CHICAGO BLOG » Pietro Monsurrò http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Mon, 28 Nov 2011 23:29:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.2.1 Inflazione o deflazione? /2011/10/03/inflazione-o-deflazione/ /2011/10/03/inflazione-o-deflazione/#comments Mon, 03 Oct 2011 20:54:42 +0000 Pietro Monsurrò /?p=10194 Da quando è scoppiata la crisi si è parlato o di inflazione o di deflazione, e non solo le analisi degli economisti ma anche i livelli dei prezzi non sono riusciti ad accordarsi su quale fosse l’evoluzione più probabile della situazione dei mercati. Ci sono motivi teorici dietro questa confusione? Sì, e soprattutto ci sono cattive spiegazioni da eliminare per fare un po’ di chiarezza.A ripercorrere brevemente il comportamento del livello dei prezzi (CPI) a partire dal 2007, anno di inizio della crisi, si vede che poco prima della crisi cominciava a schizzare per giungere al massimo prima dell’intensificarsi della crisi finanziaria, per poi crollare improvvisamente per i sei mesi clou della crisi del 2008, e ricominciare lentamente a crescere a partire dall’inizio del 2009, fino ad arrivare ai livelli attuali, vicini al 4%, e in crescita.

A guardare la base monetaria, però la storia cambia: essendo raddoppiata durante la crisi del 2008, e nuovamente aumentata, fino a triplicare, durante il 2011. La moneta bancaria (M1), però continua a crescere lentamente, e da due anni è addirittura inferiore alla base monetaria. La moneta “creditizia” (M2), invece, dopo aver reagito poco al raddoppio della base monetaria, e altrettanto poco alla sua triplicazione, si è ormai fermata da un trimestre.

Ci sono due spiegazioni cattive che circolano sui giornali o in rete: la prima asserisce che l’inflazione è impossibile perché c’è capacità produttiva inutilizzata, il cosiddetto “output gap”, la seconda invece che l’inflazione è inevitabile perché la base monetaria è aumentata tantissimo, e nel dir ciò trascura l’importanza dei mercati finanziari nel processo di espansione dell’offerta di moneta.
L’output gap non c’entra nulla con la deflazione o l’inflazione, altrimenti non ci sarebbero le stagflazioni, come negli anni ’70. I keynesiani hanno la memoria corta, perché nel lungo periodo i loro neuroni evidentemente sono tutti morti, e si sono già dimenticati i disastri che hanno causato trenta anni fa con i loro consigli di policy.
La capacità produttiva inutilizzata è parte integrante del ciclo economico, perché gli errori di investimento non sono sempre correggibili: milioni di muratori e unità abitative, e migliaia di gru da costruzione e betoniere, saranno inutilizzabili per un bel po’, essendo inutili, senza che ciò comporti un output gap. Dunque la mera presenza di capacità inutilizzata non dice nulla sulla possibilità di espandere l’output. Come minimo, deve essere capacità potenzialmente in grado di produrre cose che hanno valore: non, ad esempio, dopo un decennio di boom immobiliare, case.

E poi, per avere prezzi in rialzo non è necessario che ci sia capacità inutilizzata da qualche parte: è necessario che ve ne sia ovunque, altrimenti, come riconosciuto dallo stesso Keynes nella General Theory, i prezzi comincerebbero a salire in quei settori, e se sono numerosi (non “tutti”, ma “abbastanza”) il risultato aggregato si farebbe sentire (e la costruzione teorica di Keynes smetterebbe di essere valida, essendo basata sulla “profonda” intuizione che se i dati cambiano e i prezzi non si muovono, allora il disequilibrio permane).

Del resto, l’inflazione è almeno nel breve termine l’esito più probabile: USA, UK e UE stanno già abbondantemente sopra il 2% che si dice essere il target, almeno in Europa, a cui puntare. Inoltre i fattori di produzione (lavoro escluso) dell’indice dei prezzi al consumo (PPI) sono cresciuti molto più del CPI, sin dal 2009. Saranno contente le imprese a vedere i costi in aumento e i ricavi costanti. Poi ci si stupisce che l’economia non tira… Credo si tratti però solo di una fiammata: il PPI sembra aver arrestato la sua corsa, e la crisi finanziaria del resto sta nuovamente sulle prime pagine dei giornali da diversi mesi.

E qui veniamo all’ultimo fattore: il sistema finanziario. Se le banche e, la finanza in generale, non tirano, la base monetaria rimane inerte, perché non viene “moltiplicata”. Per questo motivo l’inflazione di M0 in Giappone negli anni ’90 non portò ad un aumento di M2, come del resto sta avvenendo negli USA e nell’UE. Senza banche che funzionano, dunque, l’inflazione è improbabile. Se la recessione dovesse ricominciare e dovesse colpire il settore finanziario, gli aggregati monetari smetterebbero di crescere e comincerebbero forse addirittura a scendere, e con essi i prezzi. Dato che è verosimile che la recessione stia ricominciando (ma era mai finita?), la deflazione sarà più probabile nel medio termine dell’inflazione.

La base monetaria rimarrà probabilmente inerte ancora un bel po’: l’espansione del credito, finché la finanza è nei guai, è improbabile. Il moltiplicatore monetario è una variabile endogena che dipende da fattori sotto il controllo delle banche centrali come la quantità di base monetaria, i tassi di interesse, e le aspettative future su queste variabili, ma anche da fattori non controllabili direttamente come lo stato finanziario delle banche, la redditività e la rischiosità degli investimenti, l’avversione al rischio degli intermediari. Tutti questi fattori stanno evolvendo verso la deflazione, perché sarà sempre più difficile intermediare e dunque creare credito man mano che l’economia rallenta.

Dovesse però non esserci una recessione, allora ci sarebbe inflazione. Anzi, ci sarebbe stagflazione. L’economia rimarrebbe fragile, ma i prezzi comincerebbero a salire. Molti keynesiani stanno auspicando questo: beati loro, che hanno sempre capito tutto…

PS Tutti i dati si possono trovare su Fed FRED, l’unica cosa buona fatta dalla Fed da quando esiste. M0, M1, M2, PPI e CPI sono le serie BASE, M1, M2, PPIACO e CPIAUCSL del database. Considerazioni simili dovrebbero valere per l’UE, salvo M0 che non è aumentata enormemente per via del ridotto quantitative easing.

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Spesa e crescita economica /2011/07/16/spesa-e-crescita-economica/ /2011/07/16/spesa-e-crescita-economica/#comments Sat, 16 Jul 2011 09:52:10 +0000 Pietro Monsurrò /?p=9636 Sta per arrivare una stangata fiscale, grazie al Governo che aveva promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, senza a quanto pare alcun tentativo serio di diminuire la spesa pubblica, o perlomeno fare cassa con una nuova stagione di privatizzazioni. Quali saranno gli effetti di una tale manovra sulla salute, già pessima, dell’economia italiana?
La relazione tra crescita economica e spesa pubblica, studiata per anni dagli economisti che si occupano di public choice (si veda “Public Choice III” di Mueller) indica che la spesa pubblica danneggia la crescita, almeno se è superiore ad una certa soglia, pari per alcuni autori al 15%-20% del PIL. Non è chiaro cosa fissi questa soglia, ma possiamo pensare che la quantità di beni pubblici che lo Stato deve produrre ammontino più o meno ad un sesto del PIL. Il resto, se l’interpretazione è corretta, è rent seeking, parassitismo.
D’altra parte, nella letteratura statolatrica keynesiana, la spesa pubblica è considerata in grado di stabilizzare il ciclo economico, di incentivare l’innovazione tecnologica, e di assicurare benessere e prosperità per tutti. Pazienza se oltre un triliardo di dollari di deficit USA non hanno avuto alcun impatto sulla disoccupazione, se a furia di deficit il debito giapponese è arrivato al 200% del PIL, e se gli Stati europei con il più alto livello di debito sono quelli nelle condizioni economiche peggiori, come la Grecia e l’Italia (la Spagna è un caso a parte). Al cuor non si comanda, e la colpa è di noi economisti “liberisti” (concetto privo di senso) che non abbiamo cuore.
Vediamo cosa succederebbe a tagliare la spesa pubblica di un fattore consistente, diciamo il 4-5% del PIL, in modo da annullare il deficit pubblico. Nel breve termine, questo potrebbe comportare spinte recessive, ma positive nel medio termine, perché abbiamo le seguenti forze contrastanti all’opera:
  • La minore spesa pubblica e la maggiore spesa privata che ne conseguirebbe sposterebbe risorse dal primo al secondo settore, con fenomeni negativi nel breve termine per costi di aggiustamento, e perdite e guadagni per molti fattori di produzione a seconda se sono chiesti di più dal settore pubblico o da quello privato.
  • La maggiore credibilità finanziaria dello Stato calmerebbe i mercati e ridurrebbe gli spread di rischio, stimolando la crescita. Renderebbe inoltre più credibile la protezione statale sulle banche (che a parer mio andrebbe eliminata o perlomeno ridotta), dando allo Stato i fondi per aiutare effettivamente le banche, e stabilizzando i mercati finanziari.
  • La minore richiesta di fondi da parte dello Stato libererebbe risorse per gli investimenti privati, che faciliterebbero la crescita economica, attraverso la ricapitalizzazione dei mercati finanziari e gli investimenti.
    Di norma le politiche fiscali si dice abbiano un’efficacia limitata nel tempo (circa un anno), e probabilmente misure restrittive avrebbero conseguenze negative nel breve termine, per via del primo fattore sopra elencato. D’altra parte, in condizioni di elevato debito l’efficacia della politica fiscale si riduce, perché gli altri due fattori tendono a contrastare, e nel medio termine a sopraffare, il primo. Dato che l’Italia è in condizioni finanziarie critiche, questi due fattori sono già oggi importanti, e dunque l’effetto negativo nel breve termine della stretta fiscale sarebbe molto contenuto.
    Nel lungo termine (dopo circa un anno, forse due), il primo fattore scompare quasi del tutto. Il secondo e il terzo fattore invece diventano sempre più importanti, e dunque gli effetti positivi sulla crescita maggiori. Inoltre si aggiungerebbero un quarto ed un quinto fattore, ad aiutare la crescita.
    • Il ridotto deficit e il debito stabilizzato o in diminuzione consentirebbero di ridurre la pressione fiscale, e ridurrebbero il rischio di misure fiscali straordinarie la cui sola eventualità potrebbe aumentare i premi di rischio e disincentivare il risparmio e gli investimenti. La ridotta pressione fiscale toglierebbe i disincentivi al lavoro, aiutando la crescita.
    • Le privatizzazioni per fare cassa e ridurre il deficit, perlomeno se unite a liberalizzazioni che aumentano la concorrenza (tra le due finalità c’è un’inerente contraddizione, però, perché più si liberalizza e meno si guadagna dalla privatizzazione), aiuterebbero ad aumentare la profondità dei mercati finanziari, la loro liquidità, e il livello di concorrenza ed efficienza dei mercati.
      La crescita non è solo tasse e non è solo spesa pubblica: è anche giustizia civile, regolamentazioni, rispetto dei diritti di proprietà, capitale sociale (fiducia e capacità di cooperare), sicurezza dalla criminalità e dalla politica, tassi di risparmio, spirito imprenditoriale. L’Italia ha problemi da tutti questi punti di vista, tranne forse gli ultimi due, e dunque il gap di crescita del Paese non si eliminerà solo con minore spesa e minori tasse. Ma le politiche dell’attuale Governo rischiano di ampliare il divario tra le economie relativamente sane, come quella tedesca, e la nostra, che dopo oltre mezzo secolo di malgoverno sistematico è ormai incapace di crescere, e continua ad annaspare ormai dalla fine degli anni ’80, senza che la politica, di destra o di sinistra, riesca a concepire nulla che assomigli ad una soluzione.
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      La public choice del cospirazionismo /2011/06/25/9361/ /2011/06/25/9361/#comments Sat, 25 Jun 2011 08:15:48 +0000 Pietro Monsurrò /?p=9361 Ora che Draghi andrà a Francoforte, prevedo un rafforzamento delle teorie cospiratorie sul signoraggio, di quelle così palesemente fideistiche che viene da ridere anche solo a pensare che si possa professare una religione del genere.

      Purtroppo queste teorie stanno prendendo piede anche nella classe politica, e tra l’altro in maniera bipartisan, perlomeno a giudicare da alcuni suoi esponenti più inclini al populismo, come Borghezio e Di Pietro. Il dibattito politico italiano, insomma, scade sempre di più.

      Per capire alcune (una frazione infinitesima) delle assurdità delle teorie del signoraggio, ho scritto un articolo con Annalisa Chirico: “La bufala del signoraggio”

      Ora, il problema è che non è necessario inventare assurdità per capire che c’è un problema con le banche e la politica monetaria, che non può porsi come obiettivo quello di salvare le banche e gli Stati membri dalle conseguenze delle proprie azioni scriteriate, altrimenti non fa che incentivare proprio queste scelte irresponsabili che alla lunga provocano fragilità sistemica, cioè un sistema finanziario che crolla improvvisamente con un alito di vento. E non è necessario fondare una nuova setta religiosa per capire che stare anni e anni con tassi di interesse reali negativi implica una redistribuzione di ricchezza dai risparmiatori ai banchieri.

      Di queste cose la BCE è meno responsabile dell’omologa istituzione americana, la Fed, una delle peggiori banche centrali del mondo, ma il problema c’è e occorre analizzarlo e risolverlo. Questo richiede un dibattito di alto livello, non certo l’ennesima teoria delle scie chimiche o dell’omicidio di Marylin.

      La public choice ha dimostrato che la razionalità in politica è un bene pubblico, e per questo viene prodotta in quantità insufficienti… in Italia in particolare. La natura irrazionale e fideistica del dibattito pubblico impedisce di comprendere e quindi di affrontare i problemi, e lo sfruttamento di queste tendenze da parte della classe politica rafforza queste tendenze ulteriormente.

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      Le lobby saranno pure democrazia, ma non sono libertà /2011/06/21/le-lobby-saranno-pure-democrazia-ma-non-sono-liberta/ /2011/06/21/le-lobby-saranno-pure-democrazia-ma-non-sono-liberta/#comments Tue, 21 Jun 2011 12:11:14 +0000 Pietro Monsurrò /?p=9336 L’articolo di Annalisa Chirico sul ruolo delle “lobby” in democrazia propone di rendere più trasparenti le attività lobbystiche in modo da avvicinare il sistema politico italiano, opaco e discrezionale, ai sistemi politici anglosassoni, dove le lobbies agiscono alla luce del sole. Non entro nel merito delle proposte, che mi sembrano condivisibili. Vorrei però discutere l’idea implicita che la concorrenza politica sia tanto positiva quanto quella economica, e porre l’attenzione sul vero problema, che non dipende dalla trasparenza o meno delle attività lobbystiche, ma dall’enorme potere di creare privilegi di cui dispongono i parlamenti.

      Le lobbies non sono cose recenti. Già Madison infatti scriveva:

      “Per fazione io intendo un numero di cittadini, che sia una maggioranza o una minoranza, che sono uniti e spinti ad agire da un comune impulso di passione o di interesse, contrario ai diritti degli altri cittadini, o all’interesse generale di lungo termine della comunità”

      È da notare come la questione non è se sia la passione (l’ideale) o il calcolo (l’interesse) a muovere la “fazione”, ma se le richieste siano o meno compatibili con i diritti del resto della società. Meno di un secolo dopo, Bastiat, affermava:

      “Fino a quando sarà ammesso che la Legge può essere sviata dalla sua vera missione, fino a quando essa può violare le proprietà invece di garantirle, ogni classe vorrà formulare la Legge, sia per difendersi contro la spoliazione, sia per organizzarla a proprio profitto. La questione politica sarà sempre pregiudiziale, dominante, assorbente; in una parola, ci si batterà alle porte del Palazzo dove si fanno le leggi”

      Madison credeva che le “sue” regole costituzionali potessero limitare le attività lobbystiche in modo da renderle meno pericolose. L’esperienza politica USA non depone a favore di questo ottimismo. Alcuni credono che nel lungo termine i privilegi lobbystici si equilibreranno a vicenda generando una “tregua liberale” dove ogni gruppo di potere decide di non perseguire il proprio interesse immediato in cambio della garanzia che nessun altro lo farà, attraverso una strategia di cooperazione alla Axelrod. Di questa tendenza non ho però visto tracce: la politica odierna è la compravendita del diritto di usare la coercizione pubblica, sia qui che negli USA.

      In politica ci sono interessi facilmente organizzabili e interessi che non lo sono, e i primi hanno interesse a cooperare, sì, ma nello sfruttamento dei secondi: si pensi al “logrolling” in public choice. Più che Axelrod, quindi, bisogna capire Olson: i problemi di azione collettiva sono più facilmente risolvibili quando c’è un tesoretto da spartirsi. E dato che in politica i giochi a somma positiva sono rari, in genere il tesoretto si ottiene predando la minoranza soccombente, tramite la “spoliazione legale” di cui parlava Bastiat: si pensi al protezionismo.

      Annalisa conclude affermando che “L’alternativa [alla democrazia corporativa] è il Grande Legislatore, che possiede tutti  i mezzi e stabilisce tutti i fini”, e qui centra il problema: i gruppi di pressione sono attratti dal potere legislativo, perché questo consente di usare la forza pubblica per ottenere privilegi a spese altrui. Già Madison aveva detto che vietare la “libertà” di fare pressione è una medicina più grave del male da curare, ma non ha senso negare che un problema ci sia: le lobby non sono libertà, ma “spoliazione legale”. La democrazia corporativa è il problema di cui soffrono le nostre società, e il motore che spinge per l’estensione dello Stato, privilegio dopo privilegio.

      Probabilmente una soluzione esiste: dato che le lobby parassitarie nascono spontaneamente non appena si forma un potere in grado di elargire privilegi, ridurre il potere del Parlamento di generare privilegi è l’unica strada da seguire per uscire dal guado della democrazia corporativa.

      Questa strada è stata indicata da Hayek, nella sua insistenza sull’universalità della legge, che metterebbe i bastoni tra le ruote ai cercatori di privilegi, tramite leggi non ad personam, ma ad corporationem. Probabilmente le degenerazioni corporative sono un problema insito nell’onnipotenza del potere legislativo e nell’ideologia giuspositivista. I problemi della politica non si risolvono con l’aspirina, e dato che una politica non disfunzionale è troppo difficile da ottenere, la soluzione più saggia è circoscrivere e limitare il ruolo della politica, per salvare da essa la società e i diritti individuali.

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      Public choice, cultura e psicologia di massa /2011/06/09/public-choice-cultura-e-psicologia-di-massa/ /2011/06/09/public-choice-cultura-e-psicologia-di-massa/#comments Thu, 09 Jun 2011 14:29:44 +0000 Pietro Monsurrò /?p=9223 La politica si può vedere da molti punti di vista: l’analisi economica della politica fatta dalla public choice, l’analisi delle idee e del pensiero filosofico, e l’analisi della psicologia dei movimenti politici (o più correttamente, per non commettere peccato contro l’individualismo metodologico, la psicologia dei “movimentati” politici).

      Oggi è comparso un mio articolo su Libertiamo in cui dicevo che il pensiero politico contemporaneo ha perso la distinzione tra società e stato, mettendo in luce come il recupero del liberalismo passa anche attraverso una nuova (o forse antica) concettualizzazione della politica.

      Sul mio appena nato blog “Mercato e Libertà” ho invece scritto un brevissimo riassunto della visione della politica che esce fuori dalla public choice, o se vogliamo, dagli scritti di Bastiat.

      Per completare le premesse, aggiungo una sconsolata nota psicologica.

      La public choice dimostra che gli elettori sono male informati perché non hanno incentivi ad informarsi, come spiego sul blog, e questo tra l’altro implica che gli elettori sono facilmente manipolabili, attraverso i canali di informazione, che possono finire nelle mani di gruppi ben organizzati ed informati. Secondo Bryan Caplan, dimostra anche che i pregiudizi sono pressoché inestirpabili perché i benefici di rivedere le proprie posizioni sono nulli, mentre i costi di cambiare idea (e dunque approfondire nuove questioni) sono in genere notevoli.

      L’idea che mi sono fatto è che il dibattito pubblico è pressoché inutile: il suo livello è basso per i motivi ben descritti dalla public choice, la possibilità di persuadere le persone con buoni argomenti è scarsa perché i pregiudizi rimangono anche dopo che sono stati confutati e dopo che gli argomenti a favore sono stati tutti respinti, e le persone prendono posizione soprattutto per motivi di identificazione con una qualche causa o persona, senza ragionare sulla questione più di tanto.

      Respinta l’ipotesi dunque che il discorso pubblico sia e anzi possa essere razionale (o almeno ragionevole), c’è da chiedersi: come si vince un dibattito? Cosa avvantaggia una delle tesi rispetto all’altra? Come si diffondono nuove idee e pregiudizi? Sappiamo che la ragione non gioca un ruolo di primo piano, ma allora cosa cosa rimane? L’emozione, il sentimentalismo, il senso di identificazione, l’immaginario? Occorre parlare al fegato, allo stomaco e al cuore delle persone anziché al loro cervello?

      Per come sono abituato a pensare, ciò equivale ad abdicare alla funzione di portare ragionevolezza e rigore nel dibattito e scendere allo stesso livello dei demagoghi e dei populisti. Potrebbe questa essere l’unica strategia concepibile in un contesto in cui informazione e ragionevolezza sono soggette ad una tragedia dei beni comuni, o è lecito e forse necessario sperare che prima o poi ci si sveglierà?

      Gli incentivi sono contro la ragione: parrebbe che la politica sia necessariamente oggetto di analisi superficiali e distorte, vittima di manipolazioni e mistificazioni, e parrebbe che più una società viene politicizzata, e meno la ragione sia rilevante: un ritorno all’adolescenza, la cui comprensione richiede la lettura di Eric Hoffer, e non di Ludwig von Mises. Una sconfitta per le facoltà più elevate dell’uomo: “a playground for the demented”, citando a sproposito Dave Mustaine.

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      Tobin Tax in Europa, un Pesce d’Aprile? /2011/03/09/tobin-tax-in-europa-un-pesce-d%e2%80%99aprile/ /2011/03/09/tobin-tax-in-europa-un-pesce-d%e2%80%99aprile/#comments Wed, 09 Mar 2011 20:26:10 +0000 Pietro Monsurrò /?p=8527 Questo articolo non è serio: la speranza è che non lo sia neanche l’Europarlamento.
      Giorni fa una commissione dell’Europarlamento, dall’altisonante nome di “Comitato per i problemi economici e monetari”, ha proposto in una Relazione una tassa sulle transazioni finanziarie pari allo 0.05% del loro valore nominale, con la finalità di “impedire la speculazione” e ottenere gettito. Penso sia un  caso di studio perfetto per documentare l’incompetenza del legislatore, e la facilità con cui cade preda della demagogia: il “pessimismo comico” che traspare da questo mio articolo è reso ancora più pregnante dal fatto che l’Europarlamento ha poi votato la Relazione a larghissima maggioranza (con l’unica meritoria eccezione, in Italia, dei leghisti… non avrei mai pensato di dover scrivere una frase del genere).
      Il documento della Relazione fa ridere. Alla voce “tassazione del settore finanziario” della Motivazione, si afferma che la finanza rappresenta il 73,5% del PIL mondiale. Nella proposta però si dice, al punto C, che le transazioni finanziarie ammontano a 73.5 volte il PIL mondiale. L’analfabetismo economico sottostante queste due affermazioni non meriterebbe un commento, ma meglio rigirare il coltello nella piaga: il PIL è la somma dei valori dei beni prodotti, mentre il volume delle transazioni è il controvalore degli scambi che avvengono nei mercati, e tra le due cose non c’è alcuna relazione, perché non si può mangiare o consumare una transazione (per aumentare le transazioni basta prendere una moneta da 2€ e lanciarla ad un amico, per poi farsela rilanciare, etc… dopo mille lanci ci saranno 2,000€ di transazioni in più, e avrete un debito nei confronti dell’UE per 1€). Un altro problema è che se una cosa è 73.5 volte un’altra, alle elementari (o era all’asilo?) mi hanno insegnato che è il 7350%, non il 73.5%.
      Rispetto a questo, l’idea che tassare gli attivi bancari possa aiutare a ottenere il 2-4% di PIL di gettito è quasi un’affermazione sensata: è probabilmente metà o più del valore aggiunto di tutti i mercati finanziari (non solo le banche), però insomma, c’è di peggio nella Relazione.
      Secondo il documento, una tassa dello 0.05% sulle transazioni farebbe guadagnare 200 miliardi di euro all’UE, e 650 miliardi a tutti gli Stati se venisse imposta globalmente. Se ne deduce che la base imponibile stimata dal Comitato è di 400 triliardi di euro in Europa, e 1300 triliardi in giro per il mondo: si tratta del controvalore delle transazioni (se proprio ci vogliamo fidare dei dati della Relazione). Non male per un’economia, quella europea, con un PIL di 12 triliardi di euro, e un pianeta con un PIL che non arriva a 50 triliardi. Questi numeri giocateveli al Superenalotto: non possono avere altra utilità.
      L’idea che si possa prendere il valore nozionale delle transazioni, moltiplicarlo per un’aliquota, e ottenere il livello di entrate fiscali fa ridere anche da un altro punto di vista. Se operare nei mercati finanziari venisse a costare 200 miliardi in più, la liquidità evaporerebbe e le transazioni sparirebbero, ma sparendo le transazioni (cioè la “base imponibile” della tassa in questione), sparirebbero anche i 200 miliardi. Una tale tassa farebbe precipitare le transazioni: 200 miliardi di costi di transazione in più non sono certo bazzecole.
      I politici parlano sempre di “speculazione”: il problema è che una tassa che uccide la liquidità e l’efficienza dei mercati finanziari garantirebbe rendite di posizione proprio a coloro che sono in grado di manipolare i mercati. Non possiamo permetterci di prendere sul serio proposte del genere.
      La cosa meno assurda di questa storia è che il Comitato che si occupa di questioni finanziarie e monetarie possa prendere sul serio un politico greco (Anni Podimata del Partito Socialista). In fin dei conti, dopo la nomina alla Commissione ONU sui diritti umani di un rappresentante del Sudan, non ci si può sconvolgere per così poco…
      L ’Europarlamento ha votato un documento di livello intellettualmente paragonabile ai più assurdi deliri cospirazionisti dei signoraggisti. Voglio sperare che quest’anno abbiano voluto farci il Pesce d’Aprile con venti giorni d’anticipo: ogni tanto però potrebbero anche leggere quello che votano.
      Finita la parte divertente dell’articolo, che dire? Bisogna essere terrorizzati dal pensiero che il nostro futuro sia deciso da queste persone, o è meglio trastullarsi nel sarcasmo facendo finta che non sia una cosa seria? Io sono indeciso, perché purtroppo sono giovane e mi rendo conto di essere una pedina impotente nelle loro mani, ma qualsiasi cosa preferiate, non venitemi a dire che i Parlamenti sono luoghi più seri dei Bar dello Sport.
      Continuo a sperare comunque che una risata li seppellirà.
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      “Non è un crimine essere ignoranti di economia”, ma… /2011/02/17/non-e-un-crimine-essere-ignoranti-di-economia-ma/ /2011/02/17/non-e-un-crimine-essere-ignoranti-di-economia-ma/#comments Thu, 17 Feb 2011 11:38:48 +0000 Pietro Monsurrò /?p=8382 Su Libertiamo è uscito un articolo dove si mostra l’ignoranza economica degli italiani, sia tra gli elettori che tra i giornalisti, e si argomenta che questo limita la qualità della vita politica del Paese. L’economia riguarda gran parte delle politiche, e l’ignoranza economica è dunque incompatibile con una democrazia funzionante. L’economia inoltre è parte integrante della cultura: chi non capisce i giochi a somma positiva, non è in grado di valutare i vantaggi della cooperazione sociale, e di fatto non capisce nulla del mondo in cui vive.


      La democrazia moderna, per funzionare correttamente, richiede ai cittadini uno sforzo informativo e cognitivo enorme per farsi un’idea di un’infinità di argomenti da cui dipende il futuro di tutti: sistemi pensionistici, efficienza amministrativa, regolazione dei mercati, politica fiscale, sistemi di pagamento. Bryan Caplan ha inoltre persuasivamente argomentato che non c’è motivo per cui un elettore debba fare un tale investimento: la probabilità che serva a qualcosa è infatti praticamente nulla, il voto informato ha le caratteristiche di un bene pubblico. Abbiamo dunque due problemi che si rafforzano a vicenda: l’interventismo aumenta a dismisura la quantità di teorie e informazioni necessarie per giudicare la politica, e il sistema decisionale invece non dà alcun incentivo a sviluppare queste competenze.

      Se ci si limita anche solo alla politica economica, abbiamo vari tipi di problemi:

      1. Mancanza di nozioni “ontologiche” di base: che differenza c’è tra “inflazione” e “livello dei prezzi”?
      2. Mancanza di nozioni “teoriche” di base: cosa è il vantaggio comparato?
      3. Abbondanza di pseudo-spiegazioni ideologiche: quante persone credono che la crisi è dovuta a carenza di moneta?
      4. Abbondanza di pseudo-soluzioni ideologiche: quante persone sono favorevoli all’energia fotovoltaica solo perchè “è verde”?

      Alcuni di questi problemi si possono risolvere con una informazione di base, almeno per capire cosa è un titolo di debito. Altri richiedono un minimo di comprensione teorica: non è difficile capire i vantaggi comparati. Dubito che si possa fare una cosa del genere nelle scuole, ci saranno una manciata di professori di liceo che sa queste cose, e il rischio propaganda è elevato: l’economia è da tempo il principale terreno di scontro del dibattito politico.

      In qualche modo però qualcosa va fatto: il “principale” ignorante (l’elettore) può essere facilmente raggirato dall’”agente” informato (il politico), e se la politica produce la necessità di fare scelte complesse e inoltre crea incentivi a non informarsi e a crogiolarsi nel pregiudizio, il problema diventa facilmente enorme.

      Diffondere semplici idee su argomenti economici elementari è di fondamentale importanza per combattere l’ignoranza, che di norma facilita fin troppo la vita alle lobby, ai burocrati e ai politici. Queste piccole cose che sembrano ovvie sono probabilmente più importanti di quelle avanzate. Se l’elettorato avesse gli strumenti concettuali per capire anche solo che il debito pubblico è un costo per tutti, la politica avrebbe più problemi ad assaltare la diligenza.

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      Scacchi e politica /2011/02/14/scacchi-e-politica/ /2011/02/14/scacchi-e-politica/#comments Mon, 14 Feb 2011 09:51:46 +0000 Pietro Monsurrò /?p=8297 L’Italia è un Paese in perenne crisi e quindi essere concreti significa spesso semplicemente occuparsi dei due-tre problemi più pressanti e proporre soluzioni. Però non bisogna cadere nell’errore di cercare soluzioni “piecewise”, per usare un termine Popperiano: spesso le soluzioni sono possibili solo se nel lungo termine si stabiliscono regole precise.

      In questo articolo descrivo la distinzione tra policy (le politiche messe in pratica) e polity (la struttura istituzionale della comunità politica). I problemi di policy nascono perché le regole della polity sono disastrose, dunque per essere concreti bisogna dare importanza ad argomenti astratti come le regole, e bisogna essere lungimiranti. La miopia porta al socialismo.

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      Le cause della crisi finanziaria /2011/02/07/le-cause-della-crisi-finanziaria/ /2011/02/07/le-cause-della-crisi-finanziaria/#comments Mon, 07 Feb 2011 16:44:45 +0000 Pietro Monsurrò /?p=8239 Si sente spesso dire che la crisi finanziaria è colpa del “libero mercato”, in quanto si ritiene che l’eccesso di liberalizzazioni abbia liberato gli “animal spirits” fino a portare alla crisi subprime nel 2007 e allo sfacelo che ne è seguito. Questa ricostruzione è erronea: la crisi è la naturale ed inevitabile conseguenza di anni e anni di interventi pubblici sul mercato.

      Per spiegare il perché in termini più semplici possibili partirò da tre assunti.

      1. Il mercato è un sistema complesso in cui milioni di “agenti” si coordinano tra loro grazie al calcolo dei profitti e delle perdite: dove ci sono profitti arrivano più risorse, dove ci sono perdite le risorse fuggono alla ricerca di impieghi migliori. Il mercato è così complesso da non essere gestibile in maniera burocratica e “politica”, e non esistono alternative al sistema dei profitti e delle perdite per consentirne il funzionamento.

      2. La complessità del mercato è tale che eventuali problemi possano accumularsi nel tempo, ingigantirsi, e diventare evidenti solo dopo molti anni: ad esempio, se si assume troppo debito perché si sottostima il rischio che gli investimenti vadano male, non si subiscono immediatamente perdite, perché queste saranno evidenti solo dopo che gli investimenti si saranno rivelati erronei, e non mentre si accumulava debito, quando al contrario i nuovi investimenti stimolavano la domanda e tutti pensavano di essere più ricchi di quello che erano effettivamente.

      3. Esistono numerose politiche che rimuovono temporaneamente le perdite e dunque falsano il meccanismo di mercato che ne consente il coordinamento, generando problemi che si accumulano nel tempo, e alla fine generano una crisi che, se le distorsioni accumulatesi sono gravi, può essere lunga e profonda: nessuna di queste politiche può essere considerata di “libero mercato”. Queste politiche sono: la politica monetaria discrezionale anticiclica, i bailout governativi, le garanzie governative sui debiti, e le garanzie governative sui depositi. Sfido chiunque a dire che non abbiano caratterizzato la storia macroeconomica degli ultimi due o tre decenni.

      Considererò come esempio particolare la politica monetaria americana: a partire dal 1987 è intervenuta a sostegno dei mercati una mezza dozzina di volte: nel 1987, nel 1991, nel 1999, nel 2001, e nel 2007. Supponiamo che un’azienda si indebiti a tre mesi per finanziare un investimento della durata di dieci anni, e dopo due anni ci sia un’improvvisa scarsità di capitali che impedisce all’azienda di rinegoziare il debito. Cosa succederebbe se lo Stato intervenisse per creare credito e aiutare l’impresa? L’impresa non avrebbe più motivo di preoccuparsi per i propri debiti, e anzi, aumenterebbe gli investimenti ulteriormente confidando che non ci saranno problemi con i debiti. Ma una volta che tutti ragionano così, il mercato crolla perché tutti si ritroverebbero incredibilmente indebitati e non sarebbe più possibile soddisfare la domanda di credito tramite ulteriori interventi statali.

      Un discorso simile si può fare con Fannie Mae e Freddie Mac, che garantivano il 50% del debito immobiliare americano, ed erano (non ufficialmente, ma era un segreto di Pulcinella) protette dal Tesoro americano e dalla Fed in caso di crisi. Lo stesso si potrebbe dire di qualunque banca così grande da essere certa di essere salvata in caso di crisi: perché temere per il suo fallimento se alla fine dietro si sa che c’è il contribuente? In sostanza, basta l’aspettativa di essere salvati per essere spinti ad agire in modo da creare la necessità di essere salvati.

      Il mercato è un sistema basato sui profitti e sulle perdite. Se si eliminano le seconde, non funziona più nulla, anche se nel breve termine sono tutti contenti. L’attuale crisi è la prova del disastro che può causare lo Stato quando interviene sul mercato in maniera incompatibile con le leggi economiche, e col buonsenso.

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      La grande finzione /2011/01/25/la-grande-finzione/ /2011/01/25/la-grande-finzione/#comments Tue, 25 Jan 2011 14:22:15 +0000 Pietro Monsurrò /?p=8135 “Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”: tutti conoscono la frase di Bastiat, non tutti ne capiscono la straordinaria importanza come intuizione teorica. Grazie a questo articolo di Claudia Biancotti mi è tornata in mente una delle conseguenze nefaste della politicizzazione della vita sociale.

      L’interazione politica, intesa come il meccanismo decisionale in cui si impone una decisione unica su un intero gruppo, è una sorta di “tragedy of the commons”: tutti possono chiedere un privilegio, ma tutti pagano solo una piccola parte del costo totale. Il risultato è che si trae vantaggio dal proprio privilegio ma si perde per via dei numerosi privilegi altrui, e complessivamente si perde più di quanto si guadagna, visto che alla fine ci si dimentica che la ricchezza va prima prodotta, e poi al massimo redistribuita. L’unico vincitore netto del processo di “churning”, come dimostrato da de Jasay nel suo capolavoro “Lo Stato”, è appunto la politica.

      Un corollario di questa visione è che la politica svuota la società: fa “crowding out” della capacità degli individui di cooperare, perché il chiedere privilegi e il difendersi dalla concorrenza altrui tramite questi diventano strategie dominanti rispetto ad impegnarsi per soddisfare il prossimo e coordinarsi con lui. L’atrofia sociale provoca un’ulteriore concentrazione di potere, e il meccanismo si autorafforza fino ad arrivare allo Stato onnipotente. I gruppi sociali diventano lobbies, gli individui diventano accattoni, e la politica diventa l’intermediatrice di tutto l’agire sociale.

      Il risultato è che lo Stato crea uno svuotamento morale della società, la distruzione del capitale sociale che permette la convivenza e la collaborazione, e la sostituzione della cooperazione sociale con la coercizione politica. In questo voto, lo Stato regna incontrastato. Solo chi è in grado di vivere assieme agli altri senza un padrone può essere libero, e la politica toglie ai suo cittadini la possibilità di imparare questi skills: “partecipazione”, in politica, significa soprattutto allearsi per danneggiare terzi a vantaggio del proprio gruppo. Se fosse altro, la politica non sarebbe necessaria.

      Recuperare la libertà significa quindi non solo difendere la società dall’ipertrofia statale, ma recuperare la moralità della cooperazione che solo permette agli uomini di coordinarsi per il reciproco vantaggio. In quest’ottica il pensiero di innumerevoli liberali è univoco: da Tocqueville alla Scuola austriaca, da Jefferson a Hoffer, la capacità di autoorganizzarsi in società è ciò che distingue l’individuo libero dal servo incapace di cooperare con gli altri tanto quanto di badare a sé stesso.

      Il problema è quindi anche salvare i corpi sociali intermedi dallo snaturamento che è la naturale conseguenza dell’ipertrofia dello Stato.

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