Il dibattito politico, le primarie delPd e l’autodafé del Pdl e Berlusconi oscurano sui media ogni attenzione sui temi dell’eurocrisi. E’ un errore. L’Italia si compiace del suo corridoio basso di spread. Come fosse acquisito per sempre. Come il debito pubblico non stesse ancora salendo, per effetto del mix sbagliato di politiche fiscali seguite da centrodestra e tecnici, in totale continuità e con cosneguente maggior perdita di Pil e reddito. L’Italia dovrebbe chiedere essa per prima gli aiuti europei secondo lo schema OMT varato da Draghi: sono totalmente d’accordo con l’analisi e la proposta di Luigi Zingales. E non mi persuade affatto il no di Monti alla proposta tedesca, avanzata al Consiglio europeo del 18 ottobre scorso. Il veto europeo ai bilanci nazionali è concetto che andrebbe appoggiato, non respinto. Prosegui la lettura…
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Vàclav Klaus, Integrazione europea senza illusioni, Prefazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, Pag 114, € 15,00
Ci sono gli euroscettici per ragioni economiche: ritengono che l’eurozona non sia un’area monetaria ottimale, che imponga politiche che alcuni trovano troppo severe e altri troppo permissive, che non possa esistere una moneta senza stato. E ci sono gli euroscettici per ragioni istituzionali, preoccupati dei rapporti tra stati nazionali e superstato europeo. Vaclav Klaus è di questi, e per più di una ragione: perché istituzionale è la carica che ricopre, presidente della repubblica Ceca per il secondo mandato; e perché il suo paese fa parte dell’Unione Europea, ma non ha adottato l’euro.
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Gli otto giudici della Corte Costituzionale tedesca non hanno deluso i mercati e fan dell’Europa. La Germania può dunque tranquillamente ratificare l’ESM, il fondo salva-Stati che costituisce un’evoluzione migliorata del precedente EFSF, e che era già stato approvato dal Bundestag con un’ampia maggioranza bipartisan, anche se con defezioni nelle file della CDU e della CSU. Ma la Corte di Kalrsuhe ha posto delle condizioni. Che però non sono così pesanti come si poteva temere.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Quando la BCE tra il mese di luglio 2011 e il mese di febbraio 2012 ha immesso nel sistema bancario europeo 1,3 trilioni di euro (in soli nove mesi!) per soccorrere il sistema bancario (espandendo così il suo bilancio a tre trilioni, una cifra ben superiore al PIL tedesco) avrebbe dovuto essere chiaro che l’estrema gravità della crisi europea non solo era di molto superiore a quella di cui i leader europei parlavano, ma che fino ad allora avevano mentito sulla reale esposizione dei paesi membri che ha reso la crisi irreversibile. Non è l’euro ad essere irreversibile come dice il governatore della BCE, ma la sua crisi.
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Non se se abbiano ragione Giavazzi e Alesina, per i quali se Monti è costretto agli euroaiuti è finito. Io penso al dopo, e in questa settimana da Spiegel ed Economist ho tratto nuova conferma del perché sperare che vogliate essere in tanti, a sostenere la nostra proposta che trovate su www.fermareildeclino.it Prosegui la lettura…
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La recessione italiana si fa più dura, accelera in velocità e colpisce dove fa più male. Non è solo il dato del secondo trimestre in quanto tale a preoccupare, con una caduta del Pil dello 0,7 per cento congiunturale e del 2,5 per cento su base tendenziale, cioè proiettata sull’anno. Il fatto più preoccupante è che a giugno la caduta si fa più intensa nella produzione industriale, che registra un -7 per cento cumulato su base semestrale 2011 e un -8,2 su base annuale 2012. Per un mercato come quello italiano, che realizza gran parte della sua crescita potenziale dall’ export manifatturiero dopo più di un decennio di asfissia del mercato domestico che pure vale il 75 per cento del Pil, la caduta dei volumi manifatturieri implica fatica crescente anche sui mercati Esteri, dove i valori realizzati dalle imprese italiane erano superiori al 2007 malgrado ormai 30 punti di volumi industriali in meno. Prosegui la lettura…
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Sono cominciati i giorni di passione. Quelli veri, per Grecia, Spagna e Italia. Dopo tante manovre correttive, e mentre è in corso una profonda recessione che colpisce i redditi delle famiglie e mette alle corde le imprese. Dopo 31 mesi di crisi dell’euroarea, dopo 26 eurovertici e molti mezzi passi avanti sulla via di meccanismo un po’ più cooperativi contro la divaricazione del rischio sovrano nell’euroarea. Eppure questa volta la sensazione è che siamo proprio al dunque. Alla prova finale. Lo spread italiano ieri oltre quota 520 e quello spagnolo 100 punti più su si devono infatti a un fatto concreto. Ai mercati, l’indicazione data è di provare il tutto per tutto entro il mese di agosto. E i mercati ci proveranno eccome, come si è visto ieri.
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Cerco qui di spiegare perché, malgrado l’euroconsiglio europeo del 28 giugno scorso, personalmente mi aspetto comunque un attacco dei mercati internazionali allo spread italiano. Monti ha appena finito di illustrare al Senato italiano la posizione tenuta e ciò che si è ottenuto all’eurovertice, e al di là della dichiarazione “ora gli eurobond non sono più un tabù”, ha prudentemente definito “una riserva d’attesa” quella ottenuta da Italia e Spagna sullo scudo anti spread. Copme si capisce benissimo, una riserva d’attesa significa che lo scudo non c’è. Non si tratta di criticare Monti per come si è comportato al vertice, altrove ho già scritto l’indomani che ha coraggiosamente giocato una carta assai rischiosa e di solito negata all’Italia, il veto in caso di mancato recepimento di un principio che riguarda il nostro interesse nazionale. Solo con una forte credibilità europea e internazionale Monti poteva assumere una posizione tanto rischiosa e aliena dalla tradizione italiana, e solo scommettendo davvero che Spagna e Francia ci avrebbero seguito il rischio diventava ragionevole, cioè elevato ma mettendo in conto che Berlino alla fine non potesse che cedere. Ma lo scudo non c’è. E non perché Finlandia e Olanda hanno detto no, ieri. Prosegui la lettura…
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Il perdurare della crisi economica e lo stallo della situazione greca mettono sul banco degli imputati le ricette di austerità. La stessa espressione, austerity, è ambigua. Con austerità si indica genericamente un programma che tende alla riduzione del rapporto tra deficit e Pil e tra debito e pil. Per raggiungere questo obiettivo gli Stati possono fare due scelte: aumentare le entrate o diminuire le uscite. È evidente però che fra l’una cosa e l’altra passa una certa differenza: non è la stessa cosa abolire le province o alzare l’Iva, privatizzare le municipalizzate o introdurre l’Imu, alienare il patrimonio pubblico o tassare con nuove accise. La verità è che in Europa l’austerità è stata imposta più al privato che al pubblico, è stata più sbilanciata sul versante delle entrate che sul lato della spesa (l’Italia è l’esempio più paradigmatico). Il nostro “consolidamento fiscale” è stato del genere “cattivo”, per parafrasare il Presidente della BCE Mario Draghi.
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Luciano Capone debito pubblico, euro, Grecia, spesa pubblica austerity, Estonia, Krugman, Lettonia
Incredulo che persino il direttore del Sole 24 ore abbia chiesto che stasera l’arbitro di Italia-Germania agli europei invochi il metodo Moggi e fischi rigori a iosa per far vincere la Grecia, mi son detto che era uno scherzo da non prendere troppo sul serio. Nello sport come nel mercato come nella vita, è sano credere che debbano vincere i migliori, è insano invocare che accada il contrario truccando le regole. A furia di trucchi e di azzardo morale, l’Europa sta come sta: cioè a tocchi. Ma ora sto ascoltando Berlusconi che parla ai giovani de Pdl, e ha appena finito di dire che la colpa dello spread italiano sta tutta nell’ostilità tedesca a una banca centrale che stampi moneta per tutti, a faccia da garante di ultima istanza al nostro debito pubblico, “che non è affatto al 120% del Pil” secondo il neo-sempre leader del partito che ha fondato 18 anni fa. Perciò, ha detto, o i tedeschi sse ne convincono, oppure bisogna costringerli a uscire dall’euro. Oppure dobbiamo uscirne noi, ha aggiunto confermando che il 15 luglio di questo parleranno economisti invitati in Italia da Antonio Martino per incontrare Berlusconi. Non una parola sul problema numero uno consegnato dalla politica – destra e sinistra, uniti, hanno fatto la stessa cosa – agli italiani in questi 18 anni: la spesa pubblica che sta al 60% del Pil legale, la pressione fiscale che sta al 53,8% del Pil legale, il totale delle entrate che sta al 58%. E’ oper questo che l’Italia sta in ginocchio, euro o non euro. Credere che la Bce stampa-moneta risolva il problema, è la solita via di fuga delle svalutazioni monetarie della vecchia liretta. Non a caso citata con rimpianto dal Cavaliere, aggiungendo che è del tutto falso che il ritorno alla vecchia valuta comporterebbe abbattimenti nell’ordine del 30-40% del valore reale di risparmi e patrimoni italiani, rispetto al valore dell’euro-forte o del dollaro: altra palla che magari farà pure presa, ma è naturalmente del tutto infondata. Ad Antonio Martino ci lega una comune visione del mercato. e una comune condivisioen del monito che su un euro a mercati divisi venne da studiosi come Friedman e Feldstein. Ma se Antonio perdona a Berlusconi la spesa e le tasse che pure lo spinsero a protestare da solo inParlamento contro il centrodestra, io penso sia un grave errore. Dopo 18 anni, può e deve bastare. E allora mi sono detto: scriviamolo, va, un post che dichiari il tifo per ilpiù forte, nella partita di stasera e in Europa, senza truccare le regoler per favore, e senza raccontare palle. Al di là del calcio, di cui mi frega poco o zero tranne che per i suoi bilanci scassati, viva la Germania con la sua serietà, e la sua forza economica costruita tirandosi su le maniche, abbassando spesa e tasse dello Stato, e rilanciando la produttività privata. Non mitizzo: anche i tedeschi commettono errori. Ma se il vecchio-nuovo leader dei moderati italiani ricalca la scena con palle di quest’ordine, spianerà la strada alla sinistra che almeno è sincera, nel dire viva lo Stato e fermiamo il mercato. E di conseguenza chiunque abbia a cuore impresa e lavoro ora dovrà scegliere, come opporsi per renderlo impossibile.
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