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	<title>CHICAGO BLOG &#187; fisco</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Uno Stato meno ladro: paghi i suoi debiti come pretende le nostre tasse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione invece non ti paga a discrezione, per mesi e per anni. E tu non puoi farci niente. La dimensione dei ritardati pagamenti non ha una sola stima attendibile, perché la PA si guarda bene dal dare numeri sui propri debiti commerciali. Ma si pensa non sia ormai inferiore ai 70 miliardi di euro. Cinque punti di Pil. Poiché si tratta di una cifra che non solo ammazza imprese a centinaia, ma ha anche un impatto diretto sul totale del debito pubblico, è ovvio che la risposta al problema impone una strategia duplice. Da una parte, si tratta di risolvere l’oscena asimmetria nei rapporti tra creditori e debitori, se uno dei due è pubblico. Dall’altra, di cambiare strada nella gestione del debito pubblico in quanto tale, il peggior nemico della solvibilità e della crescita per l’intero sistema-Italia. Si può fare? Certo che sì.<span id="more-11530"></span></p>
<p>Cominciamo dal primo capitolo. Tra le tante misure previste nel decreto liberalizzazioni enfaticamente denominato cresci-Italia, è stato compiuto anche un primo passo per l’accelerazione del pagamento dei debiti pubblici a privati.  E’ un passo parzialissimo e insoddisfacente, ma almeno è la rottura dell’omertà di Stato a proprio vantaggio, intollerabile mentre la crisi ha aggravato le condizioni delle imprese proprio in una fase in cui il credito scarseggia e la liquidità rappresenta un’urgenza quotidiana. Al fine di favorire il pagamento dei crediti commerciali &#8211; certi, liquidi ed esigibili &#8211; vantati  dalle imprese nei confronti delle amministrazioni statali sono stati resi disponibili 5,7 miliardi, almeno 2 dei quali mediante assegnazione di titoli di Stato. Bene? No.  Intanto,  le disposizioni contenute nel decreto sono riferite alle sole amministrazioni statali, mentre la gran parte dei debiti fa capo alle amministrazioni locali. Poi è contraddittoria con la finalità generale della norma la scelta di attingere le maggior parte delle risorse per il pagamento dei debiti pregressi da quelle disponibili per rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta. Infine, viene rinviata a un successivo decreto MEF la definizione delle caratteristiche dei titoli che saranno utilizzati per il pagamento dei crediti: tali caratteristiche sono però fondamentali ai fini della valutazione dell’intervento.</p>
<p>In altre parole, siamo ancora mille miglia lontani dal recepimento della Direttiva Comunitaria “Late Payments” &#8211; approvata a marzo 2011 &#8211; che fissa in 60 giorni il termine massimo di pagamento nei rapporti commerciali fra PA ed imprese. Mancano infatti del tutto i necessari interventi sull’assetto organizzativo e sull’ordinamento contabile della pubblica amministrazione, così da renderli coerenti con le finalità della Direttiva e in particolare con l’obiettivo di assicurare il pagamento dei debiti entro 60 giorni. Mancano le norme per la certificazione dei crediti che pure sono state previste dalla Legge di Stabilità 2012, finalizzate a favorire lo smobilizzo degli stessi crediti presso il sistema bancario. A differenza di quanto previsto dalla stessa legge, occorre  estendere la piena certificazione e lo smobilizzo bancario  anche al settore della sanità che, sebbene sia tra i più colpiti dal fenomeno dei ritardati pagamenti, è sino a oggi rimasto escluso dalla possibilità di avvalersi della certificazione. Occorre ancora modificare le regole sul patto di stabilità interno in modo tale che gli enti locali virtuosi, con i conti in regola e che abbiano disponibilità di cassa possano pagare i propri debiti commerciali e quelli relativi agli investimenti. Bisogna rimuovere il blocco delle azioni esecutive relative ai debiti commerciali nei confronti delle aziende sanitarie operanti nelle Regioni firmatarie dei piani di rientro e/o commissariate, previsto, per il 2012, dal DL 98/2011. Bisogna prevedere la possibilità per le imprese di compensare i crediti verso la PA con i debiti iscritti a ruolo, indicata da u,a legge del 2010 puntualmente mai attuata, e che va semmai estesa  per assicurare alle imprese la più ampia possibilità di compensare i crediti con debiti verso il settore pubblico di qualsiasi natura.</p>
<p>Ma parliamoci chiaro. Senza un deciso cambi di marcia sulla gestione del debito pubblico, lo Stato avrà sempre buon gioco nel sostenere che far emergere altri  70 miliardi di euro di debito non è esattamente una decisione da considerare priorità nazionale. Anche per questo, infatti, bisogna abbandonare la strada sin qui seguita con assoluta continuità,  da 20 anni a questa parte, dalle manovre del governo Amato a quelle di Ciampi per entrare nell’euro, da quelle di Visco e Padoa Schioppa per abbattere il deficit a quelle di Tremonti della scorsa estate quando l’Italia è diventata il possibile detonatore dell’euro, sino al cosiddetto decreto salva-Italia del governo Monti, nello scorso dicembre.</p>
<p>La strada seguita è stata sempre la stessa, ad onta del variare dei governi, di sinistra, di destra o dei tecnici. Quella di proporsi come unica soluzione la via di un graduale abbattimento del debito, attraverso sanguinosi avanzi primari nell’ordine di 5-6 punti di Pil l’anno, da realizzare pressoché esclusivamente attraverso aggravi fiscali. E’ una strada che ha inchiodato il Paese a tassi di crescita sempre più bassi. Che ci ha regalato una pressione fiscale record, e che avvelena il Paese nella diuturna polemica tra chi sono i veri evasori.</p>
<p>Le quattro manovre triennali 2012-2014 susseguitesi nel 2011 hanno disegnato un orizzonte complessivo di miglioramento dei saldi pubblici fatto di 48,3 miliardi nel 2012, 75,6 nel 2013, 81,2 miliardi nel 2013. Per il 74% il miglioramento complessivo è stato deliberato da Berlusconi-Tremonti, per un quarto da Monti. Ma entrambi i governi condividono la via della sberla fiscale. Nel 2012, l’80% del miglioramento dei saldi si deve a più tasse. Con una pressione fiscale che supererà nel 2013 il 46% del Pil, e levando il 17% di Pil “nero” inglobatovi dall’Istat ecco che siamo al record mondiale del 54%.</p>
<p>Una via alternativa c’è. C’è eccome. Si tratta di decidersi ad abbattimenti del debito non lavorando sui flussi, ma sullo stock. Per decine di punti insieme, e senza effetti recessivi. La sola cessione dei mattoni della PA,  costituendoli in dotazione patrimoniale di un fondo chiuso immobiliare, da far gestire da attori di mercato e secondo procedure e con tempi di di mercato, è operazione che vale secondo le stime degli attivi patrimoniali del Tesoro dai 400 ai 500 miliardi. Un’azione di tal genere può diventare ancor più incisiva estendendola a tante delle 7mila società pubbliche a controllo pubblico locale, se proprio non si vogliono toccare quelle a controllo statale. Ed è un’azione che va accompagnata da interventi sempre sugli stock  e non più sui flussi estesi anche alla spesa pubblica: la spending review promessa dal governo non deve riguardare i 5 o al più 10 miliardi di euro di cui si vocifera, cioè briciole, ma 6-7 punti di Pil entro 6 anni come realizzato in Germania negli anni 2002-2007.</p>
<p>Chi dice “non si può fare” lavora solo per la permanenza del peggiore ostacolo alla crescita italiana. Cioè lo Stato come attualmente si presenta ai nostri occhi. Ipertrofico, inefficiente, guardiano di interessi per soli amici degli amici. E ladro, per di più. Ladro! Ladro!</p>
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		<title>Giustizia sempre più cara &#8230; e c&#8217;è chi ne approfitta</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro</strong>: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di € 4.000,00 (fino al 05.07.2011 andavano da € 16,50 ad € 2.000,00, poi aumentati dall&#8217;art. 37 c. 6 lett. f del D.L. 98/2011); la &#8220;Legge di stabilità&#8221; per il 2012 ha ulteriormente elevato l&#8217;importo del balzello del 50% per il grado di appello portandolo da un minimo di € 27,75 ad un massimo di € 6.000,00 e del doppio per i ricorsi davanti alla Corte di Cassazione portandolo da € 37,00 ad € 8.000,00 (art. 28 c. 1 lett. a della L. 183/2011).<br />
Pazienza! Significa che, &#8230; <span id="more-11500"></span></p>
<p style="text-align: justify">chi vuol litigare davanti al Giudice, oltre a sostenere il costo el proprio avvocato e di correre il rischio di essere condannato a rifondere le spese sostenute dal suo avversario, deve pagare un <em>ticket</em> più o meno salato all&#8217;Amministrazione della Giustizia e perciò si regolerà di conseguenza: se sarà sufficientemente &#8220;<em>tignoso</em>&#8221; e deciderà di andare avanti, ne sosterrà costi ed oneri; se invece sarà meno determinato, rinuncerà <em>obtorto collo</em> a rivendicare i propri diritti o a difendersi da eventuali pretese ingiuste da parte della Pubblica Amministrazione.<br />
Nel delineato contesto, sorgono almeno due <strong>problemi</strong>.<br />
Il <strong>primo</strong> è che <strong>il costo dell&#8217;accesso alla Giustizia è ormai abbandonato alla libera scelta discrezionale del Legislatore</strong> che, una volta sostituita l&#8217;originaria imposta di bollo sugli atti giudiziari (nella maggior parte dei casi ben più gestibile e sostenibile) col contributo unificato, può modificare a suo piacimento e secondo le esigenze di gettito gli importi dovuti e gli scaglioni di valore rendendo sempre più costoso per i Cittadini rivolgersi al Giudice; in questo modo ben può anche utilizzare impunemente la leva del costo come dissuasore in spregio dei diritti fondamentali dei Cittadini.<br />
Il <strong>secondo</strong> e che <strong>gli Avvocati (e dunque i loro Clienti) sono in balia delle varie Cancellerie</strong> che effettuano il controllo di congruità del contributo unificato e che applicano direttive superiori non sempre coerenti con le normative. E&#8217; quanto sta succedendo, ad esempio, nei <strong>Giudizi davanti alla Corte Suprema di Cassazione</strong> dove, per le cause che vengono inscritte a ruolo a partire dall&#8217;1 Gennaio 2012 viene preteso il pagamento del contributo unificato nella misura raddoppiata in palese violazione della norma che ha stabilito l&#8217;aumento secondo la quale &#8220;<em>la disposizione &#8230; si applica anche alle controversie pendenti nelle quali il provvedimento impugnato è stato pubblicato ovvero &#8230; depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge</em>&#8221; (cfr. art. 28 c. 3 della L. 183/2011) e cioè dal 01.01.2012 (cfr. art. 36 della Medesima Legge). L&#8217;estensore della disposizione forse aveva le idee un po&#8217; confuse (c&#8217;è un &#8220;<em>anche&#8221; ed un &#8220;pendenti</em>&#8221; che, combinati col resto della frase, sono palesemente inconferenti), ma una lettura logica e possibile consente di affermare che la misura raddoppiata del contributo unificato non sorge per la &#8220;<em>iscrizione a ruolo</em>&#8221; dei ricorsi davanti alla Corte di Cassazione effettuata a partire dal 01.01.2012, ma quando quei ricorsi riguardano Sentenze o altri provvedimenti decisori pubblicati o depositati a partire dal 01.01.2012. Il ché significa che <strong>Qualcuno (???) sta approfittando ingiustamente degli aumenti disposti dalla <em>Legge di stabilità</em> per il 2012</strong> <strong>pretendendo il pagamento di importi non dovuti</strong> e creando non poche difficoltà agli Avvocati che debbono effettuare l&#8217;adempimento processuale dell&#8217;iscrizione a ruolo delle cause nell&#8217;interesse dei propri Clienti! Considerato che le Sentenze pubblicate o depositate il 31.12.2011 (se non notificate) possono essere impugnate fino al 30.06.2012, non è difficile prevedere il valore delle eccedenze di &#8220;<em>contributo unificato</em>&#8221; che sarà indebitamente introitata dall&#8217;Amministrazione della Giustizia nei primi sei mesi del 2012.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Italia è ancora uno Stato di diritto oppure uno Stato in cui il diritto è sottoposto all&#8217;umore di chi ha il potere di decidere per tutti?</p>
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		<title>Il Fmi ha parlato, lo Stato non faccia l&#8217;indiano a spese nostre: venda!</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/il-fmi-ha-parlato-lo-stato-non-faccia-lindiano-a-spese-nostre-venda/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 19:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Tempi
Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. Partiamo da qui. Per spiegare che un modo ci sarebbe. Se qualcuno desse retta. Diversi lettori reagiscono alla proposta qui avanzata  – bisogna abbattere il debito pubblico lavorando sugli stock e non sui flussi, perché gli avanzi primari a spesa pubblica pressoché intatta nella sua crescita inerziale non fanno altro che ammazzare il paese con pressione fiscale sempre più record – chiedendomi di documentare meglio le basi documentali sulle quali insisterebbe la proposta. Giusta osservazione. A maggior ragione visto che lunedì il Corriere della sera ci ha rivelato che sarebbe allo studio una proposta che dell&#8217;attivo pubblico farebbe tutt&#8217;altro utilizzo. Oggi per fortuna liquidata dal ministro Corrado Passera.<br />
Partiamo dai numeri, dunque. <span id="more-11435"></span></p>
<p>Segnatevi per cominciare <a href="http://www.dt.tesoro.it/it/cartolarizzazioni/patrimonio_pa/">questo</a>  indirizzo, dal portale del Tesoro, dove troverete gli estremi normativi e i criteri in base ai quali dal 2009 il ministero dell&#8217;Economia ha attivato una procedura di consultazione estesa ad oltre 9 mila soggetti diversi della Pubblica amministrazione centrale e periferica – novemila! &#8211; per compiere ogni anno una rilevazione sempre più accurata delle diverse componenti dell&#8217;attivo: crediti, immobili e terreni, concessioni, partecipazioni. E&#8217; una ricognizione che affonda le sue radici e metodologie in proposte e criteri avanzate molti anni orsono da economisti come Gianfranco Imperatori e giuristi come Stefano Rodotà e Franco Bassanini, (gli interessati possono utilmente trovare i ragguagli più esaustivi a mia conoscenza nella corposa opera <em>La finanza locale nello scenario globale</em>, ed Gianfranco Imperatori onlus, 2010).<br />
A <a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/documentiHp/rendiconto_AA_PP_marzo_2011.pdf">questo </a>indirizzo invece  troverete l&#8217;ultimo rendiconto  dei beni immobili censiti al 31 marzo 2011, poiché questa è la data in cui ogni anno gli oltre 9mila diversi soggetti pubblici dovrebbero inoltrare al Tesoro la ricognizione completa dei loro asset.  Domanda: avviene? ma certo che no! Naturalmente, non avviene. Lo Stato è inflessibile quando siamo noi cittadini-contribuenti a non ottemperare alla legge. Ma ovviamente chiude gli occhi quando sono pezzi di Stato, a sottrarsi al rispetto della legge. Troverete dunque che a marzo 2011 era solo il 53% delle amministrazioni pubbliche ad aver risposto. Il che comunque ha consentito di censire oltre 530mila unità immobiliari, per una superficie complessiva di oltre 222 milioni di metri quadrati, e quasi 760mila terreni, pari a oltre 13 miliardi di metri quadrati. Nel documento si indica la metodologia attraverso la quale seguendo i criteri dell&#8217;OMI, l&#8217;Osservatorio del mercato immobiliare dell&#8217;Agenzia del Territorio, e dell&#8217;AGEA, Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, si giunga a una stima approssimativa tra i 239 e i 319 miliardi di euro per gli immobili, e fino a 49 miliardi per i terreni. Ripeto. Si tratta di una primissima valutazione relativa a poco più del 50% dell&#8217;intera PA.<br />
Per una altrettanto primissima valutazione complessiva invece del totale dell&#8217;attivo, andate a <a href="www.tesoro.it/documenti/open.asp?idd=27992">quest&#8217;altro</a> indirizzo e troverete un pdf denominato patrimonio pubblico, le 19 pagine di slides presentate da Edoardo Reviglio al seminario sullo stesso tema tenutosi al tesoro, il 30 settembre scorso. La stima è ancora del tutto conservativa e per difetto, come spiega correttamente l&#8217;autore, che su questo lavora indefessamenteda anni, ora presso la CdP. Il totale dell&#8217;attivo è stimato in 1815miliardi, dunque poco meno del debito pubblico italiano che ha superato la quota che trovate in costante aumento a destra in altro sotto la nostra testata.. Di quei 1815 miliardi, i cui valori oggi sono sicuramente diversi, 276 erano cassa disponibile, 240 crediti e anticipazioni attive, 78 intangibles in buona sostanza le concessioni, 132 partecipazioni, 420 immobili  (la stima resta molto modesta, se arrivavamo a 320 per metà della PA sei mesi prima), 386 infrastrutture, 176 risorse naturali, 37 beni culturali, 70 beni mobili.<br />
Ora i problemi, poi le soluzioni.<br />
Il primo problema abbastanza scandaloso è l&#8217;arretratezza – a distanza di anni dalla legge – con cui lo Stato risponde all&#8217;obbligo di sapere che cosa ha in pancia. Per uno Stato oltretutto il cui rischio d&#8217;insolvenza è salito drasticamente negli ultimi 7 mesi, avere una cognizione tanto modesta di ciò che garantisce il proprio debito è assolutamente intollerabile. Per non parlare della cura inesistente, visto che tale patrimonio costa più di quanto rende ( è così per l&#8217;intero patrimonio immobiliare, a cominciare dal milione e mezzo di unità immobilliari in carico agli ex Iacp locali che non &#8211; ripeto: NON !-  sono compresi in questa prima stima ma vanno oviamente aggiunti).<br />
Il secondo problema è il valore “vero”, cioè di mercato. Ma la soluzione a questo c&#8217;è: lo deve calcolare chi è del mestiere, non lo Stato.<br />
Che cosa farne? Diceva lunedì il Corriere che nel governo sarebbe matura l&#8217;idea di proporre uno scambio, trasferire dal Tesoro alla Cdp quote di controllo per una cinquantina di miliardi di euro, abbassare così di 3 punti di Pil il debito pubblico poiché gli esborsi di CdP non configurano in Eurostat debito pubblico, e col ricavato il Tesoro pagherebbe buona parte dei 70 miliardi di euro che lo Stato deve a imprese fornitrici, che stanno morendo strangolate visto che lo Stato non ti paga a discrezione sua, ma le tasse e i contributi li pretende con puntualità assoluta.<br />
Sono contrarissimo. Primo perché a Eurostat ci sparerebbero addosso. La Cdp grazie all&#8217;apertura del suo capitale al 30% in mano alle fondazioni bancarie e con peso rilevante nella sua governance, figura per questo come soggetto di mercato nel quadro contabile europeo. Ma se si usa raccolta postale – una passività, cioè debito pubblico – per una partita di giro al Tesoro, allora l&#8217;operazione non è affatto di mercato. E&#8217; oltretutto un regalo improprio alle fondazioni bancarie: penso all&#8217;ipotesi che il Tesoro giri a CdP non solo quote di partecipate, ma anche concessioni, magari a cominciare da quelle televisive. Infine, è un modo travestito – ma neanche troppo &#8211; per dire che del recinto pubblico in realtà non si cede un bel nulla. Né ora né mai. Sai che affare.<br />
La proposta che ci convince è molto diversa. L&#8217;intero mattone di Stato, per cominciare cioè almeno 400 miliardi che sono circa 27 punti di Pil, va girato in dotazione patrimoniale a un fondo immobiliare chiuso costituito come veicolo di mercato, gestito tramite gara da privati, che lo valuteranno e lo cederanno nei tempi più adeguato al miglior realizzo. Che il più del patrimonio sia in capo alle Autonomie, e che in una certa percentuasle sia utilizzato dalle stesse amministrazuioni pubbliche, non &#8211; ripeto: NON &#8211; rappresenta probklema ostativo alla sua cesisone, quando è il rischio default che bisogna affarontare. Un simile fondo, anche se usa una leva finanziaria bassa cioè non superiore a 3, con tutti gli abbattimenti e le cautele del potrebbe emettere obbligazioni pari a una volta e mezzo almeno la stima iniziale del patrimonio, e concedere ai detentori di titoli pubblici italiani uno swap volontario col quale si inizierebbe da subito ad abbattere debito, con abbattimento progressivo per la quota totale di patrimonio negli anni necessari alla sua alienazione totale.</p>
<p>Ecco in che cosa consiste, la strada alternativa per la quale con le cessioni pubbliche abbattiamo il debito, e nel frattempo tagliamo però anche la spesa pubblica per un equilibrio di entrate a ben più basso livello di quello immaginato con la manovra triennale del governo Monti. Di mezzo, tra le due ipotesi, c&#8217;è la sopravvivenza economica dell&#8217;impresa e del lavoro italiani. Oltre a uno Stato molto più magro, e per questo &#8211; proprio per questo &#8211; costretto a diventare più efficiente.</p>
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		<title>Sorpassi solari e sbandate tradizionali</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/20/sorpassi-solari-e-sbandate-tradizionali/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 00:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sileo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglia perdonare il lettore se mentre la nave che sotto gli occhi di tutti affonda, ci soffermiamo su un piccolo incidente occorso a Federico Rampini. Il pluripremiato giornalista la settimana scorsa in una paginona su laRepubblica &#8211; “L&#8217;Italia sceglie il sole ora nel fotovoltaico siamo primi al mondo” il titolo del pezzo &#8211; celebrava, pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Voglia perdonare il lettore se mentre la nave che sotto gli occhi di tutti affonda, ci soffermiamo su un piccolo incidente occorso a Federico Rampini. Il pluripremiato giornalista la settimana scorsa in una <strong><a href="http://www.legambiente.it/sites/default/files/stampa/rep-fotov.png">paginona</a></strong> su laRepubblica &#8211; “L&#8217;Italia sceglie il sole ora nel fotovoltaico siamo primi al mondo” il titolo del pezzo &#8211; celebrava, pur se con qualche (accennata) critica, il successo del fotovoltaico nel nostro Paese. Graffiante l’incipit «almeno in un campo siamo a noi a dare lezioni ad Angela Merkel». Secondo un autorevole centro studi della California, Ihs, specializzato sulle energie alternative – Rampini in questo periodo si trova negli Stati Uniti – la Germania ha perso il primato mondiale nel solare. A rubarglielo, a sorpresa, è stata proprio l&#8217;Italia. Inevitabile, quindi, la classifica in GW istallati nel 2011: Italia 6,9 (quasi il doppio del 2010), Germania a 5,9 staccati Stati Uniti con 2,7 GW e Cina con 1,7 ancor più lontani Giappone (1,3) e Francia (1), totale mondo quasi 24 GW. Quest’ultimo valore, da solo, dà la misura del risultato italiano.<br />
Ora, nel pezzo si riportano le parole del direttore delle ricerche sul mercato fotovoltaico dell’Ihs che attribuisce il sorpasso alla capacità di attrazione degli incentivi pubblici offerti in Italia, determinante per il sorpasso, e si riconosce che l&#8217;exploit italiano riguarda l&#8217;acquisto e l&#8217;installazione di impianti fotovoltaici, non la loro produzione; si fa anche cenno alla <strong><a href="http://caffeamerica.wordpress.com/2011/09/16/solyndra-il-primo-scandalo-di-casa-obama/">bancarotta di Solyndra</a></strong>, che tanti aiuti ha ricevuto dall&#8217;Amministrazione Obama; però, però…<br />
Però il finale. Ebbene, chi scrive non ha nulla contro il fotovoltaico né contro i <strong><a href="http://www.greenews.info/rubriche/top-contributors/sorpasso-storico-il-fotovoltaico-supera-eolico-e-geotermico-20110719/">sorpassi</a></strong>, e teniamo pure in conto che il nostro giornalista scrittore è spesso lontano dall’Italia, e quindi non ha seguito le denunce, anche istituzionali, sul crescente impatto in bolletta degli incentivi riassumibili nel decurtisiano <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=GCXNeXlOXAg">e io pago</a></strong>, ma chiosare scrivendo «..chi descrive le energie rinnovabili come dei fenomeni &#8220;drogati&#8221; dai sussidi, dimentica quanto questo sia vero egualmente per l&#8217;energia fossile. Il consumo di idrocarburi è sussidiato in modo invisibile, per effetto ad esempio di decenni di investimenti nella costruzione e manutenzione delle reti stradali e autostradali.» ci pare un po’ troppo. Al pari di tirare con faciloneria in ballo le accise «Il prezzo della benzina benché gravato da accise che in Europa sono molto elevate, tuttavia non ri emancipare l’Italia flette tutte quelle &#8220;diseconomie esterne&#8221; che sono legate al consumo di carburante: i costi sociali e sanitari dell&#8217;inquinamento, i danni dal cambiamento climatico. In questo senso gli incentivi al solare non fanno che ristabilire parzialmente condizioni di concorrenza più eque.»<br />
Qualcuno potrebbe pensare che Rampini volesse alludere &#8211; chiaramente &#8211; ad autoveicoli (e camion!) <strong><a href="http://www.aboutmyplanet.com/wp-content/gallery/solar-powered-cars/071303-cargeminigiant-2.jpg">solari</a></strong> o, più concretamente, elettrici, ma nulla lo lascia intendere. Accomunare inopinatamente carburanti ed energia elettrica è come invocare il nucleare per emancipare l’Italia dal petrolio libico: una stupidaggine. Sulla congruità del livello di accise europee ed italiane in particolare, poi, dopo le ultime batoste e le recenti velate proteste meglio andarci piano. Anche quando si ha la <strong><a href="http://twitter.com/#!/Staffetta/status/151709642207150081/photo/1">fortuna</a></strong> di comprare la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=JmxUsGiGp3w">benzina a galloni</a></strong> o di prendere taxi gialli senza bisogno di prenotarli, e comunque in nota spese.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&#38;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&amp;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.<br />
Francamente, da chi  nutre un&#8217;idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt&#8217;altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell&#8217;euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi &#8211; non sono solo &#8211; la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull&#8217;euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. <span id="more-11253"></span><br />
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell&#8217;euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all&#8217;euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell&#8217;economia reale cioè poca esposizione sull&#8217;estero nelle partite correnti. Altrimenti l&#8217;euro salta, c&#8217;è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l&#8217;economia reale.<br />
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d&#8217;investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d&#8217;interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell&#8217;esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody&#8217;s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E&#8217; vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E&#8217; vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell&#8217;accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E&#8217; vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall&#8217;euro? E&#8217; vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E&#8217; vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l&#8217;attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l&#8217;operato. E l&#8217;ambizione di creare un&#8217;agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.<br />
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l&#8217;8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c&#8217;è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c&#8217;è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l&#8217;ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all&#8217;ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l&#8217;intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell&#8217;euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l&#8217;intero proprio mercato!<br />
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all&#8217;Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l&#8217;euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.</p>
<p>Veniamo dunque al punto finale. E&#8217; vero o è falso, che l&#8217;Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all&#8217;inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete -  è: no, non è vero. Non è vero affatto.</p>
<p>La linea adottata dal decreto &#8220;salva Italia&#8221; è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l&#8217;81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.<br />
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c&#8217;era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche &#8211; è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E&#8217; questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l&#8217;anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi &#8220;sprechi&#8221; essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.</p>
<p>Al contrario, l&#8217;esperienza &#8211; non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al &#8220;Keynes all&#8217;italiana idest all&#8217;amatriciana&#8221;, da decenni in voga nell&#8217;accademia e nei media italiani  &#8211; dico almeno l&#8217;esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L&#8217;esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall&#8217;Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull&#8217;utile lordo d&#8217;impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell&#8217;impresa grande e delle banche.<br />
Rispetto a questa linea, l&#8217;alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.<br />
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un&#8217;alternativa di scuola. Perché se abbiamo l&#8217;idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l&#8217;attore economuico &#8220;incorpora&#8221; da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse &#8211; seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l&#8217;equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel &#8211; allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l&#8217;ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.</p>
<p>Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l&#8217;Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c&#8217;è un solo treno pubblico da più di 20 anni &#8211; hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa &#8211; e grazie a questo la domanda e l&#8217;offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col &#8220;tutto pubblico&#8221; abbiamo sin  qui iperfinanziato   l&#8217;alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea &#8211; che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l&#8217;incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo&#8230; Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall&#8217;ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.</p>
<p>L&#8217;alternativa c&#8217;è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E&#8217; una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all&#8217;einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l&#8217;opaco consenso tra nicchie protette d&#8217;impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).<br />
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.</p>
<p>Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l&#8217;euro, o meno. Perché questa è l&#8217;unica strada, per un&#8217;Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.</p>
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		<title>Da Cortina una svolta a favore dei controlli &#8220;live&#8221;? (gli unici che fanno deterrenza)</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 17:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dubito*
I controlli eseguiti a Cortina nella notte di San Silvestro &#8211; al netto del clamore mediatico che ne è seguito per via del contesto tutto particolare in cui sono maturati &#8211; testimoniano la grande efficacia che essi hanno,  molto più degli accertamenti, nell&#8217;azione di contrasto alla evasione di massa.  Accertamento e controllo, infatti, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><em>Dubito*</em></strong></p>
<p>I controlli eseguiti a Cortina nella notte di San Silvestro &#8211; al netto del clamore mediatico che ne è seguito per via del contesto tutto particolare in cui sono maturati &#8211; testimoniano la grande efficacia che essi hanno,  molto più degli accertamenti, nell&#8217;azione di contrasto alla evasione di massa.  Accertamento e controllo, infatti, non sono la stessa cosa. Il controllo si fa tramite sopralluogo e significa limitarsi a vedere se sotto gli occhi del pubblico ufficiale viene commessa o meno una infrazione. L&#8217;accertamento è invece un controllo più ampio, fatto però in differita, e che non necessita per forza di un sopralluogo. Vuol dire accendere i fari del fisco quando ormai è passato almeno un anno dai fatti, e addebitare al contribuente le maggiori imposte conteggiate in modo unilaterale, in via retrospettiva e quindi, per forza di cose, con prove talvolta labili ed inevitabilmente piene di valutazioni soggettive fatte su basi ipotetico-presuntive.<span id="more-11191"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla guardia di finanza sono vietati gli accertamenti e consentiti solo i controlli, mentre all&#8217;agenzia delle Entrate è consentito tutto (accertamento e controllo).  L&#8217;esperienza di Cortina, e il timore diffuso di nuovi controlli che all&#8217;indomani si è generato (quasi una psicosi), sta appunto a dimostrare che, sul piano della deterrenza,  sono i &#8220;controlli&#8221;, piuttosto che gli “accertamenti”, le leve su cui puntare per l&#8217;avvenire. Senonchè, il nostro sistema fiscale, per come è costruito ormai da quarant&#8217;anni, più che investire sui controlli, punta massicciamente sugli accertamenti, gli unici che consentono introitare somme importanti a titolo di recuperi d&#8217;imposta.  L&#8217;agenzia delle Entrate, in particolare, svolge in misura largamente prevalente solo attività di accertamento. Tant&#8217;ė vero che in base ad alcune ambiguità che si annidano dentro normative fiscali ormai obsolete ed ereditate dal passato,  alle Entrate è persino impedito controllare (e sanzionare) i fatti che si verificano nel corso del periodo d&#8217;imposta attuale, quand&#8217;anche essi cadano evidenti sotto gli occhi dei propri funzionari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio, a un finto povero che venisse pizzicato oggi alla guida di un potente Suv (intestato a un terzo), ferme restando le future indagini fiscali possibili per altre infrazioni e per anni passati, non si può addebitare nulla per la circostanza in sé. Sia perché in questo caso la prova di appartenenza della vettura non si è perfezionata (egli potrebbe ovviamente difendersi adducendo la occasionalità della guida), sia soprattutto perché tale comportamento ad oggi di per sè non costituisce infrazione. In quanto il fisco ha il dovere di aspettare settembre dell’anno prossimo, termine entro il quale il finto povero potrebbe in teoria dichiarare un reddito in linea con la maxi-disponibilità constatata, sottraendosi così a qualsivoglia vulnerabilità in via  sanzionatoria. Per gli stessi motivi, in una questione affine, rilevante solo a fini penalistici, la corte di Cassazione ha disposto di recente il dissequestro dello yacht a favore del noto imprenditore Flavio Briatore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratta di un inghippo di natura tecnica non da poco, strutturale all’Irpef, difficilmente superabile. Si pensi, tanto per fare un altro esempio, a come poter pizzicare chi racconta falsamente al fisco di risiedere stabilmente in un paradiso fiscale. Pur volendo attivare la prevista collaborazione da parte dei vigili urbani del Comune dove egli viceversa vi dimora (di nascosto), il fisco si ritrova  impotente a immortalarlo con una semplice &#8220;fotografia&#8221; a data attuale, dovendo per legge rivolgere le attenzioni sanzionatorie solo alle annualità già dichiarate. E quindi a quelle in ogni caso pregresse,  controllabili in modo assai complicato, arrampicandosi sugli specchi, per il tramite di ricostruzioni postume aventi di per sé bassi margini di riscontrabilità in termini oggettivi.</p>
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<p>E&#8217; da quarant&#8217;anni che, in siffatto paradossale contesto, fisco e contribuente recitano a soggetto una sorta di gioco di guardie e ladri. Durante l’anno in corso il sistema è come se facesse di tutto per volgere lo sguardo altrove, evitando di frapporre ostacoli ai comportamenti evasivi attuali dei singoli. Salvo poi, a decorrere dall’anno dopo, ribaltare i rapporti di forza a favore del fisco, attribuendo a quest&#8217;ultimo, quasi per spirito di rivalsa, dosi illimitate di poteri presuntivi amplissimi, aventi un&#8217;innaturale portata di tipo indagatorio. Poteri funzionali alla ricostruzione &#8220;ora per allora&#8221; di fatti passati, dal sistema lasciati evaporare senza trattenere la minima traccia (durante la fatica del giorno dopo giorno). E quindi a questo punto giocoforza centrati sull&#8217;utilizzo sistematico di &#8220;prove indirette&#8221;, fondate, anche ai fini delle quantificazioni di evasione,  su semplici indizi o, addirittura, persino su &#8220;ragionamenti&#8221;.</p>
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<p>Solo che, per l’autonomo in particolare, lavorare nella prospettiva di sottostare a un genere di accertamento siffatto è proprio ciò che ne azzera alla radice qualunque potenziale propensione alla cosiddetta compliance (cioè, all&#8217;adempimento spontaneo). La questione, beninteso, non ha niente di oggettivo, ma costituisce piuttosto l’effetto di una percezione psicologica soggettiva. E, infatti, pur non potendosi negare negli ultimi anni la accresciuta qualità degli accertamenti, questo tipo di contribuente vive con massima diffidenza la prospettiva di soggiacere alla discrezionalità di fatto del futuro accertatore. Per questo egli, nell&#8217;attesa che arrivi il suo turno (la frequenza degli accertamenti è di uno ogni dieci-quindici anni, e spesso di più) sarà tentato di premunirsi, facendo in modo di accantonare quel che può (in termini di occultamento di imposte) in vista di un tipo di verifica che egli percepisce – benché, ripetesi, ciò in realtà sia del tutto erroneo – come generatrice di conteggi che si tradurranno in accertamenti esagerati a proprio danno.</p>
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<p>Proprio la vicenda di Cortina può quindi aiutare a capire quanto sia necessario che, in  avvenire, si faccia inversione di marcia a favore di una forte accelerazione sul versante dei controlli, bilanciando gli assetti in gioco con un sensibile alleggerimento dell&#8217;attuale asfissiante overdose di poteri presuntivi di natura retroattiva. Ma questo va fatto, tuttavia, ribaltando la situazione odierna. Nella quale, come dimostra anche la vicenda di Cortina, il sistema aveva ed ha costruito nella mente degli autonomi una aspettativa diffusa che porta questi ultimi, in massa (qui è il problema), a dare per certo che, nel proprio vivere quotidiano, è inesistente qualunque rischio di controllo. Ma proprio i facili bottini di recente conquistati a colpo sicuro sul terreno della azione repressiva dall&#8217;agenzia delle Entrate (che oramai porta a casa, complessivamente, il 3% circa del gettito nazionale), se da un lato testimoniano le capacità e l&#8217;altissimo livello di professionalità oramai raggiunto dagli uomini dell&#8217;agenzia, dall&#8217;altro lato devono far riflettere.</p>
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<p>Infatti tali successi vengono conseguiti in un sistema che &#8211; non dimentichiamolo &#8211; continua ad alimentarsi e a reggersi grazie ai pagamenti volontari e &#8220;d&#8217;iniziativa&#8221; fatti dai contribuenti. E che quindi potrà sopravvivere solo fino a che ci saranno gli introiti (per il residuo 97%) spontaneamente versati da tutti, compresi coloro che a Cortina hanno contribuito a riempire pure l&#8217;ultimo (e sacrosanto) mini-bottino del fisco. Tutto ciò è quindi la spia evidente di qualcosa di serio che non funziona sul piano (strategicamente prioritario) della prevenzione e della compliance. A cominciare da quanto può essere sbagliato &#8211; proprio in una materia delicata come questa &#8211; continuare a credere ingenuamente che il semplice presidio etico (&#8220;l&#8217;onestà fiscale&#8221;) possa in futuro funzionare da solo, quale unico argine in chiave di deterrenza. </p>
<p>(Le opinioni espresse non impegnano l&#8217;Amministrazione di appartenenza, alle cui dipendenze l&#8217;Autore presta la sua attività lavorativa).</p>
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		<title>Disobbedienza fiscale: i presupposti dimenticati, è ora di riscoprirli!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l&#8217;Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c&#8217;entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l&#8217;ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una considerazione sempre più elevata per Attilio Befera, il capo dell&#8217;Agenzia delle Entrate e di Equitalia, e per la sua squadra che da anni ha mutato assetto organizzativo, efficacia e risultati concreti della lotta all&#8217;evasione, in perenne crescita. Non è un camaleonte perché confermato da sinistra e destra, come ha titolato<em> La Stampa</em>, perché in un Paese iperammalato di spoil system se Visco e Tremonti gli hanno dato fiducia è solo per i risultati concreti. E non è vero che la lena delle Entrate si è attenuata quando non c&#8217;era Visco, come l&#8217;intemerato deus ex machina fiscale della sinistra ha tuonato in un&#8217;intervista dopo Cortina. Al contrario, Befera coglie nel segno non solo perché il recuperato fiscale è cresciuto sempre e raddoppiato in cinque anni superando gli 11 miliardi in 12 mesi. Va a segno anche perché si è fatto aumentare i poteri sia dalla destra che dal governo dei tecnici. E perché l&#8217;azione delle Entrate si svolge anche con un abile occhio agli echi mediatici delle sue iniziative. Dai vip dello sport alle star dello spettacolo ai vacanzieri di Cortina, l&#8217;incazzatura dei lavoratori dipendenti soggetti senza scampo al sostituto d&#8217;imposta è assicurata. Ma il problema non è Befera e non sono i suoi. Fanno tostamente il loro mestiere.  Il viso dell&#8217;arme è ciò che lo Stato chiede loro.  Servono lo Stato. Il problema è la politica, che dello Stato scrive le leggi fiscali. Anzi i decreti legge, le circolari e i regolamenti, in violazione dell&#8217;articolo 23 della Costituzione che prescrive la riserva di legge assoluta per i nuovi tributi. Il problema è la giustizia, che tanto in Cassazione quanto alla Corte costituzionale ha accumulato una terrificante giurisprudenza a senso unico, per la quale in materia fiscale lo Stato ha praticamente sempre ragione. Ha sempre ragione, anche quando asimmetricamente pretende per sé un rispetto assoluto dei tempi di versamento e del quantum gli si deve, mentre per pagare le fatture dovute ai privati o per il rimborso dei crediti fiscali impiega discrezionalmente anni. Ha sempre ragione, anche quando stabilisce e pretende che per la sola temeraria decisione del contribuente di accedere a contenzioso fiscale, questi debba versare allo Stato subito un terzo di ciò che lo Stato pretende e che i contribuente contesta, con in più oneri e aggi. Ha sempre ragione, anche se nel contenzioso il giudice tributario non è affatto terzo rispetto a contribuente ed Entrate, ma di fatto parte esterna e concomitante dell&#8217;amministrazione tributaria. Ha sempre ragione, anche quando con il governo Monti lo Stato dispone il pieno accesso delle Entrate non solo ai conti bancari con relativi saldi, ma a qualunque operazione bancaria da parte di chiunque. Col che in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio passiamo da una foto statica del patrimonio e dei saldi bancari di noi tutti all&#8217;integrale film comportamentale di qualunque cosa facciamo per ogni singola unità di tempo. In maniera che un pm potrà anche solo da una successione di operazioni bancarie nel tempo incardinare fascicoli identificandoli come ipotesi di reato. E la Costituzione, dove la mettiamo? <span id="more-11168"></span></p>
<p>Gli studi di settore, per anni divenuti strumenti induttivi dai quali far discendere unilateralmente da parte dello Stato cifre d&#8217;affari, basi imponibili e imposte dovute e pretese, prescindendo da ciò che capita davvero in concreto a ciascuna microimpresa artigiana o professionale interessata, non sono forse in violazione dell&#8217;articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva individuale? E i conti correnti in toto girati allo Stato, non sono violazione dell&#8217;articolo 15 della Carta Fondamentale? Quell&#8217;articolo che testualmente afferma: “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell&#8217;autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”?</p>
<p>Il diritto naturale pre esiste a ogni statuizione dell&#8217;ordinamento positivo, per chi non è hegeliano sostenitore dello Stato etico, e non fa differenza se sia rosso o nero a seconda di quale filone dei discepoli di Fichte abbia fondato le rispettive ideologie politiche. Ma ogni più sacro fondamento del diritto di persone e individui viene da anni sempre più calpestato, in materia fiscale. Perché lo Stato assetato di risorse si dà ragione nel diritto e nella giurisprudenza. Persino l&#8217;abuso di diritto, secondo la Repubblica italiana e i suoi giudici, si configura solo a carico del contribuente contro lo Stato e mai viceversa. Nemmeno quando l&#8217;Agenzia delle Entrate non rimuove i pignoramenti su appartamenti per debiti fiscali contestati inferiori agli 8mila euro, come pure una sentenza di Cassazione avrebbe stabilito nel 2010.</p>
<p>Quando si muovono tali obiezioni una risposta corale viene immediatamente dal fronte statalista, che di fatto ha accomunato negli anni sinistra, destra e oggi governo dei tecnici, tutti uniti nella sacra parola d&#8217;ordine “lotta all&#8217;evasione”, tutti dimentichi e conniventi dello scandalo di una pressione fiscale in perenne crescita, salita di oltre 20 punti di Pil in una sola generazione, al continuo inseguimento di una spesa pubblica superiore a metà del prodotto nazionale, scandalosamente inefficiente e clientelare, al servizio degli interessi di chi protempore amministra lo Stato perennemente, impunemente e sfacciatamente spacciati per interesse generale. La risposta corale del fronte statalista è “vergogna, voi difendete quei criminali abietti che sono gli evasori”.</p>
<p> Le quattro mosche bianche residue liberali ne hanno le tasche piene, di questa accusa. Non serve aver letto e citare de la Boètie e John Locke, sant&#8217;Agostino e san Tommaso, Thomas Jefferson e l&#8217;abate Mably (che pure è fondatore del socialismo utopico, più che liberale), i fondamenti del diritto naturale in materia fiscale che hanno ispirato le grandi evoluzioni liberali della Storia, la testa tagliata di Carlo I e la Glorious Revolution del 1688, la rivolta delle Colonie americane e la nascita egli Stati Uniti. Ti aggrediscono come un nemico del popolo, dicono che vuoi sottrarre risorse ai servizi pubblici. Quando invece è vero il contrario. Loro mandano in tv spot tambureggianti in cui l&#8217;evasore è accusato di rubarmi in tasca, quando invece tutto ciò che lo Stato recupera se lo tiene per sé come spesa aggiuntiva, mica lo retrocede a chi le tasse le paga per premiarlo: ed è colpa suprema del centrodestra, non aver riconosciuto e introdotto tale principio.</p>
<p>E allora, penso io, è tempo che i liberali si organizzino. E che pensino alla disobbedienza fiscale. Quella pubblica e autodichiarata. Esposta a pene che spacchino e facciano discutere l&#8217;opinione pubblica per aprire gli occhi e risvegliare coscienze dormienti. Alla ricerca di magistrati che incardinino presso la Corte costituzionale giudizi incidentali che sollevino il problema dell&#8217;incostituzionalità di una delle tante aberrazioni fiscali che nel nostro Paese ci hanno reso servi di fatto, da cittadini di nome. Ce ne sarà almeno uno, su settemila magistrati, che la pensi così. E che segua la stessa strada per cui la Germania 10 anni fa è tornata a un sacro rispetto di un tetto, aggiornato anno per anno con pubblico voto parlamentare, di reddito personale e familiare intangibile a ogni pretesa dell&#8217;ordinamento. E&#8217; bastato stabilire questo, perché spesa pubblica e imposte siano scesi in equilibrio di quasi 7 punti di Pil, liberando energie potenti per la crescita del Paese e del benessere di ciascuno.</p>
<p>Le basi di diritto, per la disobbedienza civile fiscale? Ci sono eccome. Prendete <em>La giustizia costituzionale</em> di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte e teso sacro alla sinistra. A pagina 276 dell&#8217;edizione 1988 leggerete: a) la legge incostituzionale non è obbligatoria; b) tuttavia non è neppure obbligatoria la disobbedienza ad essa, tale disobbedienza essendo solo consentita o ammessa; c) la disobbedienza alla legge è invece giuridicamente doverosa nei casi i cui i singoli si rappresentino con piena consapevolezza l&#8217;indiscutibile incostituzionalità della legge.</p>
<p>Alla prima sottocommisione della Costituente, il 3 dicembre 1946, furono tra gli altri Aldo Moro, Meuccio Ruini e Giuseppe Dossetti a difendere una formulazione che così recitava, annessa a quello che divenne poi l&#8217;articolo 54 odierno della Costituzione: “la resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Togliatti, sprezzante, intervenne sostenendo che le rivoluzioni sono tali perché vincono, non perché esistano diritti alla disobbedienza in Costituzione. Naturalmente, la disobbedienza civile liberale non c&#8217;entrava nulla con le rivoluzioni rosse e nere. Ma tanto bastò perché la proposta cadesse, al fine di non dare appigli alla piazza filosovietica. E&#8217; amaro dirlo. Ma gli statalisti che allora vinsero in nome della rivoluzione contro i diritti naturali della persona, oggi continuano a farne strame in nome del fisco e della spesa pubblica. Finché almeno qualcuno non si svegli, in campo liberale. Sve-glia-mo-ci! Non è cosa da far da soplòi. E non è da delegare alle associazioni di categoria e d&#8217;impresa. E&#8217; cosa da uomini liberi, che sappiano misurare le parole agli insulti che riceveranno. Solo ancora ieri, Corrado Augias rispondeva a un lettore di Repubblica caricaturando i &#8220;pittoreschi personaggi&#8221; che vanno in tv e per gionali a dire quel che dico io e che pensiamo noi.  Saremo pure pittoreschi, ma abbiamo letto e studiato abbastanza per sapere che chi difende lo Stato nei suoi vizi e stravizi non può che essere un nemico della libertà. Fosse anche il più grande ideale a indurlo a giustificare una sopesa pubblica e un prelievo pubblico tanto scandalosi, per noui resta un ideale sbagliato. Perché la libertà viene prima.</p>
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		<title>Cortina, tasse, concertazione. E la libertà?</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 16:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Babbo Natale e dalla Befana Nicolò ha ricevuto diversi mezzi semoventi. Ma non un SUV. Non che la cosa gli dispiaccia. In realtà non li ama. Quando fa la sua passeggiata, e li incontra per strada, li trova troppo imponenti rispetto al suo passeggino. Gli precludono la visuale; in fondo, gli incutono timore. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Babbo Natale e dalla Befana Nicolò ha ricevuto diversi mezzi semoventi. Ma non un SUV. Non che la cosa gli dispiaccia. In realtà non li ama. Quando fa la sua passeggiata, e li incontra per strada, li trova troppo imponenti rispetto al suo passeggino. Gli precludono la visuale; in fondo, gli incutono timore. Ma certo non di più degli autobus o dei tram, e neanche dei camioncini del carico e scarico.</p>
<p><span id="more-11146"></span>I mezzi più grandi occupano più spazio, ed essendo più pesanti, consumano di più le strade. Ma, pensa Nicolò, pur con le sue modeste competenze tecniche, essendo più pesanti avranno bisogno di più energia per muoversi. In pratica, di più benzina e più gasolio. Entrambi molto tassati. Quindi i SUV pagano più tasse delle auto normali, anche senza bisogno di strane &#8220;tasse sul lusso&#8221;. Se chi può e vuole si compra un SUV, pensa Nicolò, affari suoi. Ad occhio e croce, quelle maggiori &#8220;esternalità negative&#8221; che produce rispetto ad un&#8217;auto normale sono abbondantemente compensate dalle maggiori tasse che paga sul carburante.</p>
<p>Ed allora perché lo Stato si è impegnato nella caccia ai SUV di Cortina? E poi questi SUV non sono iscritti in un apposito registro, dal quale si può risalire al proprietario? E se il proprietario è una persona, non è iscritta anch&#8217;essa nell&#8217;apposito registro di anagrafe, con connesso codice fiscale (di questo Nicolò ha già fatto diretta esperienza)? E se il propritario è un&#8217;impresa, non è anch&#8217;essa iscritta in un apposito registro, dal quale si può risalire alle persone che la possiedono? A cosa serve questa caccia?</p>
<p>Come si sa, i bambini quando cominciano a farsi le domande non la smettono più. E così Nicolò è passato a chiedersi a cosa serve il gigantesco registro nel quale vengono annotati i pagamenti fatti da e a ciascun cittadino. Forse andrebbe bene chiedere questi dati per coloro che sono soggetti a un controllo fiscale. Ma i dati di tutti i cittadini! E dati dai quali non è difficile risalire a quale chiesa si appartiene, quali associazioni si sostengono, dove si comprano i libri e forse anche quali, se si ha o no un&#8217;amante (ebbene sì, anche se ancora piccolo Nicolò pensa sia bene in questa materia esser prudenti fin da subito).Forse, comincia a pensare Nicolò, questo registro dei pagamenti serve ad altro che a fare accertamenti fiscali&#8230;.</p>
<p>Ed infine: Nicolò sente parlare di un ritorno alla concertazione. Non facile da comprendere; sembra si tratti dell&#8217;idea secondo la quale il Governo deve trovare un accordo con le &#8220;parti sociali&#8221; prima di intervenire, ad esempio, sulle leggi che regolano il mercato del lavoro, o il regime delle pensioni, o quant&#8217;altro le parti sociali ritengano di proprio interesse.</p>
<p>Questioni niente affatto facili da affrontare per un infante, con ridotte esperienze delle cose della vita. Nicolò sta però cominciando ad imparare che lo studio può aiutare a porsi le domande e a darsi le risposte, anche compensando la scarsità delle esperienze dirette. E crede di aver trovato una risposta niente meno che ne La Repubblica di Platone:</p>
<blockquote><p>Ti sei dimenticato di nuovo, amico mio &#8230;, che la legge non mira all&#8217;assoluto benessere di una sola classe di cittadini, anzi fa in modo che nello Stato questo si ottenga con la concordia fra tutte le classi, sia mediante la persuasione sia mediante la costrizione, obbligandole tutte a comunicare fra loro il contributo che ciascuna classe è in grado di dare alla collettività; e se la legge rende tali i cittadini, il suo scopo non è di lasciarli liberi di fare ciò che vogliono, bensì di costringere ognuno a collaborare alla concordia dello Stato</p></blockquote>
<p>Quando appena si sta cominciando a parlare, le parole giuste arrivano con difficoltà; e Nicolò ha faticato a trovare la parola giusta per spiegare la cosa. Chissà se quella parola è &#8220;totalitarismo&#8221;?</p>
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		<title>Liberalizzazioni: qualche idea per il Governo Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 11:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
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		<description><![CDATA[La manovra &#8220;salva Italia&#8221; da poco varata serve solo per tentare di far quadrare i conti nell&#8217;immediato, ma già nel breve termine sarà una spinta alla recessione in atto. La imminente fase due &#8220;cresci Italia&#8221; dovrebbe stimolare il rilancio economico e sembra ormai certo che interverrà su liberalizzazioni, infrastrutture e lavoro.
Per quanto riguarda il primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La manovra &#8220;<em>salva Italia</em>&#8221; da poco varata serve solo per tentare di far quadrare i conti nell&#8217;immediato, ma già nel breve termine sarà una spinta alla recessione in atto. La <strong>imminente fase due</strong> &#8220;<em>cresci Italia</em>&#8221; dovrebbe stimolare il rilancio economico e sembra ormai certo che interverrà su liberalizzazioni, infrastrutture e lavoro.<br />
Per quanto riguarda il primo ambito, <strong>le uniche &#8220;<em>liberalizzazioni</em>&#8221; che servono davvero al nostro Paese in questo grave momento sono quelle che riguardano </strong></p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-11143"></span> <strong>l&#8217;utilizzo del danaro, la spesa privata e l&#8217;intraprendenza di imprenditori e professionisti</strong>: molte delle misure restrittive adottate con la manovra di Natale e, prima ancora, con le altre Manovre scellerate d&#8217;estate e d&#8217;autunno del precedente Governo Berlusconi (abbassamento del limite all&#8217;uso del contante, spesometro, monitoraggio generalizzato delle operazioni bancarie) sono concettualmente sbagliate, spaventano e disorientano i Cittadini anche onesti, ne deprimono la propensione alla spesa, introducono complicazioni inutili ed evitabilissime alle fasce sociali più deboli ed alimentano una ingente e preoccupante fuga di danaro verso l&#8217;estero.<br />
<strong>Far credere di poter svolgere qualunque nuova attività senza limiti e condizioni è una illusione che non potrà stimolare la crescita</strong>, perché, al massimo, potrà generare soltanto una gara fra impoveriti che dovranno barcamenarsi, da un lato, nel gestire a qualunque costo una concorrenza spietata fra di essi e, dall&#8217;altro, nell&#8217;assecondare la condanna al ricavo minimo puntuale (o al ricavo minimo ammissibile) imposto dagli studi di settore per evitare che il &#8220;<em>sudore</em>&#8221; del lavoro si trasformi nel &#8220;<em>sudario</em>&#8221; della rovina fiscale; forse tutto ciò potrà anche ridurre un poco i prezzi di alcuni beni e/o servizi, ma sarà un risultato effimero, di breve durata, che non gioverà alla qualità degli scambi e che cesserà con la fuoriuscita dal mercato di quelli che non riusciranno a tenere il passo (avranno speso per gli allestimenti, avranno impiegato le risorse proprie e dei propri familiari, si saranno pure indebitati confidando di non essere più finalmente inoccupati, non avranno retto alla concorrenza spietata degli altri, non saranno riusciti a guadagnare a sufficienza, non potranno dimostrare al fisco famelico che li rivolterà come un calzino di non aver evaso e se ne andranno con le ossa rotte più poveri, scoraggiati e disoccupati di prima.<br />
Serve allora <strong>qualche proposta operativa concreta</strong> adatta a stimolare realmente la crescita interna sia nell&#8217;immediato che nel medio termine, senza barricarsi dietro falsi moralismi, proclami o gioghi sovranazionali.</p>
<p style="text-align: justify">A) <strong>Interventi per liberare i Contribuenti dalla ”<em>ossessione</em>” fiscale</strong>:</p>
<ol>
<li><strong>eliminazione dei budget annuali di recuperi impositivi imposti agli Uffici finanziari e ripristino dell&#8217;onere della prova a carico dell&#8217;Amministrazione finanziaria</strong> in sede di accertamento con abolizione immediata di tutte le presunzioni legali che impongono ai Contribuenti dimostrazioni documentali troppo spesso impossibili, li espongono a recuperi ingiusti su volumi d&#8217;affari o redditi irreali anche in spregio alla loro &#8220;<em>capacità contributiva</em>&#8221; effettiva (art. 53 Cost.) ed alimentano sfiducia e ribellione verso i corrispondenti poteri pubblici;</li>
<li><strong>introduzione del principio della responsabilità personale del Responsabile del Procedimento negli accertamenti</strong> censurati dagli organi del contenzioso tributario per i quali viene disposta la condanna alle spese a carico dell&#8217;Amministrazione finanziaria per evitare comportamenti abusivi da parte degli Uffici periferici e per favorire l&#8217;applicazione dei principi di &#8220;<em>imparzialità e buon andamento</em>&#8221; (art. 97 Cost.) troppo spesso dimenticati per perseguire altre finalità;</li>
<li><strong>limitazione del diritto di appello dell&#8217;Amministrazione finanziaria nei Giudizi tributari alle sole questioni di puro diritto</strong> perché l&#8217;esercizio dei poteri accertativi costituisce una potestà pubblica che, per la sua autorevolezza ed imperatività deve essere compiutamente motivata e sensatamente fondata sin dal momento in cui si manifesta e perché non si possono rovesciare sui Contribuenti gli oneri economici di una difesa processuale che, quando è soccombente l&#8217;Ufficio finanziario, di norma si protrae per ben tre gradi di Giudizio con costosi anticipi di spese rapportati al valore della causa;</li>
<li><strong>eliminazione della mediazione obbligatoria pre-giudiziale davanti allo stesso Ufficio finanziario che ha emanato la pretesa tributaria</strong> che espone i Contribuenti ad una indignitosa trattativa perdente in partenza (l&#8217;istituto della definizione mediante adesione ex D.Lgs. 218/1997 assolveva già a questa funzione consentendo ai Contribuenti la libera scelta di avvalersene o meno) ed <strong>introduzione strutturale del beneficio della chiusura delle liti fiscali pendenti in qualunque stato e grado di Giudizio</strong> con modulazione dei relativi costi a seconda della situazione processuale per favorire il decongestionamento della Giustizia tributaria.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify">B) <strong>Per liberare i Contribuenti dalla ”oppressione” fiscale</strong>:</p>
<ol>
<li><strong>ripristino immediato della soglia di € 12.500,00 all&#8217;uso del danaro contante</strong> per liberare le risorse finanziarie ancora giacenti sul territorio, favorirne la circolazione sul mercato interna ed evitarne l&#8217;espatrio;</li>
<li><strong>facilitazioni reali e convenienti per gli utilizzatori di strumenti di pagamento tracciati</strong> (assegni bancari e circolari, carte di credito, pago-banconmat, carte prepagate, bonifici bancari, &#8230;) abbattendone i costi e consentendo la deducibilità (anche solo parziale) di tutte le corrispondenti spese documentabili con i relativi estratti conto per promuovere ed incentivare una nuova coscienza civica di valenza anche fiscale;</li>
<li><strong>abrogazione immediata delle norme che impongono la comunicazione all&#8217;Anagrafe Tributaria di tutte le operazioni finanziarie in conto ed extra-conto e di tutte le spese rilevanti ai fini dello spesometro</strong> (riguardanti sia l&#8217;anno 2010, sia  gli anni successivi) per tranquillizzare la Gente che può spendere e che in questi momenti recessivi deve poter utilizzare liberamente il proprio danaro a beneficio dell&#8217;economia interna, della crescita e dell&#8217;occupazione;</li>
<li><strong>introduzione di un sistema di tassazione dei redditi di lavoro dipendente</strong>, nonché dei redditi di lavoro <strong>autonomo ed indipendente</strong> per Contribuenti che realizzano volumi d&#8217;affari fino ad € 500.000,00 annui con conseguente sottrazione dal campo di applicazione degli studi di settore, <strong>che limiti la pressione fiscale complessiva massima al 20% fisso</strong> per restituire al &#8220;lavoro&#8221; ed alle Persone operose la centralità ed il rispetto che la Costituzione gli riconosce (cfr. art. 1 &#8211; &#8220;<em>l&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro &#8230;</em>&#8220;);</li>
<li><strong>riduzione delle aliquote dell&#8217;IVA entro il limite massimo del 10%</strong> (promuovendo anche in Europa le modifiche più opportune alle relative Direttive) ed ampliamento delle categorie di beni e servizi esentati o agevolati (salvi quelli ritenuti strettamente essenziali per il minimo vitale) per scoraggiare l&#8217;altrimenti inevitabile complicità di convenienza fra le parti del rapporto determinata dalla esagerata incidenza dell&#8217;aliquota attuale (21%) e di quella futura (23%).</li>
</ol>
<p style="text-align: justify"><strong>La spinta alla ripresa deve partire dal basso, dove c&#8217;è Gente operosa ed intraprendente che ha bisogno e voglia di lavorare e che aspetta soltanto di potersi esprimere al meglio</strong>, come sementi preziose che non riescono a germinare in un terreno sempre più arido ed inospitale. Compito dello Stato è quello di creare le condizioni migliori per poter rendere fertile quel terreno, dopodiché i veri semi faranno la loro parte; se però la terra viene concimata col catrame, non si può poi pretendere che nasca qualcosa e sperare in un miracolo impossibile!</p>
<p style="text-align: right">Avv. Manuel Seri</p>
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		<title>2012: rivolta fiscale in arrivo – di Aldo Canovari</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 09:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo o volentieri pubblichiamo da Aldo Canovari.
L’oppressione fiscale e le vessazioni tributarie costituiscono il principale freno allo sviluppo e sono una delle prime cause della rovina delle nazioni.
Questa importantissima lezione si può trarre leggendo For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità di Charles Adams, LIBERILIBRI (2007, 2008).
Una carrellata lunga 5000 anni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo o volentieri pubblichiamo da Aldo Canovari</em>.</p>
<p>L’oppressione fiscale e le vessazioni tributarie costituiscono il principale freno allo sviluppo e sono una delle prime cause della rovina delle nazioni.</p>
<p>Questa importantissima lezione si può trarre leggendo <em>For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità</em> di Charles Adams, LIBERILIBRI (2007, 2008).<span id="more-11134"></span></p>
<p>Una carrellata lunga 5000 anni di storia fiscale, che può aprire gli occhi agli Italiani su tante cose, fra le quali:</p>
<ul>
<li>La gran parte degli eventi traumatici della storia furono causati da rivolte fiscali.</li>
<li>Il cittadino ha il sacrosanto diritto ad opporsi alle rapine tributarie (<em>diritto di appello al cielo</em> di Locke).</li>
<li>I cittadini di una nazione si dividono in due categorie fondamentali: 1) I Consumatori di tasse (<em>tax consumers</em>); 2) I Pagatori di tasse (<em>tax payers</em>).</li>
<li>I primi rappresentano una minoranza composta dai parlamentari, consiglieri regionali e loro clientele, alti burocrati, vertici degli organi istituzionali, amministratori di aziende e agenzie pubbliche e para-pubbliche, di società partecipate. Il loro numero può essere stimato in un ordine di grandezza di 500.000 individui (circa l’1% dei contribuenti).</li>
<li>I secondi rappresentano circa il 99% dei contribuenti.</li>
<li>L’evasione è perlopiù effetto dell’abuso del potere impositivo.</li>
<li>La propensione media all’evasione è direttamente proporzionale alla pressione tributaria.</li>
<li>La vera causa del deficit non è l’evasione, ma l’eccesso di spesa.</li>
<li>La formula <em>No Taxation without Representation</em> è ormai inadeguata (perché i rappresentanti al Parlamento rappresentano in realtà solo i propri interessi e quelli delle proprie clientele).</li>
<li>È necessario quindi separare il potere di spendere da quello di tassare.</li>
<li>La proporzionalità è un principio. La progressività è un arbitrio.</li>
<li>I governanti dovrebbero conoscere, capire, e avere sempre davanti agli occhi la <em>Curva di Laffer</em> e tendere alla <em>Flat Tax</em>.</li>
</ul>
<p>Questi sono gli insegnamenti che la storia delle nazioni ci offre.</p>
<p>In Italia, la pressione tributaria è ai massimi livelli tra le nazioni civili. Le angherie tributarie, l’incomprensibilità delle norme, l’incertezza giuridica, le arbitrarie presunzioni a favore del fisco, l’inversione generalizzata dell’onere della prova a carico del contribuente pongono i cittadini alla mercé del fisco degradandoli al rango di servi della gleba.</p>
<p>In Italia, a fronte di una tassazione spoliatrice lo Stato non rende i servizi in nome dei quali sottrae al cittadino molto più della metà del suo reddito e confisca risparmi già tassati, per destinarli agli sperperi delle oligarchie parlamentari, burocratiche, giudiziarie, clientelari.</p>
<p>In Italia, attraverso una norma di recente introduzione (art. 29, D.L. n. 78/2010, e D.L. n.138/2011), gli atti di accertamento (che per più del 60% in sede contenziosa risultano infondati) daranno luogo a riscossione immediata di un terzo della maggiore imposta pretesa, pur in pendenza di ricorso, e quindi pur nella consapevolezza che nel 60% dei casi la pretesa tributaria è illegittima e il pagamento da parte del contribuente non dovuto.</p>
<p>In Italia, quindi, è stato reintrodotto il principio del <em>solve et repete</em>: un principio incivile, dispotico, contrario al diritto e alla dignità del cittadino, un principio inaccettabile, micidiale sul piano etico e giuridico, che provocherà danni incalcolabili all’economia e alla sopravvivenza delle imprese e dei privati contribuenti.</p>
<p>Con l’entrata in vigore di questa folle legge la situazione economica del nostro Paese, già seriamente pregiudicata, verrà ulteriormente aggravata e spinta al collasso.</p>
<p>A tutto questo si è aggiunta l’ultima follia del nuovo governo il quale in luogo di tagliare drasticamente le spese ha saputo solo imporre ulteriori pesanti inasprimenti fiscali che hanno esasperato ancor più il cittadino.</p>
<p>Questo avvilente quadro sintetizza solo alcuni aspetti della dissennatezza-cecità del legislatore. Pretendere, in tale assetto di rapina legalizzata, che i cittadini assolvano correttamente all’obbligo tributario, e scandalizzarsi se non lo fanno, è ipocrisia o idiozia. E, poiché è stata valicata ogni ragionevole soglia di sopportazione, potrà innescarsi in tempi brevi una vera e propria rivolta.</p>
<p><em>Aldo Canovari è fondatore e direttore editoriale della casa editrice Liberilibri.</em></p>
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