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	<title>CHICAGO BLOG &#187; credito</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Ipertrofia della Finanza o Problema di Misurazione?</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Baggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell&#8217;ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell&#8217;ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell&#8217;economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell&#8217;ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo del PIL mondiale.</p>
<p style="text-align: justify">Non è contestabile l&#8217;affermazione in sé (la <a href="http://ideashaveconsequences.org/esiste-la-finanza2-e-non-e-astratta/leo"><span style="color: #000080">confermo</span></a>) quanto l&#8217;analisi delle cause, dal vulgo rintracciate semplicisticamente nell&#8217;avidità e nello strapotere della finanza ma austriacamente riconducibili all&#8217;inflazionismo delle Banche Centrali in quanto agenti monetari degli Stati; l&#8217;errore di analisi fa pensare che questo rapporto Finanza/PIL possa venir ridotto all&#8217;unità se non addirittura a meno&#8230; Ma ha senso? Che aspetto ha un mondo “equilibrato”?<span id="more-10603"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ho avuto una intuizione, ma prima di cercare i numeri ho pensato di valutare un modello di economia che girasse in modo “equilibrato”. L&#8217;esempio più semplice e chiaro mi è fornito dal modello di <a href="http://ideashaveconsequences.org/piccola-esposizione-su-wicksell/leo"><span style="color: #000080">Wicksell</span></a> del 1898. Questo modello riassume le classi di azioni nell&#8217;economia in quattro soggetti teorici e mostra i rapporti che tra loro intercorrono; Wicksell poi <em>shocka</em> variamente il sistema per studiarne le dinamiche inflazionistiche, ma questo oggi non ci interessa. L&#8217;attività bancaria – prestare denaro e tenere depositi – è riassunta nelle Banche; l&#8217;attività imprenditoriale – investimento e produzione – è riassunta nelle Imprese; i fattori produttivi – offerta di lavoro e consumo della relativa remunerazione – sono riassunti nei Lavoratori; l&#8217;attività capitalistica – commercio della produzione e risparmio – riassunta nei Commercianti. All&#8217;inizio di un periodo tipico si ha l&#8217;avvio della produzione ed il consumo della produzione già esistente; a fine del periodo si ha la realizzazione della nuova produzione, il suo risparmio per il successivo consumo, ed il saldo delle posizioni bancarie, come nello schema riportato qui sotto. Chiaramente il processo si ripropone subito dopo nel nuovo periodo. L&#8217;esempio considera una produzione di 101 unità del bene <em>y</em> (che è la dotazione iniziale di beni dei Commercianti), ottenuta dalle Imprese impiegando una data offerta di lavoro dei Lavoratori, pagati con un indebitamento presso le Banche per £ 100 all&#8217;interesse dell&#8217;1%.</p>
<p> <a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp"><img class="aligncenter size-full wp-image-10604" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/schema-wicksell.bmp" alt="" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il semplice schema di Wicksell prevede quindi che le Imprese si indebitino presso le Banche a inizio periodo (nell&#8217;esempio, per £ 100) per investire in forza lavoro (il credito iniziale diventa quindi il monte-stipendi); i Lavoratori spendono tutto acquistando le merci messe a disposizione dai Commercianti (i 101 <em>y</em> in magazzino meno il corrispettivo dell&#8217;1% di interessi del fine-periodo precedente, qui pari a 1 <em>y</em>), che a loro volta risparmiano fino alla fine del periodo depositando il ricavato nelle Banche. A fine periodo i Commercianti ritirano depositi e interessi (£ 101) con cui acquistano dalle Imprese la nuova produzione (101 <em>y</em>); le Imprese possono così estinguere il debito iniziale più gli interessi. A inizio periodo sul mercato al consumo il prezzo è £ 1 (£ 100 contro 100 <em>y</em>), così come a fine periodo sul mercato alla produzione (£ 101 contro 101 <em>y</em>); le Banche pareggiano sempre entrate e uscite; a fine periodo i Commercianti ricostruiscono sempre l&#8217;intero magazzino necessario per il proprio consumo e per le vendite del periodo successivo; le imprese non hanno extra-profitti. Il sistema economico gira in modo perfetto ed equilibrato.</p>
<p style="text-align: justify">In questo mondo perfetto, per ogni intero periodo, il PIL è pertanto £ 101 (101 <em>y</em> prodotti al prezzo unitario di £ 1), le Banche creano credito per £ 100, rimborsano £ 101 di depositi ed intermediano in totale £ 100+ £ 101 di flussi in entrata e £ 100 + £ 101 di flussi in uscita, si ha un servizio del debito (interessi) pari a £ 1, ed infine scambi reali di merci e lavoro per £ 100 + £ 100 + £ 101. Cioè:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="195">Credito creato</td>
<td valign="top" width="42">£ 100</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Servizio del debito</td>
<td valign="top" width="42">£ 1</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Flussi di uscita dalle Banche</td>
<td valign="top" width="42">£ 201</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Intermediazione bancaria totale</td>
<td valign="top" width="42">£ 402</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">Transazioni reali</td>
<td valign="top" width="42">£ 301</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="195">PIL</td>
<td valign="top" width="42">£ 101</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Il mondo della finanza quindi conta per £ 402, quasi 4 volte il PIL; evitando il doppio calcolo di entrate ed uscite il rapporto è comunque quasi di 2; se anche le transazioni reali venissero intermediate dal sistema bancario si avrebbe (al netto del doppio calcolo di entrate e uscite) un valore del mondo della finanza di £ 502, quasi 5 volte il PIL. In altre parole, a seconda del criterio di misurazione e del grado di intermediazione bancaria, in un mondo “sano ed equilibrato” la finanza pesa dal doppio (le sole uscite bancarie) a dieci volte (tutti i movimenti finanziari in un mondo totalmente bancarizzato) il PIL. Come si spiega che questi numeri siano relativi a un mondo equilibrato e non ad una finanza ipertrofica?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Anzitutto è evidente che la misurazione “mondo finanziario” è prona al doppio conteggio dei flussi: se un&#8217;istituzione fa da mero intermediario finanziario, come nel modello, contare ciò che entra e ciò che esce significa contare due volte il transito di una sola somma. Ma soprattutto deve esser evidente che le dimensioni del mondo finanziario qui rappresentano non uno stock bensì lo svolgimento di un flusso di denaro/credito attraverso l&#8217;economia da chi ne ha in eccesso a chi ne è in difetto, e che quanti più passaggi si vogliono distinguere quanto più grande appare questo mondo, appunto perché si tratta in realtà di “fotografare” più volte sempre la stessa cosa. L&#8217;economia reale, qui riassunta nella ricchezza creata (PIL), viene invece “fotografata” solo nel suo momento finale e non in tutto il processo di trasferimento di risorse e fattori produttivi da chi ne è in eccesso verso chi li richiede per la loro composizione in vista della produzione finale. In tal senso tutto il processo produttivo reale comprenderebbe – come flusso – l&#8217;acquisizione da parte dei Commercianti delle merci necessarie al sostentamento loro e dei Lavoratori, mentre questi ultimi cedono il proprio lavoro alle Imprese da cui origina la produzione finale. Nella tabella sopra, questo è pari alla voce “Transazioni reali”, cui va aggiunto il Servizio del debito poi consumato dai Commercianti.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, considerando i passaggi intermedi, l&#8217;economia reale vale in modello £ 302 e quella finanziaria £ 402 (£ 201 se si evitano i doppi conteggi); se invece si considera il solo “risultato” finale, l&#8217;economia reale vale il solo PIL di £ 101 e l&#8217;economia finanziaria ugualmente £ 101, cioè il credito creato inizialmente (£ 100) più il valore del servizio bancario di deposito, cioè di trasferimento nel tempo delle somme riassunto negli interessi (£ 1).</p>
<p style="text-align: justify">Questa ricostruzione ci dice che è inevitabile che le statistiche, per come formulate, mostrino un&#8217;enorme economia finanziaria rispetto a quella reale, perché si confronta un intero processo con un risultato finale. Ci dice anche che omogeneizzando i punti di vista su finanza e economia reale le differenze non possono esser enormi (in modello la finanza come processo vale da 4/3 a 2/3 dell&#8217;attività reale, mentre come risultato finale le due sono uguali); questo è chiaro se si pensa che la finanza in fondo esiste come supporto dell&#8217;economia reale.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro messaggio è che la finanza non crea nulla, salvo gli interessi che misurano il contributo dato nella gestione temporale delle risorse (pagati comunque attraverso una partita di giro); ma allora da dove viene l&#8217;ipertrofia della finanza? Se pensiamo che il sistema bancario può elargire credito a piacere, si può capire subito come potrebbe raddoppiare l&#8217;offerta di credito e permettere l&#8217;esistenza di tutta una serie di istituzioni che si limitano a far girare il denaro attorno all&#8217;economia reale; maggiore è la creazione e maggiore è questo mondo. Ma le singole banche possono far questo nei limiti di un multiplo (il moltiplicatore dei depositi che nasce dalla riserva frazionaria) applicato alla moneta in circolazione, che in realtà è emessa dalla Banca Centrale! L&#8217;ipertrofia della finanza quindi non può discendere che dalle politiche monetarie espansive, anzi continuamente espansive in modo che i prezzi non riescano mai a incorporare perfettamente l&#8217;inflazione monetaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Se si considerassero tutti gli scambi nell&#8217;economia reale, il mondo finanziario sembrerebbe meno enorme, però se guardiamo a che tasso è cresciuta rispetto al PIL la base monetaria negli ultimi venti anni, si capisce che la finanza non può comunque essere che ipertrofica. Però misuriamola per bene.</p>
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		<title>Eurobang, ragioni tedesche e letture &#8220;austriache&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul prossimo Panorama Economy
Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul prossimo Panorama Economy</em></p>
<p>Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere prima che il rapidissimo deterioramento di fiducia verso l&#8217;euroarea in quanto tale sfoci in una crisi epocale. Tentativo impervio per il semplice fatto che la Commissione Barroso conta pochissimo in questi anni di leadership germanica travestita da finzione di co-leadership franco-tedesca. Dipendesse da me formulare una scelta sulla base delle minori improbabilità, direi che delle tre ipotesi avanzate dalla Commissione quella forse meno impossibile coniuga insieme la persistente responsabilità solo nazionale di ciascun euromembro verso il proprio debito pubblico, con l&#8217;intervento congiunto di Efsf – una mascherata, viste le sue residue scarne munizioni -  e FMI – preponderante – a garanzia e sostegno di un conferimento di quote di debito pubblico di ciascun euromembro eccedente una certa – elevata, ben superiore al 60% indicato come obiettivo – quota di sicurezza. Anche tale soluzione appare tuttavia ben lungi dalla portata attuale delle intenzioni reali della politica europea. Il tempo incalza, però.  Occore augurarsi che il ritorno di Roma all&#8217;eurotavolo dal quale Berlino e Parigi l&#8217;avevano esclusa   spinga verso una soluzione comunque condivisa. Altrimenti, a questi ritmo di drenaggio dei capitali  dall&#8217;euroarea e di totale inaridimento dell&#8217;interbancario, il big bang è certo. ed è a breve. Al di là di tale funebri considerazioni, un&#8217;osservazione e un consiglio.<span id="more-10572"></span></p>
<p>L&#8217;osservazione nasce dalla contestazione di un caro amico, da molti anni corrispondente del più prestigioso quotidiano germanico. Quanto siete insopportabili voi italiani ed eurolatini, mi scrive.  Sapevate benissimo sin dall&#8217;inizio che l&#8217;euroedificio nasceva dalla rigorosa separazione tra torchio monetario e debiti pubblici, perché alla Bundesbank  avevamo imparato a nostre spese a diffidare dei politici e della loro tendenza disinvolta a far spesa pubblica elettorale: dei nostri politici tedeschi come dei vostri, in generale, perché i politici mentono senza limiti se i limiti non vengono loro posti. Eppure per dieci anni i vostri politici &#8211; continua il mio amico tedesco &#8211; hanno disinvoltamente ignorato che l&#8217;euro avrebbe funzionato nell&#8217;interesse di ciascuno solo autoimponendosi virtù nei conti pubblici e produttività nell&#8217;economia reale. Ve ne siete fregati, e ora tutti a frignare come il vostro Giuliano Ferrara contro i tedeschi contrari a monetizzare il vostro debito pubblico attraverso la Bce. Troppo comodo, non vi pare? Dov&#8217;era Ferarra, quando i 7 punti di Pil di minori interessi sul debito pubblico grazie ai bassi tassi dell&#8217;euro, anche in tutti gli anni sotto Berlusconi e Tremonti, sono diventati più spesa corrente invece di meno tasse e più crescita?</p>
<p>Diciamola tutta, per quanto impopolare sia: i tedeschi che s&#8217;inalberano così hanno ra-gio-ne. E non possiamo convincerli dicendo che è tutta colpa dei magistrati, di De Benedetti e della Cgil, come tentano alcuni nel centrodestra italiano. Il bipolarismo italiano è stato selvaggio e tribale, ma spesa tasse e debito non li hanno decisi i pm. Almeno secondo il mio modestissimo parere.</p>
<p>Che poi abbiano ragione, ma al contempo si debba ora decidere come affrontare il guaio che incombe e sia meglio farlo di comune accordo per evitare un big bang epocale, sono due dati di fatto che devono cercare di andare insieme. Altrimenti, sarà peggio per tutti.</p>
<p>Vengo al consiglio. Da testardo non keynesiano quale sono e resto. Se volete capire perché non è tanto la mancanza di un <em>lender of last resort</em> a condannare oggi l&#8217;euro agli occhi dei mercati, date una letta a due papers illuminanti, a tal proposito. Il primo è <a href="http://www.bis.org/publ/work346.pdf"><em>Global imbalances and the financial crisis: Link or no link?</em></a>, il working paper n.346 che potete scaricare dal sito della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, di Claudio Borio and Piti Disyatat. Il secondo è <a href="http://www.princeton.edu/~hsshin/www/mundell_fleming_lecture.pdf"><em>Global Banking Glut and Loan Risk Premium</em></a>, di Hyun Song Shin della Princeton University, presentato alla Fmi Annual Conference dello scorso 10 e 11 novembre. Sono l&#8217;uno complementare all&#8217;altro, e presentano una disarmante analisi di come il sistema bancario europeo si sia straordinariamente prestato al finanziamento ad alta leva dell&#8217;eccesso di consumi a debito americano. Lo dimostrano con un&#8217;analisi del flusso lordo dei captali euro-atlantico, non netto come siamo abituati a fare nel computo dele bilance dei pagamenti pareggiando claims e liabilities. Le banche europee hanno affiancato le shadow banks americane venute meno nel 2008 e pareggiate dal QE della Fed. Oggi che la Fed ha le armi scariche, il rientro dei capitali in patria è massiccio, ma perché le banche europee hanno colpe maggiori di quelle che ammettono. Una spiegazione da scuola austriaca, quella che non piace ai politici spendisti e mentitori che abbondano nella nostra Europa. Anche se, bisogna ammetterlo, non solo qui da noi.</p>
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		<title>“De-coupling” banche-debito sovrano – di Davide Grignani</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 14:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[banche]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Davide Grignani.
Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Davide Grignani</em>.</p>
<p>Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime mortgages” americani nella prima metà del 2007 che condussero poi al contagio di tutti i mercati finanziari a livello globale);<span id="more-10315"></span>2. La pressoché totalità delle economie sviluppate detiene presso le proprie banche ed assicurazioni una quota importante di titoli governativi emessi da stati sovrani i quali vengono sottoscritti e comprati da famiglie, imprese, investitori istituzionali: tra questi titoli quelli emessi dal proprio stato sovrano sono rappresentati in una quota ben più alta di quanto prevederebbe una calibratura degli stessi secondo una corretta diversificazione di portafoglio;</p>
<p>3. Quando uno stato sovrano entra in “crisi di credibilità” l’impatto immediato sulla valutazione del proprio debito pubblico crea un effetto di “contagio” sui suddetti portafogli, contagio che “infetta” anche i titoli governativi emessi da altri stati in difficoltà;</p>
<p>4. Le banche e le assicurazioni dei paesi “contagiati” registrano pesanti perdite nelle valutazioni degli attivi investiti in titoli governativi: la gestione finanziaria di tali attivi diventa fortemente passiva e – a meno di escamotage contabili o trattamenti “preferenziali” &#8211; ciò provoca un ulteriore grave impedimento al corretto funzionamento del mercato del credito a favore dell’economia reale.</p>
<p>5. I canali tramite cui la svalutazione del debito sovrano colpisce l’operatività delle banche sono molteplici e tutti rilevanti: dalla perdita del valore sull’attivo e il conseguente aumento del loro rischio idiosincratico e del costo della loro raccolta all’ingrosso e al dettaglio, alla diminuzione dei valori dei collaterali usati per approvvigionarsi di liquidità presso istituzioni private, nazionali e sovranazionali, al loro rating che aumenta ulteriormente il costo per il loro rischio, all’aumento del costo per le garanzie implicite ed esplicite che gli stati devono fornire per garantirne la solvibilità di ultima istanza.</p>
<p>Morale: se non vogliamo che si avveri il vecchio adagio romano “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” e che il nostro paese sprofondi in un gravissimo “credit crunch” fermando la nostra piattaforma industriale mentre si discute in tutta Europa di come “salvare gli stati”, tutti noi &#8211; dagli studenti “indignados” ai membri del comitato direttivo della BCE &#8211; dobbiamo seguire il buon senso e convincerci che oggi occorre salvare subito il corretto funzionamento del sistema di intermediazione bancaria (in Italia viene intermediato dalle banche circa il 70 % del risparmio nazionale quando negli USA questa cifra si aggira intorno al 30 %) per impedire che la locomotiva italiana deragli prima ancora di arrivare alla prima stazione del proprio risanamento nazionale.</p>
<p>Per quanto le banche oggi registrino il loro punto di minimo consenso secolare (forse che alla casta politica &#8211; non solo italiana &#8211; ciò non sia servito come diversivo circa le vere responsabilità del nostro declino socio-economico?) la loro funzione resta indispensabile ed insostituibile per un’economia che produca nuova ricchezza ed occupazione: non esiste una sana economia senza un sano sistema finanziario. Oggi le banche in generale e quelle italiane in particolare (tra le più “resilienti” alla crisi del 2007) non sono più ritenute “sane” ed in grado di creare valore nei prossimi anni: i valori delle loro azioni in borsa, i loro CDS (credit default swap) scontano scenari liquidatori e pesantissime svalutazioni di tutti i loro attivi, nessuno escluso. Questi valori segnalano disequilibri non sostenibili a medio termine, provocano enormi difficoltà di approvvigionamento della raccolta bancaria, quella istituzionale praticamente garantita dalla sola BCE e/o dallo “sconto” a caro prezzo dei portafogli dei loro migliori attivi (oggi occasione ricca per le banche statunitensi colme di liquidità fornita in abbondanza dalla FED).</p>
<p>Su questi istituti incombe oggi una triplice missione, il raggiungimento – nel gergo degli economisti – di “equilibri multipli” cioè di punti di ottimo per solvibilità, liquidità e redditività. Basilea 3, la BCE, l’EBA, il FMI, il FSB, l’EBC, la BIS, il CRDWG, la Commissione ed il Consiglio Europeo, le banche centrali ed autorità finanziarie nazionali ed internazionali, etc etc chiedono insieme maggiori doti di capitale e liquidità; i finanziatori istituzionali (e prima o poi i clienti retail) richiedono una remunerazione multipla rispetto a soli pochi mesi fa per iniettare nuovi fondi nel sistema bancario; gli azionisti chiedono una redditività dell’investimento in azioni bancarie proporzionale ad un tasso “risk -free ” (oggi “fuori uso” per molte giurisdizioni) maggiorato per un premio al rischio del settore bancario cresciuto esponenzialmente. “Last but not least”, lo Stato cerca di mantenere l’imponente gettito prodotto dal sistema finanziario aumentando la pressione fiscale.</p>
<p>E’ evidente che per le banche restano poche e difficili leve per manovrare all’interno di tutti questi vincoli, quasi per la totalità “pro-ciclici”: ridurre i costi (che in banca coincidono perlopiù coi costi per il personale), diminuire il grado complessivo di leva finanziaria (a memoria il “leverage” di Basilea I , destinato a tornare nel Pillar 2 di BIS 3 nel 2013) chiudendo i rubinetti del credito all’economia, aumentare gli spread riprezzando il costo dei finanziamenti alle imprese, ricercare frontiere più efficienti di rischio-rendimento nella commercializzazione dei prodotti.</p>
<p>Si dovrebbe quindi convenire che qualora si riuscisse a realizzare oggi un rapido “de-coupling” tra i bilanci bancari e la valutazione/volatilità dei titoli governativi le banche italiane (e ciò vale non solo per il caso italiano) ne beneficerebbero enormemente recuperando maggiori flessibilità e gradi di manovra a beneficio della loro funzione di intermediazione dal risparmio al credito e di trasformazione di rischi e scadenze, funzioni entrambe oggi “in stallo”.</p>
<p>Una soluzione tuttora inesplorata che presenterebbe aspetti economici e finanziari interessanti potrebbe prevedere l’acquisto “una tantum” di una parte significativa dei titoli pubblici italiani posseduti dalle banche nazionali da parte di Banca d’Italia. Tale acquisto verrebbe eseguito comprando i titoli ai loro valori storici di acquisto: Bankit a sua volta verrebbe rifinanziata a questo scopo dalla BCE, disponibile allo sconto di tali titoli a condizioni e termini non penalizzanti: il “buy-back” del debito pubblico non da parte del MEF ma da parte della “filiale” italiana della banca centrale europea ricondurrebbe immediatamente l’Efsf alla sua finalità originale di “fondo salva-stati” lasciando alla banca centrale italiana il compito di implementare con efficienza ed efficacia pressoché immediata una sorta di “Govies Relief Plan” – GRP. Banca d’Italia trasferirebbe sul proprio bilancio la differenza contabile tra il valore di marcato dei titoli ed il valore di carico a cui le banche li avevano precedentemente acquistati e – piuttosto che mantenere l’attuale artificioso e pernicioso trattamento contabile preferenziale di esenzione dal “mark to the market” – contabilizzerebbe tale investimento come un immobilizzo sino a scadenza finale, quindi come un’attività “held to maturity”. Potrebbe altresì accedere allo sconto di tali titolo presso la BCE rifinanziandoli fino alla scadenza finale alla pari o al loro riallineamento sopra i valori di acquisto, realizzando tra l’altro a scadenza un profitto a beneficio del proprio bilancio (ricordo che la Banca d’Italia è posseduta a sua volta dalle banche italiane che dovrebbero poter valorizzare correttamente la loro partecipazione).</p>
<p>Tale operazione potrebbe essere parzialmente o interamente “sterilizzata” dalla BCE tramite l’emissione degli Eurobond o &#8211; sic rebus stanti bus – stampando quella moneta di cui sino ad oggi è stata estremamente parca causa l’ossessiva minaccia di un inesistente tsunami inflazionistico, flettendo finalmente il cambio dell’euro rispetto alle principali valute mondiali e permettendo così il realizzarsi di nuove ragioni di scambio più competitive per le economie e la crescita europee.</p>
<p>Solo attraverso una pronta ed efficace separazione tra “contagio” dei titoli governativi e “la sana e prudente gestione” bancaria si potrà riuscire a ridare al sistema finanziario quella libertà di manovra essenziale per preservare la sua funzione di propulsore delle crescita dell’economia reale. Occorre ridare con estrema urgenza l’ ossigeno alle banche per conseguire la missione aziendale che queste imprese così particolari – e per ora ancora private – devono poter realizzare nel difficile futuro prossimo.</p>
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		<title>Gli indignados hanno ragione?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 19:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani indignados. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani <em>indignados</em>. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. Li ha considerati delinquenti, e di loro non ha null&#8217;altro da dire. Ma non lo hanno affatto convinto neanche gli altri manifestanti. Hanno sì il merito &#8211; ma è poi un merito? &#8211; di manifestare pacificamente. Ma in nome di idee in larga misura sbagliate.</p>
<p><span id="more-10270"></span>Nella celere sintesi che ne può fare un bimbo di sei mesi, che certamente non può capire tutto, gli<em> indignados</em>:</p>
<p>- sono contro le banche</p>
<p>- sono per il ripudio del debito</p>
<p>- chiedono allo Stato di spendere più soldi per la scuola, per l&#8217;università, per la ricerca, per i trasporti etc.</p>
<p>- chiedono allo Stato un lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato.</p>
<p>Nicolò non ha ancora concepito alcuna idea trasformabile in una intrapresa economica. Ma ha già capito che, se mai gli verrà un&#8217;idea simile, l&#8217;unica possibilità di realizzarla risiederà in una banca gli conceda credito. Senza le banche, nessuno che non sia ricco di famiglia potrebbe intraprendere alcunché. Nicolò quindi crede che i giovani non dovrebbero prendersela con le banche; semmai dovrebbero sperare che facciano meglio il loro lavoro.</p>
<p>Quanto al ripudio del debito, Nicolò la considera una cosa abbastanza immorale. Se lo Stato per primo non mantiene la parola, e non rimborsa i soldi presi a prestito, di chi ci si potrà mai fidare? Come potrà quello stesso Stato credibilmente assicurare a chi presta dei soldi che li riavrà indietro? Ma allora nessuno presterà più i propri soldi; di nuovo, ai giovani che non siano ricchi di famiglia sarà inibita ogni possibe intrapresa.</p>
<p>Veniamo alla richiesta che lo Stato spenda più soldi. A differenza di Nicolò, gli <em>indignados</em> forse non frequentano il sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, e quindi non sanno che lo Stato ha già molti debiti. E altri ne fa continuamente, perché è in deficit. Dove dovrebbe prendere i soldi da spendere a favore delle tante cose buone richieste dagli indignados? Non potrebbe che indebitarsi ulteriormente. Ma se avrà ripudiato il debito, chi volete che gli faccia credito? A Nicolò sembra che ci sia una contraddizione fra ripudio del debito e più spesa pubblica in deficit.</p>
<p>Infine, la questione del lavoro. Nicolò ha presente che circa un terzo dei giovani che cercano un lavoro non lo trova. E gli sembra un serio problema. Gli sembra però difficile immaginare che la soluzione sia dare a tutti questi giovani un lavoro alle poste o all&#8217;anagrafe. Di nuovo: con quali soldi? (e si torna ala contraddizione fra ripudio del debito e ricorso al debito) . Dunque, questo lavoro i giovani lo dovranno avere da imprese private. Che li assumeranno, pensa nella sua semplicità infantile Nicolò, se renderanno più di quanto costeranno. Quanto renderanno dipenderà da cose tipo la tecnologia, l&#8217;organizzazione, troppo complicate perché un bimbo possa dire alcunché. Ma quanto costeranno, questo anche a un bimbo è chiaro, dipende da quanto entrerà nelle loro tasche e da quanto, a titolo di tasse, di contributi previdenziali etc. finirà allo Stato. A Nicolò sembra che questi <em>indignados</em>, se vogliono più lavoro e se non vogliono salari e stipendi più bassi, dovrebbero chiesto di avere meno Stato e non più Stato.</p>
<p>Mentre faceva queste riflessioni, Nicolò ha sentito che il nuovo capo della banca centrale europea diceva che i giovani che protestano hanno ragione. Avranno ragione a protestare, ma dovrebbero ragionare un po&#8217; di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Eutanasia – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 13:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
In una situazione così incerta come l’attuale e’ difficile fare delle previsioni nei prossimi mesi sull’esito della crisi europea anche perché essa è intrecciata con la crisi americana che l’amplifica. Alcune brevi premesse. Gli Stati Uniti, fra poco, per contrastare le forze deflazionistiche che premono l’economia, opteranno per un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>In una situazione così incerta come l’attuale e’ difficile fare delle previsioni nei prossimi mesi sull’esito della crisi europea anche perché essa è intrecciata con la crisi americana che l’amplifica. Alcune brevi premesse. Gli Stati Uniti, fra poco, per contrastare le forze deflazionistiche che premono l’economia, opteranno per un ulteriore espansione monetaria e l’Europa, per salvare l’eurozona attuerà una politica analoga attraverso l’European Financial Stability Facility (EFSF) una specie di fondo di mutua assistenza predisposto per combattere il debito.</p>
<p><span id="more-10248"></span>L’Europa sta comunque peggio degli Stati Uniti perché non solo deve difendere una valuta comune ma deve salvare un’unione monetaria. Il fatto stesso che si sia creato questo fondo significa che è tutta l’eurozona ad essere fallita. Pertanto l’uscita della sola Grecia, ora non avrebbe senso. D’altronde questo paese è già stato “salvato” perché  il sistema bancario europeo non solo non ha mai smesso di acquistarne il debito ma lo pone ancora a garanzia dei finanziamenti dalla Banca Centrale Europea.  Si darebbero forse in garanzia titoli di una società che sta fallendo?</p>
<p>Per assistere gli stati membri è stato predisposto un incremento dell’ EFSF da 440 miliardi a 2 trilioni di euro come standby credit facility per cinque anni. Per rendersi conto dell’entità di questa cifra terrificante basta dire che è pari ad una volta e mezzo l’intero stimolo della FED fino ad oggi o, se si preferisce, pari al doppio del debito pubblico Usa detenuto della Cina. Un fatto senza precedenti nella storia. Alcuni analisti la reputano perfino insufficiente a salvare l’eurozona. In base a queste premesse ci sentiamo quindi di azzardare una previsione: entro il 2012, l’euro subirà una massiccia svalutazione perché il fondo di salvataggio avrà solo effetti inflazionistici.</p>
<p><em><strong>Debito senza fine</strong></em><br />
L’obiettivo dell’ EFSF è di garantire la stabilità finanziaria dell’Unione. A tal fine emetterà obbligazioni per ottenere fondi da prestare ai paesi bancarottieri. Le emissioni dei titoli sono garantite dall’insieme dei governi pro rata in proporzione al capitale versato dalle singole banche centrali nella BCE. Tecnicamente è un credit transfer facility: un’istituzione sovranazionale dedita alla raccolta di fondi da trasferire ai paesi da salvare. In pratica è un embrione di un futuro Tesoro europeo, sovrastatale che emette come tutti i tesori, titoli di debito, funzionando la BCE da gestore della liquidità. L’EFSF, a seconda del programma predisposto da ciascun paese, non solo fornirebbe fondi ai governi, ma anche ai loro sistemi bancari per ricapitalizzarli. Così l’eurozona per salvare se stessa dai debiti dovrebbe contrarre altri debiti.</p>
<p>Noi sosteniamo che non è la liquidità che può pagare i debiti ma è solo il capitale che ha la capacità di estinguerli. Tuttavia, il capitale, che origina solo ed esclusivamente dall’economia privata, è stato dissipato. Siamo dunque in un circolo vizioso. Ci spieghiamo.</p>
<p>Una crisi di liquidità, definizione fuorviante della situazione europea, verrebbe risolta facilmente se i fondamentali dei bilanci fossero sani. La situazione è invece molto più grave. Siamo in presenza di una gigantesca crisi di insolvenza. Se si consolidassero i bilanci di tutte le quasi 8000 banche europee si avrebbe un patrimonio netto negativo perché il capitale dovrebbe essere abbattuto per la svalutazione degli attivi che ora hanno un valore nominale superiore a quello di mercato. Ad esempio, anche la BCE può considerarsi fallita. Infatti, con un patrimonio netto (capitale e riserve) di 82 miliardi di euro di debiti ed un attivo di 1895.9, basterebbe svalutare quest’ultimo (carico di titoli tossici) poco più del 4% per prosciugare il capitale. In queste condizioni è tutto il sistema bancario che, naturalmente, è impossibilitato a finanziare il sistema industriale. Ma vi è di più. Questa dissipazione di capitale dalle banche si è estesa all’economia intera. Il fenomeno dell’erosione di capitale, che avviene a discapito del fondo di ricchezza presente, non ha evidenza intuitiva (specialmente per i politici e gli economisti di governo) anche perché non può essere rilevato statisticamente ma è un fenomeno sempre operante e che, persistendo nel tempo, porta nelle banche ai dissesti (default) e, nell’economia, alla recessione. Quest’ultima viene invece sempre attribuita ad altre cause, animal spirits compresi, ma mai alle politiche di debito senza fine che divorano il capitale. I titoli dei debiti pubblici assorbono il capitale che dovrebbe invece fluire nell’economia mentre tassi di interesse artificialmente bassi ostacolano la formazione di risparmio e quindi l’accumulazione di capitale. Minor capitale fa diminuire la produttività del lavoro, produzione, retribuzioni reali e quindi la domanda aggregata. L’erosione di capitale si manifesta poi come mancato ammortamento e ricostituzione e rinnovo della sua forma industriale per produrre maggiori beni e servizi reali vanificando la ripresa. Se non si afferrano questi concetti non si capirà mai la crisi in cui viviamo. Finché al centro della scena economica avremo lo Stato, il Tesoro, la Banca e lo Spread, verrà solo creato capitale fittizio nella forma di liquidità e il fenomeno sarà accompagnato sia dal letargo imprenditoriale sia dalla emigrazione del residuo capitale reale verso aree che possono remunerarlo e tassarlo di meno. Da che mondo è mondo nessuno investe in paesi basati su debiti e burocrazia ma in quelli dove l’investimento cresce. La crisi attuale non riguarda il credito o la liquidità ma è una crisi da carenza di capitale.</p>
<p>Questo ragionamento ci porta a prefigurare la catena di effetti che lo “stimolo” dell’ EFSF dovrebbe produrre. I fondi ottenuti con l’emissione di obbligazioni entrati nel circuito bancari monetizzeranno il debito attraverso l’espansione creditizia. La massa monetaria dell’eurozona aumenterà svalutando la moneta comune. Anche il PIL europeo, essendo funzione solo dell’inflazione monetaria aumenterà, mentre la percentuale del debito diminuirà perché il suo valore reale si ridurrà per effetto dell’inflazione. Questi fenomeni daranno l’illusione della crescita ma non si tratterà di altro che della seconda, gigantesca redistribuzione del potere d’acquisto dalle tasche dei contribuenti a favore dei governi. In altre parole tutto il peso del debito, cioè il costo dell’Europa, ricadrà ancora sulle spalle della collettività. La svalutazione dell’euro farà aumentare l’esportazioni contribuendo a rafforzare l’illusione della ripresa. Ma ogni euro ricevuto in più varrà sempre di meno mentre le importazioni costeranno sempre di più. L’inflazione accentuerà la deindustrializzazione cioè l’evaporazione del capitale e si entrerà in una depressione inflazionistica.</p>
<p><em><strong>BCE scandalosa</strong></em><br />
Ma quale meccanismo ha portato al dissesto europeo? Non era compito della Banca Centrale Europea promuovere la stabilità finanziaria operando la vigilanza prudenziale sul sistema bancario in modo da preservane il capitale? Il comportamento della BCE invece è stato analogo a quello di un padre che abbia consegnato un assegno in bianco alla prole dipendente dagli stupefacenti.  Chiariamo l’analogia.</p>
<p>Per dieci anni il sistema bancario ha scambiato i propri fondi contro titoli di stato e i governi hanno utilizzato questi fondi per espandere la spesa pubblica. Le banche a loro volta hanno utilizzato i titoli in portafoglio come garanzia per ottenere finanziamenti dalla BCE. Parte di questi finanziamenti è di nuovo affluita nell’acquisto di titoli finanziando nuova spesa pubblica. Pertanto la BCE accettando i titoli in garanzia dei prestiti ha finanziato il deficit di tutti gli stati membri. Il grave è stato che la BCE ha applicato un basso interesse indipendentemente dal grado di solvibilità dei governi che venivano incentivati ad indebitarsi alle stesse condizioni dei paesi solvibili. In sostanza, la Grecia aveva lo stesso merito del credito della Germania. Pertanto le economie si adattavano alla spesa fuori controllo dei governi e dunque alla inefficienza dirigendosi verso il collasso. Solo nel 2009 quando la situazione si cominciava ad aggravare la BCE “scopriva” la necessità di differenziare i tassi in base all’affidabilità ma continuava a permettere che il sistema bancario si finanziasse fornendo in garanzia titoli di debito di stati sull’orlo del fallimento.</p>
<p>Per anni le società di rating non si sono preoccupate di valutare i titoli nella presunzione che l’eurosistema avrebbe evitato il default dei propri membri. E così è scattava la frenesia dell’espansione creditizia e della spesa. Il sistema bancario si è indebitato a breve per investire a lunga fornendo persino in garanzia i titoli del debito immobiliare USA (i famosi asset backed securities). In tal modo la BCE attraverso il sistema bancario europeo oltre al deficit dei paesi membri è riuscita pure a finanziare indirettamente la bolla dei mutui aggravando non solo i bilanci del sistema ma anche quelli di milioni di risparmiatori a cui titoli venivano venduti. Tutto naturalmente in trasgressione del trattato di Maastricht che stabilisce le garanzie sicure su cui la BCE deve basare l’erogazione dei prestiti. Tutte queste manovre hanno minato il potere d’acquisto l’euro.</p>
<p>Con la crisi la BCE si conferma come un’istituzione fondata sull’irresponsabilità monetaria, fonte di destabilizzazione economica e dissipatrice di capitale.</p>
<p><strong><em>Il futuro dell’euro</em></strong><br />
L’Europa è stata costruita su due pilastri: la solidità monetaria e fiscale. La prima doveva essere garantita dalla Banca Centrale, la seconda dagli Stati membri. Sia la prima che i secondi hanno fallito il compito. La BCE ha abusato del sistema monetario a danno della collettività. I secondi non hanno rispettato il Patto di stabilità aumentando spesa e deficit. E’ tempo di guardare in faccia la realtà. Le recenti parole dell’ex maoista Josè Barroso, attuale presidente della Commissione europea: “L’Europa è la soluzione dei problemi dei cittadini europei” suonano come quelle di un rimbambito che non ha capito cosa è accaduto. L’Europa è stato un’ideale astratto che si è fracassato contro lo scoglio dei fatti. I fatti dicono che è impossibile creare un unione monetaria basata sulla politica. Questo fu ben compreso da Milton Friedman fin dal 1999 quando polemizzò con il collega canadese Nobel Robert Mundell, il teorico delle aree monetarie ottimali, secondo il quale l’euro rappresentava un passo avanti nella direzione di una riforma dell’architettura finanziaria internazionale. Mai nella storia un’area monetaria ottimale si è creata con “architetture” politiche. E l’euro è l’ultima eloquente dimostrazione. Prima c’era stata l’area del rublo che aveva un’architettura proprio molto simile a quella dell’euro.</p>
<p>Dopo un’inflazione monetaria le varie repubbliche rifiutarono di scambiarsi la valuta comune che in ciascuna di esse aveva acquisito un valore diverso e, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica il rublo seguì in ciascuna nazione una evoluzione diversa. Ciò potrebbe accadere anche nell’eurozona dove i paesi più forti potrebbero separarsi dagli altri dando vita ad una nuova valuta.</p>
<p>Le aree ottimali presuppongono fondamentali economici e sociali omogenei che si sedimentano nei tempi, come cultura, lingua, produttività, strutture salariali similari e istituzioni politiche che permettano mobilità del lavoro e del capitale senza forti attriti.</p>
<p>Illusi sono pertanto coloro che credono che la soluzione sia una maggiore integrazione europea. Essa comporterebbe il completo abbandono delle sovranità politiche e questo è irrealistico. A meno naturalmente di non creare “l’unione delle repubbliche europee”. Una soluzione forse auspicata in pectore da Barroso e compagni di burocrazia, ma che comporterebbe l’assassinio delle democrazie.</p>
<p>Perché dunque ostinarsi a tenere in piedi un sistema che ha dimostrato di essere impraticabile e che procederebbe di crisi in crisi? Lo si accompagni senza traumi verso la sua fine naturale prima che sia il mercato ad emettere una brutale sentenza.</p>
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		<title>Dovremmo davvero mettere al rogo gli speculatori?</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 17:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
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		<description><![CDATA[Da qualche giorno circola con sempre più insistenza la tesi secondo cui la speculazione starebbe mettendo in ginocchio le banche italiane e minaccerebbe addirittura la stabilità del bilancio statale. Se con l’espressione speculazione ci si riferisce al mercato finanziario internazionale, è sicuramente vero che nell’ultima settimana i titoli di Unicredit e di Intesa hanno ceduto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno circola con sempre più insistenza la tesi secondo cui la speculazione starebbe mettendo in ginocchio le banche italiane e minaccerebbe addirittura la stabilità del bilancio statale. Se con l’espressione <em>speculazione</em> ci si riferisce al mercato finanziario internazionale, è sicuramente vero che nell’ultima settimana i titoli di Unicredit e di Intesa hanno ceduto molte posizioni, proprio mentre lo <em>spread </em>tra i titoli italiani e quelli tedeschi (ad esempio) cresceva in maniera significativa.</p>
<p>Quando si usa il termine “speculazione”, però, s’intende dire assai di più.<span id="more-9542"></span></p>
<p>Qualcuno, come il viceministro tedesco Werner Hoyer, ha parlato di “speculazioni irrazionali” <a href="http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/410880/">in un’intervista rilasciata a La Stampa</a>. La tesi sottesa è che in definitiva tutto va bene, l’Italia è sulla buona strada, le banche sono solide e quello che dicono i mercati conta poco o nulla, perché quanti vendono e comprano titoli esprimono giudizi infondati e incoerenti. I vertici politici conoscono davvero la realtà, mentre i responsi emergenti dai mercati sono frutto di una sorta di follia collettiva. Peccato che Hoyer giochi da pompiere spendendo solo parole, mentre chi ha acceso l’incendio ha messo sul tavolo i propri soldi.</p>
<p>In generale, però, ben più che irrazionale la speculazione è rappresentata come perversa, rapace, prepotente. Per molti, lo speculatore è un criminale. Anzi, è assai peggio di un criminale, come ebbe a sintetizzare ottimamente Bertolt Brecht: “In fondo, cos’è rapinare una banca a paragone del fondarne una?”.</p>
<p>Nello specifico, l’idea è che i titoli delle banche italiane e perfino i nostri bond statali valgano assai di più, ma siano deprezzati per iniziativa di alcuni avventurieri senza scrupoli che prima fanno loro perdere valore (vendendo massicciamente) e poi magari realizzano profitti acquistando i medesimi titoli quando il prezzo è crollato. La narrazione prevede essenzialmente tre soggetti: un gruppo di capitalisti cinici, spregiudicati e (quasi) onnipotenti che sono in grado di fare e disfare fortune; aziende e Stati sostanzialmente passivi, che sono in balia di questi sommovimenti e vedono i propri titoli salire e scendere senza poter far molto; il solito “parco buoi” – versione finanziaria della vecchia plebe ignorante – che compra i titoli quando sono le quotazioni sono alte e li vende quando esse sono scese.</p>
<p>In questa situazione, che fare?</p>
<p>La risposta che sembra venire da ogni parte è sempre la stessa: bisogna regolamentare. Il mercato è irrazionale e feroce, e quindi c’è bisogno che qualche Autorità (un politico, un professore, un burocrate) lo metta sotto controllo. A finire sotto il fuoco della critica, in particolare, è il cosiddetto <em>naked short selling</em>, che permette di operare allo scoperto e anche vendere titoli che non si posseggono: ovviamente pagandone lo scotto nel caso in cui i titoli in questione si rafforzino. (<a href="http://www.corriere.it/economia/11_luglio_10/mucchetti_borsa-speculazione-attacca-consob-lavora_b2c432b8-aad9-11e0-a2e7-98abda3c461e.shtml">Massimo Mucchetti, ad esempio, sul <em>Corriere della Sera</em> interpreta questa posizione</a>).</p>
<p>La tesi di quanti vogliono imbrigliare gli scambi è però davvero curiosa, perché si fa fatica a comprendere che senso abbia reagire al cattivo giudizio dei mercati impedendo loro di esprimersi. Chi compra e vende titoli oppure azioni rischia del suo nella convinzione di aver compreso dove va dirigendosi il mercato. D’altra parte, un’impresa che sceglie di quotarsi in borsa e uno Stato che emette propri bond devono sapere che, da quel momento in poi, vi sarà chi esprimerà opinioni differenti – e magari spiacevoli – sulle loro prospettive economiche.</p>
<p>Da un lato si fanno pressioni sulla Consob e dall’altro già si parla – poteva forse mancare? – di un probabile intervento di qualche Procura, affinché si colpisca chi avrebbe venduto <em>dolosamente</em>… (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-07-10/banche-bruciati-miliardi-sedute-144432.shtml?uuid=AaULT1mD">ne parla addirittura <em>Il Sole 24 Ore</em></a>).</p>
<p>Un’altra considerazione elementare. Mentre i moralizzatori più o meno colbertisti condannano gli gnomi della finanza globale, mentre non ci stupirebbe vedere in televisione un qualche ministro mettersi a citare gli scritti fantaeconomici di Ezra Pound o del maggiore Clifford Douglas, l’uomo della strada si chiede per quale motivo quei signori onnipotenti della finanza plutocratica – si trovino a Londra o a New York, poco importa – attaccano i bond italiani, quelli portoghesi e quelli greci, e non invece i titoli svizzeri o tedeschi. Se il gioco è tanto semplice e la manipolazione così evidente, perché non realizzare profitti ancora maggiori con altri titoli di Stato?</p>
<p>L’uomo della strada ha capito molto più degli esperti, perché sa che l’Italia è indebitata e sa che questo va producendo conseguenze assai gravi all’intero sistema produttivo: banche incluse. Se negli ultimi mesi a entrare in crisi sono stati taluni titoli europei e non altri, è perché gli investitori non sono disposti ad accettare un 2% di interesse da un titolo che ha buone probabilità di essere declassato. Chi negli anni scorsi aveva comprato titoli argentini con interessi stratosferici non era molto autorizzato a lamentarsi quando si è trovato di fronte il fallimento di Buenos Aires.</p>
<p>Bisognerebbe anche ricordare che gli speculatori (gli attori della finanza) fanno parte di un complesso sistema economico che include anche quanti, avendo qualche risparmio, cercano investimenti che offrano un buon rapporto tra rischi e benefici. E se il caos politico ed economico dell’Italia non promette un futuro roseo, è chiaro che i potenziali acquirenti dei nostri Bot esigono interessi più elevati.</p>
<p>Gli speculatori fanno il loro mestiere: comprano e vendono, rischiando i loro capitali. Dovremmo anzi ringraziarli dato che, con le loro iniziative, permettono una migliore circolazione delle informazioni (i prezzi, si sa, sono soprattutto veicoli di conoscenze).</p>
<p>Di fronte ai pericoli che minacciano la società italiana è ridicolo puntare il dito su chi oggi è assai meno disposto di ieri a valutare positivamente il nostro debito pubblico. Bisognerebbe invece mettere sotto processo chi ha assunto dipendenti statali e ora non vuole ridurne il numero; su cui continua a rinviare ogni liberalizzazione; su cui nemmeno è sfiorato dall’idea di mettere sul mercato le imprese parastatali, dall’Eni all’Enel, anche perché deve piazzare i propri uomini (<em>honi soit qui mal y pense</em>) in questo o quel consiglio d’amministrazione.</p>
<p>L’attuale sistema economico, per i suoi intrecci tra Stato e mercato, ha molti difetti e merita interventi coraggiosi. Ma non è certo contestando l’azione degli speculatori e invocando un&#8217;ulteriore regolazione che ci si muoverà nella direzione giusta.</p>
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		<title>Flamenco sketches: la bolla immobiliare spagnola.</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 13:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Rocca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Cartoline dalla Spagna. Bozze e quadretti iberici. Pensieri, parole, spunti per riflessioni dopo un soggiorno nei pressi di Madrid. 

Ho avuto l’occasione di frequentare un campus estivo, con seminari di economia e politica, organizzato dalla Fundaciòn para el anàlisis y los estudios sociales. Nove giorni di buone idee liberali in un paesino montano, Navacerrada, dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cartoline dalla Spagna. Bozze e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=7GgXqIf9h4s">quadretti iberici</a>. Pensieri, parole, spunti per riflessioni dopo un soggiorno nei pressi di Madrid. <span id="more-9510"></span><br />
</em></p>
<p>Ho avuto l’occasione di frequentare un campus estivo, con seminari di economia e politica, organizzato dalla <a href="http://www.fundacionfaes.org/es/home">Fundaciòn para el anàlisis y los estudios sociales</a>. Nove giorni di buone idee liberali in un paesino montano, Navacerrada, dove i madrileni vanno a sciare d’inverno: d’estate, a 1200 metri d’altezza non mancano i pini e l’aria fresca. Magnifico. Ed è proprio durante il viaggio in autobus da Madrid a Navacerrada che si ambienta il primo quadretto. Fedele al rigoroso <a href="http://www.ibs.it/code/9788880683018/culicchia-giuseppe/muri-duri-analisi.html">metodo culicchiano</a>, che considera le scritte sui muri urbani un’espressione popolare di imprescindibile significato per lo studioso sociale, mi piace guardare fuori dal finestrino. “Capitalismo es crisis”. Questa scritta, vergata a caratteri cubitali su un muro della periferia madrilena, mi lascia interdetto. Mi viene voglia di rifletterci, ma poi no. Non ne vale la pena. Per questa volta lascio stare e penso solo a come sia straordinario che noi umani riusciamo a vedere le cose ognuno a modo suo. Quello che invece mi darà parecchio da pensare nei giorni successivi è osservare come, avvicinandosi a Navacerrada, spuntino qua e là dei cartelli tutti uguali. Sopra campeggia sempre la stessa scritta: SE VENDE. Gli spagnoli stanno dunque cercando di vendere le loro case di vacanze, penso. Ma la cosa strana è  come queste siano nuove, talvolta non sono neppure terminate; alcune sono più raffinate, coi muri in pietra e le travi in legno a vista, altre sono più dozzinali, costruite a schiera secondo un unico progetto. Ah sì! Ora mi viene in mente! Sono gli strascichi della bolla immobiliare spagnola, che prima ha fatto crescere tanto l’economia del Paese e oggi ha lasciato tante case vuote e troppi disoccupati.</p>
<p>Passano qualche giorno e un relatore del corso, Juan Rosell, direttore del <a href="http://www.ceoe.es/ceoe/portal.portal.action">CEOE</a>, la maggiore associazione di imprenditori spagnoli, ci ricorderà i seguenti, impressionanti, numeri. Oggi si trovano in Spagna 1 milione di case vuote e gli occupati nel settore edilizio sono passati da 2,5 milioni nel 2006 a 1 milione oggi. Un milione e mezzo di disoccupati in cinque anni, solo nel settore delle costruzioni. Pazzesco. Conoscevo già le dinamiche che avevano portato a questo cataclisma economico, ma dopo qualche ricerca e chiacchierata con studiosi spagnoli presenti ai seminari, le ho capite meglio.</p>
<p>Una delle principali cause che ha creato la <em>burbuja immobiliaria</em>, è stato il basso tasso d’interesse. La Spagna, entrando nell’euro, ha potuto beneficiare di tassi d’interesse molto più bassi rispetto al decennio predente. Inoltre la Spagna presentava un tasso d’inflazione superiore (mediamente dell’1%) rispetto a quello europeo. Ciò significa che, sebbene il tasso ufficiale di sconto <em>nominale</em> fosse uguale in tutta l’area euro, per la Spagna quello <em>reale</em> era sensibilmente inferiore. Le banche spagnole potevano così ottenere denaro e concedere prestiti ad un costo inferiore rispetto alle colleghe europee. In questa cornice il debito privato spagnolo è cresciuto enormemente, stimolando particolarmente il settore immobiliare. Il <a href="http://www.juandemariana.org/estudio/2220/4/endeudamiento/capacidad/servicio/deuda/espana/">grafico successivo</a> illustra l&#8217;andamento del debito (pubblico e privato) in percentuale sul PIL.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/07/graf-deuda.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9519" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/07/graf-deuda-300x112.png" alt="" width="300" height="112" /></a></p>
<p>Siccome tra il 2002 e il 2007 il debito pubblico spagnolo è <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/graphCreator.do?tab=graph&amp;a=2&amp;c=1&amp;d=0&amp;h=0&amp;time=0-11&amp;x=time&amp;geo=11,13&amp;y=geo&amp;indic_na=0&amp;language=en&amp;pcode=teina225&amp;plugin=0">diminuito</a> dal 52,2% al 36,1% rispetto al PIL, questo aumento del debito è imputabile alla componente privata. Dal lato della domanda di case, infatti, divenne meno costoso accendere un mutuo per comprar casa. Da questo punto di vista, contribuirono anche  a stimolare la domanda le deduzioni fiscali previste dal governo per acquistare la prima casa. In un mercato immobiliare con prezzi fortemente crescenti si diffuse enormemente anche l’investimento immobiliare. Uno studente del corso mi confermò: “Sai, gli spagnoli erano strani: compravano casa non per viverci, ma per rivenderla dopo qualche anno”.</p>
<p>Dal lato dell’offerta di abitazioni, i prestiti divennero meno costosi per i costruttori. Inoltre, un ruolo importante venne giocato dalle Casse di risparmio. Questa crebbero moltissimo dal 2000; inoltre erano direttamente controllate dai politici. Per gli imprenditori si aprirono ancora più possibilità per ottenere prestiti.</p>
<p>Il <a href="http://www.irefeurope.org/en/sites/default/files/Private%20Debt%20Bubble%20Spain%20-%20Angel%20Martin.pdf">grafico seguente</a> mostra la crescita esponenziale del credito al settore immobiliare.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/07/graf-cred-edile5.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9528" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/07/graf-cred-edile5-300x138.png" alt="" width="300" height="138" /></a></p>
<p>Poi la storia si conosce. Tutte le bolle scoppiano prima o poi, e quella spagnola si è lasciata alle spalle una grave crisi economica e una profonda ferita sociale. Prima o poi, qualcuno non riesce più a pagare i propri debiti,  i tassi d’interessi devono essere alzati da livelli artificiosamente bassi (e la BCE operò una <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/graphCreator.do?tab=graph&amp;a=2&amp;c=1&amp;d=0&amp;h=0&amp;time=0-11&amp;x=time&amp;geo=1&amp;y=geo&amp;language=en&amp;pcode=tec00096&amp;plugin=0">stretta creditizia</a> proprio nel 2005); ci si accorge infine che si sono costruite case che in realtà nessuno poteva permettersi.</p>
<p>Da qui, concludo con due considerazioni. La prima è un’accusa nei confronti di quegli economisti che trascurano il potere distorsivo dei livelli bassi dei tassi d’interesse. Trovo stupefacente come il caso spagnolo si adatti bene alla descrizione del ciclo economico secondo la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Austrian_business_cycle_theory">teoria</a> <a href="http://oneminute.rationalmind.net/business_cycles/">austriaca</a><span style="text-decoration: underline">:</span> il boom drogato da bassi interessi e tanti debiti, squilibrio tra investimenti e risparmio, risorse bruciate nella costruzione di case che prima di essere portate a termine non trovano più acquirenti. La seconda considerazione è che oggi possiamo constatare come l’unione monetaria europea venne presa troppo alla leggera. Nell’euforia della <em>grandeur</em> comunitaria, si sottovalutarono i pericoli  celati nel decidere una politica monetaria unica, per un’area economica così disomogenea. Le riduzioni dei tassi d&#8217;interesse stabilite a più riprese dalla BCE dal 2000, mentre per alcune economie europee potevano sembrare insufficienti a stimolare la ripresa, in paesi come la Spagna invece contribuirono a creare un&#8217;enorme bolla immobiliare i cui strascichi si faranno sentire ancora a lungo.</p>
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		<title>Che Madoff sia un allievo di Keynes&amp;Krugman?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 18:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In una nota dell’interessante volume di Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto sulla politica americana contemporanea, Obama dimezzato. L’America verso il 2012 (edito da Boroli editore e che sarà al centro di una presentazione pubblica a Milano presso l’IBL, giovedì 12 maggio, con inizio alle ore 18.30), trovo un passo tanto acuto quanto divertente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In una nota dell’interessante volume di Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto sulla politica americana contemporanea, <a href="http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C5M%C5Z%D5%D1&amp;url=search-alias%3Dstripbooks&amp;field-keywords=Obama+dimezzato&amp;x=14&amp;y=20"><em>Obama dimezzato. L’America verso il 2012</em></a> (edito da Boroli editore e che sarà al centro di una presentazione pubblica <a href="http://www.brunoleoni.it/dettaglio-eventi.aspx?ID=262">a Milano presso l’IBL, giovedì 12 maggio, con inizio alle ore 18.30</a>), trovo un passo tanto acuto quanto divertente di John H. Cochrane.<span id="more-8960"></span></p>
<blockquote><p>Se si crede che la tesi keynesiana sia un argomento a favore dello stimolo, allora si dovrebbe pensare a Bernie Madoff come a un eroe. Lui prendeva denaro dalla gente che lo stava risparmiando, e lo dava a gente che sicuramente l’avrebbe speso. Ogni dollaro così trasferito, nel mondo di Krugman, genera un dollaro e mezzo di reddito nazionale. L’analogia è ancora più stretta. Madoff non prendeva il denaro dai suoi risparmiatori: essenzialmente se lo faceva prestare dando loro dei conti fasulli. Questo assomiglia parecchio al debito pubblico del governo.</p></blockquote>
<p><a href="http://modeledbehavior.com/2009/09/11/john-cochrane-responds-to-paul-krugman-full-text/#_ftn1_6657">In questo pezzo di quasi due anni fa</a> l’economista di Chicago ironizzava su <a href="http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html">un articolo di Paul Krugman apparso su “The New York Times”</a>. È ovvio però che l’autentica fonte di un certo modo di pensare o sragionare si trova in Keynes. Moltiplicatore, risparmio improduttivo, crisi della domanda, ecc. tutto questo è semplicemente JMK. Anche nell’errore, prima vengono ci sono gli apripista e poi gli imitatori.</p>
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		<title>Risposte sbagliata a domande sbagliate – di Andrew Lilico</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapporto della commissione indipendente britannica sul settore bancario
Il fondamentale problema del settore bancario è che i creditori delle banche non sono esposti al rischio di perdite. Chi sono questi creditori? Si possono dividere in due gruppi: i detentori di obbligazioni bancarie e i titolari di depositi. Pertanto una riforma effettiva del settore deve mirare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il rapporto della commissione indipendente britannica sul settore bancario</strong></p>
<p>Il fondamentale problema del settore bancario è che i creditori delle banche non sono esposti al rischio di perdite. Chi sono questi creditori? Si possono dividere in due gruppi: i detentori di obbligazioni bancarie e i titolari di depositi. Pertanto una riforma effettiva del settore deve mirare ad aumentare il rischio di perdite a carico di queste due classi di creditori (riducendo così la tentazione da parte dei governi di correre al salvataggio di una banca in cattive acque).<span id="more-8760"></span>Le soluzioni prospettate nel Rapporto ad interim della ICB (Independent Commission on Banking) [<a href="http://s3-eu-west-1.amazonaws.com/htcdn/Interim-Report-110411.pdf" target="_blank">PDF</a>] britannica vanno invece nella direzione opposta, <em>aumentando</em> la probabilità che i depositanti e i titolari di obbligazioni nei settori al dettaglio delle banche vengano soccorsi dallo Stato. Il concetto che sottende la separazione delle attività bancarie al dettaglio da quelle di investimento è che le prime possono essere salvate dal governo senza che questo abbia l’obbligo di evitare il fallimento del settore investimenti della stessa banca. Ma in realtà <em>non dobbiamo</em> salvare le attività al dettaglio! Di fatto <em>vogliamo</em> che il settore bancario al dettaglio possa fallire esattamente come ogni altra attività economica!</p>
<p>Peraltro, isolando le attività al dettaglio delle banche non facciamo che accrescere i danni causati all’economia reale dagli incentivi ad un’assunzione eccessiva di rischi da parte delle banche (incentivi creati dalla promessa di salvataggio). Le attività bancarie al dettaglio sono (come quasi ogni altra impresa) un’attività intrinsecamente rischiosa. Le banche concedono mutui e prestiti a imprese e a persone: alcuni di essi risulteranno infruttuosi, mentre altri saranno più rischiosi. Se i creditori delle divisioni al dettaglio delle banche sono garantiti dallo Stato (come avverrebbe certamente accogliendo le proposte della commissione indipendente), le banche saranno indotte a dedicarsi ad attività più imprudenti, concedendo prestiti a società meno solide, o mutui e prestiti personali più arrischiati. Le prospettive di queste attività appariranno rosee in un periodo di espansione economica, ma la conseguenza saranno recessioni più gravi, aumentando così l’instabilità macroeconomica.</p>
<p>La commissione indipendente inglese spera di mettere al riparo il settore bancario al dettaglio dalle perdite più ingenti causate dall’adozione delle sue proposte imponendo alle banche requisiti di capitale più stringenti. L’idea di richiedere che una banca mantenga un ammontare di capitale così ingente che le sue attività al dettaglio non possano mai fallire, tuttavia, non è attuabile. Per giunta, quand’anche fosse possibile, sarebbe una pessima idea. Aumentare i requisiti di capitale per le divisioni bancarie al dettaglio rappresenta un’illusione molto costosa, una soluzione posticcia che ci permetterebbe di far finta di credere che le attività bancarie al dettaglio non possano mai fallire anche se non è vero e che comporterebbe per le banche un costo enorme per le difficoltà di raccogliere il capitale richiesto.</p>
<p>Certamente non tutto nel Rapporto è da scartare. Vi è una utile (anche se un po’ confusa) disamina dei cosiddetti bail-in, in virtù dei quali i possessori di obbligazioni hanno titolo ad una conversione semi-automatica dei loro crediti in azioni di una banca che dovesse trovarsi in condizioni di insostenibilità del debito (esattamente quello che io e altri osservatori avevamo proposto nel 2008 al posto della ricapitalizzazione delle banche a spese dei contribuenti). Anche il capitolo dedicato alla concorrenza meriterebbe una riflessione più approfondita.</p>
<p>Ma la proposta più importante è la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.</p>
<p><em>Andrew Lilico è Direttore e Socio Principale di Europe Economics, una società di consulenza economica. Questo articolo è stato <a href="http://www.iea.org.uk/blog/icb-interim-report-%E2%80%93-the-wrong-answer-to-the-wrong-question" target="_blank">originariamente pubblicato</a> sul blog dell’Institute of Economic Affairs di Londra</em>.</p>
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		<title>Generali, Unicredit e Intesa</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 11:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Banca Intesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Generali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il focus di cronache e attenzione dei media è su vicende “mondiali”, dal Giappone prima alla Libia oggi. Nella disattenzione generale dei non addetti ai lavori, tuttavia, in poche settimane si va profilando una nuova fase degli equilibri ai piani alti del potere finanziario italiano. La polemica in Generali di Diego della Valle a Cesare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il focus di cronache e attenzione dei media è su vicende “mondiali”, dal Giappone prima alla Libia oggi. Nella disattenzione generale dei non addetti ai lavori, tuttavia, in poche settimane si va profilando una nuova fase degli equilibri ai piani alti del potere finanziario italiano. La polemica in Generali di Diego della Valle a Cesare Geronzi, in nome del “largo ai giovani”, ha rapidamente ceduto il passo a  uno scenario ben più complessivo. Ad affrontarsi – non ho detto a scontrarsi &#8211; sono e saranno le due maggiori filiere bancarie italiane, Unicredit da una parte e Intesa dall&#8217;altra. In palio, chi giocherà a venire un maggior ruolo in Mediobanca e Generali, cioè chi influenzerà di più il rispettivo management da una parte, e chi avrà più voce in capitolo sulle controllate dall&#8217;altra, da Rcs a Telecom Italia. In bilico, la posizione francese in Mediobanca, eredità dell&#8217;ultima fase della Mediobanca di Vincenzo Maranghi, concepita come cuscinetto tra i soci privati e quelli bancari di piazzetta Cuccia, e garante in passato della lunga presidenza Bernheim a Trieste. Avvertenza: qui purtroppo non si parla di andamenti e risultati, creazione valore e strategie aziendali, come vorremmo noi con un&#8217;ottica di puro mercato. Si parla di &#8220;potere&#8221; nel mercato, la malattia relazionale tipica del quadro clinico italiano.  <span id="more-8605"></span></p>
<p>Inizio del conflitto vero: non le dichiarazioni di Della Valle, ma il no italiano “di sistema”  (Banca Intesa e Bankitalia) all&#8217;acquisto da parte francese (Natixis) dell&#8217;asset management di Unicredit, Pioneer, destinato invece ad Eurizon di Intesa;  il no altrettanto “di sistema” (Consob) al salvataggio del gruppo Ligresti (5% di Mediobanca e socio Unicredit) tentato dai francesi di Groupama, per accrescere l&#8217;influenza transalpina in Mediobanca e di Vincent Bolloré come vicepresidente in Generali. La politica, in realtà, malgrado Repubblica straparli sul tema, c&#8217;entra poco o nulla. Il Tesoro di Giulio Tremonti è per la difesa del risparmio e del settore assicurativo come settori strategici – esattamente come vale per l&#8217;energia rispetto a Edf in Edison, o nell&#8217;alimentare rispetto a Lactalis in Parmalat, ma di questo parleremo  parte e l&#8217;ha già fatto Carlo Stagnaro– ergo guarda alle mosse “nazionali” con esplicito interesse. Ma ciò non significa che entri nel coté interno a Mediobanca e Generali. Almeno finora.</p>
<p>In sintesi estrema, e dunque con molte approssimazioni di cui chiedo scusa, la questione è questa.  Allontanato Alessandro Profumo da una Unicredit prima banca italiana per internazionalizzazione e dunque più esposta a necessità di ricapitalizzazioni e abbassamento di leva finanziaria, Banca Intesa era in posizioni di maggior forza. Profumo, oltretutto, era per una prospettiva “non entrista” nelle vicende Mediobanca-Generali-Rcs. Non è un caso che sia la sola Intesa, al centro di tutte le operazioni che la stampa presenta come “di sistema”, da Alitalia l&#8217;altroieri a NTV ieri, da Pioneer a Parmalat-Granarolo oggi. Senonché nella Unicredit post Profumo le fondazioni socie non pensano affatto a un ruolo caudatario. Palenzona, a loro nome, ha esposto un programma d&#8217;intenti in cui il slavataggio di Ligresti da parte della nuova Unicredit significa più forza in Mediobanca e più forza all&#8217;autonomia “italiana” di Generali, anche rispetto all&#8217;arrembaggio “largo ai giovani” di amministratori privati o indipendente in realtà filo-Intesa.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo fronte ha già indirettamente risposto attraverso alcune chiose comparse sul Corriere della sera: meglio che l&#8217;11% francese in Mediobanca si rassegni a non contare più e a non veder confermato il patto di sindacato che scade a  fine anno, che immagini sin d&#8217;ora di cedere la sua quota a italiani. E&#8217; ovvio che attualmente sia Intesa, e non Unicredit, a ritenersi più forte nel fornire a soci italiani a sé “vicini” le risorse per rilevare la posizione francese. A guardare con più interesse a una Rcs in cui, nel tempo, le posizioni dellavalliane si rafforzino. E a sciogliere, nel tempo, il ruolo residuo di Mediobanca sulle partecipate.</p>
<p>Sarà partita lunga. Se la si deve guardare con occhio di mero bilanciamento di potere, meglio un&#8217;Italia in cui le fondazioni di Unicredit si rafforzino tornando a immaginare per l&#8217;istituto un ruolo di contrappeso. Altro sarebbe – tutt&#8217;altro, ma proprio questo sarebbe il mio povero punto di vista ideale &#8211; se si dovesse giudicare con un&#8217;ottica di puro mercato. In quel caso, non molti degli intrecci attuali tra soci e controllati dovrebbero sopravvivere. Testate come il Corriere sarebbero più libere, e Repubblica la pianterebbe di rappresentare ogni questione in base è a chi è più amico di Letta o Tremonti. Per questo lunga vita a quei pochi soci privati &#8211; come Caltagirone – che in Generali e altrove stanno perché hanno messo risorse proprie, non devono nulla a questa o quella grande banca, e parlano il minimo indispensabile: se non negli organi deputati e numeri alla mano, non per bilance di potere attuali o future.</p>
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