sta per vendita); queste sono riportate alla riga “<em>Intenzione</em>” della Fig.2:</p>
<p style="text-align: justify">Queste intenzioni di vendita hanno le loro conseguenze al rialzo e al ribasso sul prezzo (riga “<em>Delta Prezzo</em>”) che determinano il percorso di libero mercato (riga “<em>Prezzo libero</em>”). Il prezzo nel periodo 8 è in fondo niente altro che il prezzo iniziale 100 più l’effetto finale del concorso di tutte le volontà di acquisto e vendita intercorse (riga “<em>Posizione del mercato</em>”) che infatti implica una vendita netta di 6X che, data l’ipotesi di costante sensibilità del prezzo di 2.5 contro X di transatto, significa un prezzo finale di (100-6*2.5=100-15=) 85.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fig.2</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="126">Periodo</td>
<td valign="top" width="53">0</td>
<td valign="top" width="53">1</td>
<td valign="top" width="54">2</td>
<td valign="top" width="58">3</td>
<td valign="top" width="54">4</td>
<td valign="top" width="54">5</td>
<td valign="top" width="49">6</td>
<td valign="top" width="49">7</td>
<td valign="top" width="54">8</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Intenzione</td>
<td valign="top" width="53"> </td>
<td valign="top" width="53">+X</td>
<td valign="top" width="54">-3X</td>
<td valign="top" width="58">+4X</td>
<td valign="top" width="54">-2X</td>
<td valign="top" width="54">-2X</td>
<td valign="top" width="49">-X</td>
<td valign="top" width="49">-X</td>
<td valign="top" width="54">-2X</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Delta Prezzo</td>
<td valign="top" width="53"> </td>
<td valign="top" width="53">+2.5</td>
<td valign="top" width="54">-7.5</td>
<td valign="top" width="58">+10</td>
<td valign="top" width="54">-5</td>
<td valign="top" width="54">-5</td>
<td valign="top" width="49">-2.5</td>
<td valign="top" width="49">-2.5</td>
<td valign="top" width="54">-2.5</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Prezzo libero</td>
<td valign="top" width="53">100</td>
<td valign="top" width="53">102.5</td>
<td valign="top" width="54">95</td>
<td valign="top" width="58">105</td>
<td valign="top" width="54">100</td>
<td valign="top" width="54">95</td>
<td valign="top" width="49">92.5</td>
<td valign="top" width="49">90</td>
<td valign="top" width="54">85</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Posizione del mercato</td>
<td valign="top" width="53"> </td>
<td valign="top" width="53">+X</td>
<td valign="top" width="54">-2X</td>
<td valign="top" width="58">2X</td>
<td valign="top" width="54">0</td>
<td valign="top" width="54">-2X</td>
<td valign="top" width="49">-3X</td>
<td valign="top" width="49">-4X</td>
<td valign="top" width="54">-6X</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Operazioni con Tobin</td>
<td valign="top" width="53"> </td>
<td valign="top" width="53">-</td>
<td valign="top" width="54">-</td>
<td valign="top" width="58">-</td>
<td valign="top" width="54">-</td>
<td valign="top" width="54">-</td>
<td valign="top" width="49">-3X</td>
<td valign="top" width="49">-</td>
<td valign="top" width="54">-3X</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="126">Prezzo con Tobin</td>
<td valign="top" width="53">100</td>
<td valign="top" width="53">100</td>
<td valign="top" width="54">100</td>
<td valign="top" width="58">100</td>
<td valign="top" width="54">100</td>
<td valign="top" width="54">100</td>
<td valign="top" width="49">92.5</td>
<td valign="top" width="49">92.5</td>
<td valign="top" width="54">85</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">La presenza di una Tobin Tax blocca l’operatività finché non ci si aspetta una variazione del prezzo sufficiente, quindi almeno fino al periodo 5 (vedi riga “<em>Operazioni con Tobin</em>”). Fino a questo momento il mercato accumula una certa posizione netta inespressa (riga “<em>Posizione del mercato</em>”), dopo di che al periodo 6 la pressione alla vendita diventa tale che le vendite nette si esprimono tutte insieme (-3X) tirando il prezzo sufficientemente in basso (vedi riga “<em>Prezzo con Tobin</em>”) da scavalcare l’effetto deterrente della tassa. Nel periodo 7 non succede nulla, in quanto la pressione aggiuntiva (vendita di X) non permette di superare il costo della Tobin Tax sul nuovo prezzo di di 92.5 (i nuovi limiti operativi sono ora 97.13 e 87.88, e la pressione di un solo X in vendita al massimo porterebbe il prezzo a 90 comportando perdite per gli speculatori). Nel periodo 8, infine, si sarà accumulata un’altra quantità di intenzioni di vendita tali che il prezzo scavalcherà i nuovi limiti della Tobin Tax, quindi le vendite speculative avranno successo facendo crollare il prezzo a 85.</p>
<p style="text-align: justify">La Tobin Tax si dimostra, come nelle intenzioni dell’economista, un ottimo strumento di stabilizzazione di un prezzo (tasso di cambio, azione, o bond che sia) contro fenomeni speculativi di breve respiro, ma è impotente contro movimenti o intenzioni di portata maggiore che implichino o sottendano fenomeni strutturali drammatici. Il risultato è quindi una stabilizzazione “locale”, e in tempi più lunghi un andamento a “gradini” del prezzo Tobinizzato. In particolare, quanto maggiore è la Tobin Tax, tanto più lunga potrà essere la stabilizzazione ma sicuramente tanto maggiore sarà l’improvviso crollo (o salto) quando si sarà accumulata sufficiente “tensione inespressa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Dando per scontato che i politici europei siano meno sciocchi di quanto danno a intendere, questi stanno giocando su una disinformata, emotiva, massivamente ignorante opinione pubblica paventando una Tobin Tax come “lotta alla speculazione”, quando in realtà questa tassa può servire solo a controllare movimenti ridotti dei mercati; un BTP che da una quotazione quasi a 100 scende a 90 se non 80 svela una mera “fuga” dal titolo che non è arginabile se non da una Tobin Tax stellare – a due cifre – che però in pratica paralizzerebbe tutto il mercato finanziario, non solo la sua parte “speculativa”, rendendo antieconomica molta attività bancaria e con essa azzerando vari settori industriali che, per forza di cose, vivono di credito. Un risultato niente male per chi dice di voler difendere il paese… cui infatti non arriveremo: all’atto pratico la Tobin Tax sarà ridotta, e forse prenderà la forma di una tassazione di svantaggio sui soli profitti finanziari e non sulla operatività in sé (cioè non sarà una Tobin Tax). Nascosto da questo falso mito anti-speculativo, il fine allora può essere solo un altro: mero far cassa. Politici, dite la verità!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">E voi gente svegliatevi, ché come ha detto Barisoni di Radio24 “<em>la speculazione è come un avvoltoio, quando arriva è perché il morto c’è già</em>”, quindi inutile scacciare l’avvoltoio sperando che sparisca la puzza, e lasciando diffondere l’infezione! Sperare in una Tobin Tax è come voler nascondere lo sporco sotto il tappeto… per un po’ ci sta, poi vien fuori da tutte le parti.</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman;font-size: small"> </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/08/26/tobin-tax-tutti-ne-parlano-ma-nessuno-dice-come-non-funziona/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>51</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nord e Sud si spaccano, nella Ue e in Italia</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/08/19/nord-e-sud-si-spaccano-nella-ue-e-in-italia/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/08/19/nord-e-sud-si-spaccano-nella-ue-e-in-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 07:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=9921</guid>
		<description><![CDATA[Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la mordacchia ai mercati. Di fatto, è vero l&#8217;opposto. Semplicemente, i politici dei Paesi avanzati mostrano mese dopo mese di non avere la minima idea delle conseguenze di ciò che dicono in un&#8217;economia globalizzata, e di ciò che non fanno. E i mercati reagiscono nell&#8217;unico modo in cui chi non capisce e e chi non è d&#8217;accordo sanziona chi tenta di metterti sotto: lo puniscono duramente.<span id="more-9921"></span></p>
<p>Verrebbe da dire che c&#8217;è un mezzo gaudio, nel constatare che mentre la Borsa di Milano perde il 6,6% con le banche nuovamente a picco, anche Francoforte e Parigi perdono il 5%, anche Londra e Wall Street perdono oltre il 4%. In realtà, c&#8217;è da aver semplicemente paura. Perché o la politica cambia marcia, a Washington, a Berlino e a Parigi, oppure diventerà presto drammaticamente vero ciò che ieri per la prima volta ha previsto Morgan Stanley, e cioè che il mondo avanzato a 3 anni di distanza dal crac Lehman Brothers si avvia a riprecipitare nella recessione.</p>
<p>Se la politica dei Paesi avanzati crede di andare avanti con debiti pubblici esplosi, dovrebbe rassicurare i mercati della loro sostenibilità attraverso credibili piani di rientro, commisurati a far crescere anche chi è in difficoltà, e con misure e riforme finanziarie condivise tra America e Stati Uniti. Se invece Sarkozy e la Merkel propongono una tassa sulle transazioni finanziarie, e Obama reagisce al downgrading del debito americano facendo aprire inchieste alla Sec contro le banche europee che si finanziano in America, l&#8217;unica cosa che i mercati capiscono è che i politici hanno perso la trebisonda. E allora i mercati crollano. Perché l&#8217;America dovrebbe cambiare tono e tagliare il proprio eccesso di spesa pubblica senza più credere che il dollaro come valuta mondiale la renda intoccabile. Al contempo, la Merkel dovrebbe capire che la linea sin qui seguita di far andare in deflazione i Paesi eurodeboli è partita da premesse e meriti giusti e condivisibili, ma è stata condotta in una maniera sbagliata, perché anche la Germania si sta piantando. Sarkozy dovrebbe capire che le tasse contro la finanza, in un momento di politica priva di credibilità, mandano solo le banche e il risparmio a tappeto.</p>
<p>Ma non è finita qui. E vengo al Mezzogiorno. Ieri, mi sono letteralmente indignato. Non c&#8217;è solo l&#8217;irrealistica Tobin Tax contro i mercati proposta da Parigi e Berlino, ad aver provocato il collasso dei mercati. La picchiata è avvenuta anche per un&#8217;altra proposta franco-tedesca, ancor più demenziale a mio giudizio. E&#8217; stata la S<span style="font-family: Times New Roman,serif;">ü</span>ddeutsche Zeitung l&#8217;altro ieri a rivelarla. Preferivo pensare fosse una bufala, ma le cancellerie dei due Paesi euroleader non l&#8217;hanno smentita. Di conseguenza, i mercati sono esplosi.</p>
<p>Di che cosa si tratta? Di diminuire o sospendere i fondi strutturali europei ai Paesi che non siano virtuosi sul bilancio. Io da anni scrivo, propongo e mi batto perché in Costituzione approviamo anche in Italia una misura del tutto analoga a quella prevista nella Legge Fondamentale germanica, e cioè l&#8217;azzeramento del deficit pubblico. E aggiungo che vorrei un tetto al prelievo fiscale su persone e famiglie votato ogni anno dal Parlamento, come in Germania. Dunque non sono sospettabile di comprensione alla scarsa virtù. Ma sospendere i fondi strutturali a chi è in difficoltà è una cretinata in termini economici da lasciare senza fiato. Persino per chi, come me, critica sempre l&#8217;euroillusione di aver adottato una moneta unica in mercati che restano separati e con curve di costo diverse. Perché i fondi strutturali, coevi all&#8217;idea stessa di Unione Europea, nascono e si sono nel tempo evoluti per sostenere lo sforzo di convergenza a favore di chi aveva ereditato economie meno avanzate ed efficienti, ponendo come obiettivo la media europea dei redditi delle popolazioni come criterio per dosarli a favore di chi ne era più distante. La politica economica è fatta – almeno per chi ne ha una minima idea &#8211; proprio di misure che distinguono le correzioni anche energiche di breve termine dalla necessità di sostenere la convergenza verso l&#8217;alto a medio e lungo termine. Minacciare il venire meno dei fondi significa dire che l&#8217;Unione europea non c&#8217;è più, perché le popolazioni che si trovano a pagare il maggior costo del loro mancato sviluppo vengono private anche della possibilità di realizzarlo, sia pure in ritardo e a costo di sacrifici, grazie al sostegno europeo. E non perché a Berlino e Parigi siano tenuti alla carità cristiana. Ma perché sini qui almeno a parole è interesse comune dell&#8217;Europa che tutti producano, consumino, guadagnino e risparmino di più.</p>
<p>Per questo avrei voluto ieri che uno statista italiani, sentiti i governi di tutti i Paesi europei alle prese con difficoltà di ordine diverso, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all&#8217;Irlanda e via continuando, dichiarasse immediatamente che questa proposta franco-tedesca sbagliata e assolutamente da ritirare. Non perché sarebbe solo il Mezzogiono italiano, a essere colpito in maniera sanguinosa nelle sue possibilità di riscatto dalla ghigliottina ai fondi destinatigli per il sessennio 2014-2020, di cui l&#8217;anno prossimo si discuterà a Bruxelles e nei Consigli europei. Ma perché l&#8217;idea stessa di Europa, verrebbe meno.</p>
<p>Purtroppo, il governo italiano ieri non ha levato la sua voce. E&#8217; un errore grave. Non è così, che si riacquista credibilità per le decine e decine di miliardi di euro che ancora non abbiamo speso, per incapacità delle macchine amministrative regionali e centrali, dei fondi assegnatici negli anni 207-2013. Non è così, che si ridiventa virtuosi agli occhi degli altri governi e dei mercati. Anzi, non averlo fatto spiega perché il Sud e la sua crescita &#8211; questione nazionale perché senza ripresa e occupazione giovanile e femminile al Sud non c&#8217;è ripresa del Paese – mancano clamorosamente di essere presenti come priorità nella manovra bis appena varata dal governo. Su chi si abbatterebbe la scure degli accorpamenti di Comuni piccoli, se non al Sud per la diversa storia locale che ha portato a unità amministrative più piccole e col tempo più spopolate? Dove si concentrano, il più delle società partecipate e controllate dalle Autonomie locali da dismettere per ragioni di efficienza, se non nel Mezzogiorno? Molti di voi diranno: colpa del Sud, e anzi finalmente si inizia ad affondare il coltello. E&#8217; vero a metà: se non si adottano al contempoincentivi perché il Sud  possaacrescere occupazione e sviluppo,  Usemplicemente si compiace l&#8217;idea dei politici locali che esso abbia più bisogno di assistenzialismo.</p>
<p>Umberto Bossi l&#8217;ha detto e ripetuto, in questi giorni. Se il governo non mette mano a una correzione dei tetti di età pensionabile per anzianità e vecchiaia, è per continuare a far andare prima in pensione i lavoratori del Nord, entrati nel mercato del lavoro molto prima di quelli meridionali, che comunque ci riescono in percentuali molto più basse. Terremo duro e comunque se l&#8217;Italia andrà in pezzi meglio per noi, ha aggiunto Bossi, che non parlava così da anni. Sia detto senza offesa per nessuno, ma è lo stesso ragionamento che su più vasta scala e con ben altri titoli sta facendola Merkel a nome della Germania “forte”. Apparentemente sembrano ragioni forti. Invece, bisogna avere fegato e intelligenza per dire la verità: sono fesserie. Perché più divisi siamo, più divisi in Europa come più divisi in Italia, più deboli siamo tutti nel mondo della crescita e del risparmio a guida cinese e indiana.</p>
<p>Alcuni di noi &#8211; lo so bene &#8211; sono in realtà convinti da sempe che meglio divisi che uniti nell&#8217;errore.: tanto tra Nord e Sud d&#8217;Europa, che tra Nord e Sud d&#8217;Italia.  Ma la cosa stupefacente è che a dare una mano potente a questa divisione siano politici che dicono, in Europa come a Roma, di volere l&#8217;esatto opposto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/08/19/nord-e-sud-si-spaccano-nella-ue-e-in-italia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>62</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il lupo cattivo e l&#8217;agnello nel pantano. Di A. Spena</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/08/06/il-lupo-cattivo-e-lagnello-nel-pantano-di-a-spena/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/08/06/il-lupo-cattivo-e-lagnello-nel-pantano-di-a-spena/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 06 Aug 2011 09:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Amato]]></category>
		<category><![CDATA[Mucchetti]]></category>
		<category><![CDATA[prodi]]></category>
		<category><![CDATA[speculazione]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=9835</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo da Angelo Spena e volentieri pubblichiamo.
Ma davvero Amato, Mucchetti, Prodi e altri eminenti economisti non si raccapezzano sulle apparenti contraddizioni della finanza internazionale, in particolare tedesca, che con la mano destra vende titoli italiani e con la sinistra ne gesticola quasi un panegirico?
Non c’è qualcosa di irricevibile nella prima lettura dei fatti, per cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Angelo Spena e volentieri pubblichiamo</em>.</p>
<p>Ma davvero <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/27/Amato_uno_sforzo_per_ricchezza_co_9_110727017.shtml">Amato</a>, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/31/Patti_sindacato_contro_crisi_co_9_110731036.shtml">Mucchetti</a>, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/il-governo-italiano-non-ha-piu-ne-la-forza-ne-la-credibilita-per-rispondere-allegoismo-tedesco_3544.html">Prodi</a> e altri eminenti economisti non si raccapezzano sulle apparenti contraddizioni della finanza internazionale, in particolare tedesca, che con la mano destra vende titoli italiani e con la sinistra ne gesticola quasi un panegirico?</p>
<p><span id="more-9835"></span>Non c’è qualcosa di irricevibile nella prima lettura dei fatti, per cui davvero così sprovveduti o spietati finanzieri di stato farebbero del male da soli anche all’euro e alla Germania?</p>
<p>E se fosse invece uno degli atti (uno dei pochi visibili) di una manovra lucida e invadente condivisa senza clamore da chi italiano non è &#8211; e che pertanto istintivamente diffida della nostra gattopardesca intempestività &#8211; per spingere il nostro impantanato sistema politico, in cui da due paludi contrapposte non verrà una decisione come quella di Zapatero per l’<em>h</em>o<em>rror vacui</em> che da noi oggi le elezioni suscitano, per forzare dall’esterno una svolta, al di sopra dei partiti e della politica, verso un governo tecnico che dia una scossa all’economia ritenuta ormai improcrastinabile?</p>
<p>Forse questa volta il lupo cattivo l’agnello lo vuole (almeno per ora) vivo, e salvo dal pantano. E gli manda un segnale. Se in Italia una sponda c’è, potremmo saperlo anche presto.</p>
<p>Non fa mai piacere sentire passi allarmanti sopra la propria testa. Ma troppi rivoli in Italia e fuori d’Italia in molti diversi campi tendono oggettivamente a congiungersi in quanto scorrono sul medesimo piano sempre più inclinato.</p>
<p>Forse chi più sa non scrive sui giornali. Tuttavia, <em>viele danke</em>, <em>Frau</em> Merkel, se sarà stata vera maieutica. <em>Oportet ut scandala eveniant?</em></p>
<p><em>di Angelo Spena</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/08/06/il-lupo-cattivo-e-lagnello-nel-pantano-di-a-spena/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>22</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un piano B per l&#8217;euro? di D. Valiante</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/07/27/un-piano-b-per-leuro-di-d-valiante/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/07/27/un-piano-b-per-leuro-di-d-valiante/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 08:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[european stability mechanism]]></category>
		<category><![CDATA[Financial Stability Board]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=9770</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo da Diego Valiante e volentieri pubblichiamo.
Il crollo dei titoli bancari e l&#8217;elevata volatilità che spinge in questi giorni le borse europee in un ciclo ininterrotto di cadute e rimbalzi mette in evidenza lo stato d&#8217;incertezza che guida gli scambi nei giorni in cui la crisi dei debiti sovrani dell&#8217;area Euro s&#8217;intensifica. La manovra finanziaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Diego Valiante e volentieri pubblichiamo</em>.</p>
<p>Il crollo dei titoli bancari e l&#8217;elevata volatilità che spinge in questi giorni le borse europee in un ciclo ininterrotto di cadute e rimbalzi mette in evidenza lo stato d&#8217;incertezza che guida gli scambi nei giorni in cui la crisi dei debiti sovrani dell&#8217;area Euro s&#8217;intensifica. La manovra finanziaria di questi giorni, con gli emendamenti last minute, è certamente un effetto e non la causa di questa incertezza. I mercati scontano già da molto tempo la mancanza di riforme strutturali in Italia e i problemi di un&#8217;economia sull&#8217;orlo del declino.</p>
<p><span id="more-9770"></span>La causa di questa ventata di paura sui mercati, tuttavia, si fonda sui timori che le implicit guarantees (garanzie implicite) che gli Stati membri più forti offrono ai paesi più deboli dell&#8217;area euro possano venire meno nel caso del debito greco (con un default &#8216;selettivo&#8217;) e creare così un precedente per altri paesi dell&#8217;Eurozona quali l&#8217;Italia, le cui finanze pubbliche non possono permettersi una spirale di tassi d&#8217;interesse crescenti. Lo stress test di questi giorni ha anche evidenziato che, sebbene le banche italiane abbiano un buon livello di capitale, le sofferenze verso il nostro sistema economico sono salite in media al 9% dell&#8217;esposizione totale che il sistema bancario europeo ha verso il Belpaese (circa 140 miliardi di uro), dietro solo a Grecia ed Irlanda nell&#8217;area Euro.</p>
<p>Come noto, in un regime di cambi fissi (moneta unica) si vincolano gli stati più deboli a portare avanti aggiustamenti in termini reali per colmare il gap strutturale di competitività con altre nazioni. Siccome non è più possibile la svalutazione monetaria, questi aggiustamenti reali devono avvenire nel medio/lungo periodo solo tramite incrementi di produttività stimolati da salari più bassi o da investimenti in innovazione e sviluppo. Gli stati più competitivi invece traggono un forte ed immediato vantaggio dalla moneta unica perché possono esportare merci ed importare capitali più facilmente, essendo più competitivi sui prezzi. È questo elemento strutturale che spiega l&#8217;esistenza di garanzie implicite da un lato (per i benefici che traggono le nazioni più competitive) e continua ad allargare il divario tra paesi dell&#8217;Eurozona dall&#8217;altro (per lo svantaggio che questi paesi hanno nel disporre di una moneta molto apprezzata rispetto alle caratteristiche politico-economiche della nazione). Questa situazione rende sempre meno sostenibili i debiti degli stati periferici, imponendo la ricerca di una soluzione politica complementare a quella dell&#8217;armonizzazione delle politiche monetarie. Alla base dell&#8217;impasse politica che tiene i PIIGS sul filo del rasoio da mesi c&#8217;è la scarsa volontà politica di completare questo processo di unificazione delle politiche monetarie, iniziato nel 1998, con la successiva ed almeno parziale armonizzazione delle politiche fiscali e la creazione di un budget federale per l&#8217;Eurozona. Va da sè che tutto ciò richieda la modifica dei trattati ed un accordo su vasta scala che soddisfi i tempi di un importante e duraturo compromesso politico.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;Eurozona non può più tergiversare ma deve dare una risposta convincente ai mercati internazionali. C&#8217;è bisogno di un &#8216;piano B&#8217; che offra all&#8217;area Euro l&#8217;opportunità di rispondere a queste temporanee crisi di liquidità e di pianificare un più ampio progetto politico per ridurre i gap strutturali ed i rischi di insolvenza. Siamo ad un punto di svolta. O si rilancia il progetto europeo oppure le tensioni che stanno dilaniando le economie dei PIIGS s&#8217;intensificheranno ed estenderanno anche ad altri paesi, portando con una lenta agonia all&#8217;implosione dell&#8217;Eurozona. I nuovi poteri dati dal consiglio europeo al nuovo fondo monetario (European Financial Stability Fund) e al meccanismo di stabilità interno (European Stability Mechanism) non offrono tempo e munizioni a sufficienza, essendo limitati nei fini e nei mezzi con cui fronteggiare una probabile escalation della crisi in altri paesi. L&#8217;unica istituzione che potrebbe e, a mio avviso, dovrebbe agire per evitare che crisi di liquidità si trasformino in insolvenza è la banca centrale europea e l&#8217;eurosistema.</p>
<p>Nel breve termine potrebbe agire senza compromettere la stabilità dei prezzi poiché il sistema delle banche centrali detiene più di 400 miliardi di euro di titoli rivendibili sul mercato e quasi 600 miliardi di riserve monetarie ed auree. Inoltre, qualora fosse necessario, gli attuali tassi d&#8217;interesse molto bassi permettono di agire tramite l&#8217;incremento dei tassi di interesse sui conti delle istituzioni finanziarie presso le banche centrali senza che la liquidità utilizzata per l&#8217;acquisto di titoli di stato sul mercato secondario venga necessariamente immessa nel sistema, almeno nel medio termine. Ci sono pertanto ampi margini di manovra per un quantitative easing da parte della BCE, senza influenzare la stabilità dei prezzi. In ogni caso, ci si dovrebbe chiedere nell&#8217;interpretare il trattato e lo statuto delle BCE se venga prima la stabilità dei prezzi o la sopravvivenza dell&#8217;Eurozona stessa. La partecipazione attiva della BCE sul mercato secondario dei titoli di stato pertanto permetterebbe di:</p>
<ul>
<li>calmierare i mercati dando una risposta energica alle ipotesi di speculazione sui titoli degli stati sovrani dell&#8217;area Euro;</li>
<li>ridurre a sua volta l&#8217;impatto pro-ciclico dei meccanismi di rating;</li>
<li>abbattere i tassi di rendimento dei titoli di stato; e</li>
<li>dare alle altre istituzioni europee il tempo necessario per trovare una soluzione politica di lungo respiro, ad esempio l&#8217;istituzione di un budget federale o l&#8217;emissione di Eurobonds che promuovano investimenti in competitività (con contributi anche in funzione del surplus di partite correnti dei paesi più competitivi) per i paesi più deboli, come sostegno alle misure di austerità che guideranno l&#8217;azione di questi governi ancora per molto tempo. Il caso Argentina nel 2001 insegna come l&#8217;implementazione di sole misure di austerità senza investimenti deprima l&#8217;economia e peggiori ancor di più la sostenibilità del debito.</li>
</ul>
<p>L&#8217;intervento della BCE aiuterebbe indubbiamente a spostare l&#8217;attenzione delle istituzioni preposte a definire strategie di lungo periodo dal brevissimo termine (oramai non si va oltre i 3 mesi) al medio termine (3-5 anni). In effetti, un intervento deciso della BCE potrebbe far guadagnare facilmente un paio di anni considerando anche gli accordi già fatti con gli stati membri e con il fondo monetario internazionale, evitando che la crisi si estenda ad altri paesi quali Spagna, Italia e Belgio. L&#8217;intervento della BCE darebbe forte fiducia ai mercati che conoscono il potenziale di fuoco dell&#8217;eurosistema, portando I tassi d&#8217;interesse nell&#8217;alveo della sostenibilità.</p>
<p>I problemi di azzardo morale sono di solito un problema di supervisione. Pertanto, la BCE dovrebbe avere le mani libere di ritirarsi dal mercato qualora attesti che lo stato beneficiario non sta applicando il piano di austerity e nuove emissioni dovranno essere programmate con la supervisione della Commissione Europea e della BCE. L&#8217;azzardo morale delle istituzioni finanziarie è limitato poiché non gestiscono l&#8217;emissione ma detengono titoli solo nel mercato secondario. Gli accordi di questi giorni tra i paesi dell&#8217;area Euro e la reazione flebile dei mercati, con un&#8217;ulteriore caduta dopo il downgrade del debito greco da parte di Fitch e Moody&#8217;s, dimostrano che c&#8217;è bisogno di un intervento più deciso che permetta di trovare una soluzione di lungo periodo e di evitare che crisi di liquidità si trasformino troppo presto in insolvenza. L&#8217;Eurozona non si può permettere che paesi come Italia e Spagna perdano accesso al mercato. Ci sono gli strumenti per disegnare un&#8217;exit strategy, ma manca ad oggi la volontà politica di costruire finalmente un&#8217;Europa più forte per i nostri figli. Se gli stessi leaders europei non credono e si adoperano seriamente per fermare l&#8217;inevitabile effetto cascata di un default anche &#8216;ristretto&#8217; della Grecia, non saranno certo i mercati a credere che questa &#8216;political deadlock&#8217; non porti prima o poi al default di altri ben più grandi debiti dell&#8217;Eurozona.</p>
<p><em>Diego Valiante è research fellow presso il Center for European Policy Studies.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/07/27/un-piano-b-per-leuro-di-d-valiante/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

