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	<title>CHICAGO BLOG &#187; energia</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Sorpassi solari e sbandate tradizionali</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 00:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sileo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Voglia perdonare il lettore se mentre la nave che sotto gli occhi di tutti affonda, ci soffermiamo su un piccolo incidente occorso a Federico Rampini. Il pluripremiato giornalista la settimana scorsa in una <strong><a href="http://www.legambiente.it/sites/default/files/stampa/rep-fotov.png">paginona</a></strong> su laRepubblica &#8211; “L&#8217;Italia sceglie il sole ora nel fotovoltaico siamo primi al mondo” il titolo del pezzo &#8211; celebrava, pur se con qualche (accennata) critica, il successo del fotovoltaico nel nostro Paese. Graffiante l’incipit «almeno in un campo siamo a noi a dare lezioni ad Angela Merkel». Secondo un autorevole centro studi della California, Ihs, specializzato sulle energie alternative – Rampini in questo periodo si trova negli Stati Uniti – la Germania ha perso il primato mondiale nel solare. A rubarglielo, a sorpresa, è stata proprio l&#8217;Italia. Inevitabile, quindi, la classifica in GW istallati nel 2011: Italia 6,9 (quasi il doppio del 2010), Germania a 5,9 staccati Stati Uniti con 2,7 GW e Cina con 1,7 ancor più lontani Giappone (1,3) e Francia (1), totale mondo quasi 24 GW. Quest’ultimo valore, da solo, dà la misura del risultato italiano.<br />
Ora, nel pezzo si riportano le parole del direttore delle ricerche sul mercato fotovoltaico dell’Ihs che attribuisce il sorpasso alla capacità di attrazione degli incentivi pubblici offerti in Italia, determinante per il sorpasso, e si riconosce che l&#8217;exploit italiano riguarda l&#8217;acquisto e l&#8217;installazione di impianti fotovoltaici, non la loro produzione; si fa anche cenno alla <strong><a href="http://caffeamerica.wordpress.com/2011/09/16/solyndra-il-primo-scandalo-di-casa-obama/">bancarotta di Solyndra</a></strong>, che tanti aiuti ha ricevuto dall&#8217;Amministrazione Obama; però, però…<br />
Però il finale. Ebbene, chi scrive non ha nulla contro il fotovoltaico né contro i <strong><a href="http://www.greenews.info/rubriche/top-contributors/sorpasso-storico-il-fotovoltaico-supera-eolico-e-geotermico-20110719/">sorpassi</a></strong>, e teniamo pure in conto che il nostro giornalista scrittore è spesso lontano dall’Italia, e quindi non ha seguito le denunce, anche istituzionali, sul crescente impatto in bolletta degli incentivi riassumibili nel decurtisiano <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=GCXNeXlOXAg">e io pago</a></strong>, ma chiosare scrivendo «..chi descrive le energie rinnovabili come dei fenomeni &#8220;drogati&#8221; dai sussidi, dimentica quanto questo sia vero egualmente per l&#8217;energia fossile. Il consumo di idrocarburi è sussidiato in modo invisibile, per effetto ad esempio di decenni di investimenti nella costruzione e manutenzione delle reti stradali e autostradali.» ci pare un po’ troppo. Al pari di tirare con faciloneria in ballo le accise «Il prezzo della benzina benché gravato da accise che in Europa sono molto elevate, tuttavia non ri emancipare l’Italia flette tutte quelle &#8220;diseconomie esterne&#8221; che sono legate al consumo di carburante: i costi sociali e sanitari dell&#8217;inquinamento, i danni dal cambiamento climatico. In questo senso gli incentivi al solare non fanno che ristabilire parzialmente condizioni di concorrenza più eque.»<br />
Qualcuno potrebbe pensare che Rampini volesse alludere &#8211; chiaramente &#8211; ad autoveicoli (e camion!) <strong><a href="http://www.aboutmyplanet.com/wp-content/gallery/solar-powered-cars/071303-cargeminigiant-2.jpg">solari</a></strong> o, più concretamente, elettrici, ma nulla lo lascia intendere. Accomunare inopinatamente carburanti ed energia elettrica è come invocare il nucleare per emancipare l’Italia dal petrolio libico: una stupidaggine. Sulla congruità del livello di accise europee ed italiane in particolare, poi, dopo le ultime batoste e le recenti velate proteste meglio andarci piano. Anche quando si ha la <strong><a href="http://twitter.com/#!/Staffetta/status/151709642207150081/photo/1">fortuna</a></strong> di comprare la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=JmxUsGiGp3w">benzina a galloni</a></strong> o di prendere taxi gialli senza bisogno di prenotarli, e comunque in nota spese.</p>
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		<title>Separazione Eni-SnamReteGas, avanti tutta—di Enrico Morando e Federico Testa</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 18:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Enrico Morando e Federico Testa.
&#8220;La separazione Eni-Snam – ha detto il sottosegretario Catricalà ieri sera nel corso di Porta a porta – non è una delle priorità, vedremo se sarà necessaria, ma sul gas esistono tanti altri rimedi che consentono alle imprese energivore di pagare meno il gas&#8221;.
Ciò che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Enrico Morando e Federico Testa</em>.</p>
<p>&#8220;La separazione Eni-Snam – ha detto il sottosegretario Catricalà ieri sera nel corso di Porta a porta – non è una delle priorità, vedremo se sarà necessaria, ma sul gas esistono tanti altri rimedi che consentono alle imprese energivore di pagare meno il gas&#8221;.<span id="more-11160"></span></p>
<p>Ciò che il dr Catricalà non dice è che gli “altri rimedi” che attualmente consentono alle imprese energivore – e solo a quelle – di pagare meno l’energia producono corrispondenti incrementi delle bollette per chi energivoro non è, e cioè le imprese, specie di piccole dimensioni, che vedono le loro bollette incrementate al fine di mantenere una possibile competitività del sistema Paese in alcuni settori. Per non parlare poi delle famiglie, per le quali oggi la spesa  per gas (in prevalenza riscaldamento) è di circa 1.209 euro su base annua (famiglia &#8216;tipo&#8217; con consumi pari a 1.400 metri cubi), rispetto ai 1.050 euro del 2011 e ai 1.013 del 2010. Infatti, come recita la recente segnalazione di del 5/01/12 della AGCM (che il dr. Catricalà ha per molto tempo presieduto), “i prezzi all’ingrosso del gas  si mantengono strutturalmente più alti che nei principali paesi europei con un pesante effetto di deficit di competitività dell’industria nazionale rispetto alla concorrenza europea.</p>
<p>I prezzi del gas naturale definiti dai mercati all’ingrosso italiani sono strutturalmente superiori (ultimamente sino a 9 €/Mwh, pari ad almeno il 20-25% in più) ai prezzi prevalenti sui mercati all’ingrosso più liquidi dell’Europa settentrionale (TTF)”: e visto che in Italia più del 60% dell’energia elettrica si fa con il gas, sono evidenti le ricadute più generali sul sistema-paese. La stessa AGCM quindi prosegue affermando che “al fine di introdurre incentivi ad una gestione delle attività di trasporto  e di stoccaggio di gas coerenti con i necessari investimenti in nuove infrastrutture e di consentire al gestore della rete di svolgere con terzietà il ruolo sistemico conferito dall’avvio del nuovo sistema di bilanciamento di merito economico, si può ipotizzare un percorso che porti alla separazione proprietaria della rete di trasporto e delle infrastrutture di stoccaggio attualmente controllate dall’incumbent Eni”.</p>
<p>Alla luce di tutto questo, noi non concordiamo con il dr. Catricalà: per i  cittadini e le imprese italiane è prioritario operare sulla struttura del mercato del gas, realizzando quella separazione proprietaria dell’asset-rete di trasporto che, più efficacemente di qualsiasi altra soluzione, può garantire la reale concorrenzialità in un mercato strategico per la competitività del Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Enrico Morando, senatore PD</p>
<p>Federico Testa, deputato  e responsabile nazionale energia PD</p>
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		<title>Provocazione natalizia: esistono sussidi buoni?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un second best, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.
Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un bell&#8217;articolo di Federico Rendina sul Sole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un <em>second best</em>, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.</p>
<p><span id="more-11086"></span>Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-12-24/litalia-nuova-sfida-081345.shtml?uuid=AaKcaMXE">bell&#8217;articolo di Federico Rendina</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>di oggi, che parla dell&#8217;opportunità per l&#8217;Italia di diventare un hub energetico &#8211; sia nel gas, sia nell&#8217;elettrico &#8211; per l&#8217;Europa meridionale. Rendina spiega che il nostro paese, per posizione geografica, ha una serie di vantaggi &#8220;naturali&#8221;. La realizzazione di nuovi gasdotti o elettrodotti, ricorda Rendina, è sostenuta anche dalla Bers (la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), che eroga circa 2,5 miliardi di euro all&#8217;anno per progetti nel Mediterraneo di cui circa 600 milioni potenzialmente su infrastrutture energetiche. Al di là della valutazione sui singoli progetti (e tenendoci ben lontani dal &#8220;gioco del pollo&#8221; tra South Stream e Nabucco), ci sono in questa riflessione due aspetti importanti.</p>
<p>Uno riguarda la funzione che un paese può esercitare in quanto &#8220;hub&#8221;. Qualcuno, quando si è discusso di questi temi (anche per le sollecitazioni dell&#8217;ex presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Alessandro Ortis, ricordate dallo stesso Rendina) tende a liquidare la questione con uno sbuffo di &#8220;orgoglio nazionale&#8221;, come se conquistare la posizione di snodo cruciale per gli approvvigionamenti energetici europei fosse dequalificante. In realtà, si tratta di una grande opportunità di liberalizzazione, concorrenza e crescita.</p>
<p>Il secondo aspetto ha a che vedere con la natura delle infrastrutture che dovrebbero essere prese in considerazione per un sussidio. Su questo aspetto, credo sia opportuno adottare una definizione <em>molto</em> restrittiva &#8211; sicuramente più di quella della Bers (che implicitamente Federico condivide). Il fatto è che costruire infrastrutture di adduzione è possibile e non vi sono particolari ostacoli, in generali. Infatti, specie se si guarda a livello europeo, esistono numerose infrastrutture controllate da soggetti diversi. In prospettiva ne serviranno di più (specie se davvero paesi come la Germania abbandoneranno il nucleare) ma non c&#8217;è particolare ostacolo <em>teorico</em> alla loro realizzazione.</p>
<p>Dove invece l&#8217;Europa è deficitaria (sia nell&#8217;elettrico, sia nel gas) è nelle interconnessioni. Le interconnessioni fisiche sono fondamentali perché consentono di mettere in comunicazione mercati che oggi non lo sono, o lo sono solamente per una quota marginale dell&#8217;energia da essi domandata. La domanda rilevante è: perché le interconnessioni sono insufficienti? Se si guardano i <a href="http://www.energy.eu/">differenziali di prezzo</a>, al netto delle imposte e degli oneri tariffari, non sembra esservi una specifica ragione di mercato. Se il mercato europeo fosse realmente integrato, dovremmo vedere prezzi convergenti (ciò che non vediamo neppure a livello nazionale, date le troppe strozzature che ancora restano!). Poiché ciò non accade, deve esserci una ragione. Dubito essa consista nel costo delle infrastrutture stesse: per l&#8217;elettricità e il gas, il costo dell&#8217;infrastruttura è relativamente piccolo rispetto al valore del bene scambiato. La mia risposta &#8220;scolastica&#8221; è che i paesi europei sono poco interconnessi a causa di una serie di ostacoli &#8220;politici&#8221; dovuti al fatto che, nella maggior parte di essi, il mercato vede la presenza di un soggetto dominante di proprietà pubblica, che riesce a mantenere &#8220;isolato&#8221; il &#8220;suo&#8221; mercato allo scopo di estrarvi una rendita monopolistica, più o meno grande.</p>
<p>A parità di scelte normative e regolatorie, interconnessioni più fitte &#8220;allargherebbero&#8221; le dimensioni del mercato, superandone l&#8217;attuale balcanizzazione e trasformando quella che oggi è poco più della somma di vari mercati nazionali o regionali, in un unico mercato interno. Questo, senza bisogno di altri provvedimenti (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">pure necessari</a>), avrebbe l&#8217;effetto di mettere in modo meccanismi competitivi oggi sconosciuti. Non solo: aumenterebbe anche la sicurezza del sistema, rendendo le reti più &#8220;magliate&#8221; e meglio connesse, e scongiurando il pericolo (come avvenne alcuni anni fa con la crisi del gas russo-ucraina) che alcuni paesi restino &#8220;a secco&#8221;, mentre altri neppure si accorgono degli shock. Più è ampio il sistema, più è facile &#8220;spalmare&#8221; gli shock e assorbirli senza effetti negativi o con effetti negativi piccoli e tollerabili. Questo vale anche per i mercati relativamente aperti (come, in Italia, quello elettrico) ma è essenziale per quelli poco o per nulla concorrenziali (come l&#8217;elettrico francese o il gas italiano).</p>
<p>La mia conclusione, dunque, è che i sussidi sono sempre sbagliati, ma se proprio vanno erogati, sarebbe opportuno farlo a favore di interconnessioni interne all&#8217;Unione europea. Questo anche perché sarebbe un modo di controbilanciare il &#8220;potere politico&#8221; dei monopolisti nazionali, riducendone non tanto l&#8217;influenza sui governi, quanto l&#8217;effettiva capacità di controllare il mercato. Ciò non esimerebbe dall&#8217;intraprendere altre misure di apertura e liberalizzazione, ma certo le renderebbe più facili e farebbe crollare una delle grandi barriere &#8220;oggettive&#8221; che attualmente impediscono all&#8217;Europa di chiamare se stessa un mercato unico.</p>
<p>Quindi, la risposta alla domanda contenuta nel titolo è questa: non esistono sussidi buoni, ma esistono sussidi meno buoni di altri, ed esistono sussidi che, pur essendo in sé discutibili, possono controbilanciare altre cose ancora meno buone. Per citare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Barbalbero">Barbalbero</a>,</p>
<blockquote><p>Io non sto dalla parte di nessuno perché nessuno è del tutto dalla mia parte; ci sono però, beninteso, casi in cui io sono del tutto dalla parte opposta.</p></blockquote>
<p>Se parliamo di monopolisti pubblici, bé, io sto del tutto dalla parte opposta. Perfino se questo implica accettare una piccola dose di sussidi.</p>
<p>Buon Natale a tutti!</p>
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		<title>Manovra Monti: In difesa di alcuni maxistipendi pubblici</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha destato scandalo e indignazione la parziale revisione della norma &#8220;tagliastipendi&#8221;, che fissa in 311 mila euro lordi / anno il reddito massimo per tutti i dirigenti pubblici. Diversamente dalla prima versione, il nuovo testo prevede la possibilità, per il presidente del Consiglio, di adottare &#8220;deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni&#8221;. Credo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha destato scandalo e indignazione la <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=43200&amp;sez=HOME_INITALIA&amp;npl=&amp;desc_sez=">parziale revisione</a> della norma &#8220;tagliastipendi&#8221;, che fissa in 311 mila euro lordi / anno il reddito massimo per tutti i dirigenti pubblici. Diversamente dalla prima versione, il nuovo testo prevede la possibilità, per il presidente del Consiglio, di adottare &#8220;deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni&#8221;. Credo sia un compromesso ragionevole, e credo che tali deroghe vadano, in alcuni casi, definite immediatamente. Ecco perché.</p>
<p><span id="more-11026"></span>Anzitutto, è importante non confondere quattro categorie che, a vario titolo, vengono mischiate nello stesso calderone: i parlamentari, i dirigenti pubblici in senso stretto, i commissari delle autorità indipendenti, e i manager delle imprese pubbliche. Nel caso dei parlamentari, credo che vi sia ragionevole evidenza per ritenere gli <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002445-351.html">stipendi sovradimensionati</a> e molti privilegi del tutto ingiustificati (come il <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_186_Rocca.pdf">vitalizio</a>). Per quel che riguarda i dirigenti pubblici in senso stretto (direttori generali dei ministeri, per esempio) mi pare che sia razionale fissare un tetto rigido allo stipendio, date le dinamiche tipiche della loro carriera (generalmente interna alla pubblica amministrazione). I manager delle imprese pubbliche pongono un problema più complesso: teoricamente essi andrebbero remunerati ai livelli &#8220;di mercato&#8221;, ma ci sarà sempre il sospetto che il loro stipendio, o i meccanismi che portano alla loro selezione, siano viziati da considerazioni politiche. In questo caso c&#8217;è un&#8217;unica via d&#8217;uscita, per creare le necessarie condizioni di trasparenza e <em>accountability</em>: <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">privatizzare le società pubbliche</a>.</p>
<p>Il tema di cui voglio parlare è quello dei regolatori. Lo faccio avendo in mente l&#8217;unico caso che conosco &#8211; l&#8217;Autorità per l&#8217;energia &#8211; ma suppongo che queste considerazioni valgano allo stesso modo per almeno alcune delle altre autorità indipendenti. Attualmente, i membri del collegio sono remunerati in modo <a href="http://www.autorita.energia.it/it/che_cosa/emolumenti.htm">molto generoso</a>: circa 440 mila euro / anno i commissari, quasi 530 mila il presidente. In assenza di deroghe, il loro stipendio &#8211; assumendo che sia parificato per tutti alla soglia massima di 311 mila euro / anno &#8211; subirebbe un taglio vistoso, del 29 per cento per i componenti e addirittura del 41 per cento per il presidente. Volendo mantenere le proporzioni, il compenso dei commissari dovrebbe scendere ulteriormente, fino al livello &#8211; comunque non triviale &#8211; di 260 mila euro circa.</p>
<p>Per capire se sia corretto o no operare in tal modo, bisogna chiedersi perché queste persone guadagnano così tanto, e da dove vengono questi soldi. Entrambe le cose sono rilevanti.</p>
<p>Il compito di un regolatore è assolutamente critico rispetto al buon funzionamento del mercato. Scelte sbagliate &#8211; intenzionalmente oppure no &#8211; possono provocare disastri. Per questo è essenziale che i commissari siano competenti. Le competenze, specie nei settori caratterizzati da alto contenuto tecnico, costano. Quindi, attribuire adeguata remunerazione è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, ad avere personale qualificato (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_106-Authority.pdf">qui</a> Diego Menegon propone alcune riforme dei meccanismi di nomina per supplire alle mancanze dell&#8217;attuale sistema).</p>
<p>Un secondo argomento è quello della &#8220;tentazione&#8221;. Data l&#8217;enorme rilevanza dei settori economici regolati, qualunque decisione &#8211; non importa quanto apparentemente marginale &#8211; implica uno spostamento di risorse: qualcuno guadagna (alcuni operatori piuttosto che altri, un pezzo piuttosto che un altro della filiera, i consumatori o i produttori&#8230;), altri perdono. E&#8217; chiaro che ci sono tutte le condizioni perché vengano esercitate influenze &#8220;inappropriate&#8221;. Non sto parlando di corruzione &#8211; che comunque è sempre possibile &#8211; quanto del fenomeno più sottile della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Regulatory_capture">cattura</a>; in fondo la regolazione è sempre un minuetto danzato su un terreno friabile, dove il regolatore accetta di farsi catturare ma non troppo, e il regolato cerca di catturare ma non troppo. In generale, un buono stipendio aiuta a fortificare la virtù: nessun dubbio sull&#8217;onestà di ciascuno, ma, come recita quel proverbio, confida in Dio e chiudi a chiave la tua auto.</p>
<p>A questo si aggiunge un tema pratico: nei settori come quello energetico, &#8220;chiudere a chiave l&#8217;auto&#8221; non significa solo dare uno stipendio che esoneri i commissari dal bisogno di &#8220;arrotondare&#8221;. Per ridurre ulteriormente le tentazioni, nella sostanza essi non possono lavorare per alcun soggetto regolato nei cinque anni successivi alla scadenza del loro mandato (un periodo probabilmente troppo lungo, ma non è questo il punto). Questo implica che, terminato il mandato, essi non avranno reddito, o avranno un reddito relativamente basso. Quindi, se si vuole attrarre personale che abbia esperienze diverse da altre amministrazioni pubbliche (dove invece potrebbe ritornare tranquillamente a percepire il proprio stipendio e occupare la propria poltrona il giorno dopo) occorre creare condizioni tali da rendere attrattiva la prospettiva di lavorare poco o nulla per molti anni dopo la fine dell&#8217;esperienza di regolazione.</p>
<p>Da ultimo, c&#8217;è un punto secondo me essenziale. Organismi come quello presieduto da Guido Bortoni non dipendono dalla fiscalità generale, ma finanziano ogni loro attività (incluso il costo del personale) attraverso un&#8217;addizionale applicata ai soggetti regolati. Quindi, che essi spendano più o meno non ha alcun impatto sulla finanza pubblica in senso stretto. Ciò non significa che un&#8217;Autorità debba o possa spendere e spandere come crede, in modo del tutto<em> unaccountable</em>. Implica però una maggiore flessibilità. Piuttosto, è preoccupante la fiscalizzazione strisciante di questi contributi, che deriva da una serie di provvedimenti presi nella finanziaria 2010 (<a href="http://www.chicago-blog.it/2009/12/03/fondo-unico-authority-chi-vince-chi-perde-chi-viene-messo-al-guinzaglio/">qui</a> e <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/12/04/fondo-unico-autorita-quando-la-pezza-e-quasi-peggio-del-buco/">qui</a>). Ma anche questo è un altro discorso.</p>
<p>In conclusione, a me pare importante sottolineare che i regolatori indipendenti possano rappresentare un&#8217;eccezione, per serie e fondate ragioni, a un provvedimento &#8220;orizzontale&#8221; di contenimento degli stipendi. Questo vale sia per motivi intrinseci all&#8217;attività dei regolatori e alla selezione dei loro organismi direttivi, sia per questioni più generali attinenti alle loro modalità di finanziamento. E&#8217; sicuramente il caso dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia ma, probabilmente, vale anche in altri casi. Quindi, penso che il giusto impulso all&#8217;austerità debba anche fare i conti con le specificità di ciascun caso, e non possa ridursi a un principio più o meno egualitario per cui tutti devono guadagnare uguale. Ci sono casi in cui qualcuno deve guadagnare di più, per garantire la possibilità che sia adeguato al suo compito e che possa svolgerlo in totale tranquillità e indipendenza.</p>
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		<title>Manovra: Se Monti fa il draga-draga alla diga</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 12:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[dighe]]></category>
		<category><![CDATA[elettricità]]></category>
		<category><![CDATA[idroelettrico]]></category>
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		<description><![CDATA[Il decreto &#8220;salva Italia&#8221; contiene importanti provvedimenti per mettere in sicurezza i conti pubblici, anche se con risultati tutti da vedere. Tra gli innumerevoli commi, però, se ne nasconde almeno uno che non ha nulla a che fare né con la crisi, né coi conti pubblici, né con la competitività né con null&#8217;altro che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il decreto &#8220;salva Italia&#8221; contiene importanti provvedimenti per mettere in sicurezza i conti pubblici, anche se con risultati tutti da vedere. Tra gli innumerevoli commi, però, se ne nasconde almeno uno che non ha nulla a che fare né con la crisi, né coi conti pubblici, né con la competitività né con null&#8217;altro che non sia in qualche modo riconducibile a una, o entrambe, le seguenti categorie: marchetta o cazzata. Sto parlando del surreale comma 8 dell&#8217;articolo 43 che, a dispetto delle presunte caratteristiche di necessità e urgenza del decreto, si occupa addirittura della manutenzione<em> straordinaria</em> dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Centrale_idroelettrica">bacini idroelettrici</a>. Leggiamolo.</p>
<p><span id="more-10946"></span></p>
<p>Ecco cosa dice:</p>
<blockquote><p>Ai fini del recupero delle capacità di invaso e del ripristino delle originarie condizioni di sicurezza il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con le regioni e le province autonome, individua, […] le grandi dighe per le quali sia necessaria e urgente la rimozione dei sedimenti accumulatisi nei serbatoi.</p></blockquote>
<p>Si tratta di un provvedimento ben strano, se messo nel suo contesto. Che effetto può mai avere la producibilità idroelettrica sugli spread? O sulla crescita economica? E cosa ha a che fare il dragaggio delle dighe con tutto questo? La sensazione, a voler essere benevoli, è che la <em>ratio</em> dell&#8217;intervento nasca da un clamoroso fraintendimento dei fatti. Sembra infatti che tutto abbia inizio, almeno in teoria, con la preoccupazione per le possibili conseguenze, sulla producibilità delle dighe e sulla loro sicurezza, derivanti dall&#8217;accumularsi dei detriti sul fondo degli invasi. In effetti, pur in presenza di una potenza efficiente lorda in modesta crescita, la produzione effettiva non è cresciuta. Come si può osservare dai <a href="http://www.terna.it/default/Home/SISTEMA_ELETTRICO/statistiche/dati_statistici.aspx">dati</a>, però, la fonte idroelettrica è soggetta a fortissima variabilità. La quale variabilità, come può capire chiunque, è legata essenzialmente al regime delle piogge: se i corsi d&#8217;acqua che alimentano i bacini artificiali non si riempiono, la portata che è possibile derivare dai bacini è inferiore e così l&#8217;energia elettrica effettivamente producibile. Il tema, dunque, è essenzialmente legato a variabili idrologiche e meteorologiche, <em>non </em>a problemi di manutenzione.</p>
<p>Se, d&#8217;altronde, il problema fosse legato non all&#8217;<em>input</em>, ma all&#8217;impianto &#8211; le cui dimensioni sono ridotte a causa del progressivo interramento &#8211; dovremmo osservare riduzioni del fattore di carico, ossia del numero di ore di funzionamento effettivo alla potenza nominale. Esistono due tipi di impianti idroelettrici: quelli a invaso (esclusi i pompaggi che in questo momento non interessano) e quelli ad acqua fluente. Se la presunta riduzione della produzione è guidata da ragioni idrologiche, non dovrebbe esserci sensibile differenza tra i due; se invece a dominare fosse un problema di manutenzione, i bacini dovrebbero deviare dagli impianti ad acqua fluente. Il semplice esame dei dati rivela che così non è: le fluttuazioni sostanzialmente si sovrappongono, e questo suggerisce che esse abbiano una causa comune. Questa causa non può essere l&#8217;interramento dei bacini.</p>
<p>Sgombrato il campo dai timori sulla mancata produzione, restano comunque le preoccupazioni sulla sicurezza. L&#8217;accumularsi dei detriti potrebbe comprometterla, per esempio tappando le condotte utilizzate per scolmare i bacini in caso di necessità. Tuttavia, esistono norme molto severe e controlli estensivi per verificare che tali scarichi non si ostruiscano, per ragioni facilmente comprensibili nel paese del Vajont. Le stesse dighe sono tipicamente dimensionate per resistere a carichi assai più importanti di quello potenzialmente determinato da quella frazione dei sedimenti che si deposita proprio a ridosso dello sbarramento.</p>
<p>Quindi, non c&#8217;è neppure particolare esigenza di sicurezza, e del resto non risulta alcuna segnalazione in tal senso da parte degli organi competenti (inclusa la sonnecchiosa direzione generale grandi dighe del ministero delle Infrastrutture che, secondo le malelingue, avrebbe promosso il provvedimento). Ma se non ci sono ragioni oggettive, come spiegarsi la presenza di una simile norma in un simile contesto? A essere malevoli, viene da pensare che l&#8217;obiettivo della norma non sia avere delle dighe dragate, ma avere delle dighe da dragare &#8211; come nota anche <a href="http://energia.corriere.it/2011/12/11/dighe-il-business-continua-ma-chi-paga/">Stefano Agnoli</a>. Questo implica enormi costi, economici e ambientali, perché trasportare tutta l&#8217;attrezzatura necessaria in quota, e dragare le dighe per mezzo di chiatte oppure dopo averle svuotate comporta sforzi colossali. Il fondo rimosso andrebbe trasportato e stoccato altrove, e anche questo implica costi e stress sul sistema, già non brillante, di gestione degli inerti. Per dare un&#8217;idea, un amico del settore mi dice che, spannometricamente, si potrebbe stimare il volume di materiali da asportare &#8211; <em>senza che vi sia alcuna necessità di farlo </em>- tra 1 e 2 milioni di metri cubi per ciascun invaso, pari a 100-200 mila carichi di camion, con costi complessivi stimabili nell&#8217;ordine del miliardi di euro.</p>
<p>Ora, questo miliardo di euro non entrerebbe nelle nostre belle statistiche sul debito e la spesa pubblica, perché sarebbe spesa formalmente privata &#8211; sarebbero le società che gestiscono i bacini a doversene fare carico. In un modo o nell&#8217;altro, questo colpirebbe la collettività: in parte questi extracosti si riverserebbero in bolletta, in parte si tradurrebbero in minori utili e quindi minori dividendi per gli azionisti e/o minori investimenti. In un periodo in cui la parola d&#8217;ordine è &#8220;austerità&#8221;, è davvero bizzarro che sia proprio il decreto &#8220;salva Italia&#8221; a introdurre spese pazze, pubbliche o private che siano.</p>
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		<title>Energy Quiz</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/29/10607/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 14:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sileo</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra venerdì e sabato scorso, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha organizzato, nella persona del suo proattivo direttore per la comunicazione e la stampa, Cristina Corazza, con la Rappresentanza della Commissione e l&#8217;Ufficio del Parlamento europei in Italia, un bel seminario rivolto a giornalisti, addetti stampa, comunicatori e anche (al limite) studenti. Tema: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra venerdì e sabato scorso, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha organizzato, nella persona del suo proattivo direttore per la comunicazione e la stampa, Cristina Corazza, con la Rappresentanza della Commissione e l&#8217;Ufficio del Parlamento europei in Italia, un bel seminario rivolto a giornalisti, addetti stampa, comunicatori e anche (al limite) studenti. Tema: capire e comunicare i nuovi scenari dell&#8217;energia.<br />
Chi scrive avrebbe voluto fare una domanda-test alla platea, e anche a qualche giornalista relatore, ma l’idea è venuta in mente fuori tempo massimo.<br />
Ora, poiché su Chicago-Blog ogni tanto si scrive di energia &#8211; non di rado con competenza e visto che Voi lettori dimostrate sempre sensibilità e particolare attenzione alla materia, mi permetto di porre a Voi tutti la suaccennata domanda:<br />
<em>Qual è la differenza tra cliente e utente?<br />
Perché, sempre che questa differenza ci sia, è importante in mercati (più o meno) liberalizzati?</em></p>
<p>La cosa, a mio modesto avviso, non è di poco conto e sarebbe un peccato trascurala, specie quando si scrive di energia. E dovrebbe esserlo, per esempio, anche nel trasporto ferroviario, ma questo è un altro discorso&#8230;</p>
<p>A Voi dunque la risposta, e<br />
grazie per l’attenzione</p>
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		<title>Maxiemendamento. L&#8217;ennesimo commissariamento dell&#8217;Autorità?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 13:59:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione]]></category>
		<category><![CDATA[robin tax]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le pieghe del &#8220;maxiemendamento&#8221; sta una norma che non ha nulla a che vedere con la crescita, nulla a che vedere con la solidità dei conti pubblici, e tutto e solo a che vedere con la sfiducia che questo governo sembra nutrire verso i mercati competitivi e le autorità indipendenti.
L&#8217;Autorità per l&#8217;energia elettrica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le pieghe del &#8220;maxiemendamento&#8221; sta una norma che non ha nulla a che vedere con la crescita, nulla a che vedere con la solidità dei conti pubblici, e tutto e solo a che vedere con la sfiducia che questo governo sembra nutrire verso i mercati competitivi e le autorità indipendenti.<span id="more-10485"></span></p>
<blockquote><p>L&#8217;Autorità per l&#8217;energia elettrica e il gas, nell&#8217;ambito delle sue competenze, verifica che i sistemi di remunerazione e incentivazione delle attività di competenza di soggetti regolati risultino in linea con i valori medi, ove esistenti, praticati in ambito europeo per analoghe attività e che gli stessi rispondano a criteri di efficacia ed efficienza, rilevata anche tramite monitoraggio dell&#8217;uso delle infrastrutture realizzate, rispetto a opere e infrastrutture di interesse strategico, nell&#8217;ambito dell&#8217;attuazione dei Piani di sviluppo di cui agli articoli 16 e 36, comma 12 del decreto legislativo 1 giugno 2001, n.93.</p></blockquote>
<p>Una norma simile, se approvata, sarebbe inutile o dannosa. Inutile nel senso che il confronto tra le tariffe italiane e quelle internazionali è già tra le attività dell&#8217;Aeeg, che utilizza anche questo tipo di informazione per prendere le sue decisioni nel difficile trade off tra il rischio di tariffe troppo alte (che crea condizioni di rendita) o troppo basse (che condannerebbero il paese al sottoinvestimento nelle reti e infrastrutture energetiche). Tale confronto, però, va fatto cun grano salis: le tariffe di trasporto di elettricità e gas devono essere tali da garantire la piena copertura dei costi operativi e di investimento, inclusa una adeguata remunerazione del capitale investito. Ciò significa che esse sono strettamente legate ai &#8220;costi efficienti&#8221; della realizzazione ed esercizio delle reti (se di questo stiamo parlando), i quali sono per ovvie ragioni diversi da paese a paese. Nel caso qualcuno non se ne sia accorto, l&#8217;Italia è un paese lungo, stretto e montuoso, con un forte squilibrio tra alcuni poli produttivi (specie rinnovabili, nel sud) e i siti dove è maggiore la domanda (nel nord). È ovvio che in un paese simile i costi saranno sempre e comunque maggiori, a parità di tecnologia e perfino a parità di costo del capitale, rispetto a nazioni che il buon Dio ha fatto larghe e piatte. Quindi, chiedere all&#8217;Aeeg di far convergere le tariffe italiane verso le medie europee (per inciso: quali medie?) é semplicemente privo di senso. Chiedere all&#8217;Autorità di ridurre le tariffe ai livelli minimi possibili, date le condizioni e gli obiettivi che si intendono perseguire, é invece giusto e condivisibile, ma non necessario. Infatti fa già parte della missione del regolatore, che ha finora lavorato bene sotto questo profilo, <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/07/15/relazione-annuale-di-ortis-liveblogging/" target="_blank">se è vero</a>, per esempio, che nel settore elettrico le tariffe sono scese del 14 per cento (in termini reali) tra il 2004 e il 2010.</p>
<p>A che pro, allora, chiedere qualcosa che si ha già? La mia opinione è che sia un modo per mettere puntelli all&#8217;azione dell&#8217;Aeeg &#8211; cosa che la maggioranza ha tentato di <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/autorita-per-lenergia/" target="_blank">fare più volte</a> &#8211; allo scopo un po&#8217; di &#8220;mostrare i muscoli&#8221;, facendo vedere che si fa qualcosa nell&#8217;interesse di una constituency tradizionalmente vicina al centrodestra e oggi clamorosamente delusa dall&#8217;esperienza berlusconian-tremontiana (le imprese del Nord). E un po&#8217; di limare l&#8217;anomalia di un mercato che funziona bene &#8211; e dunque lascia spazi relativamente ristretti all&#8217;interventismo discrezionale &#8211; anche grazie alla resistenza di un regolatore autorevole. Ecco: l&#8217;indipendenza del regolatore, che è condizione necessaria (ma non sufficiente) al buon funzionamento del mercato, è scolpita nella legge istitutiva dell&#8217;Autorità e nel terzo pacchetto energia, che l&#8217;Italia ha mal recepito alcuni mesi fa contraddicendo le indicazioni comunitarie, tra l&#8217;altro, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/02/terzo-pacchetto-energia-procedura-di-infrazione-in-arrivo/" target="_blank">proprio su questo</a>.</p>
<p>Ora, se questo fosse un mero tentativo di potere fine a se stesso, chissenefrega. Purtroppo così non è. Infatti manovre di questo genere non possono essere senza conseguenze. Prima dicevo: &#8220;i costi saranno sempre e comunque maggiori, a parità di tecnologia e perfino a parità di costo del capitale, rispetto ad altre nazioni&#8221;. Ecco: il problema è che il costo del capitale (oltre al resto) non è affatto pari. I capitali nel nostro paese costano più che altrove perché siamo percepiti come una penisola rischiosa: dove le regole cambiano continuamente e cambiano sempre in peggio. L&#8217;esistenza di un regolatore indipendente rappresenta una garanzia per i mercati, ma persino il regolatore è impotente di fronte alle bizze del legislatore. È accaduto recentemente con l&#8217;aumento della <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/robin-tax/" target="_blank">Robin Hood Tax</a> da 6,5 a 10,5 punti percentuali (da aggiungere in testa alla consueta aliquota Ires del 27,5 per cento), e la sua contestuale estensione agli operatori regolati.</p>
<p>Per paradosso, dunque, questa norma non farebbe altro (e la semplice voce che sarà approvata non fa altro) che aumentare la percezione di inaffidabilità dell&#8217;Italia e, con essa, il costo del capitale. In sintesi, grazie a questo ennesimo colpo di luna avremo infrastrutture energetiche più costose ovvero, a parità di spesa, meno infrastrutture. Questa norma non fa bene a nessuno se non al senso di onnipotenza di ministri e deputati. In compenso fa male a tutti, inclusi quelli che (nella testa di chi l&#8217;ha inserita nel maxiemendamento, suppongo) dovrebbero esserne i beneficiari. Ritiratela!</p>
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		<title>C’è del marcio in Danimarca. O in Italia? – di Angelo Spena</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/10/29/c%e2%80%99e-del-marcio-in-danimarca-o-in-italia-%e2%80%93-di-angelo-spera/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 08:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[centrali elettriche]]></category>
		<category><![CDATA[Città]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena.
L’italica sindrome Namby
Torno da un viaggio di lavoro in Danimarca. Città di Aarhus, la seconda del Paese. Nel cuore della città svettano, tra le banchine del porto, due camini di una grande centrale termoelettrica, suppongo a olio combustibile dall’adiacente parco di serbatoi.Passo per Copenhagen. Conto cinque (cinque!) grandi centrali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena</em>.</p>
<p>L’italica sindrome Namby</p>
<p>Torno da un viaggio di lavoro in Danimarca. Città di Aarhus, la seconda del Paese. Nel cuore della città svettano, tra le banchine del porto, due camini di una grande centrale termoelettrica, suppongo a olio combustibile dall’adiacente parco di serbatoi.<span id="more-10388"></span>Passo per Copenhagen. Conto cinque (cinque!) grandi centrali termoelettriche entro il perimetro urbano, lungo le insenature della costa che penetrano nel cuore del centro storico. (Due delle centrali sono anche celebrate da un libro illustrato per turisti sulla capitale – si badi bene &#8211; come elementi vitali, non come archeologia industriale).</p>
<p>Anche qui, ritengo che almeno due centrali possano funzionare a olio combustibile, data la vicinanza di relativi serbatoi. E mi risulta altresì che una delle cinque sia anche inceneritore, funzioni cioè bruciando rifiuti.</p>
<p>Ora io mi domando: anche se Londra ha da qualche anno messo a riposo Battersea Power Station, proletaria spettacolare <em>sky-line</em> di un recente passato operoso, rimangono Stoccolma e Francoforte di cui ricordo fino a pochi anni fa grandi centrali (a carbone – si, a carbone! &#8211; sicuramente a Francoforte) incastonate entro il perimetro abitato; prendiamo pure atto che in Danimarca il vento soffia a velocità almeno doppia che in Italia e quindi può contribuire a disperdere gli inquinanti, ma che diamine, possibile che da noi (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Files/Energia-Spera.pdf" target="_blank">PDF</a>) non si possa realizzare una centrale neanche (pensate a Civitavecchia, a Porto Tolle) fuori da una città?</p>
<p>È vero, i danesi sono stati tra i primi a introdurre diffusamente gli impianti di teleriscaldamento urbano (il <em>district heating</em>) combinati con quelli di produzione elettrica, e questo richiede l’ubicazione della centrale nell’area dei quartieri serviti. Ma questa non è una scusante, è un’aggravante: dunque a fronte di certi benefici la centrale termoelettrica in città ci può stare! (Per non parlare poi dei medio-piccoli inceneritori di cui è zeppa Copenhagen).<br />
Mi sono sentito disorientato.</p>
<p>Perché in tutta Europa è percepito come normale il fatto che città grandi e piccole abbiano le centrali elettriche dentro il perimetro urbano? E da noi no? Ma tranne gli italiani, sono tutti cittadini di una Europa minore?</p>
<p>Oppure – al di là di combinati disposti e pretesti normativi &#8211; è una questione di cultura, per la quale la sindrome Nimby da noi si declina compulsivamente in Namby, Not Around My Back Yard, per mancanza di senso del bene comune o per sfiducia secolare in tutto ciò che è avvertito come altro da sè?</p>
<p>Delle due l’una. Sull’argomento, o c’è del marcio in Danimarca, come sospettava Shakespeare. Oppure in Italia.</p>
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		</item>
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		<title>Edison. Le jeux son fait?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/10/28/edison-le-jeux-son-fait/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 16:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[A2A]]></category>
		<category><![CDATA[edison]]></category>
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		<category><![CDATA[pisapia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>
		<category><![CDATA[zuccoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri notte il gruppo francese Edf e le municipalizzate italiane A2a e Iren hanno raggiunto un accordo sul riassetto di Edison. Chi vince e chi perde?
Nella giornata in cui il gruppo annuncia i risultati dei primi nove mesi dell&#8217;anno (non eccitanti, come per tutto il settore) e la cautela regna ancora sovrana, finalmente la telenovela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri notte il gruppo francese Edf e le municipalizzate italiane A2a e Iren hanno raggiunto un accordo sul riassetto di Edison. Chi vince e chi perde?</p>
<p><span id="more-10379"></span>Nella giornata in cui il gruppo annuncia i <a href="http://www.firstonline.info/a/2011/10/28/edison-ricavi-al-13-ma-la-perdita-e-di-93-milioni-/510c0b3c-aa4c-453c-9a64-7168a88894b8">risultati</a> dei primi nove mesi dell&#8217;anno (non eccitanti, come per tutto il settore) e la <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Edison-Lescoeur-negoziati-ancora-corso-non-commento-riassetto/28-10-2011/1-A_000267841.shtml">cautela</a> regna ancora sovrana, finalmente la telenovela sembra avviarsi a conclusione. La questione è semplice: Edison paga (e ha pagato) un azionariato costruito col bilancino che, a dispetto della evidente sproporzione finanziaria tra i soci, di fatto ha mantenuto l&#8217;azienda bicefala troppo a lungo. La scadenza dei patti parasociali che legavano i due maggiori azionisti (Edf, che detiene circa la metà del capitale direttamente o indirettamente, e A2a, assieme ad altre municipalizzate) era dunque attesa da tempo come il momento del divorzio. Divorzio che sarebbe andato avanti senza troppi complimenti se non ci avesse messo il becco, le mani e le zampe la politica, sotto forma di Giulio Tremonti. A marzo, infatti, l&#8217;accordo che era stato raggiunto saltò perché il ministro dell&#8217;Economia, originario di Sondrio come il capo di A2a, Giuliano Zuccoli, ne fece una questione di orgoglio nazionale. <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/edison/">Qui</a> gli articoli scritti a suo tempo.</p>
<p>Il colossale scazzo &#8211; che ebbe e ha dimensione sia aziendale, sia nazionale &#8211; ha bloccato non solo Edison, ma l&#8217;intero settore elettrico alle prese da un lato con la caduta della domanda, dall&#8217;altro con i <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/21/il-caos-elettrico/">noti problemi dal lato dell&#8217;offerta</a>, dall&#8217;altro ancora con una royal rumble che coinvolge quattro primari produttori e i loro assetti azionari (Edison, la controllata Edipower, A2a e Iren) oltre ad altri più piccoli.</p>
<p>Dunque, rispetto a marzo sono passati quasi 8 mesi. Cosa è cambiato? <a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=57221">Qui</a> la ricostruzione dei termini dell&#8217;accordo di <em>Quotidiano energia</em>, <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?id=98618">qui</a> quella di <em>Staffetta quotidiana</em>. Cito dalla <em>Staffetta</em>:</p>
<blockquote><p>L&#8217;accordo consegna, dopo circa un decennio dall&#8217;ingresso nel&#8217;azionariato di Edison, il controllo del gruppo a Edf. Sciolta Transalpina di Energia (Tde), la scatola attraverso cui italiani e francesi controllavano congiuntamente Edison, Edf consoliderà il 30,6% detenuto attraverso Tde al 19,4% detenuto direttamente, riducendo i soci Delmi ad azionisti di minoranza (e a termine). Edf ha già fatto sapere che intende chiedere l&#8217;esenzione dall&#8217;Opa anche se il passaggio del controllo rende difficile per i transalpini schivare l&#8217;obbligo di promuovere un&#8217;offerta sulle quote di minoranza di Edison.</p></blockquote>
<p><em>Qe</em> mette il dito nella piaga:</p>
<blockquote><p>Rispetto alla bozza di marzo, sembra risultare un po’ penalizzata A2A, che dovrà dividere Mese e Udine con Iren (alla quale inizialmente spettava il turbogas di Turbigo, che ora rimane ai francesi) e dovrà tenersi Scandale, salvo improbabile esercizio della call da parte di Edison. Forse sono questi i passaggi più critici, che possono porre qualche ombra sul via libera dei Comuni soci di A2A alla bozza di intesa (tra l’altro da Parigi si fa sapere che è solo un “accordo di principio” e che nulla è stato firmato).</p></blockquote>
<p>In sostanza, Edison diventerà &#8211; come era logico accadesse &#8211; nella sostanza il volto italiano di Edf. Gli ex soci, A2a e Iren, si ritireranno in buon ordine con un indennizzo sufficientemente generoso. Ma, ed è questo il punto, chi ne esce relativamente peggio è proprio il soggetto che ha fatto esplodere i fuochi d&#8217;artificio, tra l&#8217;altro determinando non solo il caos all&#8217;esterno ma anche importanti spaccature interne, col lato milanese &#8220;oltranzista&#8221; e il lato bresciano &#8220;pragmatico&#8221; (a posteriori, avevano ragione quanti facevano riferimento a Graziano Tarantini). Probabilmente l&#8217;esito della faccenda è stato influenzato fortemente da due variabili. Una è l&#8217;indebolimento di Tremonti, che è stato distratto da altre faccende e che, comunque, almeno in termini formali non aveva gli strumenti per fare molto più di quello che ha fatto. L&#8217;altra variabile è la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano e, soprattutto, l&#8217;arrivo di Bruno Tabacci all&#8217;assessorato al Bilancio. Tabacci si è mosso in modo concreto e ha agevolato il raggiungimento di un equilibrio &#8211; probabilmente, dell&#8217;unico equilibrio &#8220;pacifico&#8221; possibile &#8211; ed è plausibile immaginare che, nei tempi debiti, vedremo cambiamenti importanti nel management di A2a. Perché in tutto questo non è ben chiaro chi abbia veramente vinto, ma è chiaro chi ha perso: ha perso Giuliano Zuccoli. Ma Zuccoli non perde (solo) in quanto individuo che ha giocato tutte le sue fiches sul piatto tremontiano, perde anche (e forse soprattutto) come espressione di una cultura aziendale ormai non più adatta al tipo di mercato che si è formato in Italia. Zuccoli perde, cioè, perché ragiona soprattutto in termini di potere, quando le danze sono mosse, almeno in buona parte, dalle ragioni del <em>business</em>.</p>
<p>Restano, ovviamente, ancora tanti se e tanti ma (incluse le posizioni dei sindaci azionisti e della Consob, alla quale Edf chiederà l&#8217;esenzione dall&#8217;opa obbligatoria). Ma penso che i se e i ma si tradurranno più che altro in posizioni negoziali, nel tentativo di ottenere qualcosa di più o cedere qualcosa di meno. Non credo che l&#8217;accordo, nella sua sostanza, possa essere messo seriamente in discussione perché non è nell&#8217;interesse di nessuno farlo. Potrebbe chiudersi così una brutta storia italiana, dove abbiamo visto il peggio del capitalismo relazionale, del socialismo municipale, del nazionalismo straccione e dove il clima generale è stato segnato dalla totale mancanza di rispetto per i modi, le forme e la sostanza del mercato.</p>
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		<title>Il caos elettrico</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 15:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[capacity payment]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi che vengono, oggi, tappati con pezze peggiori.</p>
<p><span id="more-10331"></span>Il problema è semplice: a fine 2011 saranno entrati in funzione 11 o 12 GW di potenza fotovoltaica, più l&#8217;eolico e tutto il resto. Queste fonti, che producono energia non quando lo chiede la domanda ma quando la risorsa primaria (sole o vento) lo decide, creano una serie di difficoltà nell&#8217;equilibrio della rete. La difficoltà è legata, da un lato, alla loro intermittenza: una nuvola che passa (o che se ne va), un venticello che si avvia (o cessa) possono causare l&#8217;improvvisa immissione in rete (o l&#8217;improvviso distacco dalla rete) di un carico sufficiente a destabilizzarne l&#8217;equilibrio. Questo crea una serie di difficoltà tecniche al gestore della rete, rispetto alle quali vengono proposte diverse possibili soluzioni tra cui la realizzazione di un&#8217;importante capacità di accumulo (attraverso pompaggi o batterie) per controbilanciare le variazioni della produzione rinnovabili. Terna sostiene che, in questo modo, i costi di sistema potrebbero essere contenuti. Alcuni (<a href="http://www.qualenergia.it/articoli/20111019/accumulo-rete-elettrica-rinnovabili-procedere-rapidamente">come GB Zorzoli</a>) ritengono che questa sarebbe la via d&#8217;uscita migliore; altri, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">come me</a>, temono invece che così il funzionamento del mercato verrebbe snaturato, perché il gestore di rete si troverebbe, nei fatti, a essere un importante (o addirittura il principale) produttore, eventualità peraltro negata dal <a href="http://energia24club.it/articoli/0,1254,51_ART_142335,00.html">Terzo pacchetto energia</a>.</p>
<p>Sul piatto, comunque, non c&#8217;è solo il problema, tecnico, di come gestire l&#8217;intermittenza delle rinnovabili. L&#8217;ingresso di così tanta potenza rinnovabile ha avuto due effetti sgradevoli per l&#8217;industria: da un lato, poiché l&#8217;energia verde gode della priorità di dispacciamento, ha ridotto i volumi a loro disponibili; dall&#8217;altro, come spiegano <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/13/e-tutta-colpa-delle-rinnovabili/">Giuseppe Artizzu e Carlo Durante</a>, dato il sistema di <em>pricing </em>della borsa elettrica la curva di merito si è &#8220;spostata a destra&#8221;, con una riduzione dei prezzi in borsa. Attenzione: il prezzo per i consumatori <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/com_stampa/11/110930.pdf">non si è ridotto</a>, perché la contrazione del prezzo propriamente detto è stata più che controbilanciato dagli aumenti tariffari. Però, se il consumatore si è accorto di poco o nulla, il produttore non rinnovabile (complice la crisi) ha visto assottigliarsi volumi e margini.</p>
<p>C&#8217;è, poi, la modalità dell&#8217;incentivazione. Il decreto Romani introduce (tranne che per il fotovoltaico, che sarà finanziato da un pur generoso quarto conto energia) un sistema di aste, i cui confini non sono affatto chiari: tanto che non mancano critiche fondate (<a href="http://www.webaper.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/Pubblicazioni/Paper%20APER%20Le%20aste%20per%20l_incentivazione%20alle%20rinnovabili.pdf">qui Tommaso Barbetti</a>) a cui anche i sostenitori delle aste si trovano in difficoltà a rispondere, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/12/rinnovabili-lasta-chi-lha-vista/">data l&#8217;incertezza sul disegno</a>. L&#8217;incertezza è tale che se ne sentono di tutti i colori, e spero davvero che almeno alcune tra quelle che si sono sentite siano ballon d&#8217;essai, perché se fosse vero quello che ha anticipato <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=15OCQ0">Federico Rendina sul <em>Sole 24 Ore</em></a>, saremmo davvero al paradosso. Per Rendina, sarebbe allo studio un meccanismo per costruire incentivi inversamente proporzionali alla producibilità degli impianti: cioè, gli impianti solari dove non c&#8217;è sole ed eolici dove non c&#8217;è vento sarebbero remunerati maggiormente di quelli posti in siti migliori. Se non altro questo meccanismo avrebbe il pregio di far venire meno l&#8217;illusione che le fonti rinnovabili servano a produrre energia, anziché sussidi. Ma, se fosse vero, a perderci sarebbero soprattutto quei produttori che davvero credono nelle potenzialità delle fonti verdi, e che diverrebbero a questo punto una minoranza in via d&#8217;estinzione in un settore dominato dai rentier, i quali &#8211; apparentemente &#8211; sopravvivono a dispetto dei tagli agli incentivi e dell&#8217;incertezza di fondo che ha, per ora, ammazzato gli investimenti al di fuori del fotovoltaico.</p>
<p>Con un ulteriore effetto indiretto: buona parte della potenza convenzionale installata, per ragioni sia congiunturali sia strutturali, è sistematicamente sottoutilizzata. Da qui la richiesta d&#8217;introdurre un meccanismo di &#8220;capacity payment&#8221; per remunerare il mantenimento di capacità non utilizzata ai fini, si dice, di sicurezza e bilanciamento. Sul capacity payment, che nella sostanza è uno strumento alternativo alla corsa alle batterie, è scesa in campo la stessa Autorità per l&#8217;energia, che ne ha fatto l&#8217;oggetto di una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/098-11arg.pdf">delibera</a> la scorsa estate e ne ha difeso le ragioni in <a href="http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110722_capacity.htm">questo comunicato</a>. Personalmente <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/22/di-elettricita-e-cospirazioni/">sono assai scettico</a>, perché mi pare che il capacity payment sia il primo passo su un piano inclinato che ci porterà verso un mondo nel quale metà della capacità esistente è sussidiata in quanto rinnovabile, e l&#8217;altra metà in quanto non rinnovabile. Che poi tutto ciò venga ammantato di intervento per la sicurezza del sistema nasconde una indiscutibile verità circondata da una grande ipocrisia dettata dalla convenienza in quanto, per riprendere l&#8217;interrogativo necessariamente senza risposta<a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=94457">lanciato da Gionata Picchio</a> molti mesi fa (ben prima della delibera e ben prima che la tensione raggiungesse i livelli attuali):</p>
<blockquote><p>il modello scelto per il nuovo capacity payment può fare la differenza per i risultati futuri delle imprese, per alcune segnando il confine tra andare avanti e uscire dal gioco. Ma si può chiedere al sistema (ai consumatori, per essere chiari) di pagare il conto perché aziende private hanno fatto quello che fanno tutte le imprese: esporsi ad un rischio? Anche se prevedere il crollo dell&#8217;economia del 2008-2009 non era possibile, il problema resta: in un sistema liberalizzato se un investimento non si remunera è segno che non ce n&#8217;è bisogno e il mercato sfoltisce i rami secchi.</p></blockquote>
<p>La costosa confusione in cui ci siamo ficcati &#8211; che, lo ripeto, è il frutto bacato dell&#8217;albero della politica &#8211; rischia di travolgere, tra l&#8217;altro, la riforma della borsa elettrica, che teoricamente dovrebbe far sostituire l&#8217;attuale meccanismo di <em>system marginal price </em>con uno di <em>pay as bid</em>. I segnali si moltiplicano: per esempio con l&#8217;intervento di <a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/10/17/commenti/010ruggero.html">Agostino Conte</a>, che a nome del &#8220;tavolo della domanda&#8221; ha difeso la riforma e ha rimarcato il paradosso per cui</p>
<blockquote><p>diamo gli incentivi più elevati al mondo per produrre energia soprattutto dove non riusciamo a consumarla e rischiamo di dover sussidiare gli impianti termici appena costruiti per evitarne la chiusura (perché &#8220;lavorano&#8221; poche ore), impianti che sono però indispensabili per tenere il sistema elettrico in sicurezza.</p></blockquote>
<p>(Per inciso: ce ne sarebbe anche per i grandi consumatori, non esenti da forme di sussidio più o meno implicito in bolletta, che vanno dalla tariffa agevolata per Trenitalia alla cosiddetta interrompibilità, ma magari di questo ne parleremo un&#8217;altra volta). Eppure, dato lo scenario politico non sembra ci sia particolare sensibilità per il tema, peraltro bocciato dalla stessa Autorità nella più recente <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/021-11pas.pdf">segnalazione</a>. A prescindere dall&#8217;opinione che abbiamo della riforma della borsa, in ogni caso, l&#8217;aspetto rilevante è che gli elementi di mercato vengono gradualmente rimpiazzati da elementi di pianificazione.</p>
<p>Per questo è paradossale che, ai guasti della pianificazione, si risponda con la richiesta di più pianificazione, o programmazione che dir si voglia. Non c&#8217;è <em>stakeholder</em> che non canti la litania della pianificazione, che oggi va di moda rubricare sotto la categoria della mitologica &#8220;Strategia energetica nazionale&#8221;. Ora, sia chiaro: la Sen può anche essere un innocuo file pdf di nessun peso e nessuna utilità depositato sul sito del ministero, nel qual caso andrebbe bene. Oppure può essere un documento di indirizzo privo di influenza reale. Ma se davvero fosse pubblicata, e se davvero avesse elementi di cogenza, allora sarebbe una vera disgrazia perché metterebbe in discussione tutto quello di buono che si è fatto negli ultimi dieci anni. Perché una cosa, che quasi nessuno dice, va invece detta: sull&#8217;elettrico l&#8217;Italia ha fatto passi da gigante. Abbiamo il parco di generazione più efficiente d&#8217;Europa, abbiamo uno tra i mercati più competitivi e, ingerenze politiche a parte, abbiamo un regolatore rispettato e rispettabile, che ha dato prova di indipendenza e competenza nel passato e che continua a darla. Un regolatore che proprio per questo mi sento in dovere di criticare quando prende strade che ritengo discutibili (come, appunto, il capacity payment) ma che è senza dubbio un interlocutore importante del mercato. Ora, sarebbe davvero un peccato se questo edificio costruito con pazienza e fatica dovesse accartocciarsi sotto provvedimenti sbagliati partoriti all&#8217;unico scopo di correggere errori precedenti. La pianta della politica è una mala pianta: lo è sia quando si rende responsabile di invasioni di campo, come fa ormai sistematicamente, sia quando, oltre a invadere il campo, perde l&#8217;orientamento e diventa un generatore casuale d&#8217;incertezza, come sulle rinnovabili e di riflesso su tutto il resto.</p>
<p>Così, arriviamo dove siamo. Il combinato disposto tra sussidi alle rinnovabili e capacity payment rischia di essere insomma la pietra tombale per il mercato &#8211; o almeno per il mercato come lo conosciamo noi, per la concorrenza nel mercato. Del resto, qualche giorno fa un grande operatore elettrico mi ha detto che &#8220;il giocattolo si è rotto&#8221;. Forse è così, ma allora varrebbe la pena dirlo apertamente e prendere seriamente in considerazione l&#8217;ipotesi di rinazionalizzare. Se dobbiamo avere un gosplan, che sia almeno un gosplan onesto.</p>
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