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	<title>CHICAGO BLOG &#187; finanza</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Se la crisi è nella testa – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti di Pil ci fa correre il rischio di pensare che l’economia si risolva nella finanza, e che i debiti degli stati siano gli unici componenti rilevanti per l’economia. Rischia insomma di farci dimenticare una verità semplice che gli economisti del passato sapevano, ma che oggi molti sembrano aver dimenticato: l’economia reale, la crescita economica, la fanno le persone. E l’essere umano, per definizione, è una creatura che sa reagire e adattarsi alle opportunità come alle difficoltà. Ecco perché non è inutile guardare all’aspetto umano per leggere le cause e le possibili vie d’uscita dalla crisi.</p>
<p><span id="more-11532"></span>Riguardo le cause. Si è parlato tanto degli speculatori, delle banche che immettono titoli “tossici” ecc.</p>
<p>La solita litania sul mercato senza etica e senza regole, e sulla immancabile necessità di introdurre più regole e più etica. Ma cosa c’è davvero dietro la crisi, in termini di attitudine umana? C’è l’avidità degli operatori economici che deve essere “regolamentata”? Il dato storico innegabile è che il processo di regolamentazione dell’economia cresce ininterrottamente da ben oltre un secolo, e le (rare) parentesi liberali sono state soltanto un rallentamento di quella crescita. Questa economia regolamentata ha indotto a credere che, con lo stato al nostro fianco, il sistema non potesse fallire. Così facendo ha deresponsabilizzato un po’ tutti, inducendo ad esempio le banche a immettere titoli spazzatura e prestare soldi a chi non poteva restituirli. Tanto poi la ricchezza si moltiplica e nessuno se ne accorge, o se malauguratamente qualcuno lo comprende interviene lo stato a salvare la situazione. Pur senza voler negare la cattiva fede di alcuni operatori economici non si può altresì negare che uno stato interventista e iper-regolatore alteri la percezione e il calcolo del rischio, che come si sa è la componente (umana) fondamentale nel processo di crescita economica.</p>
<p>Riguardo le vie d’uscita. È evidente che con la crisi economica c’è pessimismo e meno voglia di rischiare e intraprendere, e dunque la crisi esiste nella testa delle persone prima e più che nei dati economici. Tuttavia gli operatori economici, nonostante la crisi, non hanno dimenticato che un prodotto innovativo può avere successo, o che un miglioramento nel processo produttivo può consentire di fornire lo stesso prodotto a un prezzo più basso. Insomma sanno che, anche in tempi di magra, se fanno bene il loro lavoro, in qualche modo le cose si possono sistemare. Non ci sono solo i macro fattori, ma anche le scelte imprevedibili degli uomini. L’essere umano si sa adattare alle difficoltà, e proprio da questa sua capacità di adattarsi possono venire fuori, imprevedibilmente, i benefici collettivi. Se alle persone si dice in modo chiaro che devono pensare da sole a risolvere i loro problemi personali, e se vengono lasciate libere di farlo perché il fardello statale non è troppo pesante, ci sono ottime possibilità che ci riescano.</p>
<p>Ecco perché per superare la crisi bisogna smettere di pensare solo a come aggiustare i numeri e avere invece più fiducia negli uomini, creando le condizioni perché possano uscirne con le proprie gambe. Cosa che si può fare in un modo soltanto: lasciandoli liberi.</p>
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		<title>Il rimedio alla crisi? Seguire la scienza economica – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 10:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Dati recenti dell’OCSE mostrano rallentamenti della crescita economica per tutti i 33 paesi aderenti. In particolare, le previsioni percentuali di crescita del PIL dei Paesi occidentali  per il 2012 sono nell&#8217;ordine dell’uno virgola: previsioni, ottimisticamente, recessive. La  realtà è che la crescita in questi paesi è negativa perché i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>Dati recenti dell’OCSE mostrano rallentamenti della crescita economica per tutti i 33 paesi aderenti. In particolare, le previsioni percentuali di crescita del PIL dei Paesi occidentali  per il 2012 sono nell&#8217;ordine dell’uno virgola: previsioni, ottimisticamente, recessive. La  realtà è che la crescita in questi paesi è negativa perché i pil non misurano l’incremento reale di prodotto ma la spesa e questa è gonfiata dall’inflazione.<span id="more-11044"></span>La diminuzione dei pil significherà aumento di disoccupazione. Anche i tassi di interesse reali sono “in rosso” il che significa che gli investitori che tengono i propri risparmi in forma liquida o parcheggiati in titoli di stato o nel mercato monetario stanno tutti perdendo soldi. Una situazione sempre più incerta e volatile blocca gli investimenti industriali. L’assenza di sviluppo e quindi di reddito significa che il servizio del debito non potrà essere pagato. In questo contesto sarà sempre più difficile per i governi ottenere dal mercato nuovi prestiti..  I governi si troveranno tra l’alternativa del default o dell’inflazionismo che non è altro che un default perseguito con altri mezzi. Perseverando nelle misure macroeconomiche, fiscali e monetarie che ai fini dello sviluppo economico non valgono un iota, i governi hanno abbracciato con cocciuta e pericolosa ottusità la teoria dell’impoverimento progressivo.</p>
<p>Per i governi l’economia ha sempre significato, non un sistema di produzione e di scambio per allocare risorse scarse, ma semplicemente “spesa” , soprattutto spesa statale.</p>
<p>A questo fine, prima hanno pensato a drenare risorse dalla collettività tramite tassazione e successivamente, non bastando questa, hanno applicato all’economia intera una gigantesca leva finanziaria. La leva è il rapporto tra debito e capitale e poiché il divisore tende allo zero, il dividendo tende all’infinito. La progressione esponenziale del debito misura il grado di distruzione dell’economia.  .</p>
<p>Nell’opinione popolare la spesa statale originata dal debito pubblico ha la stessa natura di quella originata dal capitale cioè dal risparmio. Ma la prima rappresenta inflazione pura e dissolve come un acido il secondo. Quando la società non è più capace di creare capitale decade immediatamente.</p>
<p>Per scampare ad una catastrofe economica certa c’è solo un rimedio: tagliare drasticamente la spesa pubblica e azzerare le tasse su redditi e capitali e sostituirle con una tassa sui consumi. Lo sviluppo che ne conseguirebbe sarebbe sensazionale e annullerebbe il debito in pochi anni. Un sogno? No, una realtà e la storia passata e recente lo dimostra.</p>
<p><strong><em>Tornare a David Ricardo</em></strong></p>
<p>L’economista inglese Alfred Marshall (1842 –1924) affermò che se per assurdo andasse distrutta la ricchezza materiale del mondo, ma rimanessero invece vive le idee in base alla quali essa fu formata, si potrebbe rapidamente ricostruirla. Queste idee sono racchiuse nell’apparato analitico creato da Adam Smith e da David Ricardo più di duecento anni fa. Il primo, che impostò in un unico corpo organico i problemi che sono stati oggetto di tutta la riflessione scientifica successiva, sostenne che la libertà di mercato era la premessa per la piena utilizzazione delle forze produttive e per il loro ulteriore sviluppo perché l’intervento dei governi,  raramente efficace, è quasi sempre dannoso. Ricardo, rielaborando e perfezionando le analisi di Smith mostrò come, nella distribuzione del prodotto sociale, il ruolo del capitale fosse condizionante per l’aumento di prosperità generale.</p>
<p>“Il capitale – scrive Ricardo – è quella parte della ricchezza di un paese che viene impiegata a scopo di produzione futura e può aumentare allo stesso modo della ricchezza” (<em>Principles of Political Economy and Taxation</em>). Per chiarire: la parte che viene prodotta e che non va ad aumentare il consumo finale è investimento e poiché anche l’investimento, ossia il capitale, fa parte di ciò che il sistema economico complessivamente produce, tutto ciò che promuove l’espansione del sistema, promuove anche l’accumulazione di capitale. E’ l’ammontare del capitale a determinare la capacità dell’economia di produrre beni e servizi e di impiegare lavoro ed è il rapporto tra capitale e lavoro ad aumentare la produttività.</p>
<p>La tassazione sul capitale mina questo processo perché trasferisce il capitale dalle mani di chi produce nelle mani di chi consuma.</p>
<p>Ricardo scrive:</p>
<blockquote><p>“Nonostante l’enorme spesa del governo inglese negli ultimi venti anni è praticamente certo che l’aumentata produzione da parte della popolazione l’abbia più che compensata. Non soltanto il capitale non è stato intaccato, ma esso è grandemente aumentato e il reddito annuale della popolazione, anche detratte le imposte, è ora probabilmente maggiore che in qualsiasi altro periodo della storia inglese… È tuttavia certo che, senza l’imposizione questo aumento di capitale sarebbe stato molto maggiore. Non vi sono imposte che non tendano a diminuire la capacità di accumulazione. Tutte le imposte ricadono o sul capitale o sul reddito. Se intaccano il capitale riducono in proporzione il fondo la cui entità determina l’entità dell’industria produttiva; se ricadono sul reddito diminuiscono l’accumulazione o costringono i contribuenti a risparmiare l’ammontare dell’imposta e a diminuire in misura corrispondente il loro precedente consumo. ..I governi dovrebbero non imporre mai tributi che gravino inevitabilmente sul capitale perché così facendo essi intaccano i fondi destinati alla sussistenza dei lavoratori e diminuiscono la produzione futura del paese”. (Ibid)</p></blockquote>
<p>Per Ricardo la riduzione di capitale ad opera della tassazione cambia il rapporto tra capitale e lavoro, ne abbassa la produttività marginale e quindi riduce il salario reale. Un sistema fiscale volto a salvaguardare il reale interesse dei lavoratori dovrebbe tassare solo la parte di reddito che viene consumata e non quella che viene risparmiata od investita perché è questa parte a creare lo sviluppo e l’occupazione.<br />
Grazie alla dottrina di Ricardo l’Inghilterra divenne la più grande potenza industriale.</p>
<p>L’economista contemporaneo Arthur Laffer, (consigliere di Ronald Reagan cui si deve la famosa “curva Laffer”  che mette in relazione l’aliquota di imposta con il gettito fiscale e per la quale esiste un livello del prelievo fiscale oltre il quale l&#8217;attività economica non è più conveniente e il gettito si azzera), scrisse che le ragioni principali per cui le economie declinano sono due: una tassazione esagerata e l’instabilità monetaria e sono questi due elementi che spiegano l’ascesa ed il crollo delle nazioni. Laffer si ispirava a Ricardo per entrambi gli aspetti. Ricardo, infatti, in uno dei suoi famosi pamphlet monetari (<em>The High Price of Bullion, a Proof of the Depreciation of Bank Notes</em>) scrisse che le politiche monetarie espansive e gli abbassamenti dei tassi di interesse avrebbe portato i paesi alla rovina. E ce ne siamo accorti. Ma le politiche monetarie espansive sono proprio la conseguenza della elevata tassazione la quale riducendo capitale e produttività porta alla recessione cioè alla contrazione dell’economia. Allora si cerca di combatterla con stimoli monetari che secondo i geniali economisti contemporanei, dovrebbero fare le veci del capitale; a sua volta il pompaggio di liquidità, creando inflazione, mina la stabilità valutaria.</p>
<p>È da settant’anni che si fanno queste politiche aspettandosi risultati diversi. Ci fu tuttavia l’intermezzo degli anni 80, gli anni di Reagan di Volker e della Thatcher, gli anni dei tagli fiscali, della stabilizzazione delle valute e della ripresa economica, anche se purtroppo negli USA non furono gli anni di riduzione della spesa pubblica.</p>
<p>Ma è la storia del Giappone dopo la seconda guerra mondiale a rappresentare un caso di scuola del paradigma ricardiano.</p>
<p>A partire da 1945 i politici giapponesi capirono che per ricostruire velocemente la loro economia distrutta dal conflitto, dovevano minimizzare le tasse su investimenti e capitali. Praticamente ogni anno e fino al 1970 ridussero l’imposizione fiscale. I guadagni in conto capitale, profitti, plusvalenze, interessi e rendite furono praticamente esentati. Quando fu loro chiesto come fosse possibile “finanziare” questi tagli, risposero che proprio i tagli avrebbero permesso all’economia di crescere abbastanza per originare nel futuro maggiori entrate fiscali per rinnovare il paese. I giapponesi compresero chiaramente che tutto il capitale esentato dalle tasse sarebbe stato automaticamente reinvestito nell’economia. La domanda di lavoro e l’occupazione aumentarono anno dopo anno. Assistiti da maggior capitale i lavoratori migliorano la produttività e ottennero salari crescenti.</p>
<p>Fu un’ascesa impressionante accompagnata da uno sviluppo tecnologico e sociale che fece del Giappone la seconda potenza mondiale e la più grande economia esportatrice con una valuta fortissima. Non si penalizzarono gli aspetti sociali, tutt’altro, nacque infatti il concetto sociale dell’impiego permanente nelle aziende (lifetime employment), cioè il posto di lavoro assicurato. Nel decennio 1960-1970 il PIL del Giappone quintuplicò. I leader dell’epoca avevano afferrato un principio empirico importante: l’incidenza fiscale non deve mai superare il 20% del PIL. E’ la cifra limite oltre la quale un paese entra nella zona a rischio. Perché? Perché i giapponesi capirono che è praticamente il settore privato ad essere responsabile dello sviluppo economico e non lo stato. Lo stato è il servitore della collettività che rappresenta, deve fornire servizi ed incoraggiare l’economia, non strangolarla.</p>
<p>Ma a partire dagli anni 80 il vento cambiò. L’incidenza fiscale sul PIL salì al 40% e cominciando a manifestarsi i segni recessivi e le nuove generazioni al potere abbandonarono il modello ricardiano per impalmare quello keynesiano di spesa pubblica, di stimoli monetari con tutto quel che segue: ipertrofia burocratica, bancocentrismo, lobbismo e una corruzione senza freni. Il destino del Giappone era segnato. Accumulò il debito interno più elevato del mondo ed entrò in una recessione permanente che dura da più di vent’anni.</p>
<p>Potremmo continuare a parlare del miracolo economico della Germania creato dal taglio delle tasse di Ludwig Erhard o del boom economico italiano iniziato nel 1948 (ma allora c’era un altro campione del libero mercato, Luigi Einaudi) a cui seguirono quindici anni di costante e sostenuto progresso economico ad un tasso del 6% ed una stupefacente esplosione di attività imprenditoriale.</p>
<p>Oppure di quello del decennio dal 1990 della Corea del  Sud che grazie ai tagli fiscali  triplicò il PIL in piena crisi asiatica o di quello di Hong Kong dove l’incidenza fiscale sui redditi e imprese non supera il 17%.</p>
<p>Se un paese vuole entrare in un’era di prosperità non ha che da seguire i principi della scienza economica, non quelli della macroeconomia che affida allo stato e alla banca centrale poteri illimitati riducendo chi produce e chi crea capitale al ruolo di servo che deve fare quello che vogliono i padroni.</p>
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		<title>Solo i Tedeschi Possono Essere Tedeschi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 08:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi pare che ultimamente il mondo giri intorno alla Germania. Se i titoli di Stato italiani, spagnoli, francesi (finalmente!) vanno male, deve aiutarci la Germania permettendo la nascita degli Eurobond; se le bilance dei pagamenti di tutta Europa sono negative, deve metterci una pezza la Germania alzando i suoi stipendi; se la Bundesbank si permette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Mi pare che ultimamente il mondo giri intorno alla Germania. Se i titoli di Stato italiani, spagnoli, francesi (finalmente!) vanno male, deve aiutarci la Germania permettendo la nascita degli Eurobond; se le bilance dei pagamenti di tutta Europa sono negative, deve metterci una pezza la Germania alzando i suoi stipendi; se la Bundesbank si permette di acquistare titoli di Stato sul mercato primario, allora deve farlo la BCE; se la Germania ha tassi bassi, allora deve pagare gli interessi degli altri paesi, anzi speriamo che si trovino nei guai così il denaro torna sui titoli degli altri Stati&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Io nutro una naturale simpatia per i teutonici – se non altro per la qualità della cultura filosofica letteraria e musicale che hanno realizzato, e questo nel recente &#8217;800 fino all&#8217;inizio del &#8217;900, non nel non più ripetuto &#8217;400 italiano – ma non per questo li difenderei ad oltranza: non sono perfetti, però al momento sono semplicemente l&#8217;esempio migliore, e dovremmo averne cura.<span id="more-10640"></span></p>
<p>In giro si leggono cose allucinanti; basta prendere il Sole24Ore del 24/11.</p>
<p style="text-align: justify">Tabellini denigra la posizione tedesca di rigore fiscale e riforma individuale dell&#8217;economia, sostenendo che questa si è dimostrata inutile nella gestione della crisi del debito sovrano. Allora qualcuno mi dica chi ha realizzato effettivamente una politica di rigore e di riforma del proprio paese, visto che interi Stati semplicemente stanno campando sui finanziamenti UE senza presentarsi sul mercato, Grecia e Italia sono nei guai perché nulla hanno effettivamente fatto, la Spagna sta ancora aspettando che il nuovo Governo cominci il suo operato, la Francia (se non lo sapete) aveva preso misure limitate al 2013 e ora sta scontando l&#8217;incapacità politica di pianificare alcunché a lungo termine (per non parlare dei pontificatori USA i cui politici non hanno trovato niente di meglio che far scattare i tagli automatici alla spesa a causa dello sforamento sia del tetto massimo di indebitamento che dell&#8217;<em>extra-time</em> che si sono autoconcessi per sistemare i conti)! Quale proposta tedesca ha fallito se nessuno l&#8217;ha veramente realizzata?</p>
<p style="text-align: justify">Sempre Tabellini si lamenta che i paesi indebitati siano stati lasciati in balia del mercato. A parte che Portogallo Irlanda e Grecia sono già fuori mercato, ma nessuno si ricorda che la “disciplina del mercato” era stata invocata proprio in sede di costruzione dell&#8217;Euro perché le finanze pubbliche fossero costrette a venir gestite in modo responsabile? Nessuno ha l&#8217;onestà intellettuale di ammettere di aver appoggiato questa visione, e magari di averlo fatto solo perché sperava che il problema non si sarebbe mai posto.</p>
<p style="text-align: justify">Altri, come De Benedetti, scrivono che l&#8217;economia tedesca in effetti è stata capace di riformarsi da sé, ma ora con l&#8217;euro gode di tassi bassi e potenza commerciale, per questo deve (in sostanza) pagare i debiti degli altri (vero obiettivo della loro retorica della difesa della moneta unica). Ci si dimentica che la Germania ha assorbito da sola i problemi della riunificazione con il carrozzone dell&#8217;est e ha gestito delocalizzazione e ristrutturazione produttiva nell&#8217;est Europa con un euro che valeva circa il Marco e tassi che non si sono abbassati ma sono <span style="text-decoration: underline">rimasti</span> bassi, mentre altri paesi, Italia in primis, hanno visto cali mostruosi dei tassi proprio grazie all&#8217;euro – il famoso “dividendo dell&#8217;euro” che doveva venir sfruttato per lo meno per contenere il debito. Come si può giustificare che chi ha meglio operato (con i dovuti sacrifici, ché la riunificazione tedesca non è stata una passeggiata anche in termini occupazionali) ora debba a priori pagare per chi ha sperperato il patrimonio reputazionale concesso proprio dalla presenza tedesca nell&#8217;euro? De Benedetti in fondo non sarebbe certo disposto a pagarmi il mutuo perché io ogni mese mi spendo tutto in cene e concerti di Cherubini&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Ci si indegna (Tabellini ancora) che la Bundesbank acquisti Bund all&#8217;emissione e che la BCE non possa farlo&#8230; Mi scusino, ma il corrispettivo della Bundesbank è la Banca d&#8217;Italia e non certo la BCE: la confusione è rivelatrice della volontà di spendere soldi altrui – gli euro della comunitaria BCE – invece che i propri (il bilancio della Banca d&#8217;Italia, come di ogni Banca Centrale, è un vaso comunicante con il Tesoro dello Stato di appartenenza). Il divieto della BCE a fare certe manovre è legato sempre a quella “disciplina del mercato” di cui sopra, e serve per lasciar libera la BCE di perseguire la stabilità monetaria (obiettivo su cui ha fatto moltissime concessioni sull&#8217;altare della congiuntura economica, tanto che solo raramente ha mantenuto il suo target del 2% di volgarmente detta inflazione). Nel 1981 in Italia si è deciso di vietare alla Banca d&#8217;Italia di comprare “a fermo” il debito statale per eliminare le aspettative della continua monetizzazione dello stesso da cui discendeva la galoppante inflazione dei prezzi e tassi di interesse anche a due cifre; il deficit di credibilità degli obiettivi inflazionistici e del controllo delle finanze pubbliche ha reso necessaria questa mossa. Se i tedeschi possono permettersi di fare qualcosa (e in realtà la Bundesbank non acquista in proprio ma per conto dell’Agenzia del Debito, <em>Finanzagentur</em>, ente che opera come collocatore-ponte analogamente alle italiane banche <em>specialist</em>) che l&#8217;Italia si è preclusa da sola è semplicemente perché loro sono tedeschi, hanno già dimostrato che non avrebbero abusato di questo strumento (vedi i tassi bassi, il marco come riferimento monetario europeo, il livello del debito&#8230;), pertanto possono sfruttare un capitale reputazionale che l&#8217;Italia ha dovuto conquistarsi poco alla volta fino a dover confluire in una moneta unica europea per dire a tutti che “non aveva più sovranità quindi non poteva più fare gli errori del passato”. I tedeschi possono, una BCE tedesca per un diciassettesimo non può. Allo stesso modo si dovrebbe dire che allora tutti potrebbero andare sempre in deficit di partite correnti perché gli USA lo fanno da venti anni&#8230; ma che loro hanno il dollaro – la riserva valutaria mondiale – gli altri no.</p>
<p style="text-align: justify">E qui merita una parentesi tassonomica: il “prestatore di ultima istanza” tanto evocato da giornalisti ed economisti di grido non è colui che finanzia gli Stati quando nessun privato è più disposto, bensì colui che fornisce liquidità alle banche commerciali in caso di problemi sull&#8217;interbancario come pure di corsa agli sportelli, e questa funzione è propria di qualsiasi Banca Centrale, BCE inclusa. Il termine è usato oggi impropriamente, intendendo in realtà il “sottoscrittore di ultima istanza” o “l&#8217;acquirente di ultima istanza” di debito pubblico; pare solo una questione lessicale, ma in realtà ha effetti profondi perché tutti hanno sentito usare in precedenza l&#8217;espressione “prestatore di ultima istanza” e quindi l&#8217;opinione pubblica associa al termine qualcosa di familiare, naturale, scontato e necessario che adesso – si fa credere – la BCE si rifiuta di fare. Invece qui si parla di un nuovo “monetizzatore a oltranza” del debito pubblico, che sicuramente non farebbe tutta questa presa sull&#8217;opinione pubblica se chiamato con il suo nome proprio.</p>
<p style="text-align: justify">Si rasenta la follia totale quando si pensa che “<em>il fallimento dell&#8217;asta</em> [dei Bund del 23/11] <em>potrebbe essere un evento non così negativo, se i Bund cominciassero ad essere percepiti un porto meno sicuro in cui mettere i soldi: liquidità per lo più distolta dai titoli degli altri Paesi dell&#8217;Unione</em>” (Riolfi), come dire che se vacilla la reputazione tedesca allora la domanda tornerà dai titoli tedeschi a quelli italiani&#8230; Il pensiero che invece tutti prendano la strada per Berna, Oslo o Brasilia non sfiora nemmeno i fini commentatori finanziari&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;idea che preservare la reputazione della Germania come ancora per tutta l&#8217;area euro (in termini per lo più politici, ché il problema monetario è un problema derivato e pure <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/10/5/FINANZA-2-C-e-una-ricetta-anti-politica-che-salva-l-euro/211653/">isolabile</a>) pare sia solo della Merkel e di pochi altri, che infatti suggeriscono aiuti ai paesi in difficoltà solo dietro stretta sorveglianza e pena o il blocco degli aiuti o la perdita di sovranità fiscale; ora mi si dica se il “commissariamento” in questo caso può essere espressione dei Governi greco o italiano piuttosto che tedesco (Lerner, lunedì scorso all’Infedele, continuava a rivangare Weimar e vicende di guerra, mentre gli ospiti tedeschi ripetevano fino allo sconforto che si doveva parlare del debito di oggi alto per la stessa Germania – chi vuol intendere…)!</p>
<p style="text-align: justify">Gli Eurobond (o UnionBond, EuroUnionBond, Stability Bond…) sono un modo, giustificato scorrettamente come sopra, per sfruttare reputazione e denaro vero dei tedeschi a vantaggio di Governi guidati finora da persone i cui stessi elettori hanno trattato da idioti se non da criminali. Agli Eurobond si oppongono solo i tedeschi (forse anche i lussemburghesi, i finlandesi, gli olandesi e gli austriaci, ma nessuno ne parla) salvo l&#8217;applicazione di clausole di “commissariamento” che chiaramente non piacciono molto (altra dimostrazione che paesi come la Francia mirano al soldo facile, non all&#8217;equilibrio delle finanze pubbliche).</p>
<p style="text-align: justify">Va da sé che se la maggior parte della UE spinge verso questo attacco alla <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/18059/eurodebito-nuova-frontiera-dellassalto-alla-diligenza/">diligenza tedesca</a>, il mercato non può ignorare tale pressione; il mercato deve necessariamente incorporare la probabilità di tale scenario tanto più quanto insistenti si fanno le voci a favore, quanto più i problemi finanziari si fanno vasti, e quanto meno i singoli Governi si dimostrano disposti a risolvere individualmente i problemi&#8230; Insomma l&#8217;inattività (incapacità o assenza di volontà di prendere decisioni) di fatto dei Governi rafforza di per sé lo scenario Eurobond: a scapito di qualsiasi discorso propagandistico, la rottura dell&#8217;Unione è uno scenario talmente problematico da essere il più improbabile e la sparizione dell&#8217;euro è una sciocchezza impraticabile, quindi si gioca un braccio di ferro tra debito socializzato e <em>austerity</em> individuale che aumenta l&#8217;incertezza sui Bund, cioè sul debito tedesco che sempre più probabilmente dovrà farsi carico dell’indisciplina celto-mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify">Ma se piace tanto questo mettere in comune il debito, perché non si propongono i Medi-bond, un titolo di debito infra-comunitario per Italia Spagna Grecia Portogallo e Francia? Chissà perché la Francia si vuol privare di questo ruolo di salvifico leader…</p>
<p style="text-align: justify">Il risultato di tutto questo non è altro che indebolire il pilastro fiscale e produttivo dell&#8217;Europa, la Germania, e qualcuno pensa che questo sia nell&#8217;interesse dei più! E quando avremo mediterraneizzato la Germania cosa facciamo, un&#8217;unione monetaria con il Tibet per far dispetto ai cinesi?</p>
<p style="text-align: justify">Io vorrei un po&#8217; di verità dai politici, dagli economisti, e dai giornalisti. Fermiamo questo ennesimo assalto al patrimonio economico/finanziario dell&#8217;Europa, ammettiamo che solo i tedeschi possono essere tedeschi, e mettiamoci in testa che noi altri dobbiamo imparare ad essere bravi.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ipertrofia della Finanza o Problema di Misurazione?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/28/ipertrofia-della-finanza-o-problema-di-misurazione/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo del PIL mondiale.</p>
<p style="text-align: justify">Non è contestabile l&#8217;affermazione in sé (la <a href="http://ideashaveconsequences.org/esiste-la-finanza2-e-non-e-astratta/leo"><span style="color: #000080">confermo</span></a>) quanto l&#8217;analisi delle cause, dal vulgo rintracciate semplicisticamente nell&#8217;avidità e nello strapotere della finanza ma austriacamente riconducibili all&#8217;inflazionismo delle Banche Centrali in quanto agenti monetari degli Stati; l&#8217;errore di analisi fa pensare che questo rapporto Finanza/PIL possa venir ridotto all&#8217;unità se non addirittura a meno&#8230; Ma ha senso? Che aspetto ha un mondo “equilibrato”?<span id="more-10603"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ho avuto una intuizione, ma prima di cercare i numeri ho pensato di valutare un modello di economia che girasse in modo “equilibrato”. L&#8217;esempio più semplice e chiaro mi è fornito dal modello di <a href="http://ideashaveconsequences.org/piccola-esposizione-su-wicksell/leo"><span style="color: #000080">Wicksell</span></a> del 1898. Questo modello riassume le classi di azioni nell&#8217;economia in quattro soggetti teorici e mostra i rapporti che tra loro intercorrono; Wicksell poi <em>shocka</em> variamente il sistema per studiarne le dinamiche inflazionistiche, ma questo oggi non ci interessa. L&#8217;attività bancaria – prestare denaro e tenere depositi – è riassunta nelle Banche; l&#8217;attività imprenditoriale – investimento e produzione – è riassunta nelle Imprese; i fattori produttivi – offerta di lavoro e consumo della relativa remunerazione – sono riassunti nei Lavoratori; l&#8217;attività capitalistica – commercio della produzione e risparmio – riassunta nei Commercianti. All&#8217;inizio di un periodo tipico si ha l&#8217;avvio della produzione ed il consumo della produzione già esistente; a fine del periodo si ha la realizzazione della nuova produzione, il suo risparmio per il successivo consumo, ed il saldo delle posizioni bancarie, come nello schema riportato qui sotto. Chiaramente il processo si ripropone subito dopo nel nuovo periodo. L&#8217;esempio considera una produzione di 101 unità del bene <em>y</em> (che è la dotazione iniziale di beni dei Commercianti), ottenuta dalle Imprese impiegando una data offerta di lavoro dei Lavoratori, pagati con un indebitamento presso le Banche per £ 100 all&#8217;interesse dell&#8217;1%.</p>
<p> <a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp"><img class="aligncenter size-full wp-image-10604" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp" alt="" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il semplice schema di Wicksell prevede quindi che le Imprese si indebitino presso le Banche a inizio periodo (nell&#8217;esempio, per £ 100) per investire in forza lavoro (il credito iniziale diventa quindi il monte-stipendi); i Lavoratori spendono tutto acquistando le merci messe a disposizione dai Commercianti (i 101 <em>y</em> in magazzino meno il corrispettivo dell&#8217;1% di interessi del fine-periodo precedente, qui pari a 1 <em>y</em>), che a loro volta risparmiano fino alla fine del periodo depositando il ricavato nelle Banche. A fine periodo i Commercianti ritirano depositi e interessi (£ 101) con cui acquistano dalle Imprese la nuova produzione (101 <em>y</em>); le Imprese possono così estinguere il debito iniziale più gli interessi. A inizio periodo sul mercato al consumo il prezzo è £ 1 (£ 100 contro 100 <em>y</em>), così come a fine periodo sul mercato alla produzione (£ 101 contro 101 <em>y</em>); le Banche pareggiano sempre entrate e uscite; a fine periodo i Commercianti ricostruiscono sempre l&#8217;intero magazzino necessario per il proprio consumo e per le vendite del periodo successivo; le imprese non hanno extra-profitti. Il sistema economico gira in modo perfetto ed equilibrato.</p>
<p style="text-align: justify">In questo mondo perfetto, per ogni intero periodo, il PIL è pertanto £ 101 (101 <em>y</em> prodotti al prezzo unitario di £ 1), le Banche creano credito per £ 100, rimborsano £ 101 di depositi ed intermediano in totale £ 100+ £ 101 di flussi in entrata e £ 100 + £ 101 di flussi in uscita, si ha un servizio del debito (interessi) pari a £ 1, ed infine scambi reali di merci e lavoro per £ 100 + £ 100 + £ 101. Cioè:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="195">Credito creato</td>
<td valign="top" width="42">£ 100</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Servizio del debito</td>
<td valign="top" width="42">£ 1</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Flussi di uscita dalle Banche</td>
<td valign="top" width="42">£ 201</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Intermediazione bancaria totale</td>
<td valign="top" width="42">£ 402</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Transazioni reali</td>
<td valign="top" width="42">£ 301</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">PIL</td>
<td valign="top" width="42">£ 101</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Il mondo della finanza quindi conta per £ 402, quasi 4 volte il PIL; evitando il doppio calcolo di entrate ed uscite il rapporto è comunque quasi di 2; se anche le transazioni reali venissero intermediate dal sistema bancario si avrebbe (al netto del doppio calcolo di entrate e uscite) un valore del mondo della finanza di £ 502, quasi 5 volte il PIL. In altre parole, a seconda del criterio di misurazione e del grado di intermediazione bancaria, in un mondo “sano ed equilibrato” la finanza pesa dal doppio (le sole uscite bancarie) a dieci volte (tutti i movimenti finanziari in un mondo totalmente bancarizzato) il PIL. Come si spiega che questi numeri siano relativi a un mondo equilibrato e non ad una finanza ipertrofica?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Anzitutto è evidente che la misurazione “mondo finanziario” è prona al doppio conteggio dei flussi: se un&#8217;istituzione fa da mero intermediario finanziario, come nel modello, contare ciò che entra e ciò che esce significa contare due volte il transito di una sola somma. Ma soprattutto deve esser evidente che le dimensioni del mondo finanziario qui rappresentano non uno stock bensì lo svolgimento di un flusso di denaro/credito attraverso l&#8217;economia da chi ne ha in eccesso a chi ne è in difetto, e che quanti più passaggi si vogliono distinguere quanto più grande appare questo mondo, appunto perché si tratta in realtà di “fotografare” più volte sempre la stessa cosa. L&#8217;economia reale, qui riassunta nella ricchezza creata (PIL), viene invece “fotografata” solo nel suo momento finale e non in tutto il processo di trasferimento di risorse e fattori produttivi da chi ne è in eccesso verso chi li richiede per la loro composizione in vista della produzione finale. In tal senso tutto il processo produttivo reale comprenderebbe – come flusso – l&#8217;acquisizione da parte dei Commercianti delle merci necessarie al sostentamento loro e dei Lavoratori, mentre questi ultimi cedono il proprio lavoro alle Imprese da cui origina la produzione finale. Nella tabella sopra, questo è pari alla voce “Transazioni reali”, cui va aggiunto il Servizio del debito poi consumato dai Commercianti.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, considerando i passaggi intermedi, l&#8217;economia reale vale in modello £ 302 e quella finanziaria £ 402 (£ 201 se si evitano i doppi conteggi); se invece si considera il solo “risultato” finale, l&#8217;economia reale vale il solo PIL di £ 101 e l&#8217;economia finanziaria ugualmente £ 101, cioè il credito creato inizialmente (£ 100) più il valore del servizio bancario di deposito, cioè di trasferimento nel tempo delle somme riassunto negli interessi (£ 1).</p>
<p style="text-align: justify">Questa ricostruzione ci dice che è inevitabile che le statistiche, per come formulate, mostrino un&#8217;enorme economia finanziaria rispetto a quella reale, perché si confronta un intero processo con un risultato finale. Ci dice anche che omogeneizzando i punti di vista su finanza e economia reale le differenze non possono esser enormi (in modello la finanza come processo vale da 4/3 a 2/3 dell&#8217;attività reale, mentre come risultato finale le due sono uguali); questo è chiaro se si pensa che la finanza in fondo esiste come supporto dell&#8217;economia reale.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro messaggio è che la finanza non crea nulla, salvo gli interessi che misurano il contributo dato nella gestione temporale delle risorse (pagati comunque attraverso una partita di giro); ma allora da dove viene l&#8217;ipertrofia della finanza? Se pensiamo che il sistema bancario può elargire credito a piacere, si può capire subito come potrebbe raddoppiare l&#8217;offerta di credito e permettere l&#8217;esistenza di tutta una serie di istituzioni che si limitano a far girare il denaro attorno all&#8217;economia reale; maggiore è la creazione e maggiore è questo mondo. Ma le singole banche possono far questo nei limiti di un multiplo (il moltiplicatore dei depositi che nasce dalla riserva frazionaria) applicato alla moneta in circolazione, che in realtà è emessa dalla Banca Centrale! L&#8217;ipertrofia della finanza quindi non può discendere che dalle politiche monetarie espansive, anzi continuamente espansive in modo che i prezzi non riescano mai a incorporare perfettamente l&#8217;inflazione monetaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Se si considerassero tutti gli scambi nell&#8217;economia reale, il mondo finanziario sembrerebbe meno enorme, però se guardiamo a che tasso è cresciuta rispetto al PIL la base monetaria negli ultimi venti anni, si capisce che la finanza non può comunque essere che ipertrofica. Però misuriamola per bene.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>“De-coupling” banche-debito sovrano – di Davide Grignani</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/10/19/%e2%80%9cde-coupling%e2%80%9d-banche-debito-sovrano-%e2%80%93-di-davide-grignani/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/10/19/%e2%80%9cde-coupling%e2%80%9d-banche-debito-sovrano-%e2%80%93-di-davide-grignani/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 14:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bankitalia]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[monete]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Davide Grignani.
Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Davide Grignani</em>.</p>
<p>Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime mortgages” americani nella prima metà del 2007 che condussero poi al contagio di tutti i mercati finanziari a livello globale);<span id="more-10315"></span>2. La pressoché totalità delle economie sviluppate detiene presso le proprie banche ed assicurazioni una quota importante di titoli governativi emessi da stati sovrani i quali vengono sottoscritti e comprati da famiglie, imprese, investitori istituzionali: tra questi titoli quelli emessi dal proprio stato sovrano sono rappresentati in una quota ben più alta di quanto prevederebbe una calibratura degli stessi secondo una corretta diversificazione di portafoglio;</p>
<p>3. Quando uno stato sovrano entra in “crisi di credibilità” l’impatto immediato sulla valutazione del proprio debito pubblico crea un effetto di “contagio” sui suddetti portafogli, contagio che “infetta” anche i titoli governativi emessi da altri stati in difficoltà;</p>
<p>4. Le banche e le assicurazioni dei paesi “contagiati” registrano pesanti perdite nelle valutazioni degli attivi investiti in titoli governativi: la gestione finanziaria di tali attivi diventa fortemente passiva e – a meno di escamotage contabili o trattamenti “preferenziali” &#8211; ciò provoca un ulteriore grave impedimento al corretto funzionamento del mercato del credito a favore dell’economia reale.</p>
<p>5. I canali tramite cui la svalutazione del debito sovrano colpisce l’operatività delle banche sono molteplici e tutti rilevanti: dalla perdita del valore sull’attivo e il conseguente aumento del loro rischio idiosincratico e del costo della loro raccolta all’ingrosso e al dettaglio, alla diminuzione dei valori dei collaterali usati per approvvigionarsi di liquidità presso istituzioni private, nazionali e sovranazionali, al loro rating che aumenta ulteriormente il costo per il loro rischio, all’aumento del costo per le garanzie implicite ed esplicite che gli stati devono fornire per garantirne la solvibilità di ultima istanza.</p>
<p>Morale: se non vogliamo che si avveri il vecchio adagio romano “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” e che il nostro paese sprofondi in un gravissimo “credit crunch” fermando la nostra piattaforma industriale mentre si discute in tutta Europa di come “salvare gli stati”, tutti noi &#8211; dagli studenti “indignados” ai membri del comitato direttivo della BCE &#8211; dobbiamo seguire il buon senso e convincerci che oggi occorre salvare subito il corretto funzionamento del sistema di intermediazione bancaria (in Italia viene intermediato dalle banche circa il 70 % del risparmio nazionale quando negli USA questa cifra si aggira intorno al 30 %) per impedire che la locomotiva italiana deragli prima ancora di arrivare alla prima stazione del proprio risanamento nazionale.</p>
<p>Per quanto le banche oggi registrino il loro punto di minimo consenso secolare (forse che alla casta politica &#8211; non solo italiana &#8211; ciò non sia servito come diversivo circa le vere responsabilità del nostro declino socio-economico?) la loro funzione resta indispensabile ed insostituibile per un’economia che produca nuova ricchezza ed occupazione: non esiste una sana economia senza un sano sistema finanziario. Oggi le banche in generale e quelle italiane in particolare (tra le più “resilienti” alla crisi del 2007) non sono più ritenute “sane” ed in grado di creare valore nei prossimi anni: i valori delle loro azioni in borsa, i loro CDS (credit default swap) scontano scenari liquidatori e pesantissime svalutazioni di tutti i loro attivi, nessuno escluso. Questi valori segnalano disequilibri non sostenibili a medio termine, provocano enormi difficoltà di approvvigionamento della raccolta bancaria, quella istituzionale praticamente garantita dalla sola BCE e/o dallo “sconto” a caro prezzo dei portafogli dei loro migliori attivi (oggi occasione ricca per le banche statunitensi colme di liquidità fornita in abbondanza dalla FED).</p>
<p>Su questi istituti incombe oggi una triplice missione, il raggiungimento – nel gergo degli economisti – di “equilibri multipli” cioè di punti di ottimo per solvibilità, liquidità e redditività. Basilea 3, la BCE, l’EBA, il FMI, il FSB, l’EBC, la BIS, il CRDWG, la Commissione ed il Consiglio Europeo, le banche centrali ed autorità finanziarie nazionali ed internazionali, etc etc chiedono insieme maggiori doti di capitale e liquidità; i finanziatori istituzionali (e prima o poi i clienti retail) richiedono una remunerazione multipla rispetto a soli pochi mesi fa per iniettare nuovi fondi nel sistema bancario; gli azionisti chiedono una redditività dell’investimento in azioni bancarie proporzionale ad un tasso “risk -free ” (oggi “fuori uso” per molte giurisdizioni) maggiorato per un premio al rischio del settore bancario cresciuto esponenzialmente. “Last but not least”, lo Stato cerca di mantenere l’imponente gettito prodotto dal sistema finanziario aumentando la pressione fiscale.</p>
<p>E’ evidente che per le banche restano poche e difficili leve per manovrare all’interno di tutti questi vincoli, quasi per la totalità “pro-ciclici”: ridurre i costi (che in banca coincidono perlopiù coi costi per il personale), diminuire il grado complessivo di leva finanziaria (a memoria il “leverage” di Basilea I , destinato a tornare nel Pillar 2 di BIS 3 nel 2013) chiudendo i rubinetti del credito all’economia, aumentare gli spread riprezzando il costo dei finanziamenti alle imprese, ricercare frontiere più efficienti di rischio-rendimento nella commercializzazione dei prodotti.</p>
<p>Si dovrebbe quindi convenire che qualora si riuscisse a realizzare oggi un rapido “de-coupling” tra i bilanci bancari e la valutazione/volatilità dei titoli governativi le banche italiane (e ciò vale non solo per il caso italiano) ne beneficerebbero enormemente recuperando maggiori flessibilità e gradi di manovra a beneficio della loro funzione di intermediazione dal risparmio al credito e di trasformazione di rischi e scadenze, funzioni entrambe oggi “in stallo”.</p>
<p>Una soluzione tuttora inesplorata che presenterebbe aspetti economici e finanziari interessanti potrebbe prevedere l’acquisto “una tantum” di una parte significativa dei titoli pubblici italiani posseduti dalle banche nazionali da parte di Banca d’Italia. Tale acquisto verrebbe eseguito comprando i titoli ai loro valori storici di acquisto: Bankit a sua volta verrebbe rifinanziata a questo scopo dalla BCE, disponibile allo sconto di tali titoli a condizioni e termini non penalizzanti: il “buy-back” del debito pubblico non da parte del MEF ma da parte della “filiale” italiana della banca centrale europea ricondurrebbe immediatamente l’Efsf alla sua finalità originale di “fondo salva-stati” lasciando alla banca centrale italiana il compito di implementare con efficienza ed efficacia pressoché immediata una sorta di “Govies Relief Plan” – GRP. Banca d’Italia trasferirebbe sul proprio bilancio la differenza contabile tra il valore di marcato dei titoli ed il valore di carico a cui le banche li avevano precedentemente acquistati e – piuttosto che mantenere l’attuale artificioso e pernicioso trattamento contabile preferenziale di esenzione dal “mark to the market” – contabilizzerebbe tale investimento come un immobilizzo sino a scadenza finale, quindi come un’attività “held to maturity”. Potrebbe altresì accedere allo sconto di tali titolo presso la BCE rifinanziandoli fino alla scadenza finale alla pari o al loro riallineamento sopra i valori di acquisto, realizzando tra l’altro a scadenza un profitto a beneficio del proprio bilancio (ricordo che la Banca d’Italia è posseduta a sua volta dalle banche italiane che dovrebbero poter valorizzare correttamente la loro partecipazione).</p>
<p>Tale operazione potrebbe essere parzialmente o interamente “sterilizzata” dalla BCE tramite l’emissione degli Eurobond o &#8211; sic rebus stanti bus – stampando quella moneta di cui sino ad oggi è stata estremamente parca causa l’ossessiva minaccia di un inesistente tsunami inflazionistico, flettendo finalmente il cambio dell’euro rispetto alle principali valute mondiali e permettendo così il realizzarsi di nuove ragioni di scambio più competitive per le economie e la crescita europee.</p>
<p>Solo attraverso una pronta ed efficace separazione tra “contagio” dei titoli governativi e “la sana e prudente gestione” bancaria si potrà riuscire a ridare al sistema finanziario quella libertà di manovra essenziale per preservare la sua funzione di propulsore delle crescita dell’economia reale. Occorre ridare con estrema urgenza l’ ossigeno alle banche per conseguire la missione aziendale che queste imprese così particolari – e per ora ancora private – devono poter realizzare nel difficile futuro prossimo.</p>
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		<title>L’Italia ed il dilemma del prigioniero – di Piero Torazza</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 13:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[fallimento sovrano]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[riforma fiscale]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Piero Torazza.
Questo scritto è la continuazione del precedente “Tutti giù per terra!”, giugno 2011 quando la Grecia era il problema e l’Italia sembrava messa bene. A posteriori direi che ho portato molta sfortuna.
Parto da una considerazione amara ma fondata: il problema economico numero uno dell’occidente non è più il Pil, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Piero Torazza</em>.</p>
<p>Questo scritto è la continuazione del precedente “<a href="http://www.chicago-blog.it/2011/07/03/tutti-giu-per-terra-di-p-torazza/" target="_blank">Tutti giù per terra!</a>”, giugno 2011 quando la Grecia era il problema e l’Italia sembrava messa bene. A posteriori direi che ho portato molta sfortuna.</p>
<p>Parto da una considerazione amara ma fondata: il problema economico numero uno dell’occidente non è più il Pil, non è più la Disoccupazione, non è più l’Inflazione. Oggi il problema numero uno è il Debito.<span id="more-10274"></span>Senza crescita non si paga il debito, ma la crescita a debito lo rinvia e lo aggrava. Non si fanno le nozze con i fichi secchi, ancor peggio facendosi prestrare i soldi dagli strozzini perchè le banche non si fidano più.</p>
<p>Partiamo dal leader: negli U.S.A il Debito Aggregato (pubblico+privato) nel 2011 è  peggio che nel 1929.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10276" title="Tora-01" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-01.jpg" alt="" width="472" height="348" /></a></p>
<p>I favolosi anni ’80/90 (deregulation, finanziarizzazione, crescita) sono stati una gigantesca illusione di massa.</p>
<p>Guardiamo il debito Pubblico Italiano: negli anni ’80 abbiamo raddoppiato il debito da 60% a 120% ponendo le basi per l’attuale declino. Negli anni ’90 ci avevamo messo una toppa facendolo scendere al 104% per entrare nell’Euro. Nel 2011 siamo ritornati al 120% senza dover salvare le banche come gli altri.</p>
<p>Una curiosa coincidenza: 1992 = debito 120% + tangentopoli; 2011 = idem:)</p>
<p>Il Debito Pubblico Aggregato Italiano (incluse Pensioni&amp;Enti Locali&amp;Partecipazioni) è circa il 300%.</p>
<p>Questo Debito non lo hanno fatto i marziani: lo abbiamo fatto noi, andando in pensione a poco più di 50 anni, facendoci assumere nella p.a. in esubero, eludendo o evadendo in massa le tasse (ognuno per quello che può), e perdonando una classe politica la cui corruzione (= maggiore spesa pubblica) credo abbia ben pochi eguali in occidente. Lo stato si è indebitato al nostro posto. Ma lo stato siamo noi.</p>
<p>Del ruolo che potrà giocare il tanto celebrato risparmio/patrimonio parlerò alla fine.<br />
Pure la mitica Germania è messa peggio di quel che si dice: non mette nel suo Debito una grossa Agenzia Pubblica (tipo la Cassa Depositi e Prestiti), se lo facesse passerebbe dall’80% al 100% dalla sera alla mattina. Poi ci sarebbero altre cosette. Ma basta questa.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-02.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10277" title="Tora-02" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-02.jpg" alt="" width="514" height="313" /></a></p>
<p>Non è fondata la tesi, numeri alla mano, che il colore politico dei governi  abbia influito più di tanto. Il Debito U.S.A è cresciuto con Repubblicani (Destra) e Democratici (Sinistra).</p>
<p>Ad esser precisi è cresciuto più con i Repubblicani, ma Clinton fu favorito da un Pil più veloce.</p>
<p>Aggiungiamoci qualche Guerra fatta a Debito per non metter le odiate tasse, i mega salvataggi delle Banche ed una Riforma Sanitaria socialmente condivisibile (x me) ma comunque costosa, e la frittata è fatta.</p>
<p>Pubblico una slide sul caso Italia: non la commento per evitare che le appartenenze politiche distraggano dal cuore del problema. Ognuno la valuti da sè. Teniamo conto degli Slittamenti Elettorali: spesso il governo uscente l’ultimo anno fa debiti per acquisire consenso a carico di chi verrà.</p>
<p>Non è neppure fondata la tesi che le opposte ideologie economiche abbiano influito più di tanto.</p>
<p>Gli U.S.A più Liberisti/Mercatisti hanno spinto su Debito Privato e Base Monetaria (un debito occulto comprato dalla banca centrale invece che dai risparmiatori).</p>
<p>L’Europa più Statalista/Keynesiana ha spinto su Spesa e Debito Pubblico.</p>
<p>Come Pil l’America è andata molto meglio dell’Europa, ma come Debiti Aggregati sta peggio di noi.</p>
<p>Ci sono sia i Fallimenti dello Stato sia i Fallimenti del Mercato: ogni estremismo è pernicioso.</p>
<p><strong><em>Il ruolo della Speculazione finanziaria</em></strong><br />
Nel dibattito sui media si fronteggiano due tesi manichee: “è tutta colpa della Speculazione” vs “è tutta colpa dei Debiti pubblici”. Rubo un cinico motto che ben rappresenta la mia opinione: “la speculazione è come un avvoltoio, arriva quanto sente l’odore del sangue, quando la preda è già (di per sè) in agonia”.</p>
<p>Alcune distorsioni della Speculazione sono decisamente fondate:</p>
<ul>
<li>due pesi e due misure: Banche d’Affari/Agenzie attaccano l’Europa ed ignorano America, Inghilterra e Giappone che a debiti son messe forse peggio (l’America è appesa al $ Riserva Mondiale = debito estero che si può non rimborsare); prima di attaccare a casa loro ci pensano due volte;</li>
<li>nel breve/medio periodo altera i prezzi come più gli conviene (Bull&amp;Bear Trap = Trappole per rialzisti&amp;ribassisti) rispetto ai fondamentali; il prezzo comunica informazione, ma l’informazione può essere scientificamente falsata =&gt; la crescita 2009/2011 era drogata dalle bolle monetarie, ma politici ed opinione pubblica non si lamentavano di questa bella bugia, mentre ora contestano l’amara verità;</li>
<li>la speculazione non è formata da milioni di operatori equipotenziali, il 90% dei Derivati U.S.A. è in mano a 5 Banche d’Affari, e l’ammontare dei Derivati Lordi (1) è 10 volte il Pil mondiale =&gt; questa concentrazione di potere (e di rischi!) è incompatibile sia con la visione Dirigista sia con quella Liberale che vuole contrastare ogni posizione Dominante (sia essa Statale o Privata);</li>
<li>il valore delle Borse Private Non-Regolamentate (cioè esterne alle classiche Borse di New York, Francoforte, ecc.) ha ormai superato quello delle Borse Regolamentate;</li>
<li>i CDS  (Credit Default Swap), contratti di assicurazioni per coprirsi dal rischio fallimento, sono quotati sui mercati Non-Regolamentati; è possibile comprarli allo Scoperto (Naked) cioè senza avere i titoli da coprire in portafoglio: “mi posso assicurare contro il rischio che la casa del mio vicino bruci” =&gt; potrei essere tentato di dar fuoco a quella casa non mia (il Codice Civile lo vieta) (2);</li>
<li>publicizzazione delle perdite: era forse utile salvare le banche (i risparmi della gente), ma non è bello permettere che gli stessi manager del crack continuino con de-merito ad auto-darsi i super bonus.</li>
</ul>
<p>Purtroppo queste distorsioni Speculative sono soltanto un’aggravante del problema del Debito.</p>
<p>Sono come i costi della Casta: vanno messi a posto ma non illudiamoci che così si risolve tutto.</p>
<p>La cinica Speculazione ha però un doloroso pregio: oggi costringe (per il proprio interesse) politici e ceto medio a guardare in faccia la realtà, e non fra qualche anno quando sarebbe pure peggio.</p>
<p>Perchè la speculazione nel 2010 attaccava i Piccoli (Grecia, Irlanda) mentre nel 2011 attacca i Grossi (Italia)?</p>
<p>Il nostro debito 2010 era un pò più basso ma comunque già fuori controllo. Secondo la mia esperienza il motivo è il seguente: le Banche d’Affari a fine 2010 si sono accorte che nel giro di 6 mesi il Pil mondiale entrava in stagnazione (era finita la benzina degli stimoli statali). Così dapprima hanno venduto senza farsene accorgere le loro azioni in portafoglio (distribuzione al parco buoi), poi fulminati sulla via di Damasco cascano da cavallo e si accorgono che il Pesce Grosso è a rischio, lo attaccano ad Agosto 2011 e scatenano il crollo dell’azionario.</p>
<p>Prima non gli conveniva vedere. Ora sì. E dopo i Grossi toccherà ai Giganti.</p>
<p><strong><em>Le cause fondamentali del Debito</em></strong></p>
<ul>
<li>fine del Baby Boom: aumento spesa sociale, spostamento risparmio dagli investimenti verso la rendita;</li>
<li>eccesso capacità produttiva: negli U.S.A. il tasso di utilizzazione è sceso dal 90% degli anni ’60 all’85% del ’90 al 78% odierno =&gt; non sappiamo più cosa produrre =&gt; siamo ingabbiati nelle trappola della crescita continua per evitare disoccupazione e reggere i debiti;</li>
<li>concorrenza globale: ha giocato un duplice ruolo, dapprima ha consentito al consumatore di comprare a basso costo, oggi l’industrializzazione dei paesi emergenti (ed il lento miglioramento del loro modesto livello di vita) delocalizza attività, genera disoccupazione e debito estero;</li>
<li>risorse naturali razionate: l’aumento dei consumi dei paesi emergenti nel lungo periodo ha ovvii effetti su domanda &amp; prezzi delle commodity (energia incluso uranio, alimentari, metalli);</li>
<li>mancanza di un salto tecnologico radicale: una volta c’era la ferrovia, poi l’automobile, frigorifero, tv, internet =&gt; oggi ci siamo ridotti a cambiare la cover del cellulare; speriamo nella fusione a freddo;</li>
<li>crescente concentrazione della ricchezza: sia negli Usa che in Europa, a causa della della pressione sui salari indotta dalla 2° fase della globalizzazione, è aumentata la quota assegnata ai profitti ed agli stipendi della struttura apicale (aumento del divario tra operaio e manager) =&gt; ma il ceto medio vuole consumare lo stesso in democrazia =&gt; quindi facciamo debiti pubblici e privati (3);</li>
<li>marketing commerciale: è una leva, oggi portata all’eccesso, per sostenere i consumi senza reddito;</li>
<li>marketing politico: la democrazia richiede responsabiltà da parte del ceto medio elettore, se i politici hanno paura di perdere consenso dicendo la verità allora mentono, rinviano, aggravano i problemi.</li>
</ul>
<p><em><strong>Prospettive per il 2012: il Deleveraging globale</strong></em><br />
Oggi mentre scrivo, 10 Ottobre 2011, sui mercati finanziari c’è calma apparente.<br />
E’ possibile che entro la fine del 2011 ci saranno nuovi crolli, è praticamente certo che ci saranno nel 2012.</p>
<p>E’ facile prevedere che il Pil scenderà ulteriormente, minori entrate, maggiori interessi.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10278" title="Tora-03" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-03.jpg" alt="" width="471" height="195" /></a></p>
<p>Nel 2012 sono previste tonnellate di Rinnovi di Debito Pubblico in tutto il mondo, ci sarà una concorrenza aggressiva per accappararsi finanziamenti razionati: il costo del danaro aumenterà per stati &amp; imprese &amp; privati.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-04.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10279" title="Tora-04" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-04.jpg" alt="" width="471" height="250" /></a></p>
<p>Alcune analisi su particolari strumenti che prezzano i rischi impliciti lasciano intuire che, ai piani alti delle Banche d’Affari, prevedono un annus horribilis. I loro report ufficiali ad usum del fini van presi con le molle.</p>
<p>Il 2012 sarà l’anno del grande Deleveraging globale (rimborso forzato dei debiti). E sarà molto doloroso.</p>
<p>Il famoso Spread Btp-Bund rimane molto alto, per ora tenuto sotto controllo dagli acquisti della Bce.</p>
<p>Purtroppo per l’Italia il costo di quelle assicurazioni chiamate CDS è più alto dello Spread sui bond:</p>
<p>Per consolarci un pò, guardiamo pure il grafico del CDS medio delle Banche Americane:</p>
<p>Due commenti flash sui CDS comparati:</p>
<ul>
<li>il costo del rischio per l’Italia non è molto diverso da quello del sistema bancario americano;</li>
<li>il costo per le banche americane ha quasi raggiunto i livelli 2007/08 =&gt; pre-default Lehman.</li>
</ul>
<p>Un paradosso: oggi le Banche Europee sono in crisi di liquidità, hanno paura ad imprestarsi i soldi tra di loro, così li depositano al sicuro presso la Bce oppure li trasferiscono in America presso la Fed, cioè presso quella Banca Centrale che dovrebbe controllare i rischi del sistema bancario americano!</p>
<p>Qualche settimana fa è venuto in Europa il Ministro del Tesoro Americano, un certo Geithner, a spiegarci come risolvere i nostri problemi, e ci ha detto: fate come noi in America, date il permesso alla Bce di stampare nuova moneta, così evitate di andare sui mercati a chiedere prestiti (vedi il Fondo Salva Stati), non vi costa (apparentemente) niente, e poi ci comprate tutti i titoli spazzatura che volete. In pratica ha detto: create una bella Bolla finanziaria anche voi Europei, così si somma alla nostra. Il potenziale inflazionistico nel lungo periodo è dirompente. Nel medio si scarica su Borse&amp;Commodity. Poi brucerà implicitamente “debiti pubblici = risparmi/salari privati” senza dover fare manovre impopolari così difficili in democrazia.</p>
<p>Gli ottimisti dicono che dopo ripartirebbe la crescita dei salari reali e del Pil. I catastrofisti parlano di nuove guerre mondiali: speriamo di no. Personalmente credo che nessuno oggi sia in grado di dire cosa accadrà.</p>
<p>Lo Scioglimento dell’Euro è ormai una possibilità realistica: nel breve distruggerebbe patrimoni/salari degli Italiani di un 30/40%. Nel lungo la Svalutazione della Lira (od Euro 2 dei Poveri) migliorerebbe la competitività dell’industria italiana. E’ per questo che gli Industriali Tedeschi premono per un intervento (condizionato) a favore dei Piigs, mentre il ceto medio tedesco (i tax payer che dovrebbe pagare i salvataggi) è fortemente contrario. Anche qui credo che oggi nessuno sappia come andrà a finire.</p>
<p><strong><em>La situazione Italiana: una proposta</em></strong><br />
Nel precedente articolo di giugno 2011 concludevo: quando sarà chiara la portata della crisi, si scatenerà un gigantesco scaricabarile per far pagare gli altri (interno ed internazionale).</p>
<p>Ormai il Tempo è diventato una risorsa razionata: ogni ulteriore ritardo aumenterà i costi.</p>
<p>Mentre scrivo sento parlare di altri Condoni: oltre alle questioni di etica pubblica/cattivo esempio, seguire queste strade significa non voler capire la portata storica degli eventi.</p>
<p>È suicida sperare negli aiuti dal cielo: Bce, Germania, Fondo Salva Stati, Fmi, Cina (4).</p>
<p>Arrivo alla proposta per l’Italia, di cui sono sempre più convinto.</p>
<p>Per gestire il 2012 dovremmo accettare ulteriori sacrifici distribuiti su tutti i gruppi sociali di ogni colore.</p>
<p>La maggior parte di queste manovre sono recessive nel medio periodo, ma non c’è alternativa.</p>
<p>Colore di centro/sinistra:</p>
<ul>
<li>taglio costi pubblica amministrazione centrale&amp;locale;</li>
<li>riforma pensionistica (inclusi privilegi es. falsi invalidi, baby pensioni, cassa dirigenti);</li>
<li>riforma lavoro: meno diritti al tempo indeterminato e più diritti ai precari (gap generazionale);</li>
</ul>
<p>Colore di centro/destra:</p>
<ul>
<li>vera lotta evasione + trattato Svizzera (x capitali non scudati come Usa/Germania/Francia) (4);</li>
<li>patrimoniale over xxx euro (escluse le attività produttive non di comodo);</li>
<li>snellimento albi professionali (bloccato in estate da sommossa avvocati parlamentari);</li>
</ul>
<p>Ceto politico bipartisan:</p>
<ul>
<li>privatizzazioni (incluse molte municipalizzate: ma attenzione a prezzi di saldo e favori agli amici);</li>
<li>abolizione provincie, soppressione piccoli comuni e riduzione parlamentari&amp;consiglieri regionali.</li>
</ul>
<p>Due le ragioni per cui queste politiche dovrebbe essere a 360° gradi:</p>
<ul>
<li>quantitative =&gt; i problemi da risolvere sono di portata storica;</li>
<li>sociali/morali =&gt; distribuzione dei sacrifici =&gt; consenso democratico per attuarle.</li>
</ul>
<p>Due postille:</p>
<ul>
<li>la patrimoniale deve generare una riduzione del cuneo fiscale lavoro/imprese=&gt; dalla rendita al lavoro;</li>
<li>massima vigilanza su rischio che privatizzazioni finanzino spesa corrente invece di ridurre debito.</li>
</ul>
<p>Accennavo in precedenza al Risparmio Privato degli Italiani che astrattamente compensa il Debito Pubblico (di cui siamo al 50% creditori ed al 100% debitori). E’ giunta la fase storica in cui la teoria si materializzerà: volontariamente o forzatamente, questo dipenderà da noi.</p>
<p>Alcuni dicono: ripudiamo il debito estero  =&gt; e poi ? =&gt; che fine fa quel 50% di Stato finanziato da fuori?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il dilemma del prigioniero</strong></em><br />
Per ridurre il Debito volontariamente è indispensabile che i vari gruppi riducano l’egoismo intrinseco nella nostra natura umana. Secondo me questa via sarebbe collettivamente il male minore.</p>
<p>Propongo il Dilemma del prigioniero (6): fa parte della Teoria dei giochi e studia il comportamento.</p>
<p>Le scienze economiche non sono scienze esatte (come quella dei neutrini:)<br />
Sono in buona parte dei modelli in cui la psicologia sociale (individui e masse) ha il ruolo determinante.</p>
<p>Meccanica del gioco: due malandrini vengono beccati nel loro appartamento con la refurtiva.</p>
<p>Li portano davanti al giudice che gli spiega la legge di quel paese:</p>
<ul>
<li>se confessa uno solo, quello che confessa si becca 8 anni (max della pena), l’altro 0 anni (il più furbo);</li>
<li>se confessate entrambi avrete 2 anni per uno (25% del max) come premio per la collaborazione;</li>
<li>se non confessa nessuno, siccome c’è la prova della refurtiva, 5 anni per ognuno (60% del max);</li>
<li>prima del processo potete comunicare tra voi per mettervi d’accordo;</li>
<li>ma poi in udienza non potrete più comunicare.</li>
</ul>
<p>Date queste condizioni: la Scelta Ottimale per il “Singolo A” (non confessare = media probabilistica 2,5 anni) danneggia il Gruppo (dagli 8 ai 10 anni totali vs un minimo di 4).</p>
<p>E nel caso in cui il “Singolo B” imiti “A” (non confessi), allora anche “A” soffre un danno (5 anni invece di 2) rispetto alla Scelta Ottimale per il “Gruppo” (confessare entrambi).</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-05.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10280" title="Tora-05" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-05.jpg" alt="" width="499" height="101" /></a></p>
<p>Il trucco sta nella Fiducia: perchè in udienza non possono più parlare tra loro.<br />
Se fossi uno Statalista direi: la logica ho smontato la “Favola delle api” (7) dove “i vizi  privati si risolvono in pubbliche virtù” e la mano invisibile del mercato produce sempre bene collettivo. Se fossi un Liberista mi basterebbe cambiare qualche “punteggio” e/o “regola” per dimostrare l’opposto.</p>
<p>Logicamente  noi  Possiamo  dimostrare ciò che  Vogliamo.</p>
<p>Possiamo, Vogliamo, Fiducia =&gt; queste le 3 parole che cambiano tutto.</p>
<p>L’economia è una scienza sociale quindi alcune delle condizioni (regole e punteggi) le decidiamo noi.</p>
<p>Gli psicologi nella “teoria del lutto” ci descrivono diverse fasi: negazione, rabbia, rassegnazione, accettazione. Qualche mese fa eravamo nella negazione di massa, oggi siamo a cavallo tra rabbia e rassegnazione. Se raggiungeremo la fase dell’accettazione sarà meglio (meno peggio) per tutti.</p>
<p>In questo autunno 2011 (per il 2012) siamo chiamati a scegliere velocemente tra:</p>
<ul>
<li>accettare volontariamente altre dure riforme fiscali strutturali  (per tutti);</li>
<li>subire forzatamente una prossima iper-inflazione e/o default (per tutti).</li>
</ul>
<p>In buona fede<br />
Piero Torazza</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
Nota (1) : i puristi della finanza osserverebbero che i Derivati Netti sono molto meno: Tizio ha un debito con Caio che ha un debito con Sempronio che ha un debito con Tizio, quindi alla fine i debiti non esistono; la storia ci dimostra che i Singoli Agenti economici sono egoisti di breve periodo.<br />
Nota (2): non è una mera ipotesi di scuola: in America una di quelle 5 Banche ha speculato al ribasso contro quell’Assicuratore (il più grande al mondo) con cui lei stessa si era assicurata =&gt; conflitto di interessi al cubo!<br />
Nota (3): i puristi del liberismo direbbero che se diamo sgravi fiscali ai ricchi poi questi investono e danno nuovo lavoro al ceto medio che alla lunga ne beneficia; a guardare la storia degli ultimi 30 anni non sembrerebbe, forse per l’aumento della mobilità dei capitali e per l’eccesso di capacità.<br />
Nota (4): recentemente i Cinesi sono venuti per salvarci, gli abbiamo chiesto: compratevi altri Btp, cioè una promessa senza garanzie reali, e loro ci hanno risposto (giustamente): se volete compriamo il 30% dell’ Eni.<br />
Nota (5): il trattato con la Svizzera potrebbe fruttare 100 miliardi di botto (tassati al 20/30%), più lo rinviamo più diamo il tempo agli evasori di spostarli verso altri lidi fiscali; la Svizzera chiede di non pubblicare i nomi proprio per conservare i capitali post-condono.<br />
Nota (6): è una versione da me modificata dell’originale di Albert Tucker, un logico/matematico americano del ’900.<br />
Nota (7): breve e gustoso poemetto scritto Bernard Mandeville nel ’700</p>
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		<title>Indignados a Wall Street, Tea parties e media con gli occhiali</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore pulsante del malandato capitalismo finanziario mondiale registri finalmente grida come quelle riservate a Mubarak, Assad, Gheddafi o Ben Alì. Lasciamo perdere poi la ventata d&#8217;indignazione quando la polizia di New York, violato l&#8217;impegno da parte dei manifestanti di continuare a stare sui marciapiedi per non intralciare il traffico, ha per ore arrestato tutti coloro che trasgredivano. Manco si trattasse delle botte al G8 di Genova! Mentre a New York in caso di intralcio al traffico si viene fermati sì dalla polizia, ma rilasciati dopo poco con un biglietto pubblico di ammenda, che attesta la tua violazione e che resta nell&#8217;archivio che ti riguarda, dovesse far precedente a reati più seri della mera contestazione amministrativa. Per quel che conosco dell&#8217;America e di Nerw York, mi pare che l&#8217;enfasi di questi echi mediatici italo-europei scambi – capita spesso – ciò che si vede con ciò che si vorrebbe. <span id="more-10202"></span>Magari più avanti verrò smentito. Ma per il momento chiunque abbia girato con telecamere e notes tra i manifestanti a Wall Street ha documentato la classica somma iperindividualista e non coordinata delle fasce estreme di contestazione antisistema, che nel mondo politico americano non trovano praticamente espressione. Sostenitori dell&#8217;aliquota fiscale al 90% per i ricchi, nazionalizzatori di banche e finanziarie, abolizionisti non solo degli hedge fund ma pressoché di qualunque fondo d&#8217;investimento, altre consimili amenità. Naturalmente molti disoccupati vittime della crisi, e su questo c&#8217;è poco da ridere, in America come da noi. Mi è scappato da ridere vedendo nei filmati un manifestante che inalbera fiero il cartello “End the Fed!”: non so quanti capiscano al volo che si tratta senza dubbio di un iperlibertario e non di un comunista, visto che è il titolo del libro-manifesto di quell&#8217;ipermercatista di Ron Paul, che al Congresso presiede il comitato finanziario, sparando a zero contro gli eccessi del pubblico che gli indignados invocano.</p>
<p>Nicholas Kristof, editorialista liberal del New York Times e solidale con la protesta, dopo aver intervistato marciatori e attendati ha dovuto anch&#8217;egli ammettere sconsolato che tra loro non c&#8217;è al momento neanche l&#8217;ombra di un coordinamento rappresentativo, né un obiettivo credibile. Tant&#8217;è che nel videoditoriale  sul sito del giornale ci pensa lui, a dettare le priorità al movimento.La Tobin Taxsulle transazioni finanziarie che la buona Europa lei sì che pensa di introdurre, mentre Obama è contrario. L&#8217;abolizione degli sgravi ai dividendi azionari, che interessano oltre il 50% dei contribuenti americani e sostengono l&#8217;investimento di massa nel mercato finanziario ma sono odiosi a chi ha solo redditi da lavoro. L&#8217;abolizione delle agevolazioni d&#8217;imponibile per i gruppi multinazionali e per i fondi finanziari che operano all&#8217;estero. Più regolazione sul mondo finanziario e  bancario, ma non scritta dai fat cats delle banche d&#8217;affari, ancora una volta determinanti nella riforma approvata sotto Obama.</p>
<p>Lo scrittore Gay Talese ha solluccherato i nostri corrispondenti, dichiarando che lo scandalo vero è che i grandi giornali americani non si mettano alla testa della protesta come invece grazie a Dio capita in Europa, perché negli States sono troppo sensibili alle ragioni della business community.    Ma è anche questa un&#8217;esagerazione, visto che pure qui da noi non è che i grandi giornali siano in mano ai no global.</p>
<p>Le pillole che ricavo della protesta a Wall Street sono tre. Primo: al momento, nulla mette in discussione che la vera reazione di massa alla crisi finanziaria sia stata in America quella dei Tea Parties. Una reazione agli eccessi di mano pubblica come risposta alla crisi, però. E tanto forte e coordinata malgrado fosse popolare e fuori dai partiti da modificare in profondità profilo e fisionomia dei candidati repubblicani. Naturalmente, tutte cose che non esaltano i media europei. Secondo: i guai del modello d&#8217;intermediazione finanziaria “tuttodebito” restano eccome, ed è un segno pauroso dell&#8217;inadeguatezza della govenrance euro-americana, a 50 mesi dall&#8217;inizio della crisi sui mercati a giugno2007, a3 anni dal crac Lehman, a 2 anni dalle elezioni greche. Ma obiettivamente &#8211; terza pillola -  quei guai e i loro rimedi auspicabili son cosa molto diversa dal più tasse e più spesa pubblica invocati dagli ipersemplificatori di tutti i continenti, siano essi militanti politici e sindacali come in Europa, o cani sciolti come in America.</p>
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		<title>L&#8217;Europa che se la prende con gli Usa: ri di co la</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 16:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
Anche oggi Jean Claude Juncker, presidente dell&#8217;Eurogruppo, ha tuonato : &#8220;no a lezioni che ci vengono da Oltreoceano!&#8221; L&#8217;euroarea se la prende con gli americani. Perché questi sono increduli e imbufaliti, a tre anni da Lehman, che l&#8217;Europa stia regalando una nuova crisi banco-finanziaria al mondo intero. Ma l&#8217;Europa ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>Anche oggi Jean Claude Juncker, presidente dell&#8217;Eurogruppo, ha tuonato : &#8220;no a lezioni che ci vengono da Oltreoceano!&#8221; L&#8217;euroarea se la prende con gli americani. Perché questi sono increduli e imbufaliti, a tre anni da Lehman, che l&#8217;Europa stia regalando una nuova crisi banco-finanziaria al mondo intero. Ma l&#8217;Europa ha torto. Torto marcio. <span id="more-10145"></span>Quando a Marsiglia, al G7, un mese fa il segretario al Tesoro americano Tim Geithner si è duramente rivolto agli europei chiedendo loro se fossero impazziti, a gettarsi a capofitto in una crisi dell&#8217;euro che riaccendeva il contagio bancario mondiale post Lehman, molti in Europa hanno fatto spallucce. Quando Geithner si è presentato furibondo all&#8217;Ecofin due settimane fa, i tedeschi gli hanno risposto con grande durezza, replicando che non prendevano lezione dal Paese che 4 anni fa ha regalato con le sue banche la crisi finanziaria al mondo intero. Quando, nell&#8217;ultimo fine settimana, al Fmi di Washington, Geithner è quasi uscito dai gangheri, e ha usato nei confronti dell&#8217;irresponsabilità e delle divisioni europee parole fuori da ogni convenzione e misura diplomatica, la musica è cambiata. Perché a far eco e coro a Geithner erano tutti i Brics nessuno escluso, non dico Cina India e Brasile ma financo la Russia. E anche lo stesso Fmi di Christine Lagarde cantava la stessa canzone.</p>
<p>Forse è il caso di riflettere, sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti ed euroarea. Personalmente rifuggo da ogni stereotipo schimittiano tanto caro invece a moltissimi politici e intellettuali europei. “La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime”, scriveva Carl Schmitt nel suo <em>Terra e mare</em>. Il Mare inteso come la negazione della differenza, la Terra come variazione e difformità. La Terra divisa dai confini tracciati dall’uomo. Il Mare permanentemente instabile. Il Mare come caos. La Terra come gerarchia e ordine. Il Mare come il Capitale, la Terra come il Lavoro. Il Lavoro crea, il Capitale distrugge. Molti europei continuano a leggere la crisi finanziaria secondo tale iperconservatore criterio di lettura. Sopo le potenze del Mare, gli Stati Uniti eredi dell&#8217;Impero britannico, ad aver dato origine e sostegno &#8211; fino a imporlo in tutto il mondo &#8211; al modello d&#8217;intermediazione finanziaria ad alta leva e bassa congruità patrimoniale che è esploso, trascinando il mondo intero nella crisi. L&#8217;esasperato <em>greed</em> dei banchieri e finanzieri “modello americano” riproporrebbe la “classica” contrapposizione tra lo spirito comunitario prussiano e l&#8217;individualismo inglese, proposto tanto tempo fa da Oswal Spengler nel suo <em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em>. Con la differenza che il presunto “superiore modello di civiltà europeo” &#8211; basato su welfare e diritti, alta spesa pubblica e alto prelievo fiscale – prende il posto della buona vecchia Prussia militarista di un tempo, usata da Spengler come emblema dell&#8217;olismo continentale rispetto allo sfacciato e anomico individualismo anglossasone. Da noi l&#8217;istinto potente a ordinamenti statali e comunitari, da loro l&#8217;istinto predone dei mari, pronto al bottino e mai all&#8217;equa distribuzione.</p>
<p>Sono pure fesserie, s&#8217;intende a modesta opinione di chi scrive. Almeno nel mondo d&#8217;oggi, non più in quello del Terzo Reich. Il modello d&#8217;intermediazione finanziaria “americano” è stato condiviso dalle banche francesi e tedesche, e non solo da loro. La differenza è che nel post Lehman l&#8217;Europa poteva insinuarsi nel rapporto tra Usa e Brics proponendo una riforma decisa del peg tra le due monete, ma non l&#8217;ha fatto. Come non è stata capace di battersi per un riequilibrio delle bilance dei pagamenti e commerciale, come non ha proposto che gli aiuti ai Paesi affetti da squilibrio vedessero il contributo essenziale di quelli in attivo. Non paga di non aver fatto nulla di tutto ciò, l&#8217;euroarea ha anche dimenticato che il 38% dei 16,5 trilioni di dollari impiegati dalla Fed in acquisti e prestiti a tasso zero a istituzioni bancarie di tutto il mondo è stato destinato proprio a banche europee.</p>
<p>Questi errori dipendono dal fatto che gli statisti europei sono divisi tra loro, dunque incapaci di una visione che li accomuni in grandi iniziative di riequilibrio sulla scena mondiale della potenza economica e finanziaria, cioè politica. Alla fine, da due anni l&#8217;Europa ha aggiunto come effetto della propria divisione anche la crisi dell&#8217;eurodebito, sfuggita di mano fino a rialimentare lo spettro del contagio bancario mondiale apparso nel settembre 2008. Non sono affatto convinto che “l&#8217;America ha sempre ragione”. E&#8217; vero che nel selling che deprime l&#8217;euroarea &#8211; a parte questi giorni di euforia per il fondo salva-Stati da 3mila miliardi annunciato a Washington, che però non c&#8217;è! &#8211; opera un enorme deflusso di capitali americani, e che negli Usa si nega la provvista di capitali overnight a istituti europei. Ma l&#8217;Europa non ha titoli per prendersela che con se stessa.</p>
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		<title>Denuncia all&#8217;AGCM: Quella dell&#8217;Agenzia delle entrate è pubblicità ingannevole</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 17:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Menegon</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre le manovre si susseguono e i contribuenti capiscono che giorno dopo giorno i loro guadagni sono sempre più erosi dall&#8217;oppressione fiscale, l&#8217;Agenzia delle Entrate di concerto con il Ministero dell&#8217;economia e delle finanze e la Presidenza del Consiglio prosegue una campagna martellante per convincerci che veniamo tassati per il nostro bene, che più diamo allo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre le manovre si susseguono e i contribuenti capiscono che giorno dopo giorno i loro guadagni sono sempre più erosi dall&#8217;oppressione fiscale, l&#8217;Agenzia delle Entrate di concerto con il Ministero dell&#8217;economia e delle finanze e la Presidenza del Consiglio prosegue una campagna martellante per convincerci che veniamo tassati per il nostro bene, che più diamo allo Stato, più ci verrà restituito, perché le tasse ripagano tutti, mentre se siamo sull&#8217;orlo del baratro non è colpa di un apparato pubblico insaziabile, che ha raddoppiato la pressione fiscale in 40 anni impoverendo la nostra economia, che divora metà delle ricchezze prodotte dal paese, bensì del vicino cattivo che non fa lo scontrino.</p>
<p><span id="more-10110"></span></p>
<p>Come ConfContribuenti abbiamo, un po&#8217; per provocazione, un po&#8217; perché ci sentiamo noi stessi presi in giro, ma sicuramente per dire la nostra, denunciato l&#8217;agenzia delle entrate per pubblicità ingannevole.</p>
<p>Riportiamo di seguito le motivazioni della segnalazione trasmessa all&#8217;AGCM.</p>
<p>Nella prima parte si contestano alcune affermazioni contenute nello spot denominato &#8220;Se&#8221;, un inno alla bontà della spesa pubblica irresponsabile e alla finanza allegra, alla fiducia cieca in uno Stato che però (questo la pubblicità non dice) viene sempre più considerato dagli investitori a cui chiede di comprare titoli di stato un soggetto poco affidabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La pubblicità è idonea ad indurre in errore le persone fisiche e giuridiche alle quali è rivolta. Infatti, nello spot si afferma che “Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. In servizi.”. Ciò non risponde al vero. L’impiego delle risorse estorte attraverso l’imposizione fiscale è disciplinato con legge dello stato e con legge regionale, oltre che con i provvedimenti amministrativi adottati in esecuzione delle medesime in ossequio al principio di legalità di cui all’articolo 97 della Costituzione. Il potere legislativo è in primo luogo esercitato dal Parlamento; per l’approvazione delle leggi ordinarie e della legge di bilancio è sufficiente la maggioranza dei presenti. La maggioranza parlamentare, rappresentativa di una parte degli aventi diritti al voto (a titolo di esempio, la coalizione vincente nel 2008 è stata votata da 17 milioni di votanti, a fronte di 47 milioni di aventi diritto e 57 milioni di abitanti) e dunque di una minoranza della popolazione, decide dunque quali servizi e prebende a favore di quali soggetti vengono erogati e elargite dalle pubbliche amministrazioni. Non tutti vengono quindi ripagati in misura corrispondente a quanto versato all’erario. Alcune categorie ed alcuni soggetti, più influenti, vicini alla classe di governo e organizzati, godono di benefici più ingenti, a spese di altri.</em></p>
<p><em>Nel messaggio pubblicitario si afferma che se tutti pagano le tasse “i servizi sono più efficienti”. Anche questa affermazione è falsa. Il tasso di efficienza, principio che dovrebbe informare l’attività amministrativa ai sensi dell’articolo 1 della legge 241/90, è dato dal rapporto tra servizi erogati (in termini qualitativi e quantitativi) e costi sostenuti. Maggiori entrate fiscali conseguenti al pagamento delle imposte da parte dell’intera collettività vanno a incrementare la disponibilità finanziaria delle pubbliche amministrazioni. Non è detto che queste aumentino in modo più che proporzionale la qualità e la quantità dei servizi. Anzi, osservando l’andamento della spesa pubblica e della pressione fiscale nel corso della storia repubblicana, si ravvisa un costante aumento dei costi della pubblica amministrazione, della spesa pubblica e della pressione fiscale, a fronte di servizi percepiti come scadenti, non raffrontabili nemmeno lontanamente con i costi sottesi. Il trend registra negli ultimi decenni più tasse, più sprechi. Non più efficienza.</em></p>
<p>La seconda parte è relativa allo spot &#8220;parassiti&#8221;, un inno all&#8217;odio e alla guerra civile che sembra voler distogliere lo sguardo dai malanni provocati da decenni di crescita folle della spesa pubbilca e del parassitismo di stato:<br />
<em>Il messaggio pubblicitario raffigura l’evasore come un parassita della società. Per quanto sia vero che egli fruisce di servizi erogati in regime di monopolio dalla pubblica amministrazione, occorre osservare che ad egli è spesso negata la scelta. La forte presenza dello stato e dei diversi livelli di governo non consente una libera concorrenza tra soggetti in posizione eguale. Il termine “parassita” potrebbe attagliarsi ancor meglio a quanti approfittano dell’onnipresenza del settore pubblico per insediarsi in posizioni di rendita interne alla pubblica amministrazione o a società a controllo pubblico, sostentandosi delle risorse che i privati cittadini sono tenuti coattivamente a versare attraverso l’imposizione fiscale, al riparo dai segnali di prezzo che un mercato libero della domanda e dell’offerta altrimenti garantirebbe. Il carattere parassitario è dunque più presente nei poteri pubblici che impongono il pagamento di un corrispettivo a fronte di un servizio da essi stessi determinato in modo autonomo. A ciò si aggiunga l’inopportunità per un soggetto, la pubblica amministrazione, che ritarda i pagamenti in media di 86 giorni di accusare quanti faticano ad adempiere agli oneri fiscali (tributari e contributivi), che superano ormai la metà dei guadagni di un’impresa o di un lavoratore.</em></p>
<p>Infine le conclusioni. Una pubblicità è ingannevole se ha un&#8217;influenza sul comportamento delle persone cui si rivolge:<br />
<em>A causa del suo carattere ingannevole, la pubblicità può pregiudicare il comportamento economico dei destinatari ed è idonea a ledere i principi stessi della libera concorrenza, della società aperta e delle libertà individuali. Un apparato statale in stile orwelliano, che tenta di convincere con una propaganda martellante che ogni tipo di imposizione restrittiva dei diritti di proprietà e libertà economica è giustificabile e giustificata bene comune, mentre i delatori sono elementi pericolosi per la società vuole indurre gli individui ad accettare il giogo, alla rinuncia di sé stessi, ed anzi a provare odio per chi “fa il furbo” o sembra voler fare il furbo per evitare il peso del Leviatano.</em><br />
<em>In un momento come questo la società dovrebbe prender coscienza, di fronte alla crisi del debito sovrano e ai fallimenti dello Stato, dell’insostenibilità di una spesa pubblica abnorme e di una presenza dello stato pervasiva, dell’impossibilità di un futuro di crescita con una pressione fiscale raddoppiata negli ultimi cinquant’anni.</em></p>
<p>Ora, ai sensi del Regolamento AGCM in materia di pubblicità ingannevole, il responsabile del procedimento dovrà avviare l’istruttoria e darne comunicazione all&#8217;Agenzia delle entrate, al Ministero dell&#8217;economia e delle finanze e alla Presidenza del Consiglio dei Minsitri, che a quel punto potranno presentare memorie scritte o documenti per esprimere il proprio punto di vista. Alla prossima, quindi!</p>
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		<title>Terrorismo fiscale liberticida</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
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		<category><![CDATA[fisco]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli emendamenti alla Manovra di Ferragosto (D.L. 138/2011) che quotidianamente si susseguono in un assurdo carosello di modifiche, innovazioni, ritrattazioni e bizzarrie di qualunque genere francamente disorientano tutti e dimostrano sempre di più la confusione mentale e politica in cui operano il Governo e quelli che dovrebbero essere i migliori cervelli del nostro Paese. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli emendamenti alla Manovra di Ferragosto (D.L. 138/2011) che quotidianamente si susseguono in un assurdo carosello di modifiche, innovazioni, ritrattazioni e bizzarrie di qualunque genere francamente disorientano tutti e dimostrano sempre di più la confusione mentale e politica in cui operano il Governo e quelli che dovrebbero essere i migliori cervelli del nostro Paese. In questo contesto emergono solo due certezze, peraltro mortificanti per i Cittadini: si sta facendo del vero e proprio terrorismo normativo sia attraverso l’inasprimento smodato e preoccupante dell’ambito penale tributario, sia attraverso la minaccia di devastanti accertamenti fiscali sulla base del potenziamento delle indagini finanziarie e degli altri strumenti accertativi.<span id="more-10015"></span>Il risultato sarà un incontrollato ampliamento della criminalizzazione di larghe categorie di Contribuenti stritolati dall’applicazione delle più sofisticate e generalizzate presunzioni legali (redditometro, spesometro, studi di settore, numero dei rapporti di tipo finanziario, disponibilità patrimoniali di qualunque genere, versamenti e prelevamenti bancari, …), umiliati dall’essere considerati evasori fino a prova contraria, vessati da un’azione dell’Amministrazione finanziaria prevaricante e prepotente che “dovrà” recuperare volumi di supposta evasione stabilita a tavolino dai burocrati di Stato ed ingiustamente depauperati in nome di una sconsiderata lotta al sommerso che troppo spesso finisce per tassare redditi inventati ed irreali anche in barba al principio della capacità contributiva. L’esperienza quotidiana di chi tratta la materia docet.</p>
<p>Tutto questo accade in un contesto in cui si propina un ipocrita spirito liberista che vorrebbe cambiare l’art. 41 Cost. per consacrare il principio secondo cui tutto diventerebbe lecito ad eccezione di ciò che la Legge espressamente vieta! Il proclama ha il sapore della beffa se si pensa, ad esempio, alla limitazione dell’uso del danaro contante per evitare di violare le norme antiriciclaggio, alla limitazione della possibilità di conseguire risparmi fiscali in modo lecito per evitare di incorrere nelle ipotesi elusive, alla limitazione di scegliere gli strumenti contrattuali ritenuti più adatti allo scopo la soluzione fiscalmente più conveniente per evitare di finire nella rete dell’abuso di diritto … Ma di quale liberismo si tratta? Questo contesto ossessivo ed ossessionante evoca piuttosto quello in cui si trovavano i sudditi del Principe Giovanni sottoposti alla prepotenza dello sceriffo di Nottingham con la differenza che manca un Robin Hood su cui sperare!</p>
<p>Se davvero la situazione è così grave e preoccupante e se davvero il volume dell’evasione in Italia si attesta intorno ai 270 miliardi di Euro di materia imponibile sottratta a tassazione con una perdita erariale stimata il 125 miliardi di Euro non esiste altra possibilità che far girare quel fiume di danaro all’interno dell’Italia in modo da renderlo volano di ricchezza per tutti: in questo momento è necessario liberare le risorse, incoraggiarne l’impiego, facilitarne la spesa, allentare lo spauracchio degli accertamenti fiscali da redditometro, spesometro, studi di settore e indagini finanziarie ed evitare di tentare di pareggiare i bilanci dello Stato con una improbabile previsione di entrata derivante dalla lotta all’evasione che serve solo a coprire demagogicamente gli incredibili sprechi dell’apparato dello Stato.</p>
<p>Con un po’ di misurata saggezza si potrebbero poi ottenere anche buoni risultati sotto il profilo della fedeltà fiscale creando finalmente (magari gradualmente) le condizioni per confidare sul contrasto di interessi fra gli stessi Contribuenti. Ad esempio, possono esistere due modi per indirizzare verso l’impiego dei sistemi di pagamento cd. “tracciati” che possono far emergere il sommerso: uno è quello di vietare o limitare quantitativamente l’utilizzo del danaro contante (come ha fatto il Governo); l’altro è quello di consentire la deduzione anche solo parziale delle spese sostenute con moneta elettronica (carte di credito, carte prepagate, pago-bancomat), con assegni bancari o circolari non trasferibili e con bonifici bancari.</p>
<p>In una economia stagnante o recessiva non si può colpire chi spende il proprio danaro perché è proprio così che si alimentano gli scambi commerciali, si dinamizza il mercato, si produce ricchezza e si creano posti di lavoro; i controlli da parte del Fisco ovviamente vanno eseguiti, ma non si può enfatizzare strumentalmente e demagogicamente la stima del risultato della lotta all’evasione brandendo l’arma degli accertamenti fiscali basati prevalentemente su mere presunzioni legali per illudere i Cittadini e terrorizzare i Contribuenti che potrebbero spendere le loro risorse a vantaggio di tutti! Così come non si può aggravare il sistema penale tributario quando la maggior parte degli accertamenti fiscali si basa su presunzioni legali, la formazione tributaria e giunta a livelli di complicazione, equivocità e farraginosità intollerabili, i Tribunali sono sovraccarichi di procedimenti penali al punto da rendere inevitabile derubricare numerose ipotesi di reato ad illecito amministrativo, le carceri scoppiano e servono nuovi provvedimenti di clemenza per evitare un sovraffollamento disumano.</p>
<p>La manovra finanziaria in atto deve perciò evolvere in tutt’altra direzione perché le notizie che giungono dal Governo destano solo allarme, sfiducia e ribellione e non sono adatte a risolvere né i problemi interni, né quelli internazionali.</p>
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