A guardare la base monetaria, però la storia cambia: essendo raddoppiata durante la crisi del 2008, e nuovamente aumentata, fino a triplicare, durante il 2011. La moneta bancaria (M1), però continua a crescere lentamente, e da due anni è addirittura inferiore alla base monetaria. La moneta “creditizia” (M2), invece, dopo aver reagito poco al raddoppio della base monetaria, e altrettanto poco alla sua triplicazione, si è ormai fermata da un trimestre.
Ci sono due spiegazioni cattive che circolano sui giornali o in rete: la prima asserisce che l’inflazione è impossibile perché c’è capacità produttiva inutilizzata, il cosiddetto “output gap”, la seconda invece che l’inflazione è inevitabile perché la base monetaria è aumentata tantissimo, e nel dir ciò trascura l’importanza dei mercati finanziari nel processo di espansione dell’offerta di moneta.
L’output gap non c’entra nulla con la deflazione o l’inflazione, altrimenti non ci sarebbero le stagflazioni, come negli anni ’70. I keynesiani hanno la memoria corta, perché nel lungo periodo i loro neuroni evidentemente sono tutti morti, e si sono già dimenticati i disastri che hanno causato trenta anni fa con i loro consigli di policy.
La capacità produttiva inutilizzata è parte integrante del ciclo economico, perché gli errori di investimento non sono sempre correggibili: milioni di muratori e unità abitative, e migliaia di gru da costruzione e betoniere, saranno inutilizzabili per un bel po’, essendo inutili, senza che ciò comporti un output gap. Dunque la mera presenza di capacità inutilizzata non dice nulla sulla possibilità di espandere l’output. Come minimo, deve essere capacità potenzialmente in grado di produrre cose che hanno valore: non, ad esempio, dopo un decennio di boom immobiliare, case.
E poi, per avere prezzi in rialzo non è necessario che ci sia capacità inutilizzata da qualche parte: è necessario che ve ne sia ovunque, altrimenti, come riconosciuto dallo stesso Keynes nella General Theory, i prezzi comincerebbero a salire in quei settori, e se sono numerosi (non “tutti”, ma “abbastanza”) il risultato aggregato si farebbe sentire (e la costruzione teorica di Keynes smetterebbe di essere valida, essendo basata sulla “profonda” intuizione che se i dati cambiano e i prezzi non si muovono, allora il disequilibrio permane).
Del resto, l’inflazione è almeno nel breve termine l’esito più probabile: USA, UK e UE stanno già abbondantemente sopra il 2% che si dice essere il target, almeno in Europa, a cui puntare. Inoltre i fattori di produzione (lavoro escluso) dell’indice dei prezzi al consumo (PPI) sono cresciuti molto più del CPI, sin dal 2009. Saranno contente le imprese a vedere i costi in aumento e i ricavi costanti. Poi ci si stupisce che l’economia non tira… Credo si tratti però solo di una fiammata: il PPI sembra aver arrestato la sua corsa, e la crisi finanziaria del resto sta nuovamente sulle prime pagine dei giornali da diversi mesi.
E qui veniamo all’ultimo fattore: il sistema finanziario. Se le banche e, la finanza in generale, non tirano, la base monetaria rimane inerte, perché non viene “moltiplicata”. Per questo motivo l’inflazione di M0 in Giappone negli anni ’90 non portò ad un aumento di M2, come del resto sta avvenendo negli USA e nell’UE. Senza banche che funzionano, dunque, l’inflazione è improbabile. Se la recessione dovesse ricominciare e dovesse colpire il settore finanziario, gli aggregati monetari smetterebbero di crescere e comincerebbero forse addirittura a scendere, e con essi i prezzi. Dato che è verosimile che la recessione stia ricominciando (ma era mai finita?), la deflazione sarà più probabile nel medio termine dell’inflazione.
La base monetaria rimarrà probabilmente inerte ancora un bel po’: l’espansione del credito, finché la finanza è nei guai, è improbabile. Il moltiplicatore monetario è una variabile endogena che dipende da fattori sotto il controllo delle banche centrali come la quantità di base monetaria, i tassi di interesse, e le aspettative future su queste variabili, ma anche da fattori non controllabili direttamente come lo stato finanziario delle banche, la redditività e la rischiosità degli investimenti, l’avversione al rischio degli intermediari. Tutti questi fattori stanno evolvendo verso la deflazione, perché sarà sempre più difficile intermediare e dunque creare credito man mano che l’economia rallenta.
Dovesse però non esserci una recessione, allora ci sarebbe inflazione. Anzi, ci sarebbe stagflazione. L’economia rimarrebbe fragile, ma i prezzi comincerebbero a salire. Molti keynesiani stanno auspicando questo: beati loro, che hanno sempre capito tutto…
PS Tutti i dati si possono trovare su Fed FRED, l’unica cosa buona fatta dalla Fed da quando esiste. M0, M1, M2, PPI e CPI sono le serie BASE, M1, M2, PPIACO e CPIAUCSL del database. Considerazioni simili dovrebbero valere per l’UE, salvo M0 che non è aumentata enormemente per via del ridotto quantitative easing.
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Purtroppo queste teorie stanno prendendo piede anche nella classe politica, e tra l’altro in maniera bipartisan, perlomeno a giudicare da alcuni suoi esponenti più inclini al populismo, come Borghezio e Di Pietro. Il dibattito politico italiano, insomma, scade sempre di più.
Per capire alcune (una frazione infinitesima) delle assurdità delle teorie del signoraggio, ho scritto un articolo con Annalisa Chirico: “La bufala del signoraggio”
Ora, il problema è che non è necessario inventare assurdità per capire che c’è un problema con le banche e la politica monetaria, che non può porsi come obiettivo quello di salvare le banche e gli Stati membri dalle conseguenze delle proprie azioni scriteriate, altrimenti non fa che incentivare proprio queste scelte irresponsabili che alla lunga provocano fragilità sistemica, cioè un sistema finanziario che crolla improvvisamente con un alito di vento. E non è necessario fondare una nuova setta religiosa per capire che stare anni e anni con tassi di interesse reali negativi implica una redistribuzione di ricchezza dai risparmiatori ai banchieri.
Di queste cose la BCE è meno responsabile dell’omologa istituzione americana, la Fed, una delle peggiori banche centrali del mondo, ma il problema c’è e occorre analizzarlo e risolverlo. Questo richiede un dibattito di alto livello, non certo l’ennesima teoria delle scie chimiche o dell’omicidio di Marylin.
La public choice ha dimostrato che la razionalità in politica è un bene pubblico, e per questo viene prodotta in quantità insufficienti… in Italia in particolare. La natura irrazionale e fideistica del dibattito pubblico impedisce di comprendere e quindi di affrontare i problemi, e lo sfruttamento di queste tendenze da parte della classe politica rafforza queste tendenze ulteriormente.
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Le lobbies non sono cose recenti. Già Madison infatti scriveva:
“Per fazione io intendo un numero di cittadini, che sia una maggioranza o una minoranza, che sono uniti e spinti ad agire da un comune impulso di passione o di interesse, contrario ai diritti degli altri cittadini, o all’interesse generale di lungo termine della comunità”
È da notare come la questione non è se sia la passione (l’ideale) o il calcolo (l’interesse) a muovere la “fazione”, ma se le richieste siano o meno compatibili con i diritti del resto della società. Meno di un secolo dopo, Bastiat, affermava:
“Fino a quando sarà ammesso che la Legge può essere sviata dalla sua vera missione, fino a quando essa può violare le proprietà invece di garantirle, ogni classe vorrà formulare la Legge, sia per difendersi contro la spoliazione, sia per organizzarla a proprio profitto. La questione politica sarà sempre pregiudiziale, dominante, assorbente; in una parola, ci si batterà alle porte del Palazzo dove si fanno le leggi”
Madison credeva che le “sue” regole costituzionali potessero limitare le attività lobbystiche in modo da renderle meno pericolose. L’esperienza politica USA non depone a favore di questo ottimismo. Alcuni credono che nel lungo termine i privilegi lobbystici si equilibreranno a vicenda generando una “tregua liberale” dove ogni gruppo di potere decide di non perseguire il proprio interesse immediato in cambio della garanzia che nessun altro lo farà, attraverso una strategia di cooperazione alla Axelrod. Di questa tendenza non ho però visto tracce: la politica odierna è la compravendita del diritto di usare la coercizione pubblica, sia qui che negli USA.
In politica ci sono interessi facilmente organizzabili e interessi che non lo sono, e i primi hanno interesse a cooperare, sì, ma nello sfruttamento dei secondi: si pensi al “logrolling” in public choice. Più che Axelrod, quindi, bisogna capire Olson: i problemi di azione collettiva sono più facilmente risolvibili quando c’è un tesoretto da spartirsi. E dato che in politica i giochi a somma positiva sono rari, in genere il tesoretto si ottiene predando la minoranza soccombente, tramite la “spoliazione legale” di cui parlava Bastiat: si pensi al protezionismo.
Annalisa conclude affermando che “L’alternativa [alla democrazia corporativa] è il Grande Legislatore, che possiede tutti i mezzi e stabilisce tutti i fini”, e qui centra il problema: i gruppi di pressione sono attratti dal potere legislativo, perché questo consente di usare la forza pubblica per ottenere privilegi a spese altrui. Già Madison aveva detto che vietare la “libertà” di fare pressione è una medicina più grave del male da curare, ma non ha senso negare che un problema ci sia: le lobby non sono libertà, ma “spoliazione legale”. La democrazia corporativa è il problema di cui soffrono le nostre società, e il motore che spinge per l’estensione dello Stato, privilegio dopo privilegio.
Probabilmente una soluzione esiste: dato che le lobby parassitarie nascono spontaneamente non appena si forma un potere in grado di elargire privilegi, ridurre il potere del Parlamento di generare privilegi è l’unica strada da seguire per uscire dal guado della democrazia corporativa.
Questa strada è stata indicata da Hayek, nella sua insistenza sull’universalità della legge, che metterebbe i bastoni tra le ruote ai cercatori di privilegi, tramite leggi non ad personam, ma ad corporationem. Probabilmente le degenerazioni corporative sono un problema insito nell’onnipotenza del potere legislativo e nell’ideologia giuspositivista. I problemi della politica non si risolvono con l’aspirina, e dato che una politica non disfunzionale è troppo difficile da ottenere, la soluzione più saggia è circoscrivere e limitare il ruolo della politica, per salvare da essa la società e i diritti individuali.
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Oggi è comparso un mio articolo su Libertiamo in cui dicevo che il pensiero politico contemporaneo ha perso la distinzione tra società e stato, mettendo in luce come il recupero del liberalismo passa anche attraverso una nuova (o forse antica) concettualizzazione della politica.
Sul mio appena nato blog “Mercato e Libertà” ho invece scritto un brevissimo riassunto della visione della politica che esce fuori dalla public choice, o se vogliamo, dagli scritti di Bastiat.
Per completare le premesse, aggiungo una sconsolata nota psicologica.
La public choice dimostra che gli elettori sono male informati perché non hanno incentivi ad informarsi, come spiego sul blog, e questo tra l’altro implica che gli elettori sono facilmente manipolabili, attraverso i canali di informazione, che possono finire nelle mani di gruppi ben organizzati ed informati. Secondo Bryan Caplan, dimostra anche che i pregiudizi sono pressoché inestirpabili perché i benefici di rivedere le proprie posizioni sono nulli, mentre i costi di cambiare idea (e dunque approfondire nuove questioni) sono in genere notevoli.
L’idea che mi sono fatto è che il dibattito pubblico è pressoché inutile: il suo livello è basso per i motivi ben descritti dalla public choice, la possibilità di persuadere le persone con buoni argomenti è scarsa perché i pregiudizi rimangono anche dopo che sono stati confutati e dopo che gli argomenti a favore sono stati tutti respinti, e le persone prendono posizione soprattutto per motivi di identificazione con una qualche causa o persona, senza ragionare sulla questione più di tanto.
Respinta l’ipotesi dunque che il discorso pubblico sia e anzi possa essere razionale (o almeno ragionevole), c’è da chiedersi: come si vince un dibattito? Cosa avvantaggia una delle tesi rispetto all’altra? Come si diffondono nuove idee e pregiudizi? Sappiamo che la ragione non gioca un ruolo di primo piano, ma allora cosa cosa rimane? L’emozione, il sentimentalismo, il senso di identificazione, l’immaginario? Occorre parlare al fegato, allo stomaco e al cuore delle persone anziché al loro cervello?
Per come sono abituato a pensare, ciò equivale ad abdicare alla funzione di portare ragionevolezza e rigore nel dibattito e scendere allo stesso livello dei demagoghi e dei populisti. Potrebbe questa essere l’unica strategia concepibile in un contesto in cui informazione e ragionevolezza sono soggette ad una tragedia dei beni comuni, o è lecito e forse necessario sperare che prima o poi ci si sveglierà?
Gli incentivi sono contro la ragione: parrebbe che la politica sia necessariamente oggetto di analisi superficiali e distorte, vittima di manipolazioni e mistificazioni, e parrebbe che più una società viene politicizzata, e meno la ragione sia rilevante: un ritorno all’adolescenza, la cui comprensione richiede la lettura di Eric Hoffer, e non di Ludwig von Mises. Una sconfitta per le facoltà più elevate dell’uomo: “a playground for the demented”, citando a sproposito Dave Mustaine.
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La democrazia moderna, per funzionare correttamente, richiede ai cittadini uno sforzo informativo e cognitivo enorme per farsi un’idea di un’infinità di argomenti da cui dipende il futuro di tutti: sistemi pensionistici, efficienza amministrativa, regolazione dei mercati, politica fiscale, sistemi di pagamento. Bryan Caplan ha inoltre persuasivamente argomentato che non c’è motivo per cui un elettore debba fare un tale investimento: la probabilità che serva a qualcosa è infatti praticamente nulla, il voto informato ha le caratteristiche di un bene pubblico. Abbiamo dunque due problemi che si rafforzano a vicenda: l’interventismo aumenta a dismisura la quantità di teorie e informazioni necessarie per giudicare la politica, e il sistema decisionale invece non dà alcun incentivo a sviluppare queste competenze.
Se ci si limita anche solo alla politica economica, abbiamo vari tipi di problemi:
Alcuni di questi problemi si possono risolvere con una informazione di base, almeno per capire cosa è un titolo di debito. Altri richiedono un minimo di comprensione teorica: non è difficile capire i vantaggi comparati. Dubito che si possa fare una cosa del genere nelle scuole, ci saranno una manciata di professori di liceo che sa queste cose, e il rischio propaganda è elevato: l’economia è da tempo il principale terreno di scontro del dibattito politico.
In qualche modo però qualcosa va fatto: il “principale” ignorante (l’elettore) può essere facilmente raggirato dall’”agente” informato (il politico), e se la politica produce la necessità di fare scelte complesse e inoltre crea incentivi a non informarsi e a crogiolarsi nel pregiudizio, il problema diventa facilmente enorme.
Diffondere semplici idee su argomenti economici elementari è di fondamentale importanza per combattere l’ignoranza, che di norma facilita fin troppo la vita alle lobby, ai burocrati e ai politici. Queste piccole cose che sembrano ovvie sono probabilmente più importanti di quelle avanzate. Se l’elettorato avesse gli strumenti concettuali per capire anche solo che il debito pubblico è un costo per tutti, la politica avrebbe più problemi ad assaltare la diligenza.
]]>In questo articolo descrivo la distinzione tra policy (le politiche messe in pratica) e polity (la struttura istituzionale della comunità politica). I problemi di policy nascono perché le regole della polity sono disastrose, dunque per essere concreti bisogna dare importanza ad argomenti astratti come le regole, e bisogna essere lungimiranti. La miopia porta al socialismo.
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Per spiegare il perché in termini più semplici possibili partirò da tre assunti.
1. Il mercato è un sistema complesso in cui milioni di “agenti” si coordinano tra loro grazie al calcolo dei profitti e delle perdite: dove ci sono profitti arrivano più risorse, dove ci sono perdite le risorse fuggono alla ricerca di impieghi migliori. Il mercato è così complesso da non essere gestibile in maniera burocratica e “politica”, e non esistono alternative al sistema dei profitti e delle perdite per consentirne il funzionamento.
2. La complessità del mercato è tale che eventuali problemi possano accumularsi nel tempo, ingigantirsi, e diventare evidenti solo dopo molti anni: ad esempio, se si assume troppo debito perché si sottostima il rischio che gli investimenti vadano male, non si subiscono immediatamente perdite, perché queste saranno evidenti solo dopo che gli investimenti si saranno rivelati erronei, e non mentre si accumulava debito, quando al contrario i nuovi investimenti stimolavano la domanda e tutti pensavano di essere più ricchi di quello che erano effettivamente.
3. Esistono numerose politiche che rimuovono temporaneamente le perdite e dunque falsano il meccanismo di mercato che ne consente il coordinamento, generando problemi che si accumulano nel tempo, e alla fine generano una crisi che, se le distorsioni accumulatesi sono gravi, può essere lunga e profonda: nessuna di queste politiche può essere considerata di “libero mercato”. Queste politiche sono: la politica monetaria discrezionale anticiclica, i bailout governativi, le garanzie governative sui debiti, e le garanzie governative sui depositi. Sfido chiunque a dire che non abbiano caratterizzato la storia macroeconomica degli ultimi due o tre decenni.
Considererò come esempio particolare la politica monetaria americana: a partire dal 1987 è intervenuta a sostegno dei mercati una mezza dozzina di volte: nel 1987, nel 1991, nel 1999, nel 2001, e nel 2007. Supponiamo che un’azienda si indebiti a tre mesi per finanziare un investimento della durata di dieci anni, e dopo due anni ci sia un’improvvisa scarsità di capitali che impedisce all’azienda di rinegoziare il debito. Cosa succederebbe se lo Stato intervenisse per creare credito e aiutare l’impresa? L’impresa non avrebbe più motivo di preoccuparsi per i propri debiti, e anzi, aumenterebbe gli investimenti ulteriormente confidando che non ci saranno problemi con i debiti. Ma una volta che tutti ragionano così, il mercato crolla perché tutti si ritroverebbero incredibilmente indebitati e non sarebbe più possibile soddisfare la domanda di credito tramite ulteriori interventi statali.
Un discorso simile si può fare con Fannie Mae e Freddie Mac, che garantivano il 50% del debito immobiliare americano, ed erano (non ufficialmente, ma era un segreto di Pulcinella) protette dal Tesoro americano e dalla Fed in caso di crisi. Lo stesso si potrebbe dire di qualunque banca così grande da essere certa di essere salvata in caso di crisi: perché temere per il suo fallimento se alla fine dietro si sa che c’è il contribuente? In sostanza, basta l’aspettativa di essere salvati per essere spinti ad agire in modo da creare la necessità di essere salvati.
Il mercato è un sistema basato sui profitti e sulle perdite. Se si eliminano le seconde, non funziona più nulla, anche se nel breve termine sono tutti contenti. L’attuale crisi è la prova del disastro che può causare lo Stato quando interviene sul mercato in maniera incompatibile con le leggi economiche, e col buonsenso.
]]>L’interazione politica, intesa come il meccanismo decisionale in cui si impone una decisione unica su un intero gruppo, è una sorta di “tragedy of the commons”: tutti possono chiedere un privilegio, ma tutti pagano solo una piccola parte del costo totale. Il risultato è che si trae vantaggio dal proprio privilegio ma si perde per via dei numerosi privilegi altrui, e complessivamente si perde più di quanto si guadagna, visto che alla fine ci si dimentica che la ricchezza va prima prodotta, e poi al massimo redistribuita. L’unico vincitore netto del processo di “churning”, come dimostrato da de Jasay nel suo capolavoro “Lo Stato”, è appunto la politica.
Un corollario di questa visione è che la politica svuota la società: fa “crowding out” della capacità degli individui di cooperare, perché il chiedere privilegi e il difendersi dalla concorrenza altrui tramite questi diventano strategie dominanti rispetto ad impegnarsi per soddisfare il prossimo e coordinarsi con lui. L’atrofia sociale provoca un’ulteriore concentrazione di potere, e il meccanismo si autorafforza fino ad arrivare allo Stato onnipotente. I gruppi sociali diventano lobbies, gli individui diventano accattoni, e la politica diventa l’intermediatrice di tutto l’agire sociale.
Il risultato è che lo Stato crea uno svuotamento morale della società, la distruzione del capitale sociale che permette la convivenza e la collaborazione, e la sostituzione della cooperazione sociale con la coercizione politica. In questo voto, lo Stato regna incontrastato. Solo chi è in grado di vivere assieme agli altri senza un padrone può essere libero, e la politica toglie ai suo cittadini la possibilità di imparare questi skills: “partecipazione”, in politica, significa soprattutto allearsi per danneggiare terzi a vantaggio del proprio gruppo. Se fosse altro, la politica non sarebbe necessaria.
Recuperare la libertà significa quindi non solo difendere la società dall’ipertrofia statale, ma recuperare la moralità della cooperazione che solo permette agli uomini di coordinarsi per il reciproco vantaggio. In quest’ottica il pensiero di innumerevoli liberali è univoco: da Tocqueville alla Scuola austriaca, da Jefferson a Hoffer, la capacità di autoorganizzarsi in società è ciò che distingue l’individuo libero dal servo incapace di cooperare con gli altri tanto quanto di badare a sé stesso.
Il problema è quindi anche salvare i corpi sociali intermedi dallo snaturamento che è la naturale conseguenza dell’ipertrofia dello Stato.
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