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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Antitrust</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Separazione Eni-SnamReteGas, avanti tutta—di Enrico Morando e Federico Testa</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 18:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Enrico Morando e Federico Testa.
&#8220;La separazione Eni-Snam – ha detto il sottosegretario Catricalà ieri sera nel corso di Porta a porta – non è una delle priorità, vedremo se sarà necessaria, ma sul gas esistono tanti altri rimedi che consentono alle imprese energivore di pagare meno il gas&#8221;.
Ciò che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Enrico Morando e Federico Testa</em>.</p>
<p>&#8220;La separazione Eni-Snam – ha detto il sottosegretario Catricalà ieri sera nel corso di Porta a porta – non è una delle priorità, vedremo se sarà necessaria, ma sul gas esistono tanti altri rimedi che consentono alle imprese energivore di pagare meno il gas&#8221;.<span id="more-11160"></span></p>
<p>Ciò che il dr Catricalà non dice è che gli “altri rimedi” che attualmente consentono alle imprese energivore – e solo a quelle – di pagare meno l’energia producono corrispondenti incrementi delle bollette per chi energivoro non è, e cioè le imprese, specie di piccole dimensioni, che vedono le loro bollette incrementate al fine di mantenere una possibile competitività del sistema Paese in alcuni settori. Per non parlare poi delle famiglie, per le quali oggi la spesa  per gas (in prevalenza riscaldamento) è di circa 1.209 euro su base annua (famiglia &#8216;tipo&#8217; con consumi pari a 1.400 metri cubi), rispetto ai 1.050 euro del 2011 e ai 1.013 del 2010. Infatti, come recita la recente segnalazione di del 5/01/12 della AGCM (che il dr. Catricalà ha per molto tempo presieduto), “i prezzi all’ingrosso del gas  si mantengono strutturalmente più alti che nei principali paesi europei con un pesante effetto di deficit di competitività dell’industria nazionale rispetto alla concorrenza europea.</p>
<p>I prezzi del gas naturale definiti dai mercati all’ingrosso italiani sono strutturalmente superiori (ultimamente sino a 9 €/Mwh, pari ad almeno il 20-25% in più) ai prezzi prevalenti sui mercati all’ingrosso più liquidi dell’Europa settentrionale (TTF)”: e visto che in Italia più del 60% dell’energia elettrica si fa con il gas, sono evidenti le ricadute più generali sul sistema-paese. La stessa AGCM quindi prosegue affermando che “al fine di introdurre incentivi ad una gestione delle attività di trasporto  e di stoccaggio di gas coerenti con i necessari investimenti in nuove infrastrutture e di consentire al gestore della rete di svolgere con terzietà il ruolo sistemico conferito dall’avvio del nuovo sistema di bilanciamento di merito economico, si può ipotizzare un percorso che porti alla separazione proprietaria della rete di trasporto e delle infrastrutture di stoccaggio attualmente controllate dall’incumbent Eni”.</p>
<p>Alla luce di tutto questo, noi non concordiamo con il dr. Catricalà: per i  cittadini e le imprese italiane è prioritario operare sulla struttura del mercato del gas, realizzando quella separazione proprietaria dell’asset-rete di trasporto che, più efficacemente di qualsiasi altra soluzione, può garantire la reale concorrenzialità in un mercato strategico per la competitività del Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Enrico Morando, senatore PD</p>
<p>Federico Testa, deputato  e responsabile nazionale energia PD</p>
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		<title>Gli ordini professionali: dov’è il vero illecito? Continuano le affermazioni selvagge</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/24/gli-ordini-professionali-dov%e2%80%99e-il-vero-illecito-continuano-le-affermazioni-selvagge/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 16:15:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Groupon]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo quello degli avvocati, anche l’ordine dei medici si oppone alle offerte low cost. Secondo il presidente dell’Ordine, Giancarlo Piazza, non si può approfittare delle offerte di Groupon perché “il codice deontologico vieta l&#8217;apparentamento di un medico, l&#8217;associazione del proprio nome a soggetti commerciali”. Quali i reali motivi per contrastare le nuove proposte e chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quello degli <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/11/16/gli-ordini-professionali-cosa-ce-di-selvaggio-nella-liberalizzazione/" target="_blank">avvocati</a>, anche l’<a href="http://www.infooggi.it/articolo/groupon-e-sanita-low-cost-lordine-dei-medici-di-bologna-dice-basta/20931/" target="_blank">ordine dei medici</a> si oppone alle offerte low cost. Secondo il presidente dell’Ordine, Giancarlo Piazza, non si può approfittare delle offerte di Groupon perché “il codice deontologico vieta l&#8217;apparentamento di un medico, l&#8217;associazione del proprio nome a soggetti commerciali”. Quali i reali motivi per contrastare le nuove proposte e chi davvero viene danneggiato da tali cambiamenti?<span id="more-10586"></span>Gli ordini nascono per assicurare elevati standard qualitativi dei servizi offerti ma, di fatto, servono anche a proteggere i professionisti, riducendo così gli incentivi a differenziarsi grazie a fama e reputazione, piuttosto che attraverso la tutela di tali ordini. D’altra parte, la garanzia di qualità del servizio dovrebbe essere assicurata, oltre che dalla moralità dei professionisti, dalla concorrenza, mediata e controllata dall’ordine civile e penale, non dalle regole soggettive degli ordini. In che modo limiti alla pubblicità, alla libera iniziativa, all’imprenditorialità e alla diversificazione dell’offerta potrebbero incidere sulla qualità non è chiaro. Mentre lo è molto il modo in cui possono pesare sugli onorari. Allo stesso modo, tutte le norme di condotta morale rappresentano giustamente un incentivo ad adottare un comportamento retto, ma la sanzione per chi non rispetta tali standard è altrettanto severa sul mercato come all’interno dell’ordine. La differenza è che al suo interno è più facile coprirle. Insomma, più privilegi che altro, come aveva già evidenziato l’<a href="http://www.agcm.it/stampa/news/3466-ic34-indagine-conoscitiva-riguardante-il-settore-degli-ordini-professionali-chiusura-indagine-conoscitiva.html" target="_blank">Antitrust </a>che, da un’indagine sugli ordini professionali condotta nel 2007, aveva evidenziato che emergeva “una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti’’. Quanto affermato dal presidente Piazza che, di fatto, ribadisce e sottolinea il contenuto di una norma tanto consolidata quanto vetusta, conferma la loro tendenza a considerare le nuove opportunità solo un ostacolo allo svolgimento della professione. Quanto lo considerino davvero o quanto lo vogliano considerare per tutelare i loro privilegi non è dato sapere. Ma quando si preferisce mantenere regole fisse, incapaci di adattarsi alle mutate esigenze e condizioni di mercato, si tende a proteggere chi anni prima, in condizioni completamente diverse, aveva sostenuto e passato un esame, senza dimostrare che nel tempo sono stati in grado di restare aggiornati e senza dare garanzie sulle loro attuali capacità e competenze. Eppure la scelta dei 15 dottori bolognesi di lanciare nuove offerte sul web dimostra come molti medici e professionisti si sentano ormai imbrigliati da regole in cui non si riconoscono ma in cui sono costretti a stare per poter svolgere la professione: sebbene alcuni sarebbero pronti a sfruttare le nuove occasioni offerte dal mercato, la loro libertà è completamente negata e vincolata. La possibilità di scelta non esiste, se non quella di cambiare mestiere.</p>
<p>Lo schieramento si fa quindi sempre più netto: da una parte, i medici che svolgono la professione e cercano mezzi e strumenti per farlo al meglio; dall’altra, quanti sono impegnati a mantenere ostacoli ed attività burocratiche con costi enormi ma a tutela del loro potere, in modo assolutamente slegato dalla qualità dei servizi professionali resi. Se così non fosse, si preoccuperebbero di rendere lecita una norma che consenta la possibilità di offrire prestazioni sanitarie a prezzi allettanti. Offerta che, in tempi di crisi, è conveniente prima di tutto per i consumatori, più che per i medici.</p>
<p>Per risolvere questi problemi, non sarebbe comunque necessario abolire gli ordini, ma è indispensabile agire sulle due principali debolezze che a tutto fanno pensare fuorchè alla loro utilità in termini di assicurazione della qualità del servizio: la prima, è il monopolio di iscrizione, di cui i professionisti devono accettare le regole imposte, senza alternativa. Di conseguenza, nessuna facoltà di scelta neanche per i consumatori e nessuna spinta concorrenziale all’efficienza. La seconda è che i professionisti sono obbligati a iscriversi per lavorare, mettendo di conseguenza in difficoltà i nuovi entranti, soprattutto quelli giovani e inesperti. Senza considerare che l’iter per arrivare a potersi iscrivere è lungo e irto di inutili ostacoli, null’altro che inutili forme di protezione pubblica per chi già ne fa parte: come l’esame di Stato da sostenere nonostante possiedano una laurea, nient’altro che una barriera all’ingresso; o il praticantato da svolgere (quasi) gratuitamente, che rappresenta l’autorizzazione pubblica allo sfruttamento legalizzato; o, ancora, le quote di iscrizione davvero alte, che null’altro sono che un’imposta mascherata di cui, probabilmente, molti professionisti farebbero a meno. È innegabile, quindi, che ci sia una forte componente lobbistica tendente a conservare privilegi e ad astrarre rendite su cui è necessario un intervento. A tal fine, sarebbe opportuno rendere almeno volontaria l’associazione agli ordini e ridurne il potere monopolistico, consentendo l’esistenza di una pluralità di associazioni di categoria, con le proprie regole di esistenza, ammissione ed espulsione. Del resto, ridurre gli oneri e i costi per i professionisti, implica ridurli anche per i loro clienti, mentre la concorrenza non può che incentivare una migliore qualità dell’offerta. Queste sono le vere garanzie necessarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il caso Arenaways: che figuraccia Trenitalia</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 20:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[trasporti]]></category>
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		<category><![CDATA[Trenitalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Arenaways è una società privata nata nel 2006 con l’intento di offrire ai passeggeri un servizio ferroviario alternativo a quello del monopolista nazionale. La tratta interessata riguardava quella tra Torino e Milano, a cui si è in seguito aggiunta una seconda linea Torino-Livorno con fermate alle Cinque Terre. Dal primo agosto 2011, dopo nemmeno un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arenaways" target="_blank">Arenaways</a> è una società privata nata nel 2006 con l’intento di offrire ai passeggeri un servizio ferroviario alternativo a quello del monopolista nazionale. La tratta interessata riguardava quella tra Torino e Milano, a cui si è in seguito aggiunta una seconda linea Torino-Livorno con fermate alle Cinque Terre. Dal primo agosto 2011, dopo nemmeno un anno di attività, è stato nominato il curatore fallimentare. Questo significa che la liberalizzazione del servizio ferroviario è fallita? No.<span id="more-10255"></span></p>
<p>E’ sulla Torino-Milano, però, che si è giocato il destino della società. Il problema, come molti ricorderanno, riguarda piuttosto la forte limitazione imposta dall’Ufficio per la Regolazione dei Servizi Ferroviari (URSF) che impediva ad Arenaways di effettuare fermate intermedie tra le due città. La <a href="http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=normativa&amp;o=vd&amp;id=1088&amp;id_cat=&amp;id_dett=0" target="_blank">motivazione addotta</a> era:  «Lo svolgimento del servizio di trasporto passeggeri richiesto da Arenaways ha carattere “regionale” e compromette l’equilibrio economico del contratto di servizio pubblico in termini di redditività dell’impresa ferroviaria Trenitalia, titolare dei contratti con le Regioni Piemonte e Lombardia». In altre parole, veniva proibito alla società privata di fare concorrenza al monopolista pubblico perché quest’ultimo non sarebbe stato in grado di reggere la competizione. Ciò è reso possibile dalla legge 99/2009, che sancisce l’assurdo principio per cui i concorrenti non devono fare troppa concorrenza al monopolista. Come se ciò non bastasse, Trenitalia ha anche aumentato l’offerta di corse nelle tratte interessate: una strategia che, secondo l’<a href="http://www.lospiffero.com/buco-della-serratura/arenaways-dietrofront-della-boninoe-l%E2%80%99antitrust-indaga-su-trenitalia-2316.html" target="_blank">Antitrust</a>, potrebbe essere stata finalizzata a ostacolare ulteriormente l’ingresso della società. Di fronte a simili ostacoli, a nulla servono i <a href="http://www.arenaways.com/page/25/Altri_servizi" target="_blank">servizi aggiuntivi</a> con cui Arenaways cerca di differenziare il servizio: possibilità di fare biglietti direttamente sul treno senza sovrapprezzi, di portare il cane a bordo o di usufruire del servizio di posta a bordo. Questi, infatti, possono servire a differenziare l’offerta del servizio, quando però non esistono restrizioni per alcuni competitors.</p>
<p>Oltre a questo comportamento palesemente anti-competitivo, lo sviluppo del settore ferroviario è ulteriormente ostacolato dall’<a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/09/il-deragliamento-della-manovra/" target="_blank">articolo 8</a> della manovra correttiva di Ferragosto, che obbliga tutti gli operatori privati ad estendere ai loro dipendenti il contratto di Ferrovie dello Stato, ostacolando anche la libertà contrattuale.</p>
<p>Proprio oggi il governo annuncia<a href="http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/424241/" target="_blank"> tagli del 70%</a> al trasporto pubblico locale: si rischia quindi di rimanere senza un servizio decente di trasporto. Se invece lo Stato avesse avuto il coraggio di sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla liberalizzazione del sevizio ferroviario (e del trasporto pubblico locale), garantendo un’effettiva competizione, ora che i contributi pubblici devono per necessità essere ridotti, i cittadini avrebbero un servizio alternativo efficiente, competitivo e flessibile. Infatti, come scriveva Ugo Arrigo sulle pagine di questo <a href="//www.chicago-blog.it/2011/10/04/privatizzare-treni-e-postini-per-ridurre-lo-spread/" target="_blank">blog</a>  e nell’<a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002140&amp;level1=2166" target="_blank">Indice delle Liberalizzazioni 2011</a>, la privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi ferroviari e, in generale, del trasporto collettivo potrebbe consentire di rivitalizzare la domanda di un settore ormai considerato maturo: in Gran Bretagna, con l’apertura del mercato la domanda è raddoppiata dalla metà degli anni ’90, un aumento quasi triplo rispetto agli altri paesi europei.</p>
<p>Cosa ha ottenuto invece l’Italia nell’ostacolare la concorrenza?</p>
<ol start="1">
<li>Ha ulteriormente perso di credibilità e trasparenza</li>
<li>Ha mostrato la sua mancanza di capacità di innovazione</li>
<li>Ha reso palese di essere consapevole offrire un servizio ferroviario non competitivo</li>
<li>Non ha sfruttato l’occasione per ottenere del denaro per ridurre il deficit pubblico</li>
</ol>
<p>Risultato finale: domanda stagnante, servizio inefficiente, mancanza di flessibilità e sempre meno soldi nelle casse dello stato e nelle tasche dei cittadini.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Abolire gli ordini professionali: se non ora quando?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/07/01/abolire-gli-ordini-professionali-se-non-ora-quando/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/07/01/abolire-gli-ordini-professionali-se-non-ora-quando/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 19:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Fait</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.</p>
<p><span id="more-9470"></span></p>
<p>La proposta di legge delega prevede:</p>
<ul>
<li>la abolizione dei minimi tariffari;</li>
<li>la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;</li>
<li>la possibilità di costituire società di capitali;</li>
<li>la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;</li>
<li>il divieto di contingentare il numero dei professionisti;</li>
<li>la abolizione de facto degli esami di stato ed il subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea abbinato ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante il periodo degli studi universitari.</li>
</ul>
<p>Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private.  In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.</p>
<p>In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso) ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.</p>
<p>In un paese civile, appunto.</p>
<p>Per consultare il testo della proposta di legge cliccare <a href="http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2011/06/professioni.pdf?uuid=fdb6d0be-a34f-11e0-94f5-f5a2dcc43e33">qui</a>.</p>
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<p class="MsoNormal">Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.</p>
<p class="MsoNormal">La proposta di legge delega prevede:</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpFirst" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>la abolizione dei minimi tariffari;</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpMiddle" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpMiddle" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>la possibilità di costituire società di capitali;</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpMiddle" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpMiddle" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>il divieto di contingentare il numero dei professionisti;</p>
<p class="MsoListParagraphCxSpLast" style="text-indent: -18pt"><span style="font-family: Symbol"><span>·<span> </span></span></span>la abolizione de facto degli esami di stato e subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea e ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante gli studi universitari.</p>
<p class="MsoNormal">Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private.<span> </span>In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.</p>
<p class="MsoNormal">In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso)</p>
<p>Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.</p>
<p>La proposta di legge delega prevede:</p>
<ul>
<li>la abolizione dei minimi tariffari;</li>
<li>la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;</li>
<li>la possibilità di costituire società di capitali;</li>
<li>la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;</li>
<li>il divieto di contingentare il numero dei professionisti;</li>
<li>la abolizione de facto degli esami di stato e subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea e ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante gli studi universitari.</li>
</ul>
<p>Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private.  In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.</p>
<p>In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso) ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.</p>
<p>In un paese civile, appunto.</p>
<p>Per consultare il testo della proposta di legge cliccare <a href="http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2011/06/professioni.pdf?uuid=fdb6d0be-a34f-11e0-94f5-f5a2dcc43e33">qui</a>.</p>
<p class="MsoNormal">ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.</p>
<p class="MsoNormal">In un paese civile, appunto.</p>
<p class="MsoNormal">Per consultare il testo della proposta di legge cliccare <a href="http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2011/06/professioni.pdf?uuid=fdb6d0be-a34f-11e0-94f5-f5a2dcc43e33">qui</a>.</p>
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		<title>Anche le inefficienze da mancate liberalizzazioni risveglieranno gli italiani?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/23/anche-le-inefficienze-da-mancate-liberalizzazioni-risveglieranno-gli-italiani/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 10:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[antonio catricala']]></category>
		<category><![CDATA[ferrovie]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Antitrust avverte: l’Italia è indietro con le liberalizzazioni. Tra i settori meno liberalizzati rientra anche quello delle ferrovie: ad oggi, infatti, gli italiani possono servirsi solo dei treni pubblici. Ma, come emerge da un’indagine di Altroconsumo effettuata tra dicembre e gennaio, il servizio ferroviario garantito dallo Stato non è soddisfacente: “Il 57% dei 510 treni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’<a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/06/21/news/relazione_antitrust_liberalizzazioni_ferme-17999611/" target="_blank">Antitrust</a> avverte: l’Italia è <a href="http://www.corriere.it/economia/11_giugno_21/catricala-riforme-liberalizzazioni_6aa6b000-9be3-11e0-b47c-4c6664789138.shtml" target="_blank">indietro</a> con le <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-06-21/catricala-senza-concorrenza-rischio-095157.shtml?uuid=AaCkInhD" target="_blank">liberalizzazioni</a>. Tra i settori meno liberalizzati rientra anche quello delle <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=9420&amp;level1=2166&amp;codice=2230" target="_blank">ferrovie</a>: ad oggi, infatti, gli italiani possono servirsi solo dei treni pubblici. Ma, come emerge da un’indagine di <a href="http://www.altroconsumo.it/treni/alta-velocita-solo-di-nome-s300563.htm" target="_blank">Altroconsumo</a> effettuata tra dicembre e gennaio, il servizio ferroviario garantito dallo Stato non è soddisfacente: “Il 57% dei 510 treni a lunga percorrenza monitorati è arrivato in ritardo: il 14% dopo un quarto d’ora e il 7% addirittura dopo mezz’ora”. In particolare, soprattutto dal Nord al Sud il numero (65%) e la consistenza dei ritardi è maggiore, ma neanche verso Nord, con il 48% dei ritardi, si può parlare di servizio efficiente. A rimetterci, anche i pendolari: in sei grandi città, il 65% dei treni ha fatto ritardo.<span id="more-9347"></span></p>
<p>Sebbene non sia garantito un servizio affidabile, le tariffe sono però in continuo aumento (come previsto dalla <a href="http://www.corriere.it/economia/10_novembre_11/tariffe-treni-regionali_3a36d1d0-ed8c-11df-bb83-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Finanziaria</a> dello scorso novembre), e lo stesso i sussidi pubblici, a fronte di un&#8217;offerta in calo<strong>:</strong> in <a href="http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2011/06/22/news/treni-aumenta-il-costo-dei-biglietti-4483363" target="_blank">Veneto</a> si registrano incrementi del 2% per gli abbonamenti e del 15% per i biglietti di corsa semplice, mentre in <a href="http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Cronaca/377798/" target="_blank">Lombardia</a> le tariffe sono cresciute del 10% da febbraio.</p>
<p>L’unico passo verso una maggiore concorrenza è rappresentato dall’ingresso nel mercato di Arenaways, però immediatamente ostacolato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dalla regione Piemonte che le ha impedito di effettuare fermate intermedie sulla linea Torino-Milano, rendendola inevitabilmente poco competitiva rispetto all’<em>incumbent</em>. Uno scontro simile, che si sta consumando in Liguria, riguarda la linea Torino &#8211; Cinque Terre &#8211; Livorno, con fermate intermedie a Genova e a La Spezia. Vedremo come finirà. L&#8217;unica buona notizia é che per ora la regione difende i diritti del gruppo alessandrino.</p>
<p>Un contesto veramente competitivo, invece, potrebbe garantire molteplici vantaggi, in quanto i cittadini potrebbero scegliere il gestore che preferiscono. Quest’ultimo, per attirare più utenti, sarà incentivato a migliorare il servizio offerto e ridurre i prezzi. Verrà quindi garantita una maggiore soddisfazione dei cittadini, inducendo più persone a spostarsi in treno e, magari, riducendo anche il trasporto di merci su gomma, con una possibile riduzione dell’impatto ambientale.</p>
<p>Un altro settore in cui la<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-22/problema-infinito-rifiuti-napoli-084803.shtml?uuid=AabqE3hD" target="_blank"> liberalizzazione è ostacolata</a> è quello dei <a href="http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/408247/" target="_blank">rifiuti</a> su cui, grazie alla vittoria dello scorso referendum, si continua a non intervenire, lasciando il settore nel <a href="http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/correnti/2011/06/rifiuti-napoli-idee-spunti-documenti-vedo-ancora-lontana-la-soluzione.html" target="_blank">disordine più totale</a> (non solo a Napoli), sebbene causi evidenti disagi sociali e, avvicinandosi sempre più il caldo estivo, anche sanitari.</p>
<p>È stato detto molte volte che l’ampia partecipazione referendaria rappresenta la voglia di partecipazione e democrazia degli italiani: dal momento che però tale adesione ha anche ostacolato una maggiore apertura al mercato &#8211; che pur dovrebbe garantire una più veloce ripresa e una maggiore <a href="http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/408132/  http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-22/liberalizzazioni-passo-gambero-063919.shtml?uuid=AausF1hD" target="_blank">vitalità</a> del Paese -  allora è auspicabile che anche le palesi inefficienze di molti monopoli pubblici risveglieranno l’interesse dei cittadini.</p>
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		<title>L&#8217;Opa francese su Parmalat e la risposta giusta</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/04/26/lopa-francese-su-parmalat-e-la-risposta-giusta/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 10:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[Banca Intesa]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Lactalis]]></category>
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		<description><![CDATA[Tutti i media italiani rimbalzano la notizia dell&#8217;OPA lanciata da Lactalis su Parmalat come una &#8220;sorpresa&#8221;. Francamente, non capisco perché sorprendersi.  Oppure si pensa che Lactalis dopo essere giunta al 28,9% del capitale di Parmalat attendesse pianamente e disciplinatamente un qualunque esito comprensibile del  confuso assieparsi di soggetti italiani al tavolo Parmalat? E cioè della  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i media italiani rimbalzano la notizia dell&#8217;OPA lanciata da Lactalis su Parmalat come una &#8220;sorpresa&#8221;. Francamente, non capisco perché sorprendersi.  Oppure si pensa che Lactalis dopo essere giunta al 28,9% del capitale di Parmalat attendesse pianamente e disciplinatamente un qualunque esito comprensibile del  confuso assieparsi di soggetti italiani al tavolo Parmalat? E cioè della  politica, la CDP e il Fondo strategico annunciato per parte pubblica, per parte privata banche e imprese concorrenti come Granarolo, o altri imprenditori chiamati a raccolta dalle banche in nome dell&#8217;&#8221;operazione di sistema&#8221; e in realtà disinteressati al core business. L&#8217;OPA non è affatto una sorpresa. A mio modo di vedere, esiste una sola modalità davvero corretta e utile, al&#8217;azienda e ai suoi soci come più estesamente all&#8217;Italia, per rispondere a questa francese, che è un&#8217;operazione di mercato a tutti gli effetti.<span id="more-8866"></span></p>
<p>La modalità corretta è che a un&#8217;operazione di mercato si risponda con un&#8217;altra operazione altrrettanto e solo di mercato. L&#8217;ideale sarebbe dunque una contro OPA totalitatria a prezzi più elevati dei 3,35 miliardi complessivi offerti dai francesi: i margini dell&#8217;impresa, pur bassi visto ilo settore ma bassi anche per i prezzi della catena di fornitura italiana che tanto si difende malgrado la sua inefficienza da microfrazionamento dei capi di bestiame per azienda media fornitrice, sommati alla cassa per 1,4 miliardi messa insieme in questi anni con revocatorie e risarcitorie alle banche coraggiosamente intraprese da quel galantuomo di Enrico Bondi, giustificherebbero un ritocco del prezzo. Si può anche studiare un&#8217;Opa non totalitaria per l&#8217;ottenimento del controllo lasciando i francesi liberi di non conferire, ma certo sarebbe più limpida la prima strada.</p>
<p>Temo invece che si metta mano a risposte assai diverse. Cioè a un intervento comunque all&#8217;egida della politica, sostenuto da CDP o dal Fondo strategico di cui si è parlato in queste settimane. E&#8217; una strada sbagliata.</p>
<p>Non l&#8217;ho scritto solo io su Panorama, settimane fa, che l&#8217;avvento di Lactalis nel capitale di Parmalat porta le impronte digitali di una grande banca italiana: l&#8217;ha scritto anche l&#8217;Espresso, e sul Sole Luigi Zingales. In queste confuse settimane, al capezzale di Parmalat a Banca Intesa si son affiancate la nuova Unicredit  &#8211; versione Palenzona-Rampl &#8211; anch&#8217;essa &#8220;di sistema&#8221; archiviata la diffidenza verso tali accrocchi nutrito da Alessandro Profumo, nonché Mediobanca, che a dire il vero sin dall&#8217;inizio, quando i francesi annunciarono di controllare solo il 15% dei tre fondi esteri che avevano messo nel mirino Bondi annunciando una lista in vista dell&#8217;assemblea farcita di uomini vicini a Intesa, lavorava a un controblocco di soggetti italiani capaci in assemblea di cosnentire a Bondi di vincere la prova: ma questo, naturalmente, prima che i francesi annunciassero di aver quasi raddoppiato la propria quota.  Senonché in queste settimane abbiamo assistito a sviluppi che personalmente &#8211; da critico da sempre quale sono della fusione Parmalat-Granarolo caldeggiata da Intesa &#8211; non mi hanno neanche loro sorpreso punto.  Granlatte, la holding cooperativa che controlla Granarolo, come sappiamo da sempre non ha denari da investire, eppure  contava di essere lei ad acquisire Parmalat, attraverso capitali bancari per un verso e con la garanzia degli strumenti pubblici annunciati dall&#8217;altra. La ragione della mia diffidenza verso quest&#8217;operazione, prima che la contrarietà a interventi pubblici impropri, sta nel fatto che la catena di fornitura di Granarolo è gravata anch&#8217;essa da inefficienze comparate di costo dovuto a microfrazionamento. Oltre al fatto che una fusione di questo tipo abbisogna di una nuova eccezione alla legge antitrust, come per Alitalia visto che il segno dell&#8217;operazione a chiusura del mercato interno sarebbe del tutto analogo.</p>
<p>Se si ha a cuore la crescita di Parmalat, la sua cassa va utilizzata per una crescita dove il settore è più profittevole, e cioè all&#8217;estero, in quei Paesi che sono caratterizzati da carenza di offerta invece che da eccesso &#8211; la Cina, per cominciare -   e dalla possibiità di acquisire o realizzare per concentrazione farm di vasta produzione concentrata e con più bassi oneri ecoambientali di quanto sia possibile a casa nostra: dagli Stati Uniti al Canada &#8211; che non dimentichiamo è il primo mercato per quote nazioali dell&#8217;attuale Parmalat, mentre tutti credono che sia l&#8217;Italia &#8211; fino al Regno UNito che ha conosciuto una forte razionalizzazione del settore, questo tipo di crescita è oggi perseguibile. Tanto che erano queste, alcune delle ipotesi di crescita per acquisizione sul tavolo di Bondi nel recente passato. Ma, anche se lui è troppo riservato e galantuomo per dirlo, la politica lo ha scoraggiato, con l&#8217;argomento per il quale le coop, i sindacati, i media e l&#8217;opinione pubblica avrebbero preferito un&#8217;operazione  &#8220;italiana&#8221;.</p>
<p>Immagino che ora molti &#8211; e prestigiosi media nazionali, con loro &#8211; diranno che a quella che verrà presentata come &#8220;provocazione francese&#8221; bisogna comunque rispondere. Che loro hanno salvato Danone grazie all&#8217;appiglio della tutela dei casinò di cui Danone era azionista, e che non sui vede perché noi a questo punto dovrenmmmo essere da meno. Che è come dire  che siccome lo stile francese in materia è quello di De Funès e degli artifici statalisti da commedia dell&#8217;arte, allora è da persone serie rispolverare Totò &#8220;ma mi faccia il piacere, parli come badi e lei non sa chi sono io&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Italia ha bisogno di capitali stranieri e non di respingerli, l&#8217;Italia ha molto investito in Francia e deve continuare a farlo, come nel resto del mondo perché la chiave per crescere sta nell&#8217;internazioalizzazione della nostra impresa che così diventa più competitiva, non nella sua chiusura arroccata nell&#8217;asfittica dimensione domestica.</p>
<p>Ma non ho alcuna fiducia che questa mia convinzione sia più che minoritaria o faccia breccia, dopo aver letto sul Corriere della sera ripetutamente che ocorre farla finita una volta per tutte con questo atomismo individualista e con questa visione di concorrenza nel controllo proprietario da finanza anglosassone, che avrebbe preso piede nel nostro Paese per colpa di liberisti lunatici da strapazzo. Quando poi non lo so, evidentemente mi ero addormentato e mi sono perso il bello, visto che continuiamo a essere senza pause un sistema statalista, a bassa concorrenza, e in cui anche i banchieri priovati utilizzana la voglia di revanscismo della politica per sistemare accortamente proprie partite.  A mio avviso, naturalmente. Se è l&#8217;avviso di un cretino, ditelo voi.</p>
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		<title>La religione dell&#8217;antitrust – Recensione di Emanuela Mirabelli</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 13:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[IBL Libri]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[regolamentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Emanuela Mirabelli recensisce La religione dell&#8217;antitrust. Riti e pratiche della politica della concorrenza, di Edwin S. Rockefeller (IBL Libri, 2011).
L’antitrust può essere definito come un insieme intricato di nozioni economiche e giuridiche, convinzioni e supposizioni. O meglio, si può affermare che l’antitrust non è definibile, in quanto nessuna delle disposizioni normative in materia è in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Emanuela Mirabelli recensisce <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=10034&amp;level1=2220" target="_blank">La religione dell&#8217;antitrust. Riti e pratiche della politica della concorrenza</a>, di Edwin S. Rockefeller (IBL Libri, 2011)</em>.</p>
<p>L’antitrust può essere definito come un insieme intricato di nozioni economiche e giuridiche, convinzioni e supposizioni. O meglio, si può affermare che l’antitrust non è definibile, in quanto nessuna delle disposizioni normative in materia è in grado di spiegare puntualmente di che cosa si tratta. È proprio ciò che sostiene Edwin Rockefeller nel libro <em>La religione dell’antitrust. Riti e pratiche della politica della concorrenza</em> (IBL Libri, 2011), ultima uscita della casa editrice dell&#8217;Istituto Bruno Leoni.<span id="more-8433"></span>L’antitrust è, secondo Rockefeller, una sorta di ideologia, una dottrina instillata nelle menti di giovani avvocati e burocrati che nei <em>master</em> e nei corsi avanzati ne imparano i dogmi e, soprattutto, il linguaggio contorto.</p>
<p>Rockefeller descrive minuziosamente la “comunità antitrust” statunitense. Per questo gruppo di persone la parola d’ordine è “proteggere”. Proteggere la concorrenza, proteggere il mercato, proteggere la legge antitrust. In realtà, dimostra l’autore, non esistono concetti chiaramente comprensibili che rendano oggettivo l&#8217;operato della comunità antitrust: non esistendo definizioni puntuali, il risultato è una grande – ed eccessiva – discrezionalità a favore di giudici e avvocati. Come accennato all’inizio, lo stesso termine antitrust si rivela oscuro. Si tratta di un’entità che addirittura viene personificata. Gli adepti della religione dell&#8217;antitrust sono soliti utilizzare espressioni come: l&#8217;antitrust “non tollera”, “non accetta”, “difende” e “interviene”.</p>
<p>La comunità antitrust, dimostra l’autore, si pone a tutela della concorrenza, sebbene manchi un consenso generale sul modo in cui intenderla. A mancare è anche, spesso, la coerenza: si dice di voler favorire la concorrenza, ma si ricorre poi ai pubblici poteri per proteggersi da essa. I sacerdoti di questa religione dicono di voler perseguire nello stesso tempo obiettivi di efficienza e di equità, pur essendo essi, notoriamente, in contrasto tra loro.</p>
<p>Come è possibile stabilire il potere di mercato? Alla base della disciplina antitrust vi è la definizione del mercato di riferimento. Essa dipende da un presunto potere che viene esercitato al suo interno: ma il potere, a sua volta, dipende dalla definizione del mercato.</p>
<p>Entrambi sono sostenuti da supposizioni sul futuro che nessuno può conoscere. Chi può dire se, domani, un’impresa potrà essere scalzata da un’inaspettata innovazione da parte di un concorrente? Il suo “potere” in questo caso crollerà. E potremmo dunque affermare che questa impresa abbia veramente avuto “potere”?</p>
<p>L’impostazione antitrust è sostanzialmente statica: si suppone che le tecniche di produzione non cambino, così come le preferenze dei consumatori. Allo stesso tempo, però, la comunità antitrust giustifica il suo operato alla luce delle difficoltà e incertezze insite nel cambiamento con cui, necessariamente, il mondo deve confrontarsi. Di nuovo, sussiste in questi ragionamenti un problema di coerenza.</p>
<p>Le decisioni della comunità antitrust sono essenzialmente arbitrarie, in quanto non si fondano su definizioni e concetti solidi. Rockefeller sostiene che non c’è nessun modo per evitare la possibilità di essere accusati di distruggere la concorrenza e, similmente, di prevedere quale criterio o regola saranno utilizzati per valutare il caso. Ciò è dimostrato dal fatto che nelle sentenze non ci sono accenni a cosa il convenuto avrebbe dovuto fare, ma non ha fatto, oppure non avrebbe dovuto fare e invece ha fatto. Dov’è, quindi, la certezza del diritto?</p>
<p>A dispetto dei luoghi comuni, sostiene il professor Colombatto nella sua prefazione al libro, l’antitrust può essere considerato un freno alla crescita economica. Il problema di fondo, nascosto tra le righe delle sentenze, è ideologico: la colpevolezza del successo e, parallelamente, la difesa dei perdenti. Chi ha successo in un contesto di libero mercato, afferma Colombatto, non sottrae nulla al prossimo e, anzi, crea ricchezza per tutti coloro con i quali interagisce. Si può quindi parlare di abuso da parte di chi crea ricchezza senza sottrarne? L’antitrust appare fondamentalmente come un grande sistema di rent-seeking, in cui le imprese meno efficienti ricorrono alla &#8220;comunità&#8221; per sopravvivere ai propri errori e alla propria inefficienza.</p>
<p>Il libro espone con chiarezza le parole chiave dell’antitrust, offrendo un’attenta analisi del loro significato e del contenuto emotivo che le accompagna. Il suggerimento per avvocati, politici e burocrati è duplice: da un lato, un approfondimento sui fondamenti economici, sul loro ruolo e sulle conseguenze delle loro azioni; dall’altro, una profonda riflessione sulla debolezza ideologica dell’impostazione antitrust che, come scrive Colombatto, va ben oltre il problema metodologico e i tecnicismi economici.</p>
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		<title>Liberalizzache? Sul risparmio, la politica si fa ras</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 16:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[di Oscar Giannino e Camilla Conti 
Il futuro di Pioneer, il maggior gestore di risparmio gestito con passaporto italiano messo in vendita da Unicredit, ormai è diventata una questione &#8220;di sistema&#8221;, come si suol dire in Italia quando s&#8217;intende che entrano in gioco fattori preminenti non di schietta natura economica dal punto di vista della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Oscar Giannino e Camilla Conti </em></p>
<p>Il futuro di Pioneer, il maggior gestore di risparmio gestito con passaporto italiano messo in vendita da Unicredit, ormai è diventata una questione &#8220;di sistema&#8221;, come si suol dire in Italia quando s&#8217;intende che entrano in gioco fattori preminenti non di schietta natura economica dal punto di vista della massimizzazione del vantaggio per gli azionisti . Essendo tre operatori stranieri (i francesi Amundi e Natixis e la britannica Resolution) in short list per rilevare la società di gestione di Piazza Cordusio, la valorizzazione di Pioneer potrebbe concludersi con la migrazione all&#8217;estero di una parte consistente del risparmio degli italiani. Ipotesi che ha suscitato timori e mobilitato reazioni di peso e sostanza. </p>
<p><span id="more-8204"></span>E così prima il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, poi il presidente dell&#8217;Acri e della Fondazione Cariplo (grande azionista di Intesa), Giuseppe Guzzetti, e infine Banca d’Italia sono spuntati uno dopo l&#8217;altro in una non casuale catena di sant&#8217;Antonio. Sono primi supporter dell&#8217;idea di dare vita a un maxi-polo del gestito attraverso l&#8217;unione con Eurizon Capital, controllata da Intesa. Anche il governatore Mario Draghi, si è autorevolmente letto senza smentite, avrebbe a cuore la riuscita del connubio. Personalmente e modestamente, non capiamo. Si era espresso più volte in passato e coraggiosamente, il governatore, per una progressiva ma energica separazione tra la proprietà delle fabbriche prodotto e quella delle reti bancarie.</p>
<p>In questo senso si può anche pensare che si sia creata una certa sintonia con Tremonti, che sulla scorta dell&#8217;eticismo &#8220;dagli allo speculatore&#8221; ha già preannunciato un doppio regime fiscale per le attività bancarie &#8220;reali&#8221; (risparmio e credito) e quelle di finanza speculativa (investment banking). L&#8217;effetto è che ,come evidenziato recentemente da MF-Milano Finanza, in Italia è partita la corsa all’oro dei fondi esteri. Favoriti  da una tassazione minore (che pagano nel paese d’origine) e da regole di compliance più blande rispetto a quelli italiani, hanno già messo sotto contratto la bellezza di 140 miliardi di euro su un totale di 3.200 miliardi di ricchezza privata, godendo solo nel 2010 di una raccolta positiva pari a 11 miliardi contro un segno rosso di pari importo per le griffes della gestione tricolore. Una «fuga inaccettabile » per Tremonti, visto tra l’altro che questi soldi procurano profitti fuori dall’Italia e fanno lavorare imprese e dipendenti non italiani. Purtroppo, non si vuole capire che si tratta dell&#8217;effetto naturale &#8211; e po si ti vo! &#8211; della minor tassazione dei Paesi concorrenti, che per questo fa bene e non male ai Paesi a tenacissima alta tassazione come l&#8217;Italia. La soluzione naturale sarebbe abbassare le imposte. Di corsa. Ma si recalcitra. Meglio inveire contro i ribaldi speculatori esteri. E pensare a mettere in campo artificiali barriere &#8220;di sistema&#8221; a difesa dei gestori nazionali.  </p>
<p>Ecco perché la fusione fra Pioneer e Eurizon piace al Tesoro. Quanto, infine, all’Acri di Guzzetti, forse gli azionisti di Intesa non avrebbero proprio bisogno di ulteriormente spendere per acquisire Pioneer. Ma va ricordato che gli enti sono i partner del Tesoro nella Cassa depositi e prestiti, la nuova “banca di sviluppo” al cui interno hanno già preso forma alcune Sgr orientate all’investimento immobiliare (social housing) e alla capitalizzazione delle Pmi. La moral suasion di Tesoro, Vigilanza e Fondazioni, messa in campo su Piazza Cordusio e Ca&#8217; de Sass sembra funzionare tanto che il 1 febbraio scorso il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ha pubblicamente benedetto “la  disponibilita&#8217; dei grandi azionisti per l&#8217;operazione”, sebbene l’ultima parola spetti “al management che la sta esaminando”.Ma cerchiamo di capire perché Pioneer e Eurizon sono diventate due zitelle del gestito da far convolare a nozze nel nome della bandiera. E partiamo da Piazza Cordusio che sotto Alessandro Profumo aveva fatto dell’asset management il proprio cavallo di battaglia. Strategia che aveva portato all’acquisizione del gestore americano Pioneer unita alla delocalizzazione globale dell’asset management di UniCredit tra Dublino e Boston, per trasformare rapidamente il risparmio bancario e amministrato (titoli di Stato in custodia) in vero “risparmio gestito”: fondi comuni, polizze e altri strumenti d’investimento, sempre più sofisticati. Non a caso proprio il capo di Pioneer &#8211; Fabio Innocenzi &#8211; fu chiamato come amministratore delegato del quarto gruppo creditizio italiano, il Banco Popolare. Poi è arrivata la crisi che vede il risparmio gestito fra i settori più esposti alla finanza globale, Profumo è stato mandato a casa, sul fondo è scesa anche l’ombra del crack Madoff.</p>
<p>Morale: oggi UniCredit non ha più né la forza né la voglia di trasformare Pioneer in un operatore globale. Meglio liberarsene anche per togliere qualche zavorra al bilancio non ancora in linea con i nuovi requisiti patrimoniali di Basilea 3. Pioneer resta comunque il terzo gruppo dell’asset management in Italia con un patrimonio promosso di 125,1 miliardi preceduto da Generali  con 143,4 miliardi (attraverso Banca Generali) e da Eurizon prima in classifica con 162,6 miliardi. L&#8217;ipotesi di una cessione totale di Pioneer servirebbe dunque a UniCredit sia per alzare il roe sia per spingere il titolo. Secondo alcuni analisti  una valorizzazione attorno a 3 miliardi permette maggior capitale per 60 punti base a prezzo di una diluizione marginale, ovvero il 5% dell&#8217;utile per azione, con un goodwill sulle masse gestite intorno all&#8217;1,7-1,8%.</p>
<p>La concorrenza degli operatori stranieri è agguerrita, come dimostra l’interesse per l’asta di Pioneer: tra gli attori in campo c’è Amundi, frutto della fusione fra le piattaforme del Credit Agricole (che controlla CariParma-Friuladria)/Credit Lyonnais e Société Générale. Sempre francese è Natixis, il gestore di un polo bancario semipubblico nato dall’unione tra il gruppo Banque Populaire e il Caisse d’Epargne. E infine Resolution, un grande fondo di private equity, quasi sicuramente interessato a una rivalorizzazione speculativa di Pioneer, attraverso la rivendita a pezzi. Alle spalle di Eurizon e Pioneer, in Italia, ci sono poi Anima (Bpm) e Prima (Mps) che hanno già realizzato una fusione nazionale per accentuare l’indipendenza della Sgr invocata da Draghi. C’è infine chi non esclude, nei desiderata di Tremonti, un possibile  allargamento dell’asse Pioneer-Eurizon al gigante BancoPosta (14mila sportelli), controllato da Tesoro e Cdp. Una bella pubblicizzazione, mentre si parla di riformare l&#8217;articoilo 41della Costituzione. Così come si attendono le contromosse di altri gestori nazionali, a cominciare da Arca, la Sgr consortile delle Popolari.</p>
<p>La partita si giocherà fino ai primi di marzo, quando i tre players in short list (Amundi, Natixis e Resolution) presenteranno la loro offerte ferme a UniCredit. Di certo, l’operazione Pioneer-Eurizon è “vestita” come operazione-Paese, necessaria per tutelare una storica “materia prima” italiana: il risparmio, ormai terra di conquista dei grandi gestori internazionali.  Ma nella realtà, la corsa a creare un “campione nazionale” rischia di tradursi nell’ennesimo  tentativo dello Stato di intervenire nelle scelte di società quotate in settori strategici, recuperando “interessi nazionali”. Aspetto trascurato dai giornali finanziari. Forse perché in quegli stessi giornali a comandare sono anche quelle banche così “addicted” a operazioni di sistema. Del resto viviamo nel Paese più bancocentrico del mondo dove gli investitori istituzionali sono debolissimi e in cui anche nel private equity la quota esercitata dalle società di controllo diretto bancario supera quello dei fondi specializzati, un Paese dove è ovvio che gli istituti di credito abbiano un interesse a restare gli interlocutori unici delle imprese come fornitrici di capitale di debito.  Altro che sistema, altro che bandiera tricolore da far sventolare sul risparmio gestito.</p>
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		<title>Taxi: di male in peggio</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 10:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
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		<description><![CDATA[Il rapporto tra tassisti e clienti a Roma è più incandescente di quello tra laziali e romanisti.
Chiunque viva nella capitale, o vi si rechi abitualmente, conosce bene quanto sia asimmetrico il contratto di servizio tra le due categorie, quanto vana sia ogni lamentela di disservizio, quanta sproporzione ci sia non solo fra le tariffe e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto tra tassisti e clienti a Roma è più incandescente di quello tra laziali e romanisti.</p>
<p>Chiunque viva nella capitale, o vi si rechi abitualmente, conosce bene quanto sia asimmetrico il contratto di servizio tra le due categorie, quanto vana sia ogni lamentela di disservizio, quanta sproporzione ci sia non solo fra le tariffe e i km percorsi o il tempo trascorso, ma più in generale fra le tariffe e le condizioni che il cliente deve per forza accettare, non potendo essendoci alternative reali: carenza di taxi, tariffa aggiuntiva a Roma Termini, attese di minuti al telefono per la prenotazione, etc.<span id="more-8169"></span>Fino ad arrivare, caso personale, a dover pagare i minuti aggiuntivi per l’attesa di un taxi posteggiato in un posto diverso da quello concordato al momento della prenotazione (per la cronaca, la sottoscritta ha proposto reclamo e l’azione disciplinare pende ormai da mesi senza che riesca ad averne notizia).</p>
<p>La storia dunque dei taxi è stranota e dibattuta.</p>
<p>Dal 2005, l’Istituto Bruno Leoni torna sull’argomento (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_32_Gilli.pdf" target="_blank">PDF</a>) spiegando perché e come liberalizzare il mercato dei taxi con ragioni che sarebbero incontestabili, se non ci fossero quelle posizioni di rendita quale unico motivo che ostacola un servizio serio e in libera concorrenza.</p>
<p>Non torniamo quindi sull’argomento per rivitalizzare il dibattito e le proposte alternative al sistema attuale. Vi torniamo piuttosto perché una delibera dell’Assemblea capitolina (il nuovo nome del Consiglio comunale di Roma) rischia, se male interpretata, di peggiorare ancora di più le condizioni del servizio e sarebbe dunque il caso di chiarirne fin da subito il significato.</p>
<p>La delibera, in attuazione della riforma del sistema tariffario avviata con un regolamento comunale del luglio scorso, istituendo un’apposita commissione, individua tra i criteri di valutazione della congruità degli aumenti tariffari “il rapporto domanda e offerta a seguito dell’ampliamento dell’organico con rilascio di nuove licenze”.</p>
<p>Si tratta di un criterio che potrebbe essere interpretato in maniera bidirezionale, contraddicendo, se letto nel senso che a un aumento delle licenze corrisponde un aumento delle tariffe, la più elementare regola dello scambio di beni e servizi: l’aumento dell’offerta fa diminuire il prezzo del bene offerto.</p>
<p>Una simile interpretazione sarebbe incoerente con i principi concorrenziali, oltre che con la decisione contenuta nel regolamento di luglio del Consiglio comunale di permettere ai tassisti di praticare liberamente sconti, residuando la tariffa come tetto massimo.</p>
<p>C’è quindi da augurarsi che la disposizione sia interpretata dalla Commissione nel senso di suggerire riduzioni tariffarie conseguentemente ad aumenti di licenze, dato che qualsiasi altra interpretazione – come <a href="http://www.agcm.it/stampa/news/5416-segnalazione-al-comune-di-roma-sullaumento-delle-tariffe-taxi.html" target="_blank">segnalato dall’Antitrust</a> – “sarebbe volta esclusivamente a mantenere rendite di posizione”. Anzi, sarebbe forse auspicabile che si intervenisse testualmente con una modifica o con un atto di interpretazione autentica che ci salvaguardino dalla lettura opposta, visto che, a detta dell’Antitrust, il criterio sembrerebbe essere stato interpretato per ora nel senso di giustificare “aumenti tariffari sulla base della crescita del numero delle licenze verificatosi di recente”.</p>
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		<title>Ancora sui saldi</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 19:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre i consumatori si scatenano negli acquisti di fine stagione, la politica torna a scatenare la propria fantasia su come, ancora una volta, regolamentare con più efficacia i saldi.
Ci siamo già espressi sulla convinzione che la regolamentazione dei saldi di fine stagione sia, quantomeno, miope.Torniamo sull&#8217;argomento perché è notizia di questi giorni che la Regione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre i consumatori si scatenano negli acquisti di fine stagione, la politica torna a scatenare la propria fantasia su come, ancora una volta, regolamentare con più efficacia i saldi.<br />
Ci siamo <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/01/04/i-love-liberalized-shopping/" target="_blank">già espressi</a> sulla convinzione che la regolamentazione dei saldi di fine stagione sia, quantomeno, miope.<span id="more-7982"></span>Torniamo sull&#8217;argomento perché è notizia di questi giorni che la Regione Lombardia starebbe pensando ad una nuova legge per far fronte alle tattiche con cui i commercianti anticipano i saldi di fine stagione, in elusione della vigente regolamentazione.</p>
<p>In effetti – come dice l’assessore Maullu – gli esercenti, stretti dalle normative regionali che impongono “quanto”, “quando” e “come” effettuare i saldi, spesso praticano sconti sottobanco, informano anzitempo e riservatamente la clientela fidelizzata delle offerte pre-saldo, insomma fanno di necessità virtù, con la fondata speranza di vendere in periodi di regali prima che i saldi, finite le feste, diventino meno allettanti.</p>
<p>È difficile comprendere la ragione per cui le istituzioni intervengono sulla libertà del commerciante di scegliere il prezzo e le modalità migliori di vendita per lui e per il cliente. L’assessore Maullu parla di una Babele pre-saldi che crea “inaccettabili differenze tra acquirenti di serie A e di serie B”. Più che di Babele, si tratta forse solo del tentativo di commercianti e consumatori di venirsi incontro nel reciproco interesse, sfuggendo a regole, divieti e irrigidimenti difficilmente giustificabili in regime di libero mercato. A ben guardare, anzi, è una bella confusione, perché nasce da uno spontaneo incontro di esigenze che non recano nocumento a nessuno.</p>
<p>Che, per un esercente, un consumatore abituale sia “diverso” da uno casuale, è poi un dato di fatto che nessuna norma potrà cambiare.</p>
<p>Ad ogni modo, anche l’<a href="http://www.agcm.it/" target="_blank">Antritrust</a> segnala che il divieto di vendite promozionali a ridosso dei saldi di fine stagione che “comprime sproporzionalmente la libertà di iniziativa economica dei negozianti e può dare luogo a fenomeni di elusione a danno dei consumatori”.</p>
<p>Le “inaccettabili differenze” di cui parla Maullu sono create, tuttavia, non dal comportamento dei commercianti, ma, a monte, proprio dalla regolamentazione dei saldi, che impedisce al venditore di scegliere liberamente tempi e prezzi dei saldi di fine stagione anche per i clienti che non conosce o che non può raggiungere con un sms, una cartolina o una telefonata. Allora, se si vogliono evocare parole come “discriminazione”, se si pretende giustamente dai commercianti di essere equi, si intervenga alla radice del problema e si eliminino i divieti e i limiti delle vendite straordinarie.</p>
<p>La segnalazione dell’Antitrust non passi come la legittimazione a ulteriori regole che irrigidiscono ancora di più il calendario dei saldi. Essa sia piuttosto letta come occasione per l’avvio, per troppo tempo ritardato dalle regioni, della reale liberalizzazione delle vendite straordinarie.</p>
<p>Una legge regionale che liberalizzi il settore, spingendosi anche oltre alla legislazione statale, potrebbe dimostrare alle altre regioni e allo Stato che le regole vengono schivate quando non sono buone regole, e che la fantasia dei commercianti, apprezzata dagli acquirenti, è semplicemente il segnale del mercato di voler essere più produttivo.</p>
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