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	<title>CHICAGO BLOG &#187; diritto</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Uno Stato meno ladro: paghi i suoi debiti come pretende le nostre tasse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione invece non ti paga a discrezione, per mesi e per anni. E tu non puoi farci niente. La dimensione dei ritardati pagamenti non ha una sola stima attendibile, perché la PA si guarda bene dal dare numeri sui propri debiti commerciali. Ma si pensa non sia ormai inferiore ai 70 miliardi di euro. Cinque punti di Pil. Poiché si tratta di una cifra che non solo ammazza imprese a centinaia, ma ha anche un impatto diretto sul totale del debito pubblico, è ovvio che la risposta al problema impone una strategia duplice. Da una parte, si tratta di risolvere l’oscena asimmetria nei rapporti tra creditori e debitori, se uno dei due è pubblico. Dall’altra, di cambiare strada nella gestione del debito pubblico in quanto tale, il peggior nemico della solvibilità e della crescita per l’intero sistema-Italia. Si può fare? Certo che sì.<span id="more-11530"></span></p>
<p>Cominciamo dal primo capitolo. Tra le tante misure previste nel decreto liberalizzazioni enfaticamente denominato cresci-Italia, è stato compiuto anche un primo passo per l’accelerazione del pagamento dei debiti pubblici a privati.  E’ un passo parzialissimo e insoddisfacente, ma almeno è la rottura dell’omertà di Stato a proprio vantaggio, intollerabile mentre la crisi ha aggravato le condizioni delle imprese proprio in una fase in cui il credito scarseggia e la liquidità rappresenta un’urgenza quotidiana. Al fine di favorire il pagamento dei crediti commerciali &#8211; certi, liquidi ed esigibili &#8211; vantati  dalle imprese nei confronti delle amministrazioni statali sono stati resi disponibili 5,7 miliardi, almeno 2 dei quali mediante assegnazione di titoli di Stato. Bene? No.  Intanto,  le disposizioni contenute nel decreto sono riferite alle sole amministrazioni statali, mentre la gran parte dei debiti fa capo alle amministrazioni locali. Poi è contraddittoria con la finalità generale della norma la scelta di attingere le maggior parte delle risorse per il pagamento dei debiti pregressi da quelle disponibili per rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta. Infine, viene rinviata a un successivo decreto MEF la definizione delle caratteristiche dei titoli che saranno utilizzati per il pagamento dei crediti: tali caratteristiche sono però fondamentali ai fini della valutazione dell’intervento.</p>
<p>In altre parole, siamo ancora mille miglia lontani dal recepimento della Direttiva Comunitaria “Late Payments” &#8211; approvata a marzo 2011 &#8211; che fissa in 60 giorni il termine massimo di pagamento nei rapporti commerciali fra PA ed imprese. Mancano infatti del tutto i necessari interventi sull’assetto organizzativo e sull’ordinamento contabile della pubblica amministrazione, così da renderli coerenti con le finalità della Direttiva e in particolare con l’obiettivo di assicurare il pagamento dei debiti entro 60 giorni. Mancano le norme per la certificazione dei crediti che pure sono state previste dalla Legge di Stabilità 2012, finalizzate a favorire lo smobilizzo degli stessi crediti presso il sistema bancario. A differenza di quanto previsto dalla stessa legge, occorre  estendere la piena certificazione e lo smobilizzo bancario  anche al settore della sanità che, sebbene sia tra i più colpiti dal fenomeno dei ritardati pagamenti, è sino a oggi rimasto escluso dalla possibilità di avvalersi della certificazione. Occorre ancora modificare le regole sul patto di stabilità interno in modo tale che gli enti locali virtuosi, con i conti in regola e che abbiano disponibilità di cassa possano pagare i propri debiti commerciali e quelli relativi agli investimenti. Bisogna rimuovere il blocco delle azioni esecutive relative ai debiti commerciali nei confronti delle aziende sanitarie operanti nelle Regioni firmatarie dei piani di rientro e/o commissariate, previsto, per il 2012, dal DL 98/2011. Bisogna prevedere la possibilità per le imprese di compensare i crediti verso la PA con i debiti iscritti a ruolo, indicata da u,a legge del 2010 puntualmente mai attuata, e che va semmai estesa  per assicurare alle imprese la più ampia possibilità di compensare i crediti con debiti verso il settore pubblico di qualsiasi natura.</p>
<p>Ma parliamoci chiaro. Senza un deciso cambi di marcia sulla gestione del debito pubblico, lo Stato avrà sempre buon gioco nel sostenere che far emergere altri  70 miliardi di euro di debito non è esattamente una decisione da considerare priorità nazionale. Anche per questo, infatti, bisogna abbandonare la strada sin qui seguita con assoluta continuità,  da 20 anni a questa parte, dalle manovre del governo Amato a quelle di Ciampi per entrare nell’euro, da quelle di Visco e Padoa Schioppa per abbattere il deficit a quelle di Tremonti della scorsa estate quando l’Italia è diventata il possibile detonatore dell’euro, sino al cosiddetto decreto salva-Italia del governo Monti, nello scorso dicembre.</p>
<p>La strada seguita è stata sempre la stessa, ad onta del variare dei governi, di sinistra, di destra o dei tecnici. Quella di proporsi come unica soluzione la via di un graduale abbattimento del debito, attraverso sanguinosi avanzi primari nell’ordine di 5-6 punti di Pil l’anno, da realizzare pressoché esclusivamente attraverso aggravi fiscali. E’ una strada che ha inchiodato il Paese a tassi di crescita sempre più bassi. Che ci ha regalato una pressione fiscale record, e che avvelena il Paese nella diuturna polemica tra chi sono i veri evasori.</p>
<p>Le quattro manovre triennali 2012-2014 susseguitesi nel 2011 hanno disegnato un orizzonte complessivo di miglioramento dei saldi pubblici fatto di 48,3 miliardi nel 2012, 75,6 nel 2013, 81,2 miliardi nel 2013. Per il 74% il miglioramento complessivo è stato deliberato da Berlusconi-Tremonti, per un quarto da Monti. Ma entrambi i governi condividono la via della sberla fiscale. Nel 2012, l’80% del miglioramento dei saldi si deve a più tasse. Con una pressione fiscale che supererà nel 2013 il 46% del Pil, e levando il 17% di Pil “nero” inglobatovi dall’Istat ecco che siamo al record mondiale del 54%.</p>
<p>Una via alternativa c’è. C’è eccome. Si tratta di decidersi ad abbattimenti del debito non lavorando sui flussi, ma sullo stock. Per decine di punti insieme, e senza effetti recessivi. La sola cessione dei mattoni della PA,  costituendoli in dotazione patrimoniale di un fondo chiuso immobiliare, da far gestire da attori di mercato e secondo procedure e con tempi di di mercato, è operazione che vale secondo le stime degli attivi patrimoniali del Tesoro dai 400 ai 500 miliardi. Un’azione di tal genere può diventare ancor più incisiva estendendola a tante delle 7mila società pubbliche a controllo pubblico locale, se proprio non si vogliono toccare quelle a controllo statale. Ed è un’azione che va accompagnata da interventi sempre sugli stock  e non più sui flussi estesi anche alla spesa pubblica: la spending review promessa dal governo non deve riguardare i 5 o al più 10 miliardi di euro di cui si vocifera, cioè briciole, ma 6-7 punti di Pil entro 6 anni come realizzato in Germania negli anni 2002-2007.</p>
<p>Chi dice “non si può fare” lavora solo per la permanenza del peggiore ostacolo alla crescita italiana. Cioè lo Stato come attualmente si presenta ai nostri occhi. Ipertrofico, inefficiente, guardiano di interessi per soli amici degli amici. E ladro, per di più. Ladro! Ladro!</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giustizia sempre più cara &#8230; e c&#8217;è chi ne approfitta</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro</strong>: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di € 4.000,00 (fino al 05.07.2011 andavano da € 16,50 ad € 2.000,00, poi aumentati dall&#8217;art. 37 c. 6 lett. f del D.L. 98/2011); la &#8220;Legge di stabilità&#8221; per il 2012 ha ulteriormente elevato l&#8217;importo del balzello del 50% per il grado di appello portandolo da un minimo di € 27,75 ad un massimo di € 6.000,00 e del doppio per i ricorsi davanti alla Corte di Cassazione portandolo da € 37,00 ad € 8.000,00 (art. 28 c. 1 lett. a della L. 183/2011).<br />
Pazienza! Significa che, &#8230; <span id="more-11500"></span></p>
<p style="text-align: justify">chi vuol litigare davanti al Giudice, oltre a sostenere il costo el proprio avvocato e di correre il rischio di essere condannato a rifondere le spese sostenute dal suo avversario, deve pagare un <em>ticket</em> più o meno salato all&#8217;Amministrazione della Giustizia e perciò si regolerà di conseguenza: se sarà sufficientemente &#8220;<em>tignoso</em>&#8221; e deciderà di andare avanti, ne sosterrà costi ed oneri; se invece sarà meno determinato, rinuncerà <em>obtorto collo</em> a rivendicare i propri diritti o a difendersi da eventuali pretese ingiuste da parte della Pubblica Amministrazione.<br />
Nel delineato contesto, sorgono almeno due <strong>problemi</strong>.<br />
Il <strong>primo</strong> è che <strong>il costo dell&#8217;accesso alla Giustizia è ormai abbandonato alla libera scelta discrezionale del Legislatore</strong> che, una volta sostituita l&#8217;originaria imposta di bollo sugli atti giudiziari (nella maggior parte dei casi ben più gestibile e sostenibile) col contributo unificato, può modificare a suo piacimento e secondo le esigenze di gettito gli importi dovuti e gli scaglioni di valore rendendo sempre più costoso per i Cittadini rivolgersi al Giudice; in questo modo ben può anche utilizzare impunemente la leva del costo come dissuasore in spregio dei diritti fondamentali dei Cittadini.<br />
Il <strong>secondo</strong> e che <strong>gli Avvocati (e dunque i loro Clienti) sono in balia delle varie Cancellerie</strong> che effettuano il controllo di congruità del contributo unificato e che applicano direttive superiori non sempre coerenti con le normative. E&#8217; quanto sta succedendo, ad esempio, nei <strong>Giudizi davanti alla Corte Suprema di Cassazione</strong> dove, per le cause che vengono inscritte a ruolo a partire dall&#8217;1 Gennaio 2012 viene preteso il pagamento del contributo unificato nella misura raddoppiata in palese violazione della norma che ha stabilito l&#8217;aumento secondo la quale &#8220;<em>la disposizione &#8230; si applica anche alle controversie pendenti nelle quali il provvedimento impugnato è stato pubblicato ovvero &#8230; depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge</em>&#8221; (cfr. art. 28 c. 3 della L. 183/2011) e cioè dal 01.01.2012 (cfr. art. 36 della Medesima Legge). L&#8217;estensore della disposizione forse aveva le idee un po&#8217; confuse (c&#8217;è un &#8220;<em>anche&#8221; ed un &#8220;pendenti</em>&#8221; che, combinati col resto della frase, sono palesemente inconferenti), ma una lettura logica e possibile consente di affermare che la misura raddoppiata del contributo unificato non sorge per la &#8220;<em>iscrizione a ruolo</em>&#8221; dei ricorsi davanti alla Corte di Cassazione effettuata a partire dal 01.01.2012, ma quando quei ricorsi riguardano Sentenze o altri provvedimenti decisori pubblicati o depositati a partire dal 01.01.2012. Il ché significa che <strong>Qualcuno (???) sta approfittando ingiustamente degli aumenti disposti dalla <em>Legge di stabilità</em> per il 2012</strong> <strong>pretendendo il pagamento di importi non dovuti</strong> e creando non poche difficoltà agli Avvocati che debbono effettuare l&#8217;adempimento processuale dell&#8217;iscrizione a ruolo delle cause nell&#8217;interesse dei propri Clienti! Considerato che le Sentenze pubblicate o depositate il 31.12.2011 (se non notificate) possono essere impugnate fino al 30.06.2012, non è difficile prevedere il valore delle eccedenze di &#8220;<em>contributo unificato</em>&#8221; che sarà indebitamente introitata dall&#8217;Amministrazione della Giustizia nei primi sei mesi del 2012.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Italia è ancora uno Stato di diritto oppure uno Stato in cui il diritto è sottoposto all&#8217;umore di chi ha il potere di decidere per tutti?</p>
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		<title>Manovra Monti: Professioni intellettuali: c’è bisogno di libertà, non di caos</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 10:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Boccalatte</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[manovramonti]]></category>
		<category><![CDATA[professioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Premetto anche che – come vado ripetendo in ogni sede – liberalizzare e semplificare significa, prima di tutto e più di tutto, abrogare disposizioni vigenti; nondimeno, abrogare non significa gettare nell’incertezza, se non nel caos, tutti coloro che dovranno applicare la disciplina che scaturisce dall’abrogazione.
Ebbene, l’intervento del Decreto Monti in materia di professioni intellettuali è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Premetto anche che – come vado ripetendo in ogni sede – liberalizzare e semplificare significa, prima di tutto e più di tutto, abrogare disposizioni vigenti; nondimeno, abrogare non significa gettare nell’incertezza, se non nel caos, tutti coloro che dovranno applicare la disciplina che scaturisce dall’abrogazione.<br />
Ebbene, l’intervento del Decreto Monti in materia di professioni intellettuali è scritto veramente in modo aberrante e porta ad aumentare l’incertezza del diritto.<br />
A parte la diminuzione del periodo minimo di tirocinio prima di poter essere ammessi all’esame di abilitazione all’esercizio di una qualche professione (che cala da tre anni a diciotto mesi), sulla quale si può formulare un giudizio moderatamente positivo, si interviene sulla recentissima “legge di stabilità” (legge 12 novembre 2011, n. 183) in un modo incomprensibile.<br />
<span id="more-10833"></span><br />
La legge di stabilità (a sua volta modificando norme adottate nel decreto del convulso agosto 2011) autorizza il Governo ad emanare regolamenti (anzi: più propriamente si parla di un “decreto”, al singolare, quindi) di delegificazione entro l’agosto 2012 al fine di riformare gli ordinamenti professionali secondo alcuni principi ivi indicati: al momento dell’entrata in vigore di tale regolamento scatterà l’abrogazione “delle norme vigenti sugli ordinamenti professionali”. Per gli addetti ai lavori: è il normale meccanismo dell’abrogazione ad efficacia differita, tipico del procedimento di delegificazione.<br />
Ecco: il Decreto Monti specifica che “in ogni caso”, quindi anche qualora tale regolamento di delegificazione non fosse adottato, l’abrogazione scatta il 13 agosto 2012.<br />
E’ un bel problema, anzi: una sgradevole matassa di problemi!<br />
In primo luogo: quali sono “le norme vigenti sugli ordinamenti professionali”? Le intere leggi professionali? Alcune parti delle leggi professionali? E in quest’ultima ipotesi, di grazia, quali? Quelle che hanno “natura” (!?) ordinamentale? Oppure sono abrogate le norme sugli ordinamenti professionali che siano in contrasto con gli specifici principi fondamentali sui quali s’incardina il regolamento di delegificazione?<br />
A questi problemi ereditati dall’opera del Governo Berlusconi, Monti, inopinatamente, ne aggiunge un altro, se possibile ancor peggiore: se non viene adottato il regolamento di delegificazione, quali sono le norme che cadono sotto la mannaia dell’abrogazione “in ogni caso” al 13 agosto 2012? Tutte? Dobbiamo quindi ritenere che restino in vigore solo le norme deontologiche adottate dai singoli Ordini? Oppure, addirittura, siamo legittimati a pensare che siano abrogati gli Ordini stessi e il settore sia sottoposto a completa liberalizzazione?<br />
No: abrogare non significa creare il caos in un settore normativo, liberalizzare non significa gettare milioni di persone nell’incertezza giuridica. Sorge solo il dubbio che questa disposizione sia stata adottata solo a scopo “monitorio”, per spronare il Governo (questo o quello futuro…) ad adottare ad ogni costo il regolamento di delegificazione: ma dobbiamo usare le norme a mo’ di minaccia?<br />
Allora sorge un’ultima domanda, la più importante: non sarebbe stato più opportuno allegare una bella tabella di disposizioni soggette ad abrogazione? E’ una tecnica semplice e chiara, si chiama “abrogazione espressa” ed è consigliata da tutti i testi di tecnica legislativa: ma forse in questo governo di professori si sono dimenticati questa materia. Ancora, come sempre.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Pareggio di bilancio, si parte malissimo&#8221;</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/24/pareggio-di-bilancio-si-parte-malissimo/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[pareggio di bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio
Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio</em></p>
<p>Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non contiene nemmeno l&#8217;espressione pareggio di bilancio. Secondo la proposta delle commissioni approvata con il voto pressoché unanime dei partiti, la Costituzione dovrebbe fissare l&#8217;obbligo per il Parlamento all&#8217;equilibrio di bilancio, un concetto ignoto alla dottrina economica e al diritto.</p>
<p>Come spesso accade lo Stato, il potere pubblico, riserva a se stesso quello che vieta a cittadini ed imprese. Provate a depositare in tribunale un bilancio di impresa in equilibrio come quello dello Stato italiano e vedete se non vi troverete dritti dritti alla sezione fallimentare.<br />
<span id="more-10580"></span>Eppure questa discussione era iniziata il 14 agosto, con la convocazione straordinaria delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, alle quali l&#8217;allora ministro Tremonti aveva annunciato l&#8217;esistenza della lettera della Bce al governo italiano e la necessità di mettere mano immediatamente alla Costituzione per adempiere al patto Europlus approvato dai Capi di Stato e di Governo della zona euro nella riunione dell&#8217;11 marzo scorso, su impulso franco-tedesco, e condiviso dal Consiglio europeo del 24-25 marzo.</p>
<p>La straordinarietà degli eventi e della convocazione parlamentare poteva illudere sul fatto che il sistema dei partiti acquisisse consapevolezza del fatto che il fallimento politico rappresentato dall&#8217;enorme debito pubblico fosse innanzitutto conseguenza della scientifica elusione della disciplina di bilancio fissata dalla Costituzione, dove è scritto qualcosa che da più di quarant&#8217;anni non avviene, e cioè che “con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese” e che “ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.</p>
<p>Bastava sentire l&#8217;intervento di Peppino Calderisi per rendersi conto del fatto che il parlamento non ignora la propria responsabilità storica: “È indubbio che nelle intenzioni dei nostri padri costituenti l&#8217;articolo 81 avrebbe dovuto assicurare la naturale tendenza al pareggio di bilancio. Così, del resto, si espressero testualmente sia Ezio Vanoni, firmatario dell&#8217;emendamento che sarebbe poi diventato norma costituzionale, sia Luigi Einaudi. Peraltro, se assai rigorose furono le intenzioni dei costituenti, affatto diversi furono gli esiti dell&#8217;applicazione della previsione costituzionale. […] Tanti sono i modi con i quali sono stati aggirati i vincoli dell&#8217;articolo 81 della Costituzione: copertura delle leggi di spesa solo per il primo anno; l&#8217;indebitamento considerato come una forma legittima di copertura, legittimità sancita da una sentenza della Corte costituzionale, la n. 1 del 1966; sentenze della Corte peraltro che, in applicazione del principio uguaglianza, hanno esteso benefici ad una platea enorme di cittadini senza nessuna copertura finanziaria; finanziarie con deficit a doppia cifra negli anni Ottanta, anche superiori al 20 per cento del PIL, con le relazioni di minoranza dell&#8217;allora Partito Comunista Italiano che dicevano che queste finanziarie erano recessive; finanziarie modificate con i meccanismi degli emendamenti vol au vent di Cirino Pomicino, ma questa è già altra questione; finanziarie per le quali ogni navetta parlamentare costava dai mille ai duemila miliardi di lire, con emendamenti votati a scrutinio segreto”.</p>
<p>Eppure nella discussione di ieri questa ricostruzione storica veniva letta con tutt&#8217;altro giudizio di valore dal deputato del Pd, costituzionalista prodiano, Gianclaudio Bressa, che ha sostenuto la tesi sociale della sinistra (e non solo): “L&#8217;articolo 81 è stato scritto da Mortati e Vanoni con l&#8217;importante tutoraggio di Luigi Einaudi. Mortati e Vanoni erano due costituenti favorevoli all&#8217;introduzione in Costituzione dei diritti sociali, ma erano anche preoccupati per programmi realistici di attuazione degli stessi […] La definitiva riplasmazione dei principi dell&#8217;articolo 81 della Costituzione è stata opera, sul piano della dottrina negli anni Sessanta, di Valerio Onida, nel suo fondamentale libro Le leggi di spesa nella Costituzione. È cambiato il tempo e la cultura politico-economica. L&#8217;articolo 81 della Costituzione non intendeva incorporare il principio del pareggio di bilancio e nemmeno quello della tendenza al pareggio. La sua logica è rivolta a permettere una gestione della politica finanziaria statale, impostata dal Governo e consentita dal Parlamento, ma condotta in maniera ordinata secondo un piano prestabilito. La legge di bilancio ha un valore sostanziale, può disporre provvedimenti nuovi, incisivi sugli sviluppi futuri della finanza, e può prestabilire fondi speciali in previsione dell&#8217;approvazione di future leggi. I fondi non cadono sotto il divieto del terzo comma dell&#8217;articolo 81 della Costituzione di nuove spese, perché non predispongono una spesa attuale. Quando la copertura è garantita dai fondi speciali il quarto comma è rispettato. La copertura si fa sul disavanzo legittimamente. La sentenza n. 1 del 1966 della Corte costituzionale conferma la tesi di Onida. Questa diventa la lettura ortodossa dell&#8217;articolo 81 della Costituzione. Qui nasce il problema che porterà, alla fine degli anni Settanta, allo sfondamento sistematico del bilancio. Nel 1979 più del 40 per cento della spesa era finanziato con il ricorso al debito”.</p>
<p>Non c&#8217;è dibattito politico in cui non si affermi che il problema dei problemi è la dimensione del debito pubblico e la sua apparentemente inarrestabile tendenza a crescere. Il contatore del debito presente sulla home page di questo blog cerca di ricordarlo a tutti.</p>
<p>Eppure quando si tratta di predisporre una regola elementare di bilancio, quella del pareggio, il sistema politico cerca di scrivere norme di facile elusione. Come ha ben documentato Serena Sileoni nella audizione parlamentare e in un recente focus IBL (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_193_Sileoni.pdf">PDF</a>), solo le proposte firmate da Nicola Rossi al Senato e Antonio Martino alla Camera sono in grado di determinare una effettiva disciplina di bilancio, con cui almeno stabilire criterio restrittivi e straordinari per contrarre debito. Esse inoltre hanno l&#8217;ardire di volere stabilire un limite alla dimensione della spesa pubblica in rapporto al Pil.</p>
<p>Oggi la Repubblica Italiana fagocita più del 50% della ricchezza prodotta dai suoi cittadini, con il risultato che si produce sempre meno ricchezza. Nicola Rossi e Antonio Martino hanno proposto di ridurre del 5% questo gigantesco importo, fissando al 45% (una percentuale comunque enorme) il limite alla spessa pubblica. Ma questa idea di ragionevole salute pubblica è stata del tutto espulsa – per ora – dalla discussione sull&#8217;equilibrio di bilancio.</p>
<p>Nelle prossime settimane si dovrà dare battaglia sugli emendamenti, per evitare che una riforma gattopardesca venga approvata, con il solo scopo di somministrare narcotici al popolo inquieto. Un piccolo drappello ha firmato la proposta di Antonio Martino, lo stesso piccolo drappello può avviare una battaglia parlamentare. E se non sarà possibile introdurre il principio del pareggio di bilancio e il limite alla voracità della Repubblica, allora è meglio non toccare nulla, altrimenti il debito potrebbe crescere più velocemente.</p>
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		<title>Vite imprevidenti, esistenze amministrate (ossia, sui paradossi pensionistici)</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 11:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza]]></category>
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		<category><![CDATA[università]]></category>
		<category><![CDATA[pianificazione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Welfare State]]></category>

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		<description><![CDATA[Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l&#8217;accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l&#8217;accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel cuore. Leggo sulla stampa di oggi che anche un luminare in malattie infettive dell’ospedale di Brescia, professor Giampiero Carosi,  è costretto ad andare in pensione (è nato nel 1941) e ad abbandonare l’Istituto universitario che dirige.</p>
<p>Poi c’è il “resto del mondo”, ossia il nuovo leader del sindacalismo tricolore, Umberto Bossi, quotidianamente in trincea per difendere il diritto ad andare in pensione prima dei 65 anni, mentre l’Europa, Angela Merkel, gli opinionisti illuminati, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e – chi lo sa? – forse anche l’Uefa e i mormoni dello Utah spingono per una riforma che ritardi quanto più sia possibile l’età del pensionamento.<span id="more-10367"></span></p>
<p>La contraddizione (in parte apparente) è presto detta: un professore anziano costa ai conti pubblici assai più di un professore pensionato, e poiché si spera che non verrà sostituito l’operazione – sul piano contabile – è conveniente. Se invece un operaio smette di lavorare, non vivrà più con i soldi che prima riceveva dall’impresa in cambio del suo lavoro, ma con il denaro che l’Inps avrebbe dovuto accantonare e investire (e che invece sono spariti nel buco nero della previdenza di Stato).</p>
<p>Tutto discende dal fatto che il mondo, da tempo, è a testa in giù. La gente non ha la possibilità di gestire da sé il proprio risparmio previdenziale, costruendosi una pensione per la vecchiaia. No: la statizzazione della previdenza fa sì che siamo tutti immersi in logiche collettiviste. Si paga tanto (di sicuro) e si riceverà qualcosa (forse). Le pensioni di Stato hanno riscritto Karl Marx in questi  termini: “da ciascuno secondo le sue possibilità, e quanto più può; e a ciascuno secondo la sua capacità di strappare benefici e privilegi”.</p>
<p>Lo Stato, che un tempo era essenzialmente guerre e conquiste, oggi è divenuto buono. Lo Stato, oggi, è in primo luogo la Previdenza che si prende cura di noi. Possiamo anche diventare più stupidi di quanto non siamo già, possiamo anche giocare tutti i nostri soldi alle slot-machine del bara sotto casa. Che importa? Lo Stato pensa ai noi e amministra la nostra vita. Perché mai dovremmo lamentarsi?</p>
<p>P.S. Sempre sui giornali di oggi si può leggere che tra meno di venti mesi potranno ottenere il diritto al vitalizio pensionistico i quarantacinquenni Italo Bocchino e Alberto Giorgetti, e molti altri (magari meno noti) che sono nella loro situazione. Ma il vero problema non è tanto la Casta. Il nemico da sconfiggere è il socialismo.</p>
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		<title>Art. 41 Cost: la proposta dell’Istituto Bruno Leoni</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 20:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà d'impresa]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[L’articolo 41 della Costituzione relativo alla libertà di iniziativa economica privata è stato generoso nei confronti delle più svariate interpretazioni.
Frutto, come noto, di un significativo compromesso,  era chiaro agli stessi costituenti che poteva essere la promessa di un sistema di libero mercato o la sua definitiva limitazione sotto un regime economico dirigista e interventista.
Gli ultimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’articolo 41 della Costituzione relativo alla libertà di iniziativa economica privata è stato generoso nei confronti delle più svariate interpretazioni.</p>
<p>Frutto, come noto, di un significativo compromesso,  era chiaro agli stessi costituenti che poteva essere la promessa di un sistema di libero mercato o la sua definitiva limitazione sotto un regime economico dirigista e interventista.</p>
<p>Gli ultimi governi, pur se con enfasi differenti, anche sotto l’impulso europeo hanno tendenzialmente dichiarato di voler concedere una maggiore fiducia al mercato e di voler imprimere una svolta più liberale alle attività economiche; e non potrebbe forse essere altrimenti, visto che l’esperienza repubblicana ci ha consegnato più i fallimenti dello Stato che quelli del mercato, a cominciare dall’emergenza del debito e della spesa pubblici.<span id="more-10066"></span>Occorre dunque prima di tutto chiedersi se il disegno costituzionale ora in esame in Parlamento, nonché le altre proposte di iniziativa parlamentare, cambieranno sul serio le regole della Costituzione economica, fino al punto da modificare l’interpretazione giudiziaria e l’approccio della Corte costituzionale in materia.<br />
Tanto il disegno di legge, che avevamo <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/06/19/modificare-l%E2%80%99art-41-cost-an-cur-quid-e-quomodo/">già analizzato nella prima formulazione  anche su chicago-blog</a>, quanto le altre proposte non sembrano aggiungere nessuna nuova regola prescrittiva alla Costituzione, né tantomeno togliere quelle occasioni di intervento pubblico o di compressione all’intrapresa economica che si dichiara di voler limitare, cosicché, in una teorica prova di forza, probabilmente la Corte costituzionale non potrebbe cambiare significativamente la propria giurisprudenza.</p>
<p>A ben vedere, qualsiasi criterio venga costituzionalizzato per consentire l’intervento pubblico nell’economia rischia di essere interpretato, per quanto stringente, in maniera estensiva, fino a minacciare la libertà di concorrenza. Occorre dunque introdurre una regola al negativo, che vieti allo Stato di essere imprenditore quando esistono già degli operatori economici privati in grado di soddisfare le medesime esigenze, e con la medesima, se non superiore, capacità di soddisfacimento dei consociati.</p>
<p>Solo una regola del genere, che faccia dell’iniziativa economica pubblica una scelta sussidiaria rispetto a quella privata, è in grado di essere cogente per le politiche economiche e chiara per l’interpretazione giurisprudenziale, dicendo in modo cristallino ciò che finora è stato sfocato, ovverosia quando lo Stato deve intervenire, e quando – specularmente – il mercato è considerato dinamicamente efficiente.<br />
La costituzionalizzazione di questo principio avrebbe le seguenti positività:</p>
<ol>
<li>sarebbe veramente innovativa e prescrittiva, rispetto alle altre formulazioni finora proposte, le quali o hanno un valore meramente programmatico, o ripetono quanto già emerge dal dettato costituzionale.</li>
<li>dal punto di vista del <em>drafting</em>, avrebbe un tono costituzionale, mentre ci stiamo abituando a leggere proposte che appartengono più al linguaggio delle leggi ordinarie, se non dei regolamenti.</li>
<li>darebbe certezza agli operatori economici, perché eviterebbe la scrittura di clausole aperte la cui interpretazione resta alla mercé della classe politica e dei giudici.</li>
<li>da ultimo, ma non per importanza, darebbe un chiaro segnale di fiducia verso il mercato, senza tuttavia compromettere la solidarietà economica e sociale, fondante il nostro ordinamento, poiché consentirebbe l’intervento pubblico al fine di garantire, come si dice oggi, i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Gli enti pubblici potrebbero infatti entrare nelle dinamiche economiche solo se i privati, dal basso, non fossero in grado di agire con efficacia e efficienza (come potrebbe accadere, primariamente, in caso di servizi pubblici essenziali). Il loro intervento dovrebbe essere consentito solo dopo che, naturalmente, ne venga accertata la necessità sulla base di modalità e criteri previsti dal legislatore. Ciò implica che l’intervento pubblico non possa essere retroattivo e debba essere sottoposto a una riserva rinforzata di legge, sempre al fine di dare certezza al mercato.</li>
</ol>
<p>All’ingresso di questo principio costituzionale dovrebbero accompagnarsi anche alcune abrogazioni: il secondo comma dell’art. 41 – secondo cui l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà e la dignità – dovrebbe essere eliminato non perché questi valori non siano degni della più alta considerazione, quanto piuttosto perché essi farebbero comunque da contraltare alla libertà di intrapresa. La Costituzione è già di per sé un sistema di bilanciamento tra interessi e diritti di pari livello, e non occorre dunque ripetere quanto già essa prescrive.</p>
<p>Anche il comma terzo dell’art. 41 andrebbe abrogato: la pianificazione e la programmazione economica sembrano aver ormai concluso, sempre che l’abbiano davvero avviato, il loro corso storico, e sarebbe incoerente proprio con il principio di sussidiarietà un ritorno a un passato, mai invero completamente attuato, di programmazione economica.  Gli esegeti e gli storici della Costituzione, non a caso, hanno più volte affermato che l’abrogazione di questo comma sarebbe inutile poiché esso non ha comunque trovato una effettiva applicazione. Se così fosse, dunque, perché mantenerlo? Non sarebbe invece più opportuno, anche ai fini della certezza delle regole giuridiche, eliminarlo?</p>
<p>Ciò che invece ha consentito ampiamente allo Stato di vestire i panni dell’imprenditore è stato l’art. 43 sulla riserva originaria o il trasferimento di imprese e categorie di imprese in mano pubblica. Si propone dunque che anch’esso sia abrogato. Se lo Stato o gli altri enti pubblici, compresi quelli territoriali, dovessero intervenire per garantire la fruizione di beni e servizi a utenti che altrimenti non potrebbero goderne, la nuova formulazione dell’art. 41 qui proposta sarebbe sufficiente a dare copertura costituzionale a tale scelta.</p>
<p>Ecco dunque come dovrebbero essere riscritti gli articoli 41 e 43 della Costituzione.</p>
<p><strong>Art. 41</strong></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="233"><strong>Testo proposto</strong></td>
<td valign="top" width="233"><strong>Testo vigente</strong></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="233">L’iniziativa economica privata è libera.</td>
<td valign="top" width="233">L’iniziativa economica privata è libera.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="233">Lo Stato e gli enti pubblici non possono intervenire se non con norme che dispongano solo per il futuro.</td>
<td valign="top" width="233">Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="233">La legge stabilisce le modalità e i limiti di intervento per garantire, in caso di necessità, la fornitura dei servizi di interesse pubblico.</td>
<td valign="top" width="233">La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica o privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Art. 43</strong></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="233"><strong>Testo proposto</strong></td>
<td valign="top" width="233"><strong>Testo vigente</strong></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="233">L’iniziativa economica pubblica non può svolgersi in concorrenza con quella privata.</td>
<td valign="top" width="233">A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<title>Fuori i profitti dall&#8217;acqua (entrano i partiti)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:56:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[authority]]></category>
		<category><![CDATA[concessioni]]></category>
		<category><![CDATA[opere pubbliche]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[tariffe]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Le intercettazioni di Valter Lavitola toccano anche il business dell&#8217;acqua, e mostrano che, col referendum, gli italiani si sono sparati sul piede.Sul Fatto quotidiano di oggi, Riccardo Gardel riporta alcuni dialoghi tra il faccendiere e direttore dell&#8217;Avanti e Roberto Guercio, il professore di sistemi idraulici nominato commissario straordinario per le emergenze idrogeologiche in diverse regioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le intercettazioni di Valter Lavitola toccano anche il business dell&#8217;acqua, e mostrano che, col referendum, gli italiani si sono sparati sul piede.<span id="more-10017"></span>Sul <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/nelle-telefonate-di-lavitola-le-strategie-su-come-aggirare-il-referendum-sullacqua/155662" target="_blank"><em>Fatto quotidiano</em></a> di oggi, Riccardo Gardel riporta alcuni dialoghi tra il faccendiere e direttore dell&#8217;<em>Avanti</em> e Roberto Guercio, il professore di sistemi idraulici nominato commissario straordinario per le emergenze idrogeologiche in diverse regioni italiane. I due discutono a lungo dei vantaggi e svantaggi reddituali che Guercio avrebbe essendo nominato commissario della neonata (ma non ancora insediata) agenzia di regolazione del servizio idrico. Questa è normale, anche se un po&#8217; squallida, politica. La parte interessante viene dopo.</p>
<p>Copio la ricostruzione di Gardel:</p>
<blockquote><p>Parlano a lungo di come mettere in salvo i profitti delle aziende interessate agli acquedotti italiani, che “stanno con la merda fino al collo perché le banche gli stanno chiedendo di rientrare”, come spiega Guercio al direttore dell’<em>Avanti!</em>. E la rete di Lavitola si mette in moto, con l’obiettivo preciso di gabbare il voto popolare&#8230;</p>
<p>Per il membro <em>in pectore</em> della neonata autority – che dovrebbe garantire e tutelare gli interessi dei cittadini su un bene essenziale per la vita – in fondo il voto di giugno non sembra essere, una volta entrato nell’agenzia, un grande problema: “Secondo me il referendum è un’opportunità”, commenta Guercio parlando con Lavitola. E spiega nei dettagli come sarà possibile per Caltagirone, il principale socio di Acea, continuare a incassare gli utili milionari della <em>multiutility</em> romana, bypassando il voto di giugno: “Non è detto che tu e i francesi dovete prendervi i soldi da Acea – spiega Guercio, riferendo il contenuto di un incontro con Caltagirone – dalla remunerazione del capitale, il capitale non si paga un cazzo, ma trasformiamo l’attuale concessione di gestione in una concessione di gestione e costruzione… E tu la redditività del capitale te la prendi costruendo per conto di Acea al 50% delle opere come prevede <em>in house</em> la normativa europea”. Se il voto ha abrogato il profitto – secondo quesito sull’acqua – stabilendo il principio della gestione pubblica, in fondo basta spostare gli utili dalla gestione al vero <em>core business</em> del gruppo Caltagirone, la costruzione delle infrastrutture. Questo è il piatto ricco che potrà continuare a garantire nei fatti l’interesse dei privati nell’acqua, beffando il voto del referendum.</p></blockquote>
<p>Esattamente come abbiamo scritto negli ultimi mesi <a href="http://www.chicago-blog.it/category/acqua-2/" target="_blank">infinite volte qui su Chicago-blog</a>, quando noi crediamo di parlare di acqua, parliamo in realtà di opere civili. La scelta reale è quella tra un sistema relativamente più trasparente e uno meno trasparente. Il principio cardine della trasparenza è la piena copertura dei costi in tariffa. La tariffa, specie se determinata da un&#8217;autorità indipendente, deve riflettere i costi efficienti per la realizzazione degli investimenti ritenuti necessari, e provvedere una adeguata remunerazione del capitale. Questo avviene necessariamente alla luce del sole, e le informazioni sono accessibili con relativa facilita.</p>
<p>Quali sono, allora, le falle del sistema attuale? Sono almeno tre. Una è nella natura del regolatore: un&#8217;agenzia governativa (non indipendente) con uno statuto un po&#8217; fru-fru (i commissari durano solo tre anni, sono rinnovabili e nella sostanza sono dominati da un super-direttore generale). La seconda e la terza falla derivano dal ciclone referendario. Il primo quesito ha fatto venir meno l&#8217;obbligo (ma non la possibilità) di selezionare il gestore del servizio con procedure trasparenti. Il secondo quesito, pur avendo conseguenze dubbie in termini strettamente giuridici (IBL <em>Briefing Paper</em> n.102, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_102-Referendum_Acqua.pdf" target="_blank">PDF</a>), tende a slegare il finanziamento degli investimenti dalla tariffa, e la tariffa dai costi (reali) del capitale. Non potendo remunerare adeguatamente l&#8217;attività industriale, i gestori sono incentivati a gonfiare i costi in maniera da far figurare bilanci in pareggio o in perdita, e spostare i profitti a valle: sia nel caso di intrecci aziendali, sia nel caso di prassi illecite di corruzione.</p>
<p>In sostanza, il tema sollevato nella conversazione di Lavitola e Guercio è esattamente che la perdita di trasparenza prodotta dal referendum rende più facile nascondere i profitti e più difficile individuare, con un appropriato disegno istituzionale, i comportamenti abusivi. Nell&#8217;assenza di obblighi di equilibrio contabile e di procedure di espulsione dei soggetti inefficienti, e in presenza di un sistema che rende la gestione del servizio non contendibile, finanziare gli investimenti diventa drammaticamente difficile &#8211; come hanno evidenziato tutti gli operatori finanziari intervenuti oggi al <a href="http://www.festivalacqua.org" target="_blank">Festival dell&#8217;acqua</a>. In compenso, costruire un universo parallelo dove i contribuenti pagano, con gli interessi, quello che non viene pagato dai consumatori è come vincere un terno al lotto. A repentaglio, cosi, non sono gli investimenti, ma i buoni investimenti, come hanno enfatizzato, da prospettive diverse, Piero Rubino e Lorenzo Bardelli. Anticipando i risultati del Blue Book 2011, Bardelli ha in particolare mostrato che le spa miste sono più &#8220;fedeli&#8221; dei gestori inhouse rispetto agli investimenti programmati e al loro costo. Indirettamente, Lavitola e Guercio, nella loro conversazione, illustrano perché.</p>
<p>Non sappiamo, ovviamente, se i due parlavano di fatti reali o di fantasie prive di fondamento: lo dirà la magistratura, ma qui non interessa. Quel che interessa è che è uno scenario verosimile. Il referendum ha cancellato uno sforzo di liberalizzazione parziale e insufficiente per sostituirlo con l&#8217;ecosistema della cricca.</p>
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		<title>Terrorismo fiscale liberticida</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
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		<category><![CDATA[fisco]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli emendamenti alla Manovra di Ferragosto (D.L. 138/2011) che quotidianamente si susseguono in un assurdo carosello di modifiche, innovazioni, ritrattazioni e bizzarrie di qualunque genere francamente disorientano tutti e dimostrano sempre di più la confusione mentale e politica in cui operano il Governo e quelli che dovrebbero essere i migliori cervelli del nostro Paese. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli emendamenti alla Manovra di Ferragosto (D.L. 138/2011) che quotidianamente si susseguono in un assurdo carosello di modifiche, innovazioni, ritrattazioni e bizzarrie di qualunque genere francamente disorientano tutti e dimostrano sempre di più la confusione mentale e politica in cui operano il Governo e quelli che dovrebbero essere i migliori cervelli del nostro Paese. In questo contesto emergono solo due certezze, peraltro mortificanti per i Cittadini: si sta facendo del vero e proprio terrorismo normativo sia attraverso l’inasprimento smodato e preoccupante dell’ambito penale tributario, sia attraverso la minaccia di devastanti accertamenti fiscali sulla base del potenziamento delle indagini finanziarie e degli altri strumenti accertativi.<span id="more-10015"></span>Il risultato sarà un incontrollato ampliamento della criminalizzazione di larghe categorie di Contribuenti stritolati dall’applicazione delle più sofisticate e generalizzate presunzioni legali (redditometro, spesometro, studi di settore, numero dei rapporti di tipo finanziario, disponibilità patrimoniali di qualunque genere, versamenti e prelevamenti bancari, …), umiliati dall’essere considerati evasori fino a prova contraria, vessati da un’azione dell’Amministrazione finanziaria prevaricante e prepotente che “dovrà” recuperare volumi di supposta evasione stabilita a tavolino dai burocrati di Stato ed ingiustamente depauperati in nome di una sconsiderata lotta al sommerso che troppo spesso finisce per tassare redditi inventati ed irreali anche in barba al principio della capacità contributiva. L’esperienza quotidiana di chi tratta la materia docet.</p>
<p>Tutto questo accade in un contesto in cui si propina un ipocrita spirito liberista che vorrebbe cambiare l’art. 41 Cost. per consacrare il principio secondo cui tutto diventerebbe lecito ad eccezione di ciò che la Legge espressamente vieta! Il proclama ha il sapore della beffa se si pensa, ad esempio, alla limitazione dell’uso del danaro contante per evitare di violare le norme antiriciclaggio, alla limitazione della possibilità di conseguire risparmi fiscali in modo lecito per evitare di incorrere nelle ipotesi elusive, alla limitazione di scegliere gli strumenti contrattuali ritenuti più adatti allo scopo la soluzione fiscalmente più conveniente per evitare di finire nella rete dell’abuso di diritto … Ma di quale liberismo si tratta? Questo contesto ossessivo ed ossessionante evoca piuttosto quello in cui si trovavano i sudditi del Principe Giovanni sottoposti alla prepotenza dello sceriffo di Nottingham con la differenza che manca un Robin Hood su cui sperare!</p>
<p>Se davvero la situazione è così grave e preoccupante e se davvero il volume dell’evasione in Italia si attesta intorno ai 270 miliardi di Euro di materia imponibile sottratta a tassazione con una perdita erariale stimata il 125 miliardi di Euro non esiste altra possibilità che far girare quel fiume di danaro all’interno dell’Italia in modo da renderlo volano di ricchezza per tutti: in questo momento è necessario liberare le risorse, incoraggiarne l’impiego, facilitarne la spesa, allentare lo spauracchio degli accertamenti fiscali da redditometro, spesometro, studi di settore e indagini finanziarie ed evitare di tentare di pareggiare i bilanci dello Stato con una improbabile previsione di entrata derivante dalla lotta all’evasione che serve solo a coprire demagogicamente gli incredibili sprechi dell’apparato dello Stato.</p>
<p>Con un po’ di misurata saggezza si potrebbero poi ottenere anche buoni risultati sotto il profilo della fedeltà fiscale creando finalmente (magari gradualmente) le condizioni per confidare sul contrasto di interessi fra gli stessi Contribuenti. Ad esempio, possono esistere due modi per indirizzare verso l’impiego dei sistemi di pagamento cd. “tracciati” che possono far emergere il sommerso: uno è quello di vietare o limitare quantitativamente l’utilizzo del danaro contante (come ha fatto il Governo); l’altro è quello di consentire la deduzione anche solo parziale delle spese sostenute con moneta elettronica (carte di credito, carte prepagate, pago-bancomat), con assegni bancari o circolari non trasferibili e con bonifici bancari.</p>
<p>In una economia stagnante o recessiva non si può colpire chi spende il proprio danaro perché è proprio così che si alimentano gli scambi commerciali, si dinamizza il mercato, si produce ricchezza e si creano posti di lavoro; i controlli da parte del Fisco ovviamente vanno eseguiti, ma non si può enfatizzare strumentalmente e demagogicamente la stima del risultato della lotta all’evasione brandendo l’arma degli accertamenti fiscali basati prevalentemente su mere presunzioni legali per illudere i Cittadini e terrorizzare i Contribuenti che potrebbero spendere le loro risorse a vantaggio di tutti! Così come non si può aggravare il sistema penale tributario quando la maggior parte degli accertamenti fiscali si basa su presunzioni legali, la formazione tributaria e giunta a livelli di complicazione, equivocità e farraginosità intollerabili, i Tribunali sono sovraccarichi di procedimenti penali al punto da rendere inevitabile derubricare numerose ipotesi di reato ad illecito amministrativo, le carceri scoppiano e servono nuovi provvedimenti di clemenza per evitare un sovraffollamento disumano.</p>
<p>La manovra finanziaria in atto deve perciò evolvere in tutt’altra direzione perché le notizie che giungono dal Governo destano solo allarme, sfiducia e ribellione e non sono adatte a risolvere né i problemi interni, né quelli internazionali.</p>
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		<title>Fisco, anche la Corte Costituzionale aiuta lo Stato ladro!</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 09:03:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[uguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[corte costituzionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri non sono riuscito a postare perché il blog non teneva -  a proposito, mi scuso coi lettori perché l&#8217;inconveniente capita un po&#8217; troppo spesso &#8211; dunque devo rimediare con un giorno di ritardo. Del resto, non è che abbia sbollito l&#8217;ira. Perché  la sentenza 247 della Corte Costituzionale, depositata il 25 luglio, per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri non sono riuscito a postare perché il blog non teneva -  a proposito, mi scuso coi lettori perché l&#8217;inconveniente capita un po&#8217; troppo spesso &#8211; dunque devo rimediare con un giorno di ritardo. Del resto, non è che abbia sbollito l&#8217;ira. Perché  la sentenza 247 della Corte Costituzionale, depositata il 25 luglio, per i sinceri liberali ma oso pensare per tutti i cittadini e contribuenti italiani non può che essere definita in un solo modo: una ver-go-gna  as-so-lu-ta, una Caporetto del diritto, uno schiaffo in faccia alla libertà e a quell&#8217;elementare principio di garanzia per tutti che è la certezza del diritto!<span id="more-9768"></span></p>
<p>La sentenza ha confermato la iena costituzionalità della norma introdotta con il decreto legislativo 223 del 2006, che ha raddoppiato i termini a disposizione per l&#8217;accertamento delle autorità autorità tributarie ai fini delle imposte dirette e dell&#8217;Iva. Rispetto ai quattro anni dalla presentazione della dichiarazione del contribuente, e ai cinque anni in caso di mancata dichiarazione, l autorità tributarie possono dunque accertare anche entro otto o dieci anni e anche quando i termini sono già scaduti, nel caso in cui l&#8217;irregolarità conttestata passi a violazione penale.</p>
<p>La Commissione tributaria di Napoli aveva chiesto alla Corte nella sua ordinanza di remissione se tale disposizione non configurasse un&#8217;incostituzionale riapertura dei termini successiva al loro decorrere, ed è manifestamente evidente che di questo si tratta.</p>
<p>Ma la Corte ha ritenuto invece che non si tratti di revivisvenza di termini ormai scaduti, ma di una semplice disposizione di legge successiva alla precedente, senza che la novatio violi alcun diritto.  Il contribuente potrà sempre prsentare a propria volta denuncia penale, ove ritenesse che l&#8217;amministrazione tributaria procedesse a segnalare al pubblico ministero l&#8217;eventualità di un reato a solo scopo di usto strumentale dei termini raddoppiati.</p>
<p>Questa tesi &#8220;sostanzialista&#8221; della Corte è solo l&#8217;ennessima conferma, purtroppo, di un indirizzo che sposa unilteralmente l&#8217;arbitrarietà dell&#8217;amministrazione fiscale in nome dei superiori interessi delle casse dello Stato. Inutile dire che ancora una volta vanno  farsi benedire le disposizioni sulla perentorietà e certezza dei termini, stabilite in quel testo deriso e calpestato quotidianamente dal fisco statale che è lo Statuto del contribuente. Superfluo osservare che nel nostro ordinamento l&#8217;accertamento tributario e il procedimento penale sono distinti e separati, e che fine precipuo del primo non è affatto quello di punire le violazioni eventuali del codice penale: la Corte decide invece che se i procedimenti fossero un&#8217;unica cosa, e si alimentassero circolarmente con pieno scambio di documenti, terminie finalità.</p>
<p>In un Paese normale, l&#8217;ho detto a voce alta stamane alla Versione di Oscar su Radio24, una sentenza di questo genere dovrebbe essere additata da tutti i media come una prova intollerabile del regime di privilegio che lo Stato riserva a se stesso, innanzi ai cittadini. Noi obbligati a rispettare al secondo i termini delle dichiarazioni e dei pagamenti, a costo altrimenti di gravissime sanzioni; lo Stato invece discrezionalmente interprete della dilazione dei tempi entro i quali riservarci nuove controprove sugli stessi documenti.</p>
<p>Un ordinamento e una gurisprudenza nei quali le garanzie sussistono ormai solo a vantaggio dello Stato contro il cittadino ribalta e ripudia un principio essenziale, che è all&#8217;origine stesso dei regimi di garanzie nei Paesi avanzati: essi nascono per tutelare il cittadino dagli eccessi e dalla discrezionalità dello Stato assolutista prima e centralizzato-burocratico poi, non per assicurare allo Stato ulteriori vantaggi.  Sentenze di questo tipo comportano inoltre il raddoppio pe rnoi tutti dei costi per la tenuta delle prove documentali.</p>
<p>Che un silenzio pressoché assoluto &#8211; hanno fatto eccezione solo il Sole 24ore e Italia oggi &#8211; sia riservato a decisioni tanto scandalose, mostra totale incomprensione  di ciò che davvero  allontana sempre più l&#8217;Italia dalla civiltà. Nel caso avvenga per ignoranza o buona fede. Se invece si tace in malafede, allora si pensa che il cittadino debba essere schiavo di uno Stato ladro.</p>
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		<title>Disciplina del prezzo dei libri: Petizione al Presidente della Repubblica</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 07:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[legislazione]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[regolamentazione]]></category>
		<category><![CDATA[sconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Innanzi all&#8217;approvazione parlamentare della nuova legge sull&#8217;editoria, a coloro che credono sia necessario ed auspicabile che il mercato librario rimanga libero non resta che appellarsi all&#8217;autorità del Presidente della Repubblica.
Vi invitiamo a sottoscrivere e a diffondere quanto più possibile questa petizione.
Illustrissimo Sig. Presidente,
il 20 luglio u.s. il Senato ha approvato, in via definitiva, la legge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Innanzi all&#8217;approvazione parlamentare della <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/07/20/amazon-e-troppo-efficiente-ce-un-limite-a-tutto-anche-agli-sconti/" target="_blank">nuova legge sull&#8217;editoria</a>, a coloro che credono sia necessario ed auspicabile che il mercato librario rimanga libero non resta che appellarsi all&#8217;autorità del Presidente della Repubblica.</em><br />
<em>Vi invitiamo a sottoscrivere e a diffondere quanto più possibile questa petizione</em>.</p>
<p>Illustrissimo Sig. Presidente,</p>
<p>il 20 luglio u.s. il Senato ha approvato, in via definitiva, la legge che impone vincoli sugli sconti e le promozioni di vendita dei libri.</p>
<p>Se la legge dovesse entrare in vigore, dal primo settembre il mercato dei libri non sarà più libero: un rigido tetto agli sconti e alle campagne promozionali renderà infatti la fissazione del prezzo dei libri non più soggetta al pieno principio della libera concorrenza, ma sottoposta a vincoli legislativi quanto a tempi e soglie di sconto.<span id="more-9754"></span>Vogliamo sottoporre alla Sua attenzione alcune considerazioni sulla legittimità del provvedimento, chiedendoLe di considerare questa petizione ai fini di un rinvio della legge alle Camere in sede di promulgazione.</p>
<p>La nostra Costituzione riconosce il diritto alla libera iniziativa economica privata, comprimibile dal legislatore solo per fini sociali, da intendersi, secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, come inerenti a quei settori in cui, data la particolarità o la scarsità del bene, un regime di libero mercato non riuscirebbe a garantire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini, a prescindere dalle loro condizioni.</p>
<p>Il libro è un bene di uso comune e non vitale. Non è né un bene scarso né sottoposto a un regime di monopolio naturale come le fonti energetiche, né essenziale alla sopravvivenza fisica come un medicinale salvavita. Perché dunque il legislatore dovrebbe imporre la politica dei prezzi di questo mercato, come accadeva in regimi del passato che non sono certo oggi ricordati per il rispetto della libertà dei cittadini, che, come dicevano Sturzo e Einaudi, è unica e indivisibile?</p>
<p>La legge dunque interviene in un settore commerciale che non presenta peculiarità tali da far ritenere legittimo un intervento legislativo per finalità sociali.</p>
<p>Pur ammettendo, per denegata ipotesi, che per fine sociale si possa intendere la promozione della cultura, non si vede come un divieto di fare sconti e promozioni possa agevolare il lettore ad acquistare più libri e accrescere il proprio livello culturale. Come può la limitazione pianificata di sconti e strategie promozionali contribuire alla diffusione della cultura e della lettura? Al più, scoraggerà chi deve fare i conti in tasca con il proprio stipendio ad acquistare libri e deprimerà un mercato già di per sé limitato.</p>
<p>I piccoli librai, come i piccoli editori, riescono ancora a sopravvivere proprio grazie alla possibilità di immaginare strategie di mercato diverse, parallele e alternative basate, ad esempio, su promozioni in occasione di qualche anniversario, sulla fidelizzazione di clienti affezionati che meriterebbero un trattamento di riguardo, sull’accessibilità del commercio elettronico, insomma sulla libertà di concepire un mercato atipico che, con un po’ di fantasia e coraggio, possa affiancarsi ai grandi marchi e fare la sua parte nella promozione della cultura.</p>
<p>I lettori, dal canto loro, non possono che trovare giovamento da strategie di sconti e vendite promozionali in grado, queste sì, di diffondere la cultura della lettura anche tra i giovani e coloro che non dispongono di un reddito medio-alto.</p>
<p>Questo ritorno a un protezionismo interno, peraltro inutile visto che qualsiasi libraio potrà domani acquisire un dominio internet in uno Stato straniero e vendere a sconti liberi la produzione italiana, è allarmante se si pensa che potrebbe essere esteso a qualsiasi altro bene, dal momento che il libro è un bene comune senza caratteristiche tali da rendere compatibile col dettato costituzionale una particolare compressione della libertà economica.</p>
<p>Esso è peraltro contraddittorio rispetto a un indirizzo politico che ritiene una maggiore libertà di intrapresa la cura adeguata alla ripresa dell’economia in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo, secondo quanto dimostra la recente liberalizzazione degli esercizi commerciali nelle città turistiche.</p>
<p>La legge in questione contrasta dunque con l’art. 41 della Costituzione e si profila come irragionevole ex art. 3 della Costituzione, restringendo il mercato dei libri e rendendolo meno accessibile a quanti oggi, tra la popolazione meno abbiente, vengono agevolati all’acquisto da sconti invitanti.</p>
<p>Inoltre, la legge contrasta anche col principio comunitario di libera concorrenza, ormai acquisito nel nostro ordinamento, poiché, di nuovo, non sembrano esservi nel mercato editoriale particolari esigenze di garantire servizi essenziali alla persona tali da giustificare un intervento autoritativo per correggerne le distorsioni.</p>
<p>Per quanto sopra ritenuto, siamo dunque a chiederLe di considerare tali profili di illegittimità costituzionale ai fini di un rinvio alle Camere della legge, che faccia ponderare meglio il Parlamento circa l’opportunità e la compatibilità col nostro sistema costituzionale dell’intervento legislativo in questione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per aderire alla petizione inserite un commento in cui specificate di sottoscrivere quanto sopra, specifinando il vostro NOME, COGNOME e CITTÀ</strong>.</p>
<p><strong>In caso di difficoltà nell&#8217;inserimento di un commento, è possibile sottoscrivere la petizione inviando un&#8217;<a href="mailto:webmaster@brunoleoni.it">e-mail</a></strong>.</p>
<p>Grazie</p>
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