Il tema l’ha messo sul piatto, con la sua solita bravura di giornalista finanziario ottimamente informato, Massimo Mucchetti del Corriere della sera. Un tema e un’ipotesi che viene presentata come centrale per la messa in sicurezza di una parte essenziale dell’economia nazionale. Ergo, vale la pena di occuparsene. E’ l’ipotesi di spin off di Unicredit, dividendo rete e attività italiane da quelle estere più le partecipate, nell’ipotesi che sia Banca Intesa ad acquisirle. Il presidente di Unicredit non ha negato che l’opzione eista, anche se non è in agenda, ha detto. Cucchiani, il CEo di Intesa, l’ha respinta seccamente. Tuttavia, l’ipotesi c’è. E non convince. Prosegui la lettura…
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Quando una banca vale ormai 2,8 miliardi e lo Stato glie ne dà 3,4 allora è inutile girarci intorno: è nazionalizzata. E’ quanto avviene al MontePaschi. Rottamato dalla politica e da un partito, il Pd. Dopo 540 anni di storia. In un quadro bancario italiano generale che non si ferma solo alla vicenda senese. Prosegui la lettura…
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Allo scandalo che travolge Barclays, molti reagiscono “ci risiamo, le solite banche anglosassoni”. In realtà le 22 banche consultate quotidianamente, per indicare i tassi medi di mercato per 15 scadenze in 10 diverse valute, sono le maggiori del mondo avanzato. Che il Libor si valuti a Londra, dipende dal fatto che la British Banking Association fu storicamente la prima a porsi il problema di un lead ai tassi di mercato globale. E in materia le autorità di mercato britanniche e americane sono leader, perché è lì che si svolge il più delle transazioni mondiali. La manipolazione del Libor va al cuore del problema della finanza: se il regolatore pubblico debba prevalere e in che limiti, o se più efficiente sia l’autoregolazione. Materia delicatissima. Per chi la pensa come noi, è motivo per non unirsi al coro imperante sui media. Il che non significa plaudire ai manipolatori del mercato. Ma, al contempo, guardarsi da un manipolatore peggiore. Anche se, lo do per certo, ora fioccheranno per quel che dico critiche e attacchi. Prosegui la lettura…
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Si salvano le banche per salvare i governi. Le banche salvano i governi, e i governi poi salvano le banche. Potrebbe essere il titolo dell’ultima puntata del reality show europeo. In realtà è il prologo di una nuova puntata: il salvataggio dello stato spagnolo. Perché in Europa nulla è come sembra.
È sempre meglio parlare prima di fallimento di banche piuttosto che di fallimento di stati, fa meno impressione e si evitano le misure austerità che i salvataggi di stato richiedono. Una dichiarazione di default della quarta economia europea, in questo momento, prima delle elezioni in Grecia, sarebbe stato di cattivo gusto e non avrebbe rispettato il copione europeo.
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Mario Monti si è finalmente reso conto dell’effetto contagio che da Grecia e Spagna incombe sul sistema bancario italiano. Di stamane è il dato sulla disoccupazione record italiana in epoca euro, al 10,2%. In Germania la disoccupazione giovanile è invece ai minimi record, il 5,4% rispetto al 35% certificato stamane dall’Istat da noi. El Pais riporta stamane che il ritiro dei depositi in Spagna ha segnato quota meno 66 miliardi di euro nel solo mese di marzo. Il Financial Times Deutschland scrive stamane che le autorità tedesche preferiscono tenere la bocca chiusa nell’attesa dell’esito – stasera – del referendum irlandese tenutosi ieri sul fiscal compact, e delle prossime elezioni politiche francesi. Ma il tempo per agire al fine di evitare il contagio bancario è ora, aspettare il post voto greco è molto ma molto rischioso. La novità – comunque positiva – è che la stampa di mezza Europa oggi commenti le proposte avanzate ieri – nel silenzio del governo Monti – dai due banchieri centrali italiani, Draghi parlando la parlamento europeo come presidente BCE, e Ignazio Visco nelle sue prime considerazioni annuali da governatore Bankitalia. Cerchiamo di capire perché è importante quel che hanno detto, innanzitutto per il tempismo, prima ancora di dire la nostra su come la pensiamo. Non come loro, purtroppo. Prosegui la lettura…
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In Spagna ieri si è dimesso il banchiere centrrale spagnolo, ma nessun giornale italiano gli ha dedicato una riga. Capisco: il terremoto, i corvi del papa, il calcio marcio, tutto quel che volete voi. Ma Angel Fernandez Ordonez si è dimesso, anzi è stato sacrificato dal governo di fronte a una richiesta parlamentare di commissione d’indagine sul crac di Bankia, le sette casse di risparmio vicine ai Popolari riunite l’anno scorso per tentarne il salvataggio: invano. E c’è di più. Perché nel frattempo – anche su questo in Italia non vola una mosca, mah – la BCE ha stroncato il piano governativo di salvare Bankia, iniettandovi non 19 miliardi di capitali pubblici – il governo non li ha – ma 19 miliardi di titoli del debito pubblico, per girarli subito come collaterale alla BCE. Ciò che costituisce violazione dell’impedimento al finanziamento monetario del debito, nell’euroarea. Dunque siamo al crac bancario iberico, ed è per questo che oggi lo spread spagnolo è andato verso quota 520, il record per quiel Paese dacché c’è l’euro, e noi siamo a quota 460. Eppure a nessuno sembra fregare niente. Rajoy punta al ricatto. O Berlino e BCE dicono sì all’eurosalvataggio di Bankia senza passare per la procedura di aiuti EFSF-ESM, che implicherebbe il commissariamento della politica spagnola “alla greca” tramite Trojka Ue-Bce-Fmi, oppure comunque tra poche settimane con la Grecia salta tutto. La stampa tedesca stamane è insorta come un solo uomo. Da Stefan Ruhkamp sulla Frankfurter Allgemeine a Markus Zydra sulla Suddeutsche Zeitung, il coro di stroncature alla mossa del governatore e del governo spagfnolo è unanime. Dovrebbe suonare come un allarme rosso per l’Italia. Domani si tiene l’assemblea Bankitalia. Ma un piano d’emergenza per le banche italiane non c’è. Ed è un grave errore. Prosegui la lettura…
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Come e perché si debba resistere all’ariaccia filostatalista che soffia in Italia e in Europa. Prosegui la lettura…
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Non è questione di essere pessimisti o meno, ma la situazione spagnola è davvero vicino al baratro. Lo spread ha sfondato ieri i 485 punti rispetto ai bund tedeschi, con una crescita di oltre 30 punti in poche ore. Il tasso d’interesse dei Bonos decennali è sempre più vicino alla soglia critica del sette per cento (ore 11.00).
Cosa è successo?
Come anticipato nel weekend scorso su queste colonne, il settore immobiliario peserà quasi 200 miliardi di euro sul sistema bancario. E proprio qua sta la debolezza spagnola. Nel frattempo il movimento degli “indignados”, contrario alla nazionalizzazione, ha cominciato con una protesta che corre su twitter; l’hashtag più utilizzato è stato #CierraBankia (chiudi Bankia). Centinaia di persone stanno cominciando a cancellare il proprio conto bancario dalla quarta entità finanziaria e c’è il serio rischio di corsa allo sportello.
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La Spagna sta cadendo verso il precipizio. Non è un precipizio come quello greco, ma certo la situazione è ogni giorno più complicata.
Oggi il settore delle cajas è sull’orlo di un fallimento annunciato. Su queste colonne lo dicevamo giá due anni fa.
Il problema deriva dal settore immobiliare come riporta la tabella e dallo scoppio della bolla nello stesso. Fino al 2007 il settore era cresciuto a dismisura e in Spagna si costruivano più case che in qualunque altro paese europeo, anche di quelli molto più grandi. La costruzione era finanziata principalmente dalle cajas, che non lesinavano credito sia alle imprese edilizie che alle famiglie.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Lo scorso aprile George Soros scriveva sul Financial Times: l’Europa è entrata nella fase letale. Per sottrarla a questo destino il finanziere suggeriva la revisione del fiscal compact e, come gli è congegnale, anche fantasiose ingegnerie finanziarie. In realtà l’Europa è un morto vivente a cui nessuna operazione finanziaria, nessuna revisione di patto fiscale, nessun patto per lo sviluppo può ormai restituire vita. E a questo cadavere politico/economico privo di soluzioni socialmente ed economicamente realizzabili, ora non restano di vitale che sussulti di risentimento e antipatia verso il responsabile della cura che avrebbe creato la malattia: la Germania (ma a Maastricht gli stati membri cosa pensavano di aver firmato nel 1997? un accordo su come vivere alle spalle di un superstato garantito dal Quarto Reich?).
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