CHICAGO BLOG » Marco Mura http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Stessa spiaggia, stesso male /2010/04/14/stessa-spiaggia-stesso-male/ /2010/04/14/stessa-spiaggia-stesso-male/#comments Wed, 14 Apr 2010 17:19:52 +0000 Marco Mura /?p=5648 Non sarà ancora imminente, anche le prime belle giornate di sole sono qui a ricordare che la stagione estiva non è neppure così lontana. Ed è facile allora che il pensiero di chi già si vede vacanziero corra alle tonalità turchesi e bianchissime di una spiaggia, magari in Sardegna, magari quella famosissima della Pelosa (Stintino), singolare emblema della bellezza estiva del creato ma anche della sua caducità, alla luce degli effetti disastrosi di cui la natura stessa è capace d’inverno. E del colpevole aiuto che alla distruzione è offerto dallo statalismo e dall’ottusità di una certa cultura ambientalista.
Detto brutalmente, la spiaggia della Pelosa rischia seriamente di «sparire» a causa «dell’erosione costiera» che «di anno in anno porta via metri di arenile». L’ultimo a lanciare l’allarme è l’On. Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, che ieri ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Si tratta di «un danno enorme che, senza i necessari interventi di recupero – ha affermato Realacci – potrebbe rovinare per sempre una delle spiagge più belle e famose del nostro paese». Anche il più permaloso dei commentatori non potrebbe dissentire tutt’al più limitandosi, se sardo, a lamentare che con i continentali è sempre la stessa storia: le spiagge belle e famose sono “italiane” mentre il sottosviluppo è rigorosamente insulare.
«Da alcuni anni – ha spiegato il responsabile green economy del Pd – il Comune di Stintino, insieme all’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale), e con la collaborazione di numerose università italiane, ha realizzato un progetto di ricerca per il recupero e lo sviluppo del turismo sostenibile dell’area che prevede molti interventi per fermare l’erosione costiera, per valutare la pressione turistica durante i mesi di maggiore affluenza e per salvaguardare il pregevole ecosistema che caratterizza quel tratto di costa».
Quasi rimpiangendo, insomma, la Stintino di cinquant’anni fa, un modesto borgo di pescatori quasi irraggiungibile che solamente ad agosto si “affollava” dei rampolli di qualche decina di famiglie della Sassari bene (quella Berlinguer, ad esempio). Prima che un signore milanese, un certo Angelo Moratti (petroliere, e dunque per ciò stesso nemico dell’ambiente!) ebbe l’intuizione di costruirvi un albergo – attorno al quale sorsero poi negli anni poi villette, locali, posti auto – che avrebbe dato il la a una frequentazione turistica crescente, anche superiore alle 10mila presenze giornaliere nei periodi di punta.
Il problema dunque non puntualizzare con una punta di scherzoso nazionalismo che il «paesaggio naturale e ambientale unico» delle spiagge sarde (ma lo stesso vale per quelle del Mezzogiorno o della Sicilia) sia “dei sardi” e non dei “continentali”. Il problema è che la loro condizione giuridica langue nella palude della “proprietà” demaniale, quel monumento alla tregedy of common, responsabile dell’incuria del degrado di territori, i quali laddove una chiara e stabile definizione del diritto di proprietà lo consentisse attirerebbero imprenditori e capitali determinati a mantenere la bellezza dei luoghi.
Come dimostra, ad esempio, un episodio che contro ogni logica è stato riportato come un caso di malaffare ambientale. Lo scorso febbraio, infatti, nella zona denominata L’ancora, in località Punta Negra – a pochi passi dalla Pelosa – gli uomini della Capitaneria di porto scoprirono 600 mq di spiaggia “fatta in casa” adoperando sabbia industriale a pochi passi dalla perla del Golfo dell’Asinara, la spiaggia della Pelosa. Lungi dal dimostrare un’insensibilità per le questioni ambientali, questo goffo tentativo di ripristinare – notte tempore, a spese proprie e quasi dovendosene vergognare – qualche piccolo fazzoletto di un arenile spazzato via dalla furia naturale dell’inverno dimostra quanto sia reale il circolo virtuoso tra tutela dell’ambiente e profitto.
La bellezza sarà smisurata, ma le spiagge non lo sono affatto. Ed è proprio questa scarsità che le rende beni preziosi suscettibili di valore economico. Invece, mentre si fanno tanti progetti, si organizzano convegni, e si giurano propositi istituzionali, alla fine dei conti il male – lo statalismo – è sempre lo stesso.
In verità, un piccolo ma concreto gesto di buona volontà è già venuto dalla Giunta sarda che quasi un anno fa, con la delibera n. 24/24 del 19 maggio 2009 ha, portando a sei anni (come da legge n. 494/1993) la durata della concessione demaniale anche in assenza del piano comunale di utilizzo del litorale, e favorendo la presenza delle strutture alberghiere site a ridosso della costa.
Scelta che comunque non è considerabile come una vera e propria privatizzazione – se non in una  estremamente blanda e ipotetica prospettiva futura – sia perché i concessionari saranno comunque tenuti a pagare un sovra canone di 2,11 euro a metro quadro per i primi 250 mq di concessione, e di ben 8,44 euro per quelli ulteriori. Inoltre, in maniera opportuna, la disposizione è scritta in modo tale da garantire la persistenza di sufficienti tratti di spiaggia libera.
Scontata la contrarietà di ecologisti e “amici della terra” vari che denunciano la misura come una regalia (ma come? è proprio l’attività degli albergatori l’hic sunt leones del sostegno al turismo?) e proseguono nell’invocare un ruolo pubblico sempre maggiore nel risolvere i problemi delle spiagge sarde, riduttivamente individuati – così come nel caso di qualsiasi altro spazio pubblico – nel classico sciorinamento dell’indifferenza e dello scarso senso civico dei pubblici fruitori di quegli spazi, per non parlare degli imprenditori e costruttori privi di ogni sensibilità ambientale.
Siamo seri. Il problema delle spiagge non sono certo un paio di bottiglie dimenticate la notte da una combriccola di giovani universitari che nel desiderio di svagarsi a conclusione di una dura sessione di esami si sono lasciati trasportare appena un filo oltre dall’euforia. È proprio necessario attendere che non ci sia più alcuna spiaggia, per capirlo?

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Promesse elettorali regionali, dal punto di vista del mercato /2010/03/24/promesse-elettorali-regionali-dal-punto-di-vista-del-mercato/ /2010/03/24/promesse-elettorali-regionali-dal-punto-di-vista-del-mercato/#comments Wed, 24 Mar 2010 20:27:43 +0000 Marco Mura /?p=5498 Le elezioni regionali che decideranno chi sarà a governare 13 regioni italiane per i prossimi cinque anni sono ormai dietro l’angolo. Abbiamo sfogliato i programmi dei principali candidati di ogni regione per capire chi meglio potesse andare incontro alle ragioni del mercato e della libertà economica. A tal fine abbiamo focalizzato la nostra attenzione su quattro aree fondamentali: fiscalità ed economia; servizi pubblici locali, ove possibile con particolare riguardo a settori delicati quali il TPL e l’energia; la sanità; la scuola. Ed è solamente sulla base di quanto abbiamo potuto leggere che ci siamo permessi di indicare il candidato, senza quindi considerare le dichiarazioni rese al di fuori dei documenti programmatici, la serietà delle persone, il valore nazionale di cui si caricano queste elezioni e qualsiasi altra questione non attenesse a quanto dichiarato dagli aspiranti governatori.
Chi scrive, si permette di aggiungere che con questo lavoro – il cui solo e unico scopo è quello di rendere un’utilità ai lettori di questo blog – non intende per nulla rinnegare il giudizio negativo, la diffidenza e la scarso entusiasmo che nutre nei confronti della politica.
Ecco un prospetto, regione per regione da Nord a Sud, di quanto ci è sembrato opportuno annotare e dell’eventuale “consiglio di voto” che ne è derivato.

PIEMONTE

Per il centrosinistra è la governatrice in carica Mercedes Bresso a cercare la riconferma.

Fiscalità ed economia
La Bresso è una convinta fautrice di un federalismo fiscale con imposte proprie ed entrate dirette. La promessa esplicita agli elettori è quella di nessun nuovo tributo ma razionalizzazione del sistema: riduzione numero imposte e chiara ripartizione competenze fiscali tra Stato e regione, con la gestione dell’IVA demandata alle regioni.
Si promette di sostenere le proposte mirate alla riduzione dell’IRAP, e si richiede la compartecipazione al gettito IRE e IRES sostitutiva e non aggiuntiva al carico attuale. Anche in questo programma è prevista, come sarà in tanti altri (tutti, forse) l’applicazione del quoziente famigliare.
Molto apprezzabile l’impegno per l’abolizione progressiva dell’addizionale regionale IRPEF e quello a «ridurre e rendere certi i tempi di pagamento da parte della Pubblica amministrazione».

Servizi pubblici locali
Abbattimento monopolio sistema ferroviario, messa a gara del servizio, trasferimento alla regione della piena competenza sulla rete ferroviaria locale sono i capisaldi del programma, particolarmente attento al trasporto su ferro. Modernizzazione e potenziamento rete ferroviaria regionale e aumentarne la frequenza, il corollario.
Sostenere nuovi progetti sulla mobilità ciclistica non è certo una priorità per i mercatisti, «depotenziare e razionalizzare il traffico urbano automobilistico» è anzi qualcosa che piace solo se si tratta di una scelta non ideologica che passa per il road pricing, di cui però non si trova traccia nel programma.

Sanità
Fiore all’occhiello del programma «un importantissimo programma di edilizia sanitaria per circa 4 miliardi di euro» e la realizzazione Città della Salute a Torino e Novara. Non si coglie un particolare interesse per il settore privato.

Scuola
Non si parla di sistema di buoni

* * *

Il contendente è Roberto Cota candidatura fortemente voluta dalla Lega e sostenuta anche dal Pdl.

Fiscalità ed economia
Il programma è in linea con la provenienza politica del candidato. Assicurare la «politica di finanziamento di tutti gli ammortizzatori sociali, sostenendoli in particolare nei casi di continuità aziendale» non promette bene per le casse regionali. Da bancarotta o giù di lì, l’idea di «sostenere tutte le realtà economico-imprenditoriali».
Cota ritiene che un tavolo formale di contrattazione con la Fiat sia uno strumento utile. L’istituzione di «un assessorato (o almeno una delega specifica) dedicato alle politiche di internazionalizzazione, marketing e promozione del territorio» piacerà molto agli elettori leghisti, un po’ meno, probabilmente a tutti quelli che ne dovranno finanziare le attività.
Lo slancio di generosità dell’uomo, rischia seriamente di compromettere la credibilità del politico, quando parla di «sostenere le imprese in situazione temporanea di crisi di liquidità al fine di preservare il volume d’affari, ripristinare il livello occupazionale e capitalizzare l’impresa. A tal fine si prevede la concessione di finanziamenti agevolati».

Servizi pubblici locali
È apprezzabile che la realizzazione della contestata TAV Lione-Torino, sia accompagnata da compensazioni per la comunità locale. Altre due idee interessanti sono quella di sviluppare il polo alessandrino come area retro portuale ligure, e il rafforzamento e sviluppo del C.I.M. di Novara

Sanità
In caso di «dimostrata carenza di interventi preventivi» gli episodi di “malasanità” e “malaffare” costituiranno giusta causa per la sospensione o revoca dell’accreditamento istituzionale delle strutture gestite da enti privati». La realtà è che se così fosse si rischierebbe non solo di scoraggiare nuovi investimenti, ma indurre le aziende private presenti a trasferirsi altrove.

Scuola
Ottima l’idea della «reintroduzione della legge sul buono scuola». Ampliamento finanziamento per gli ingressi nelle scuole di specialità mediche.

Candidato suggerito: siamo sinceramente convinti che Roberto Cota sarà un ottimo presidente di regione, ma solamente il giorno in cui supererà la diffidenza nei confronti della sanità privata e realizzerà che anche le casse regionali hanno un fondo. Per questa tornata, il nostro consiglio è di dare fiducia a Mercedes Bresso la quale al momento offre chiare garanzie a livello di spesa e riduzione della tassazione.

VENETO

Sul sito del candidato leghista Luca Zaia, non c’è un link per scaricare il programma ma uno che recita «scrivi qui il tuo programma». Comunque, destreggiandosi su un bel blog miniato da immagini, video e banner fotografici, si riescono a cogliere quelli che sembrano i punti programmatici del popolare candidato veneto.

Fiscalità ed economia
Anche in questo, caso, evidentemente un programma molto “sociale”, in linea con il recente corso leghista. Si legge di «piani di sviluppo che prevedano la compartecipazione nel capitale d’impresa» e dell’istituzione di uno strumento regionale «finalizzato, nel periodo di crisi al credito e alla capitalizzazione delle imprese, con il coinvolgimento delle fondazioni bancarie del territorio e senza applicazione di interessi». C’è un’intenzione di «favorire e tutelare l’autoimprenditorialità» ma non si spiega bene in che modo.
Abbattimento dei costi e dei tempi burocratici, creazione di una rete di infrastrutture efficiente e moderna, se realmente realizzati non possono che essere salutati con favore.
Un po’ demagogica e da indagare la riproposizione che «la Regione incentiverà la ricapitalizzazione delle imprese e prevederà, per la realizzazione delle opere pubbliche, una quota non inferiore al 30% dei lavori riservata alle piccole e medie imprese unite anche in via temporanea».
Favorire la «partecipazione dei lavoratori alla proprietà e agli utili di impresa con adeguati strumenti e agevolazioni di sostegno finanziario» è probabilmente uno dei diciotto punti della “Carta di Verona”.
Anche l’incremento dei controlli della sicurezza sul lavoro è un’attività che rischia facilmente di distruggere più ricchezza che non salvare vite.

Servizi pubblici locali
Il futuro presidente (non stiamo a raccontarcela, su) si dice favorevole alle energie rinnovabili e insofferente al «monopolio quasi totale dell’Enel». Assieme agli interventi di potenziamento delle reti viarie – soprattutto ferroviarie – con il coinvolgimento anche delle piccole e medie imprese locali è prevista una «espansione attività portuali e logistiche su parte delle aree bonificate di Porto Marghera».

Sanità
Colpevolmente poco interessato alla sanità. «È un tema – afferma Zaia in un’intervista sempre leggibile sul sito – che non conosco a fondo, sono sincero». Complimenti alla sincerità e, nel frattempo, via una valanga di punti: vi sono colpe che non trovano scusanti.

Scuola
«Noi intravediamo la scuola non statale come pilastro della nostra politica educativa». Il federalismo fiscale porterebbe al compimento di una riforma basata sui buoni scuola.

* * *

Giuseppe Bortolussi è il candidato che il centrosinistra ha scelto per tentare di ottenere una dignitosa sconfitta.

Fiscalità ed economia
Si parla di un generico impegno a «ridurre le tasse e la burocrazia che gravano sulle imprese», «dare un definitivo impulso all’Osservatorio Regionale sugli studi di settore» e
«potenziare le risorse per stabilizzare i lavoratori atipici e mantenere gli ammortizzatori sociali estesi in deroga ai lavoratori dipendenti  delle piccole e micro imprese».

Servizi pubblici locali
«Accelerare la realizzazione della TAV», altre opere – le stesse, in parte citate da Zaia – da realizzare «concordandole, per quanto possibile, con le popolazioni interessate».
L’attenzione è all’efficienza energetica e incentivi alla produzione di «energia a basso impatto ambientale».

Sanità
Una serie di prescrizioni di miglioramento delle prestazioni, dimezzamento dei tempi d’attesa e il sostegno a disabili e non autosufficienti.

Scuola
«Incentivare l’incontro tra il sistema della formazione (scuola secondaria, università, specializzazioni) e mercato del lavoro, attraverso azioni di coordinamento che coinvolgano le strutture di collocamento sia private che pubbliche»

Candidato suggerito: sono entrambi ben distanti dal nostro gradimento. Certo, se quella di Giuseppe Bortolussi fosse una sconfitta anziché una disfatta, non ci sarebbe nulla di male.

LOMBARDIA

Partiamo dal programma del governatore attualmente in carica, Roberto Formigoni. Il documento è lungo e riccamente impreziosito dagli innumerevoli risultati raggiunti nei  lunghi anni trascorsi alla guida del Pirellone.

Fiscalità ed economia
Formigoni è l’unico candidato in Italia in cui la definizione di «modalità innovative per il reperimento di risorse pubbliche e private per finanziare le grandi opere infrastrutturali» possa essere letto con tono rassicurante.
Doverosa, nella regione più produttiva e dinamica d’Italia, la promozione dell’informatizzazione delle agenzie di dogana per l’ottimizzazione delle tempistiche e la formulazione dei controlli.

Servizi pubblici locali
Se negli anni scorsi tanto è stato fatto, molto ancora vuole essere fatto: completamento infrastrutture di accesso all’Expo; potenziamento accessibilità Malpensa (di cui, a dire il vero, noi siamo tutt’altro che sostenitori), prolungamento linee M1, M2, M3 e realizzazione nuove tratte M4, M5 (per chi non lo sapesse, si tratta del sistema di TPL più affidabile della Regione).
Previsti nuovi collegamenti stradali e ferroviari che vadano a meglio completare la più importante rete italiana.
In linea con quanto già fatto, «favorire nuove partnership pubblico privato sul territorio per migliorare efficienza e qualità dei servizi di trasporto pubblico locale». Degli interventi di realizzazione di grandi percorsi ciclabili non siamo particolarmente entusiasti, ma è sufficiente che lo siano i numerosissimi ciclisti lombardi.
Toccasana per le tante aziende, il completamento diffusione della banda larga e favori mento copertura banda larga ultra veloce sul 50% del territorio

Sanità

Anche in questo caso, al Governatore non rimane che puntare a terminare quanto già intrapreso. Sostegno alla programmazione dei percorsi di cura, rafforzamento strumenti di comunicazione e informazione, prosecuzione dell’esperimento della Dote Sanitaria.

Scuola
Nuove modalità di finanziamento degli istituti scolastici, che tengano conto del numero degli studenti.

* * *

Filippo Penati è l’alter ego di Bortolussi in Lombardia. Il suo non è un vero e proprio programma, quanto più una pur educata denuncia delle presunte manchevolezze del Governo nazionale e regionale attualemtne in carica.

Fiscalità ed economia
Riorganizzazione dell’Irpef in funzione del carico famigliare e rimborsabilità spese cura dei figli. Non si capisce perché l’Irap debba essere rimodulata soprattutto a vantaggio della piccola impresa. Lodevole, ma in sentore di demagogia, l’impegno a non aumentare gli “emolumenti” di consiglieri e assessori per tutto il mandato, a ridimensionare allo stretto necessario gli organi politici e ridurre del 30% le auto blu.

Servizi pubblici locali
Imposizione più severi limiti di velocità e controllo delle emissioni, non vanno molto d’accordo con la nostra visione della mobilità. Il road pricing sì, invece, e ne prendiamo atto con piacere. Penati parla anche dell’istituzione di un’agenzia regionale dei trasporti indipendente per regolare i servizi e gestire le procedure di gara.

Sanità
Si leggono quasi esclusivamente educate (e davvero ingenerose, se possiamo permetterci) invettive contro il presunto malgoverno precedente, il cui rimedio pare di capire sarà la lotta alla politicizzazione della sanità. Campa cavallo…

Scuola
Riprendere «con nuovo vigore le politiche di sostegno al diritto e allo studio» e apertura di scuole politecniche sono cardini del programma del candidato di sinistra.

Candidato suggerito: Roberto Formigoni, anche perché chiunque viva o abbia vissuto in Lombardia nell’ultimo decennio difficilmente può essere tentato da un’“alternativa” a quello che sinceramente ci è parso il migliore dei governi regionali possibili in Italia.

LIGURIA

Per il centrosinistra è ancora Claudio Burlando, presidente in carica, a cercare la riconferma. In questo caso, come spesso capiterà con i governatori uscenti, il documento che leggiamo è più la celebrazione di quanto fatto nel corso del precedente mandato che un programma preciso. È un po’ un mix di quello che si legge nei documenti degli altri aspiranti governatori di centrosinistra: sostegno al lavoro e alle imprese, tutela dell’ambiente, energie rinnovabili, acqua pubblica…

Fiscalità ed economia
Generica promessa che «sarà affrontato subito il progetto di operare con tutte le competenze possibili per ridurre la burocrazia, accorciare i tempi per ogni pratica».

Servizi pubblici locali
Grande enfasi sull’acqua pubblica e la raccolta differenziata. A noi, è noto, non piace né l’una né l’altra. L’attuale Governatore si vanta di come la Regione Liguria abbia «aumentato in questi anni il proprio sostegno al trasporto pubblico locale», investimenti, finanziamenti e nuovi acquisti. Eppure, si riconosce, «permangono inefficienze spesso clamorose del servizio ferroviario». Le responsabilità? «Vanno ascritte a Trenitalia e al governo».

Sanità
«La centralità del servizio pubblico dovrà garantire anche un rapporto virtuoso con i comparti della sanità privata che rispondono agli standard stabiliti».

Scuola
«La Regione sostiene gli insegnati precari che hanno perso il posto». Ma non parla di scuola privata.

* * *

Passiamo dunque al programma dell’antagonista Sandro Biasotti, espressione della coalizione di centrodestra.

Fiscalità ed economia
Si promettono misure di semplificazione amministrativa per le imprese, che gradiamo. Molto meno, invece, la previsione di un “assessorato del Mare”. Bene la riduzione costi di registrazione di un’impresa, del tempo necessario per fondarne una (da portare a meno di una settimana) e di quello necessario (da stabilire in due mesi) all’avvio della sua attività.
Si parla di credito agevolato per le imprese ma, in tutta franchezza, sentire parlare di «utilizzare le risorse a vantaggio di una seria politica industriale» non è, in realtà, molto incoraggiante. Così per il «mantenimento di un giusto rapporto tra piccola, media e grande distribuzione».

Servizi pubblici locali
Prevista la realizzazione importanti snodi stradali, potenziamenti ferroviari e dei tunnel che i liguri aspettano da tempo. Lodevolmente l’aspirante governatore si dichiara contrario alla «realizzazione di una società unica regionale per il trasporto». Per il porto di Genova, parla di «quanto sia essenziale essere competitivi ed entrare all’interno di un sistema concorrenziale». Buona l’idea – in mancanza di meglio – dell’istituzione di uno «sportello unico doganale» che consenta la facilitazione degli adempimenti fiscali.

Sanità
Il candidato promette che se eletto «la prima regola sarà: fuori la politica dalla sanità!». Evidentemente lo slogan piace. Si parla poi di domiciliazione sanitaria e «incremento della distribuzione diretta dei farmaci».Forse, la politica starà fuori dalla sanità, ma neppure il privato sembra avere molte possibilità di starci dentro, visto che il solo timido accenno ad esso lo si trova nel paragrafetto dedicata all’accorciamento dei tempi d’attesa e a riguardo delle aree di assistenza lacunose, «in cui si potranno prevedere forme di collaborazione».

Scuola
L’idea in materia è precisa e ben spiegata: «Intendiamo riproporre il “buono scuola” [...], si tratta di una sorte di “dote scuola” che accompagna il percorso formativo ed educativo dei ragazzi dai 6 ai 18 anni. Questa iniziativa è indirizzata alle Scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado e a chi frequenta i corsi triennali di formazione professionale, garantisce la libertà di scelta delle famiglie e il diritto allo studio di ciascuno, premiando il merito e l’eccellenza».

Candidato suggerito: Sandro Biasotti, che esce molto bene sul tema della scuola, ma a dire il vero per il resto si avvantaggia molto dal beneficio del dubbio che è giusto concedere allo sfidante.

EMILIA ROMAGNA

In Emilia Romagna è Vasco Errani, presidente in carica, a essere in corsa per il terzo rinnovo.

Fiscalità ed economia
Il «sistema di welfare capillare e diffuso» sarà anche la norma nella Regione, ma fa talmente a pugni con il secondo punto della sezione economia – «un tessuto produttivo robusto e competitivo»  – da screditare in partenza renderebbe inutile il proseguimento della lettura. Dove si parla di sostegno all’occupazione, incentivi alle imprese e sviluppo di un sistema di reti: ma non di abbassamento delle imposte.
Sulla riduzione delle imposte (di cui si parla nel paragrafo sulla finanza e non su quello dedicato all’economia) sembra rimbalzarsi la responsabilità a quel federalismo fiscale che «deve essere la chiave di una complessiva riforma fiscale per rendere più equo il prelievo sul lavoro e le imprese (intervenendo su IRAP e IRPEF) e contrastando strutturalmente l’evasione fiscale».

Servizi pubblici locali
Si parla di crescita del passeggeri del TPL, di quello ferroviario e incremento di mobilità ciclabile. Peccato che l’«investire in modo congruo sul sistema ferroviario regionale», ad esempio, non sembri accompagnato da intenti di apertura al privato.

Uno degli obiettivi principali di Errani è la riduzione del traffico veicolare (da realizzarsi anche tramite un potenziamento dei parcheggi scambiatori e del trasporto pubblico).
Trova spazio quella «difesa e contenimento dell’uso del suolo» che – come già nel caso di molte altre regioni governate dal centrosinistra – ha significato le lacrime degli addetti al comparto edile e la gioia smisurata degli speculatori.
In definitiva il testo appare molto vago, con nessun impegno concreto. Trova però spazio per “stigmatizzare” la decisione del Governo riguardante la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, che comprende la privatizzazione dell’acqua, contro cui, in particolare, la Regione si attiverà perché «l’acqua si confermi a tutti gli effetti un bene pubblico».

Sanità
«La persona al centro dell’assistenza», si legge nella sezione dedicata alla sanità. «La scelta strategica è quella dell’integrazione dell’offerta dei servizi ai cittadini», dove a essere essenziale al governo della sanità è la partecipazione degli enti locali, cui si strizza l’occhio molto più che agli operatori sanitari, cui ci si limita senza grande enfasi a comunicare che il sistema è «aperto alla collaborazione» ma «è e resterà un sistema pubblico».

Scuola
Dopo essersi lamentato dei tagli del governo nazionale in carica, non sembra offrire proposte specifiche ma solo comuni principi di massima che informino l’eventuale futura legislazione regionale.

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Molto ben scritto il programma dell’Avvocato Anna Maria Bernini, candidata del centrodestra, in cui un mix ottimale tra sintesi e approfondimento rende immediatamente chiari tutti i condivisibili punti di cui è composto.

Fiscalità ed economia
Consolidamento dei fondi stanziati per le imprese e previsione di incentivi per le imprese che assumono. Buona l’idea di esentare dall’IRAP per cinque anni per le imprese giovani, meglio ancora se resa poi definitiva. Molto bene l’impegno per un’intesa con l’Antitrust per monitorare gli ostacoli normativi all’operare delle imprese. Il credito agevolato e la capitalizzazione delle imprese, in particolare PMI, nell’Italia delle banche abbottonate non è mai una cattiva idea, persino se viene dalla regione.
Si segnala anche la previsione di realizzazione di un “taglia-leggi” regionale, l’impegno per la semplificazione normativa, la riduzione dei costi della politica e della burocrazia regionale.
Dimostrazione di coraggio e comprensione della realtà economia l’idea di «favorire strumenti di flessibilità nel rapporto di lavoro». Coraggioso e giusto anche prevedere «interventi di semplificazione ah hoc a favore dell’edilizia», opportuna la privatizzazione degli alloggi ACER.
A differenza dei candidati leghisti, facilmente inclini alla generosità pubblica, la Bernini vede – a ragione – la «garanzia dei diritti di proprietà degli agricoltori» come il primo e più importante aiuto al settore.

Servizi pubblici locali
Privatizzazione delle società di gestione degli aeroporti; attrazione di risorse private nel trasporto ferroviario mediante lo sviluppo della divisione Trasporto di FER; aggiudicazione dei servizi di trasporto ferroviario tramite gare europee; creazione di un «tavolo con imprenditori privati e società pubbliche per lo sviluppo delle “metro strade”». Quattro ottime idee.

Sanità
Separazione delle funzioni di controllo/acquisto ed erogazione del servizio; «impulso allo sviluppo del privato di qualità, per garantire la libertà di scelta delle persone e l’aumento di qualità delle prestazioni»; «sviluppo di un sistema di “voucher” per la non autosufficienza», supporto al mantenimento dell’anziano nel suo contesto sociale. Altre idee eccellenti.

Scuola
È prevista l’istituzione di una “dote scuola”.

Candidato suggerito: Anna Maria Bernini, cui va una nota di merito suppletiva per avere quello che ci è parso di gran lunga il programma di governo migliore di tutti. Non ce ne voglia Errani il quale comunque ha già avuto modo di governare per un decennio.

TOSCANA

Sul sito (molto ben curato, forse il più bello tra quelli visitati) di Enrico Rossi è possibile scaricare l’accordo di coalizione “Toscana Democratica” del febbraio 2010, di cui riportiamo i punti salienti.

Fiscalità ed economia
Leggiamo svogliatamente di «tutele e diritti indispensabili per arrestare il processo di precarizzazione che inizia dalla condizione lavorativa e si estende all’intera vita dei nostri giovani». Non sembra male, però, la promessa di «una drastica semplificazione amministrativa che consenta anche una riduzione della spesa corrente della pubblica amministrazione regionale di 1% all’anno».
Previsione di un «monitoraggio regionale delle imprese medio-grandi con cui condividere strategie di sviluppo e di prevenzione delle crisi industriali e occupazionali». C’è un qualcosa di sinistro in tutto ciò.

Servizi pubblici locali
Favorire «la progressiva aggregazione su scala regionale degli ambiti territoriali e dei soggetti di gestione dei servizi pubblici locali (rifiuti, acqua, gas, casa, trasporto pubblico locale) per consentire, da un lato, una programmazione e vigilanza regionale, dall’altra, maggiori economie di scala, competitività e qualità del servizio». Pessima e contraddittoria idea.
Molto meglio, parlare di estensione a tutto il territorio regionale la copertura della rete a banda larga. Di nuovo male con le «nuove linee di indirizzo per la pianificazione urbanistica e territoriale volte alla costruzione di nuovi spazi pubblici» cui si associa «sviluppare una pianificazione integrata energia-ambiente-sviluppo economico». La pianificazione è destinata a fallire, quando riuscirete a capirlo? Non parliamo poi dei «progetti sperimentali di social housing». Il solo pensiero di nuove sperimentazioni in questo fallimentare ambito mette i brividi.

Sanità
«Realizzare le priorità del Piano sanitario regionale in vigore» sono confermati i «piani di investimento per nuovi ospedali e di adeguamento delle strutture esistenti, con un rafforzamento delle iniziative di promozione della salute e delle politiche intersettoriali». Lodevole, ma chi paga?

Scuola
«Contrastare l’abbandono scolastico prematuro con politiche per l’aumento dei laureati» sarebbe un’ottima idea se solo il nostro sistema scolastico non fosse piagato dalla gratuità e dall’obbligatorietà che riempiono le aule di studenti indolenti e non motivati. Per quanto riguarda l’università, effettivamente giungono voci di una flessione della disoccupazione tra i laureati in lettere e filosofia…
Forse tra incubatori, spin-off, e finanziamenti regionali integrativi la Regione riuscirebbe anche a portare a compimento l’idea di diventare «un laboratorio di federalismo culturale». Rimane oscuro quale sarebbe, se mai fosse contemplato, il ruolo del privato.

* * *

Ci sembra da subito molto valido anche il programma della seconda candidata donna per il centrodestra, Monica Faenzi.

Fiscalità ed economia
L’abolizione dell’addizionale regionale sul bollo auto sarà poca cosa ma non può che far piacere. Così come il già più coraggioso taglio di «numerose agenzie della regione» e l’«abolizione delle Comunità Montane e dei consorzi di Bonifica», veri e propri buchi neri nelle casse di ogni regione.
Suscita entusiasmo che in tema di tagli ai rami inutili, la candidata del centrodestra non veda limiti: «intendo abolire l’inutile, e assai dispendioso, Assessorato al Perdono, alla Riconciliazione e alla Cooperazione internazionale».
La promessa è che «semplificazione amministrativa, competitività, stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria saranno i criteri che ispireranno l’azione della Regione». Più volte nel programma si insiste su una «strategia di contenimento della spesa pubblica».

Servizi pubblici locali
La Faenzi non condivide la riottosità manifestata nei loro programmi dalla stragrande maggioranza degli aspiranti Governatori. Al contrario «la nostra terra dovrà ospitare un impianto per la produzione di energia nucleare». Più avanti si legge un elogio della «concretezza dell’ecologia liberale». Costruzione una tangenziale per Firenze e potenziamento del suo aeroporto, ritenuto «complementare con quello pisano». Encomiabile – e ancor di più, certo, se con denaro privato  – se si considera, ad esempio, quali sono i piani delle candidate laziali in tema di aeroporti. Si segnala l’intenzione affidare a un’autorità indipendente il compito di indicare tariffe eque e imporre decenza e trasparenza» nei settori acqua, luce, gas e trasporti. Sarebbe ovviamente meglio il mercato, ma in mancanza, ci si consola con un second-best. Fa sempre piacere, infatti, leggere una denuncia della «strumentale falsa liberalizzazione del sistema».

Sanità
Il primo impegno sarà quello di «rendere pubblica e facilmente comprensibile l’informazione sui risultati delle valutazioni delle prestazioni sanitarie delle singole strutture e del sistema nel suo insieme». Pur non parlando apertamente di sanità privata, l’obiettivo è quello di «immettere un nuovo fattore di governo: la scelta del cittadino, che finalmente influenzi il successo o il fallimento dei servizi» e, una volta acquisita la conoscenza necessaria, «mettere mano al Piano Sanitario Regionale con l’intenzione di provvedere alle dovute modifiche, anche strutturali dell’attuale Sistema Sanitario Regionale».

Scuola
È previsto lo strumento del buono scuola.

Candidato suggerito: Monica Faenzi, della quale lodiamo in particolare il convinto sì all’energia nucleare e la fiducia nei confronti dell’ecologia di mercato.

UMBRIA

Voluminose e dal sapore un po’ veterocomunista le “linee programmatiche” di “un impegno e una sfida collettiva” della candidata di centrosinistra Catiuscia Marini. Non una «elencazione di temi e questioni, quanto piuttosto una visione dell’Umbria», nelle parole stesse dell’aspirante Presidente. Questo nonostante nel prosieguo ci si imbatta nella volontà di «globalizzare l’Umbria».

Fiscalità ed economia
«Il welfare è per noi investimento che genera benefici sociali ed economici a tutti i cittadini» mette subito in chiaro la candidata, la quale sembra riporre grandi aspettative nel federalismo fiscale e allo stesso tempo lamenta il rischio che territori a minore capacità fiscale rischino di perdere nel passaggio a un sistema non basato sulla capacita dei «singoli contribuenti». Nessuna traccia di impegni a favore del taglio delle imposte. L’unica garanzia, è quella di «presidiare attentamente» perché non venga meno l’attuale gettito garantito dallo Stato centrale.

Servizi pubblici locali
Si percepisce la vicinanza alle ragioni dell’ecologismo, ma non cosa possa significare l’espressione «modelli di produzione energetica democratici e partecipati». Diversi progetti per sopperire alla «storica carenza di infrastrutture», strade ma anche alta velocità ferroviaria e attenzione all’integrazione intermodale. Sostegno «alla costituzione della Holding regionale dei trasporti e quindi della azienda unica regionale». Il che non è certo un bene.

Sanità
Più che trovare il modo di aprire gli spazi al settore privato la preoccupazione sembra quella di arginare i lamentati tagli da parte del governo centrale.

Scuola
Si parla di informatizzazione delle aule, politiche educative, sinergie scuola-lavoro e lifelong learning ma non c’è traccia del buono scuola.

* * *

Elegante nella forma ma deludente nel contenuto il sito di Fiammetta Modena, candidata del Pdl, dove non riusciamo a individuare alcun link per scaricare un programma. Peggio ancora sul sito del Pdl regionale. Qualche punto in meno per questo, e cerchiamo di farci un’idea basandoci sulla modesta brochure disponibile sul sito della candidata. Più che il “programma del fare”, questo sembra un programma da fare. Forse la candidata punta sulla suo popolarità, ma di questo noi non sappiamo. Di certo, non rendere fruibile un vero programma di governo è una di quelle cose che andrebbero segnalate nella sezione “segnala gli errori da non ripetere” del sito. Un errore, che commesso da qual candidato che si prefigge «l’informatizzazione delle pratiche» non lo aiuta certo a guadagnare in credibilità. Ad amor del vero, va detto che queste sono presentate come mere «priorità» cui si affiancheranno «linee di indirizzo che copriranno l’intero arco della legislatura».

Fiscalità ed economia
Apertamente dichiarata l’ostilità alla burocrazia, definita «un cappio al collo di cittadini, organizzazioni e imprese che limita e opprime». Accesso al credito facilitato, rimodulazione della fiscalità, finanziamento consorzi fidi. Buona l’idea di eliminare gli enti inutili: agenzie regionali, comunità montane e Ati. Mai troppo scontato lo slancio a favore della semplificazione amministrativa, con eliminazione tempi morti per cittadini e imprese e snellimento dei procedimenti.

Servizi pubblici locali
Non pervenuto.

Sanità
Lasciati lì da soli gli intenti di «eliminazione delle liste d’attesa» e «miglioramento della qualità del servizio» sono ascrivibili al dominio del mero wishful thinking.

Scuola
Non pervenuto.

Candidato suggerito: Fiammetta Modena, aggrappandoci soprattutto a quella «rimodulazione della fiscalità», ma senza troppo entusiasmo.

MARCHE

Sul sito di Gian Mario Spacca, presidente uscente della regione Marche, espressione delle forze di centrosinistra, troviamo qualche paragrafo di “priorità programmatiche condivise”.

Fiscalità ed economia
Ammortizzatori sociali per le piccole imprese, «sostegno al reddito per i lavoratori in mobilità e in CIGS e finanziamento della Cassa integrazione guadagni in deroga per le PMI»; «consolidare l’area di protezione sociale con lo strumento normativo del reddito sociale a sostegno di quote deboli della popolazione». Non è un po’ troppa spesa?
Il sostegno al credito delle PMI e, soprattutto, l’abolizione progressiva dell’addizionale regionale residua sull’IRAP non sembra invece una cattiva idea.
Sulle «nuove forme e strumenti di intervento pubblico regionale per rafforzare le attività di sostegno credito-finanziario e di animazione dello sviluppo del sistema economico» bisognere poter indagare meglio, a scanso di equivoci.
Previsione della «riduzione dei costi della burocrazia, con lotta agli sprechi, taglio di enti inutili, semplificazione legislativa, riduzione di consulenze, spese amministrative e dei “costi della politica”, per liberare risorse aggiuntive per gli impieghi a favore dei cittadini, famiglie e imprese. Si garantisce la «prosecuzione del contrasto all’evasione». Fosse quella la priorità delle Marche.
È previsto un «consolidamento del trend di riduzione della pressione fiscale e dell’indebitamento regionale, in un quadro di sostenibilità legato all’evoluzione dei meccanismi applicativi del federalismo fiscale». Tradotto: visto che con il federalismo fiscale corriamo il rischio di smetterla di beneficiare del denaro proveniente dalle tasche altrui, scordatevi pure una riduzione delle imposte. Molto male.

Servizi pubblici locali
Incentivi alla crescita delle fonti rinnovabili e obiettivo del «tendenziale equilibrio di autosufficienza energetica su scala provinciale». Previsti alcuni interventi di sviluppo delle infrastrutture.

Sanità
Tanti bei propositi – politiche di integrazione socio-sanitaria, dimezzamento delle liste d’attesa e processo di semplificazione del modello di governance – ma nessun riferimento alla sanità privata.

Scuola
«Pubblico e privato per finanziare l’industrializzazione del sapere». Molto sibillino l’impegno per la «riaffermazione del ruolo insostituibile e prioritario della scuola pubblica in un corretto e proficuo rapporto di collaborazione e sostegno con quella paritaria».

* * *

Il candidato del Pdl, Erminio Marinelli, un po’ come il più popolare omologo veneto invita gli elettori a suggerire idee per il programma. Nella sezione dedicata, non troviamo nulla più che qualche paragrafo striminzito, il rimando alle proposte ricevute dai cittadini e il link “d’ordinanza” «invia la tua proposta».

Fiscalità ed economia
«Alleggerire la pressione fiscale e la burocrazia», creare lavoro, sostenere le imprese. Ma va’?

Servizi pubblici locali
«Salvaguardia del patrimonio costiero» suona molto come l’imposizione ai proprietari di quei vincoli all’edificabilità che chiunque creda nel valore giuridico ed economico della proprietà privata dovrebbe respingere senza se e senza ma.

Sanità
Apprezzabile l’idea di «potenziare il ruolo delle farmacie», ma i restanti punti relativi alla sanità sono troppo sintetici per poter giudicare. Di certo non leggiamo la parola “privato”.

Scuola
Se «sostenere le scuole statali e quelle paritarie per far scegliere a tutti la migliore istruzione» può essere letto come “istituiamo il bonus scuola”, qualche punto in più al candidato. Da apprezzare l’ingenua onestà con cui si ripropone di «formare i giovani nelle professioni con meno appeal ma più richieste dal mercato».

Sul sito della federazione regionale del partito che sostiene Marinelli, troviamo una “sintesi del programma del Pdl per le elezioni regionali Marche 2010”, che dovrebbe ragionevolmente costituire il programma cui l’azione dell’eventuale Presidente si informerebbe. Riduzione dei consiglieri regionali, semplificazione regolamentale, promessa di trasparenza della macchina amministrativa e soppressione enti inutili. Buono il proposito di ridurre la spesa corrente a favore degli investimenti, ottimo quello della «riduzione della tassazione aggiuntiva in addizionale Irpef, Irap e gas alle famiglie e alle imprese».

Candidato suggerito: Erminio Marinelli?

LAZIO

Con qualche pregiudizio, lo confessiamo, passiamo in rassegna il programma di Renata Polverini.

Fiscalità ed economia
Moltissime le politiche “sociali”, fra le tante l’assegno familiare per il sostegno di figli a carico e disabili e Riconoscimento agli appartenenti del nucleo familiare di un credito (extra tributario) da utilizzare al momento della richiesta di erogazione di servizi e prestazioni forniti, anche indirettamente, dalla Regione.
Lunga è la lista di interventi assistenziali a favore della famiglia, dai mutui agevolati alle giovani coppie, ai bonus bebè e alla “carta senior”.
Potenziamento del fondo di rotazione per le PMI.

Servizi pubblici locali
Previste molte realizzazioni, quasi tutte anche nel programma della Bonino. Solo che qui la chiusura di Ciampino è chiamata «spostamento dell’aeroporto». A beneficiarne, ovviamente, Viterbo.

Sanità
Ampio lo spazio dedicato a questo tema, in apertura del programma. La «concertazione» sarà determinante per la soluzione delle controversie. Tra le varie previsioni: la domiciliazione del paziente anziano o disabile presso la propria organizzazione, mediante corresponsione di un assegno di cura; la riduzione numero della ASL inglobamento dei presidi ospedalieri in aziende ospedaliere “più moderne”; una «forte riorganizzazione del Distretto sanitario, al fine di garantire un unico livello di governo del sistema territoriale».
Spazio anche all’«infermiere di famiglia» da inserire nel contesto di «ottimizzazione delle scarse risorse disponibili e al contenimento della spesa sanitaria, soprattutto ospedaliera»; in aggiunta è ritenuto prioritario lo sviluppo dell’«assistenza domiciliare integrata». Si prevede di «potenziare al massimo tutte le forme di distribuzione del farmaco».
«Il privato in convenzione – quello di qualità per intenderci – è, a nostro modo di vedere, una risorsa preziosa del servizio sanitario regionale e non certo un onere», si legge nel paragrafo dedicato all’integrazione pubblico-privato, dove la promessa è quella che «saranno favoriti al massimo i progetti di project financing e le sperimentazioni gestionali miste pubblico-privato».

Scuola
Solite cose lette un po’ su tutti i programmi, con accenti sull’istruzione di qualità e la formazione.

* * *

Se il programma della Polverini ci è sembrato tutt’altro che entusiasmante, delusione viene anche dal programma di Emma Bonino, che ci saremmo aspettati ben più orientato alle ragioni del mercato.

Fiscalità ed economia
«Restituire alle fasce a minor reddito della popolazione l’equivalente di un decimale di punto dell’addizionale IRPEF (50 Ml/€)» e stabilire «forme di rimodulazione regionale delle accise sui combustibili per autotrazione e della fiscalità sui veicoli privati destinate a finanziare investimenti in trasporto pubblico», non sono proprio quei propositi che attirano il voto di un liberale. Come pure l’aumento del “reddito minimo garantito”.
Non si capisce perché ci debbano essere «premi fiscali per le imprese che stabilizzano trasformando i contratti a tempo determinato e di apprendistato in contratti a tempo indeterminato» e non per le altre. L’istituzione di un «Fondo di sostegno per agire in modo sistematico nei confronti del lavoro illegale», poi non sembra che un modo di sprecare soldi.

Servizi pubblici locali
Ci fa sobbalzare dalla sedia leggere della «reazione organismo unico responsabile dei trasporti nel territorio della regione, in concorso con il comune di Roma e delle Province, autorità che sarebbe l’unica responsabile regionale nell’offerta di trasporto, tariffazione, contratti di servizio, gare di affidamento dei servizi di trasporto, pianificazione della rete e interventi infrastrutturali».
Come nel caso dell’altra concorrente, ma con un filo di immediatezza in più, anche la Bonino ha intenzione di chiudere Ciampino a favore di Viterbo. Come dire, presto o tardi vedrete che ci riusciremo per davvero a cacciare Ryanair dall’Italia.
Riconversione totale della rete del Tpl con l’obiettivo della riduzione delle emissioni, in prospettiva a zero: un’altra di quelle cose che non avremmo mai voluto trovare scritte su questo programma.
Eliminazione tra le «sovrapposizioni tra treno e gomma», significa sostituirsi d’imperio alla concorrenza, con la pretesa di sapere meglio del mercato qual è la soluzione migliore per i consumatori.

Sanità
Si legge di «interventi che agiscano sulla spesa in maniera definitiva mediante azioni di carattere strutturale», della necessità e volontà di «riequilibrare la spesa sanitaria oggi accentrata sulle prestazioni ospedaliere». Occorrerebbe, inoltre, «porre un freno alle esternalizzazioni dei servizi sanitari e delle attività mediche».
Ancora meno rassicurante il fatto che «nel rapporto con la cosiddetta sanità privata, bisognerà rivedere le norme sulle tariffe [...] individuando un sistema di sanzioni efficaci». Si spera che la necessità di «regole e standard organizzativi comuni tra il settore pubblico e quello privato» non significhi l’imposizione di requisiti insostenibili per il secondo.

Scuola
“Student card” per far beneficiare gli studenti di sconti e agevolazioni ma da non confondere con il bonus scuola.

Candidato suggerito: Renata Polverini. Proprio così.

CAMPANIA

Passiamo ora alla Campania, partendo dal programma di Vincenzo De Luca, espressione della coalizione di centrosinistra.

Fiscalità ed economia
Previsti ampi interventi per la riduzione della burocrazia che tengano conte che «i tempi dell’economia e dello sviluppo sono incompatibili con le lentezze della pubblica amministrazione». Encomiabile la promessa implicita di agire sui tempi di riscossione dei crediti nei confronti della P.A. Leggiamo anche della promessa di premiare finanziariamente i «comuni virtuosi».
Svolta nelle politiche di sostegno al reddito: «Basta con forme di sussidio a carattere esclusivamente assistenziale».

Servizi pubblici locali
Obiettivo di estendere a tutta la regione l’accesso a internet a 50 mega entro tre anni. Interventi a favore delle infrastrutture e del recupero della fascia costiera.
Impegno convinto a favore della sicurezza e piano specifico dedicato al recupero della città capoluogo. Aperta contrarietà – purtroppo – alla costruzione di centrali nucleari.

Sanità
Si promettono «radicali cambiamenti nel settore della Sanità campana». Con il suo linguaggio schietto e diretto, De Luca, assicura che chi fallirà nella linea di rigore («riequilibrare senza smantellare») «andrà a casa senza se e senza ma».
C’è la promessa della definizione di «regole certe e trasparenti che definiscano la cornice entro la quale si deve configurare l’azione della sanità convenzionata».

Scuola
Non se ne parla.

* * *

Ricca “sintesi” per il programma di Stefano Caldoro, candidato del centrodestra, in gran parte, a dire il vero, dedicata a descrivere la condizione di degrado e decadenza in cui versa la regione. Il programma vero e proprio sono cento pagine tonde.

Fiscalità ed economia
Intento di realizzare un’amministrazione al servizio del cittadino la quale non impone regole e procedure fini a se stesse per perpetuare il proprio potere, ma semplifica, agevola e rende le scelte trasparenti ed efficaci».
Apprezzabile la dichiarazione d’intenti relativa alla riscrittura del “patto intergenerazionale”, «così da non far pagare ai nostri figli il prezzo di scelte opportunistiche e conservatrici».

Servizi pubblici locali
Sembra un’ottima idea la redazione di un testo unico per l’edilizia «in grado di eliminare le irragionevoli norme restrittive e le complicazioni procedurali che oggi paralizzano lo sviluppo».

Sanità
Si parla di un «progetto di rilancio e razionalizzazione virtuosa» che metta la Campania in linea con gli standard nazionali sia per prestazioni che per efficienza.
Grande attenzione alla sanità privata e intenzione di «prevedere l’accreditamento definitivo delle strutture sanitarie convenzionate nell’ottica di una tendenziale equiparazione tra il settore pubblico e quello privato, promuovendo la realizzazione di un privato in grado di lavorare in condizioni di eccellenza».

Scuola
Si parla di «cabina di regia per la scuola» ma non di bonus scuola.

Candidato suggerito: Vincenzo De Luca, soprattutto per quel bel virgolettato che abbiamo riportato in apertura. Un uomo concreto.

PUGLIA

Molto chiaro e contraddistinto da un’esposizione per nulla compressa dal bilancio del mandato agli sgoccioli, il programma di Nichi Vendola, popolare candidato della sinistra.

Fiscalità ed economia
Come prevedibile, un programma molto “di sinistra”. Politiche a favore della stabilizzazione dei lavoratori e delle assunzioni a tempo indeterminato. Rifinanziamento delle quote regionali per gli ammortizzazioni sociali.

Servizi pubblici locali
Prevista una ricca serie di interventi a favore della mobilità e dell’intermodalità, diffusione dell’infomobilità e un’inaspettata attenzione «a favore dell’autotrasporto». Interventi finalizzati alla valorizzazione dei porti di Taranto e Brindisi. Rinnovo parco treni e autobus e «messa in sicurezza della rete stradale regionale». Secco no al nucleare e agli idrocarburi, sì al turismo (sul sito la sezione è la prima in ordine di apparenza).
Vendola conferma la sua visione secondo cui l’acqua «è un bene comune dell’umanità, come proprietà collettiva, non assoggettabile a leggi di mercato».

Sanità
Specializzazione degli ospedali, creazione di reti di assistenza, puntare sulla prevenzione. Intenzione di proseguire lungo la strada dell’associazionismo dei medici di medicina generale da rafforzare in futuro anche tramite l’informatizzazione della cartella clinica dei medici.
Completamento dei «processi di internalizzazione dei lavoratori della sanità che prima lavoravano per conto di aziende appaltatrici e cooperative»

Scuola
«Il diritto allo studio sarà massicciamente garantito, attraverso variegati servizi a studenti e famiglie». “Massicciamente” è una parola da regime. Nessuna traccia di bonus scuola.

* * *

Rocco Palese (Pdl)

Fiscalità ed economia
Si promuovono molte iniziative più o meno lodevoli (accesso al credito, sportelli unici per le imprese e le attività edilizie, riqualificazione aziendale), ma anche in questo caso la domanda da porsi è: come si finanziano? diminuiscono o no l’ingerenza dello Stato nella vita delle imprese e nella libertà di scelta dei cittadini?
Il candidato dichiara la sua volontà di valorizzare «l’operatività della Banca del Mezzogiorno nel favorire l’accesso al credito in stretta integrazione con il sistema dei consorzi fidi», che come abbiamo scritto in passato su questo blog non è necessariamente una cattiva idea.
Molte misure a favore dell’agricoltura (tra cui l’incentivo alla «formazione di consorzi mono prodotto per accorciare la filiera»), non sono la via giusta per rendere prospera una regione del Meridione.

Servizi pubblici locali
C’è l’impegno a ottenere finanziamenti statali per la realizzazione di una importante serie di interventi. Palese è l’unico candidato a citare apertamente il protocollo di Kyoto in termini entusiasti e il suo è l’unico programma a recare un inequivocabile e molto slang «NO NUKE».

Sanità
Punta soprattutto su trasparenza e lotta allo spreco il candidato del centrodestra. Si legge anche di triplicare gli anziani con accesso all’assistenza domiciliare e di «controllo della spesa farmaceutica». Le solite cose già lette un po’ dappertutto: lotta agli sprechi, potenziamento di servizi e strutture, riduzione liste di attesa (del 100% entro i primi 36 mesi), assistenza domiciliare integrata e via dicendo. La solita domanda: con quali denari? Ma davvero quello che serve a migliorare il sistema sanitario pugliese è l’istituzione di «efficaci sistemi di controllo di gestione»?

Scuola
Leggiamo di investimenti, borse di studio e necessità di «cambiare rapidamente registro». Ma non di buoni scuola, sebbene si affermi di sostenere l’ingresso nelle imprese «mediante l’utilizzo intelligente dei voucher e borse di studio/lavoro».

Candidato suggerito: una sana giornata di relax al mare. Le previsioni danno un sole meraviglioso.

BASILICATA

Vito De Filippo, candidato del centrosinistra.

Fiscalità ed economia
Non male, in ambito assistenziale l’idea di voucher da erogare in base a un “parametro d’accesso” ai servizi che sia spendibile dalle famiglie più deboli «esclusivamente per l’acquisto di un bene o servizio essenziale o per il pagamento di una spesa indifferibile, allo scopo di soddisfare bisogni reali e non voluttuari».

Servizi pubblici locali
«Riveste un’importanza fondamentale la revisione dell’organizzazione del trasporto pubblico su gomma senza tralasciare, in prospettiva, una serie di interventi sul sistema di trasporti su ferro per realizzare un riequilibrio e una integrazione modale della mobilità regionale». Realizzazione di 12 nodi intermodali. Organizzazione di un sistema di bigliettazione unica.

Sanità
Intenzione di proseguire nella realizzazione di un modello organizzativo a rete. Realizzazione del fascicolo sanitario elettronico del cittadino.

Scuola
Sostegno ai neolaureati ma nessun bonus scuola.

* * *

Nicola Pagliuca, candidato sostenuto dal centrodestra.

Fiscalità ed economia
L’«attuazione di un sistema di project financing per una gestione innovativa dei siti industriali, in particolare quelli che richiedono opere di ampliamento, ammodernamento e completamento» potrebbe rivelarsi una buona idea.
Si contempla un’interessante serie di potenziamenti, promozioni e sostegni, ma non tramite la riduzione della tassazione di competenza regionale. È comune contemplata la «sperimentazione di strumenti di finanza innovativa».
Potrebbe non essere insensata l’idea di costruire un aeroporto (si parla in realtà di un’«aviosuperficie») in prossimità alla costa metapontina.
Bene la proposta di abolire le comunità montane, male quella di rafforzare il ruolo delle provincie che noi, com’è noto, vorremo piuttosto vedere abolite ovunque.

Servizi pubblici locali
Questi sconosciuti… Si propongono comunque interventi sulle infrastrutture, mirati essenzialmente a favorire le attività del porto di Gioia Tauro.

Sanità
Nulla di innovativo, che non sia «favorire il merito e non l’impegno politico».

Scuola
La parola scuola ricorre una sola volta in tutto il documento: «si propone la creazione di una Scuola di Alta Formazione Politica». La più grande aspirazione di un presidente lucano, evidentemente.

Candidato suggerito: avrete fatto caso che nella premessa si parlava di un «eventuale» consiglio di voto. Ora sapete perché.

CALABRIA

Giunti ormai alla fine della nostra rassegna, segnaliamo la totale irreperibilità sul web di un programma del Governatore in carica Agazio Loiero. Ipotizziamo dunque, che il candidato sia particolarmente convinto del proprio operato e di essere talmente in sintonia con i suoi concittadini, da rendere superfluo comunicare quali siano i propri propositi agli elettori. Ne prendiamo atto.

* * *

Ben organizzato, esaustivo e sintetico quanto basta il programma di Giuseppe Scopelliti, lo sfidante proposto dal centrodestra.

Fiscalità ed economia
Il programma è esplicito: semplificazione della legislazione fiscale, utilizzo della manovra fiscale come  «strumento di sviluppo per imprese e lavoro», sostegno alle famiglie povere, «valorizzazione del ruolo di Garante», potenziamento dell’informazione sulle entrate regionali. Nessun proposito di riduzione, evidentemente.

Servizi pubblici locali
Puntare sull’intermodalità nei trasporti, rinnovare il materiale rotabile e il parco veicolare gommato, realizzare un sistema di integrazione tariffaria. E anche, si direbbe, dimenticarsi che di questo se ne potrebbe occupare anche il mercato. Così come dell’auspicato rilancio del porto di gioia Tauro.

Sanità
Definizione di un nuovo piano sanitario regionale «che tenga conto [tra le altre cose] dell’integrazione pubblico/privato» e «attivazione di meccanismi di regolazione del mercato e del rapporto pubblico-privato», si legge nella sezione dedicata alla sanità, che apre il programma del candidato, a sottolinearne la preoccupazione. C’è anche spazio per un sintetico paragrafo dedicato al “ruolo del privato”: «Ferma restando la necessità di rivedere le norme che regolano l’accreditamento per adeguarle alla domanda, al contesto e alla sostenibilità economica del sistema, occorre che, nel medio termine, il privato che opera nella sanità si renda complementare al servizio pubblico».

Scuola
Tutte cose già viste, incluso il mancato riferimento al bonus scuola.

Candidato suggerito: Giuseppe Scopelliti non supera l’esame, onestamente. Ma almeno si prende la briga di rendere noto ai calabresi cosa ha intenzione di fare se eletto.

In conclusione, la sconfortante sensazione che si ha dopo la lettura di tutti i programmi è quella che più si scende lo Stivale, più sembra che i programmi siano quasi un orpello di poco conto, una seccatura di cui sono soprattutto gli sfidanti a doversi preoccupare nel tentativo di buttare giù dalla poltrona i governatori in carica, i quali sembrerebbero puntare più sul consenso variamente conquistato negli anni precedenti che su idee alternative.
Per quasi tutti la preoccupazione più assillante è quella di non perdere i finanziamenti gentilmente offerti da qualche altro contribuente, sia esso europeo, lombardo o veneto. Tutti si aspettano qualcosa dal federalismo fiscale e, allo stesso tempo, sono terrorizzati all’idea che li costringa a fare affidamento sulle proprie forze.
Le elezioni regionali, anche per quanto riguarda le implicazioni indesiderabili, non sono meno importanti e delicate di quelle nazionali. Si pensi ai casi paradossali – giusto per citare uno dei temi più importanti – del cittadino che voti un candidato assolutamente incline a sostenere il ruolo pubblico nella sanità salvo poi andarsi a curare in Lombardia all’occorrenza.
Purtroppo, dal nostro punto di vista, i migliori programmi in assoluto sono anche quelli che (specie Toscana ed Emilia Romagna) hanno, realisticamente parlando, meno probabilità di essere messi alla prova.
Il pessimismo non è mai d’aiuto, è vero. Ma proprio non riusciamo a biasimare quello di Luca Ricolfi nell’ultimo capitolo de Il sacco del Nord.

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I politici non lavorano? Paghiamoli di più! /2010/03/19/i-politici-non-lavorano-paghiamoli-di-piu/ /2010/03/19/i-politici-non-lavorano-paghiamoli-di-piu/#comments Fri, 19 Mar 2010 13:00:50 +0000 Marco Mura /?p=5438 Scendete per strada, fermate – con molto garbo, s’intende – la prima persona che vi passa davanti e chiedete qual è la sua opinione sulla classe politica e i suoi esponenti. È molto probabile che il profilo tratteggiato sia quello di un uomo meschino, privo di scrupoli, sempre presente quando si tratta di curarsi del proprio tornaconto, sempre indifferente e assente quando si tratta di risolvere i problemi del Paese. Già, perché l’uomo della strada sembra particolarmente disturbato e indispettito dalle immagini dei deserti emicicli romani viste di sfuggita alla televisione in un noioso pomeriggio di interrogazioni parlamentari.
Se per caso il vostro nuovo amico non andava di fretta, potete stare quasi certo che si fermerà qualche momento in più per illustrarvi il suo piano per mettere a posto le cose. E anche in questo caso è facile immaginare come i primi rimedi proposti sarebbero il dimezzamento dello stipendio dei politici e l’azzeramento dei loro privilegi …le auto blu!
Ma esistono altre soluzioni, concrete, possibilmente elaborate da qualcuno che abbia un’idea seria della composizione del bilancio statale e delle leggi che governano la politica?
Un’idea sicuramente da discutere, che a prima vista si presenta parecchio bizzarra, è quella proposta in questo paper da Stefano Gagliarducci dell’Università Tor Vergata e Tommaso Nannicini dell’Università Bocconi i quali indagano in che modo l’ammontare degli stipendi dei politici incide sulla scelta dei cittadini di concorrere per le cariche pubbliche e sul loro operato una volta passati dall’altro lato della staccionata. Per come presentati, i risultati dello studio sembrano dimostrare che «uno stipendio più alto attrae candidati meglio istruiti e che politici meglio pagati ridimensionano l’apparato di governo migliorandone l’efficienza».
A livello teorico, la tesi poggia sull’assunto che un salario elevato possa fare aumentare la “qualità” degli aspiranti lavoratori, aumentando il costo della perdita del lavoro e quindi l’impegno profuso per evitare che ciò accada, oltre che migliorare le motivazioni e il lavoro di gruppo.
Se la politica offrisse stipendi meno distanti da quelli del settore privato, non potrebbe che giovarsi dell’interessamento di quegli individui dotati di grandi capacità manageriali e fiuto imprenditoriale che al momento si tengono lontani dalla professione, giudicandola non sufficientemente remunerativa.
Sul perché del miglioramento del morale è inutile stare a spiegare, mentre l’affiatamento lavoro di gruppo, e il compattamento degli aspiranti politici ispirati dalla stesse idee (che, data l’istruzione e la verosimile esperienza di come funziona l’economia nel mondo reale di quanti si avvicinerebbero alla politica, potrebbero essere molto più favorevoli al mercato di quanto non sia ora) è spiegata dalle minori chances di elezione su cui potrebbero contare gli appartenenti ai gruppi minoritari.
Forse il ragionamento eccede nel fare affidamento su una visione un po’ troppo incline a vedere i politici come tecnici. Nondimeno, è interessante leggere le conclusioni dello studio empirico che gli autori del paper hanno condotto sulle performance dei sindaci italiani dei comuni con più di 5mila abitanti nel periodo dal 1993 al 2001. La scelta del campione è stata determinata oltre che dalla disponibilità dei dati, dal fatto che com’è noto gli stipendi degli amministratori locali variano in virtù del totale della popolazione residente, classificata in nove scaglioni dalla tabella A del Decreto del Ministero dell’Interno n. 119 del 4 Aprile 2000, emanato in applicazione della “legge Bassanini”. Le fasce al di sopra dei 5mila abitanti, e gli stipendi originariamente previsti vanno dai 5.400.000 lire ai 15.100.000 delle città con oltre 500mila abitanti.
I risultati, sorprendenti, dicono che maggiore è il peso della busta paga, maggiori sono le probabilità che il primo cittadino governi virtuosamente, a tutto vantaggio dei cittadini: abbassamento delle imposte (-13%) e delle tariffe dei tanti servizi – dalla fornitura d’acqua allo smaltimento dei rifiuti, passando per i “servizi” di polizia locale – di cui le municipalità si occupano (-86%), riduzione del personale (-11%) e delle spese correnti (-22%).
Purtroppo la ricerca non specifica se, e in quale misura, queste amministrazioni abbiano eventualmente dovuto ricorrere alle risorse statali. Ci piace credere – magari evitando di metterci la mano sul fuoco – che ciò non sia avvenuto e salutare. Un meccanismo in grado di selezionare una classe politica in che non ritragga la mano dinnanzi a quella corona spinata di deficit e sprechi che è la spesa corrente del nostro Paese, non può non meritare di essere indagato.
C’è da riflettere anche sul tema della rielezione, dal momento che secondo il paper uno stipendio elevato sarebbe un ottimo incentivo affinché il politico in carica lavori bene al fine di evitare di perdere la propria redditizia occupazione.
L’opinione secondo cui la protratta occupazione di cariche pubbliche sarebbe intrinsecamente fonte di conseguenze indesiderabili è talmente radicata che proprio per questa ragione esistono norme che vietano la rielezione per più di tre mandati. Pur non dimenticando che il potere ha la tendenza alla corruzione degli animi, qualche ragione in favore della sua durata sembra esserci.
Oggi, uno degli elementi che rendere allettanti le cariche pubbliche sta nella possibilità di capitalizzare tutto ciò che deriva dalla privilegiata posizione – conoscenza e, soprattutto, conoscenze – una volta terminato il mandato. Nel privato o sempre in politica, ma in quest’ultimo caso i pioli della scala non sono infiniti.
La possibilità di un orizzonte temporale politico più vasto, invece, rendendo virtualmente possibile la permanenza in carica per un lungo tempo, favorirebbe un ridimensionamento di quella smodata preferenza temporale che affligge la politica, nella quale si verrebbero così a creare spazi per l’inserimento di criteri di valutazione economica di tipo privato.
Male che vada, così come suggeriscono gli esempi del paper, ci si orienterebbe maggiormente alla spesa in conto capitale, destinata a finanziare gli investimenti, piuttosto che a quella corrente.
Senza contare che in tale contesto esisterebbero anche le condizioni necessarie all’attuazione di quelle politiche – tra cui l’abbassamento delle imposte – che pur implicando qualche costo nel momento in cui sono decise sono in grado di produrre grandi benefici ma solamente nel medio termine.
Va aggiunto che nel paper è presente anche qualche passaggio più scoraggiante, come il richiamo a uno studio indipendente del 2009 che analizza gli effetti di un emendamento costituzionale brasiliano, da cui emerge una proporzionalità diretta tra l’ammontare degli stipendi e la produzione legislativa misurata in termini di progetti di legge presentati e approvati.
Un’ipotesi da far rizzare i capelli ai più consapevoli delle conseguenze indesiderabili che un parlamento iperattivo comporta, molti dei quali, al contrario, hanno ipotizzato sistemi normativi finalizzati a penalizzare un dinamismo che, quando riscontrato, ha immancabilmente portato alla compressione delle libertà economiche e del sacrificio degli spazi di autonomia privati, all’altare dell’elefantiaco Stato assistenzialista.
Purtroppo però, per il nostro uomo della strada è difficile, se non impossibile, capire che i veri danni causati dalla politica non sono i costi necessari a sostenerla: sono quelli imposti alle imprese e ai consumatori dalla cattiva legislazione, dalla regolamentazione asfissiante, dalla tassazione iniqua, dall’enorme dedalo della burocrazia, dai mille e mille divieti…
Se poi la conversazione si protrae ancora e c’è tempo per una breve retrospettiva, scoprirete che il nostro amico – evidentemente un tipo con le idee chiare – addita con disprezzo quei politici trafficoni di vent’anni fa da quei politici, molti dei quali finiti – giustamente! – nel tritacarne delle inchieste milanesi, colpevoli di avere rimpinguato i propri impenetrabili conti correnti a furia di oleose tangenti in barba alla gente perbene.
Non di avere creato quell’abnorme debito pubblico che continuerà a schiacciare la schiena dei nostri discendenti per chissà quante generazioni. No. Quei  milioni spariti in qualche valigetta.
Le drammatiche voragini del bilancio statale non sono quelle create dai conti in rosso della previdenza, della sanità e dell’istruzione. No. La rovina dell’Italia sono gli stipendi dei parlamentari e le loro auto blu.
Dal momento che al nostro amico, la visione degli scranni vuoti sembra causare la stesso effetto che fa al poppante affamato la visione della madre che si allontana portandosi dietro il biberon, potrebbe essere utile – o almeno divertente – rassicurarlo facendogli presente che un modo per cancellare questa immagine così disturbante esisterebbe pure.
Orrore, orrore! Già. Ma se funzionasse per davvero?

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Facebook (non) sorpassa Google. E allora? /2010/03/18/facebook-non-sorpassa-google-e-allora/ /2010/03/18/facebook-non-sorpassa-google-e-allora/#comments Thu, 18 Mar 2010 10:18:33 +0000 Marco Mura /?p=5423 Ieri anche in Italia ha suscitato interesse la notizia, riportata due giorni fa dal Financial Times (che a sua volta citava i dati della società di ricerca Hitwise) secondo cui negli Stati Uniti, Facebook avrebbe superato per numero di accessi Google, il più cliccato motore di ricerca della rete. Il sorpasso sarebbe avvenuto la scorsa settimana, quando il 7,07% degli internauti a stelle e strisce ha visitato l’aggregatore, contro il “solo” 7,03% che ha rivolto le proprie attenzioni alla pagina del colosso di Mountain Wiew. A detta degli analisti non rappresenterebbero un episodio isolato ma la certificazione di una consolidata tendenza alla crescita. Quanto c’è di vero, e come può essere interpretato tutto ciò?
Mentre i volumi degli accessi di Google si mantengono sostanzialmente costanti, quelli di Facebook crescono di un impressionante 185% annuo. In pochi mesi, dall’aprile 2009 al febbraio 2009, gli utenti mondiali del popolare social network sono raddoppiati, passando dai 200 ai 400 milioni.
Dati che certificano un mutamento dell’approccio con il web, sempre più interpretato dagli utenti come luogo di aggregazione e socializzazione, prima ancora che di ricerca e informazione. A confermare questa tendenza, la scelta della stessa Google che non più tardi di un mese fa ha lanciato un proprio sito sociale, Buzz, integrato nel proprio servizio di posta elettronica.
Sembra che nel dicembre 2009 i navigatori di tutto il mondo abbiano trascorso una media di 5 ore e mezza sui vari siti di social network: l’82% in più rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti, le statistiche mensili parlano di una media di sei ore e mezza su Facebook; meno di due ore e mezzo quelle trascorse su Google.

Eppure, ai commentatori più accorti, non è sfuggito che i dati presentati da Hitwise riguardano solamente gli accessi alle rispettive pagine principali dei due siti. Il che esclude molte cliccatissime pagine dell’universo Google come Gmail, Google Maps e, soprattutto, Youtube, le quali se considerate portano all’11,03% il numero dei navigatori americani sulle pagine riconducibili a Google, davanti non solo al 7,07% di Facebook, ma anche al 10,98% dei siti collegati a Yahoo.
Il fatto che siano sempre più gli utenti che effettuano le loro ricerche digitando direttamente i parametri sullo spazio dedicato integrato nel proprio browser (a sua volta un servizio che ha una sua logica di mercato, come ha dimostrato negli scorsi anni l’accordo commerciale tra Mozilla e Google che ha permesso lo sviluppo di Firefox, uno dei più veloci e affidabili browser che ogni giorno sottraggono quote al perennemente instabile Explorer), anziché dover aprire ogni volta la pagina principale del motore, è un motivo per cui, al di là dei trend e delle aspettative, il condizionale è d’obbligo, quando si parla di sorpasso.
I conteggi e le stime degli accessi non sono i soli indicatori della grandezza e della popolarità dei siti. Per qualsiasi impresa desiderosa di mietere profitti – e in questa definizione rientrano a pieno titolo sia Google che Facebook – non conta tanto il numero dei contatti, quanto il volume di affari che esso è in grado di garantire. Sebbene il social network creato da Marck Zuckenberg abbia ancora ampi margini di crescita, sempre il Financial Times stima i profitti di Facebook in una cifra tra 1 e 1,5 miliardi di dollari, mentre quelli di Google ammontano alla bellezza di 23,7 miliardi. Un divario che lascia poco spazio ai commenti.
Un episodio quindi, che ci conferma ancora una volta quanto sia opportuna la cautela nel trarre conclusioni da numeri e percentuali troppo disinvoltamente presentati, a beneficio magari di quanti – e non sono così pochi, neppure in Italia – in cuor loro gioiscono a ogni “sconfitta” di questo colosso la cui sempre migliore efficienza non smette di far paura a editori scontenti e censori dalle ispirazioni più diverse.
Eppure non occorre un grande sforzo per ipotizzare come il minor tempo trascorso su Google possa benissimo essere interpretato come il successo degli sforzi di affinamento delle tecnologie di ricerca su cui la creatura di Larry Page e Sergey Brin non ha mai smesso di investire. Questo grazie sia all’implementazione dei criteri di catalogazione delle pagine sia all’applicazione che memorizza e studia le ricerche e i siti visitati da ciascun utente. Applicazione, quest’ultima che può comunque essere disabilitata dal sospettoso utente preoccupato più dell’idea dell’invasione della sua “privacy” (concetto che sembra assumere sempre più i connotati di un’ossessione dal sapore un po’ luddista) che della velocità e precisione delle sue ricerche.
Quello di trascorrere più tempo possibile sulle proprie pagine non è lo scopo di un motore di ricerca quanto piuttosto quello più intrinseco di un aggregatore online, ed è per questo che si dovrebbe essere grati a Google, che con la sua efficienza, può permettersi di fare un favore anche a quello che da molti è dipinto come un suo concorrente.
A ben vedere, data anche la diversa natura, Google e Facebook possono essere considerati due strumenti complementari del cyberspazio: con il primo si offre e si acquisisce la conoscenza, con il secondo la si condivide e la si discute.
Poi è chiaro, l’esperienza ci dice che c’è chi usa Google per scovare le ultime gallerie della sua “signorina jpeg” preferita, così come c’è chi non si lascia sfuggire l’occasione di tenersi aggiornato sugli ultimi importanti avvenimenti finanziari dai quattro angoli del mondo. C’è anche chi adopera Facebook per diffondere i post di questo blog e far conoscere i volumi della propria casa editrice, e chi – più prosaicamente, ma altrettanto legittimamente – per inneggiare ai propri gruppi preferiti o condividere le foto dell’ultima serata in discoteca.
Come per tutti gli strumenti, la desiderabilità o meno degli esisti sta tutta nell’utilizzo che gli utenti ne fanno. In questo non vi è, naturalmente, alcuna differenza tra i due siti forse più conosciuti al mondo.
Certamente questi sono argomenti complessi e gli spunti su cui riflettere sono molti di più di quelli qui presentati. Ma sono parecchie anche le notifiche che nel frattempo si sono accumulate…

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TPL: I danni dello statalismo /2010/03/17/tpl-i-danni-dello-statalismo/ /2010/03/17/tpl-i-danni-dello-statalismo/#comments Wed, 17 Mar 2010 09:57:46 +0000 Marco Mura /?p=5409 La gara d’appalto può selezionare le società più competitive? La proprietà pubblica incide negativamente sulla produttività? E quanto incide su quest’ultima il fatto che l’azienda sia a proprietà mista, totalmente pubblica o totalmente privata?
È a queste tre domande che cerca di dare una risposta questo paper focalizzato sul trasporto pubblico locale, scritto per la Fondazione Eni Enrico Mattei da Andrea Boitani, Marcella Nicolini e Carlo Scarpa. Lo studio raffronta gli schemi su titolarità della proprietà e i criteri di scelta delle società su un campione di 72 imprese europee, per il periodo che va dal 1997 al 2006.
La risposta, naturalmente, è che, sì, le aziende aggiudicatarie del servizio attraverso gara d’appalto hanno un tasso di produttività più elevato, mentre la proprietà pubblica ha un impatto fortemente negativo. Inoltre, per quanto riguarda le società miste, la partecipazione statale incide in maniera inversamente proporzionale sulle performance aziendali. Le società a prevalenza pubblica (la cui quota pubblica è definita dallo studio superiore all’85%) risentono della tendenza ad essere gestiti con criteri manageriali burocratici. Sopra l’85% del capitale sono quelle meno produttive in assoluto.
Lo studio mette in luce la debolezza dei sistemi a rete fissa (tram e metropolitane) diminuisce le aspettative di produttività. Generalmente le linee tramviarie non riescono a intercettare un numero di passeggeri sufficiente a coprire i rilevanti costi fissi necessari a operare il servizio: le aziende che più traggono profitto sono quelle che gestiscono il servizio sotterraneo senza però possedere l’infrastruttura. A incidere negativamente sulla produttività aziendale, il trasporto di superficie e l’offerta di collegamenti per le aree extraurbane.
Il divario di produttività tra le aziende interamente pubbliche e quelle miste, aumenta sensibilmente nel segmento del solo servizio di trasporti di superficie. Il che ha a che fare con l’alta densità delle città e dunque con la densità del traffico che interessa le strade su cui operano i mezzi delle società di trasporto pubblico. Un paradosso, è evidente, dalle stesse scelte statali. Dalla pianificazione urbanistica – fondata su quel concetto di “smart growth” che tanto furba non sembra – che impila centinaia di miglia di persone, sottovalutando, quando non ignorando del tutto, il problema della scarsità di parcheggi e quello del congestionamento delle strade, le cui proporzioni sono talmente evidenti che la “concorrenza sleale” praticata dai mezzi che godono di quelle regalie chiamate corsie preferenziali stenta a strappare consumatori a quell’ultimo baluardo della libertà individuale che è l’automobile.
Che poi, per ritornare al nostro paper, un’azienda affiliata a un grande gruppo – meglio se multinazionale – abbia una produttività maggiore di una singola è evidente. Come nel caso di Arriva, una società totalmente privata che con i suoi oltre 15mila autobus e 580 treni, offre oltre un miliardo di corse ogni anno ai passeggeri di ben dodici Paesi europei, dalla Svezia all’Italia, dal Portogallo alla Polonia. E che miete profitti su ogni fronte senza operare in mercati protetti o tramite aggiudicazioni dirette.
La riflessione conclusiva del paper riguarda la lentezza del processo di riforma del trasporto pubblico locale, attribuita a una percezione eccessiva dei costi della privatizzazione e dei costi politici di quella che nel nostro Paese sembra davvero una riforma impossibile, come evidenziava anche Andrea Giuricin nell’Indice delle liberalizzazioni 2009 in un capitolo che mette a nudo le vistose inefficienze del settore trasporti pubblici. Il mantenimento del potere economico e politico rende i costi del servizio doppi rispetto all’Inghilterra, benchmark nel settore.
Se i bandi di gara fanno bene alla concorrenza in Europa, nel Belpaese il problema delle gare a evidenza pubblica è che quasi sempre si concludono con la vittoria dell’incumbent. Fatto per nulla sorprendente, considerato che chi gestisce il servizio ed effettua la scelta è lo stesso soggetto che detta le condizioni. Spesso concepite ad arte, specialmente grazie alle rigide prescrizioni sul mantenimento dell’occupazione, fatto da cui – evidentemente – scaturiscono precise conseguenze.
Secondo quanto riportato dal volume Comuni S.p.A., Il capitalismo municipale in Italia – una ricerca sulle municipalizzate realizzato sempre dalla FEEM, dove troviamo ancora Scarpa tra gli autori – con i suoi quasi 80mila dipendenti, quello del trasporto pubblico locale è il settore a più alta intensità di lavoro, contro quote d’attivo e ricavi poco oltre il 10%. I dati del 2005 parlano di 5.810 milioni di euro, suddivisi per 100 imprese. Quasi la metà dei 10.570 milioni delle 67 imprese fornitrici di elettricità e gas.
Il rapporto tra margine operativo lordo e ricavi è del 6,66%, peggiorato solamente da quello nel settore ferrovie (le aziende municipali sono in tutto sette, di cui una – le Ferrovie Nord di Milano – quotata in borsa) e farmacie. Sì farmacie, municipalizzate: la sorprendente conferma dell’alta socializzazione sanitaria del nostro paese.
Il costo del lavoro incide significativamente sui bilanci delle municipalizzate di questo settore: il rapporto costo del lavoro/ricavi  è un esorbitante 53,97%, davanti – pur con una certa distanza – al 46,51 del settore ferrovie.
Che la colpa sia da imputarsi alla scarsità di autisti? O sarà colpa della politicizzazione (il lavoro di uno, il voto di una famiglia) e dell’ottusità di un certo sindacalismo oltranzista che si ostina a rivendicare aumenti salariali e garanzie del tutto slegate dall’andamento e dalle ipotesi di andamento delle imprese datrici di lavoro? Peraltro, senza mai – si aggiunga per inciso – riuscire a intercettare la solidarietà di un pubblico, al contrario sempre più indispettito a ogni ennesima paralisi delle città.
Sia chiaro, «nessuno contesta l’interesse collettivo a che questo servizio [TPL] sia erogato, e che questo avvenga a condizioni che ne favoriscano una fruizione ampia, ma – ci associamo toto corde al punto di vista degli autori del volume Comuni S.p.A. –  il fatto che questo fine venga conseguito in modo così sistematico tramite imprese pubbliche protette da una qualunque pressione competitiva, piuttosto che tramite imprese private soggette a regole pubbliche, alimenta legittimi dubbi».
Su una sola cosa non ci sono dubbi: lo statalismo non può essere la panacea ai mali da esso stesso creati.

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La bambola gonfiata e quelle… gonfiabili /2010/03/11/la-bambola-gonfiata-e-quelle-gonfiabili/ /2010/03/11/la-bambola-gonfiata-e-quelle-gonfiabili/#comments Thu, 11 Mar 2010 21:21:45 +0000 Marco Mura /?p=5367 Negli scorsi giorni, ha provocato un certo rumore la decisione del supermercato più famoso al mondo, Wal-Mart, che in un suo negozio della Louisiana ha abbassato a 3 dollari il prezzo di Theresa, la versione afro-americana della Barbie, che costa invece 5,93 dollari. L’eco della notizia è rimbalzato fino al nostro paese, trovando spazio anche sul Corriere e su La Stampa, la quale lascia che siano le parole di una attivista a spiegare le – o meglio la – ragione dello scontento di alcuni. Così facendo, si sostiene, Wal-Mart sminuirebbe il valore delle “persone di colore”. È veramente questo il caso? Parrebbe davvero strano che un grande supermercato “calmierasse” i propri prezzi, per esprimere un (di per sé, inopportuno e insostenibile) giudizio di carattere razziale.
I prezzi si regolano all’incrocio di domanda e offerta – ma, certo, l’inferiore prezzo della bambola afro-americana solleva più di un interrogativo. Se il prezzo riflette le preferenze degli avventori, finisce per svelare il razzismo che tracima dalla società della Louisiana? Sarebbe un po’ strano, anche perché Wal-Mart, noto per i prezzi imbattibili, è di norma una catena ben frequentata dalla clientela afro-americana, che spesso, soprattutto nel Sud, ha in media una disponibilità di spesa inferiore.
E se ci fossero delle specificità legate al bene-bambola? Cioè, se le bambole fossero caucasiche per definizione?
Abbiamo cercato di scoprirlo guardando a un altro mercato: sempre di bambole si tratta. Ma i consumatori sono adulti che comprano per sé, e non adulti che fanno acquisti per i loro bambini.
Ecco una veloce sintesi delle ricerche sui primi quattro risultati offerti dal motore di ricerca.
Sul primo sito, sexo.it, su un campione di appena nove bambole totali, da cui vanno escluse le due maschili (uno a 19,10 e l’altro a 47,88 euro, entrambi caucasici), i prezzi vanno dai 15,71 euro dell’economica “Brandy big boob” ai 322,93 della riproduzione della celebre pornostar e imprenditrice Jenna Jameson. La sola “bambolona” di colore è “Tyra”, prezzo 33,79 euro; compete da vicino con una “oriental rose”, offerta a 32,28 euro.
Il secondo sito, mistersex.it, offre un campionario di 39 bambole, fra cui sei bambolotti uomini e due bambolotti trans. La più costosa e accessoriata (lasciamo all’immaginazione del lettore capire in che senso) delle quali – “my baby got back” – ha un prezzo di 356,73 euro. Ma il pezzo più costoso della collezione è in assoluto, con i suoi ben 990 euro, la “bambola realistica virtual girl”. Si badi: in questo caso non si parla più di una semplice bambola gonfiabile, ma di una vera e propria riproduzione di donna (sempre di razza caucasica) ad altezza naturale. Nella collezione, due sono le asiatiche, prezzi: 50,51 e 177,45 euro, e due le nere, una a 36, 81 euro l’altra a 43,82. La bambola più economica dell’intera collezione è… obesa (a soli 7,43 euro, davvero non tanto oro quanto pesa), seguita – tra quelle più convenzionali – da quella dell’evocativa, almeno per gli ammiratori della protagonista del bel film diretto dalla coppia Miller-Rodriquez, “Jessica Sin”: 24,40 euro.
Il terzo sito, sexyavenue.com, ci propone di scegliere fra dodici prodotti, tra cui una bambola di sesso maschile (29,95 euro) e una asiatica (23,96 euro). I gioielli della scuderia sono Laura, “super realistica riscaldante” in due versioni (bruna e occhi verdi; bionda e occhi azzurri), per la bellezza di 6.950 euro, ed Emilie, sempre super realistica, sempre in due versioni (stessa combinazione della più costosa amica) ma, in questo caso, priva della funzionalità per riproporre lo stesso tepore emanato dal corpo umano: 4.990 euro. Terza per prezzo è la sofisticata bambola gonfiabile Glenda, alla modica cifra di 349 euro. Quarta più costosa, nonché unica presenza di colore, Jasmin, che viene via per un decimo di Glenda: 34,95 euro.
Un quarto sito, sexyshopdiscount.it (offriamo i link, sia ben chiaro, a mero scopo informativo) offre un campionario di ben 58 bambole gonfiabili, dai 17,80 euro del classico giocattolo da addio al celibato ai 289 per l’altrove più costosa bambola di Jenna Jameson, 10 euro più cara di quella della celeberrima collega Tera Patrick. Le asiatiche sono nove, con prezzi compresi fra i 27,90 e i 189 euro. Cinque le fanciulle di colore: la solita Tyra, 28,90, Africa Queen 17,90, Charming Costance Doll, 24,90, India Nubian, 28,90 euro e Sun Shine, con i suoi 32 euro la più cara. Cinque articoli per le bambole “realistiche”, i cui prezzi oscillano dai 663,10 della più economica ai 6.960 della più costosa e ricercata. Tutte color latte.
Pur senza alcuna pretesa di esaustività, per dimensioni e varietà ci sembra che le quattro serie di dati raccolti siano sufficienti a farsi una prima impressione dell’andamento mercato. Cosa se ne evince? Intanto, dobbiamo ricordare che il prezzo è il linguaggio essenziale, condizione minima e (quasi) sufficiente, del dialogo tra consumatori e produttori.
Nel nostro caso, l’analisi dei vari prezzi ci suggerisce alcune interessanti conclusioni. Sia le bambole meno care che quelle più costose in termini assoluti rappresentano donne bianche, fatto che lascia capire come questo sia a livello generale il grosso della domanda. Benché, così come per ogni altro prodotto – si pensi a un’automobile o a un computer di ultima generazione – il prezzo base, pressoché costante, vada ad aumentare sensibilmente a seconda dei vari accessori e funzionalità che lo andranno a integrare, pare assodato che i pezzi più costosi riproducono le fattezze di donne bianche. Il segmento più alto della produzione è quello nel quale le aziende produttrici devono investire di più e dunque, staranno meglio attente alla scelta del prodotto, per escludere quanto più possibile il rischio di non riuscire a svuotare magazzini e scaffali. Ma se evitare di subire perdite economiche è il primo dovere delle aziende, perché mai le si dovrebbe biasimare perché puntano sui tratti caucasici, tra cui quelli di pornostar famose potenzialmente in grado, anche mettendoci la sola faccia, di fare aumentare la domanda?
Se così non fosse si correrebbe esattamente lo stesso rischio di ritrovarsi nella stessa situazione in cui sono incappati i produttori di Theresa, un prodotto – lasciatecelo dire – davvero “gonfiato”. Wal-Mart, scoraggiato dagli invenduti, abbassa il prezzo per svuotare i magazzini.
Nel caso delle bambole “per adulti” difficilmente, se ci fosse stata una domanda di soggetti di colore, le aziende avrebbero ignorato la possibilità di profitto. Che questi oggetti siano poco o punto presenti nei cataloghi dei rivenditori ci dà l’idea che siano un prodotto “di nicchia”, poco ricercato e incapace di suscitare l’interesse degli allupati che per quanto obnubilati possano essere dalle scariche di ormoni, col loro portafogli restano consumatori razionali.
Razzismo? No, e lasciamo perdere le discussioni sul paradigma greco di bellezza. Le imprese vincono sul mercato quando sanno intercettare i bisogni del pubblico. I bisogni del pubblico pagante, in fatto di bambole, evidentemente sono quelli che sono.

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L’avvocato dei polli /2010/03/08/lavvocato-dei-polli/ /2010/03/08/lavvocato-dei-polli/#comments Sun, 07 Mar 2010 23:13:24 +0000 Marco Mura /?p=5315 Poche ore fa, è stato respinto con una schiacciante maggioranza di voti contrari (il 70,5% del totale) il referendum indetto in Svizzera avente a oggetto l’obbligo di istituzione da parte dei Cantoni di un avvocato degli animali con mandato per difendere gli “interessi” degli animali vittime di maltrattamenti in sede processuale penale. L’indicazione del Consiglio federale e quella del Parlamento era quella i respingere l’iniziativa, non ritenendo necessario alcun rafforzamento delle norme vigenti. Ma quanto è giusto parlare di “diritti” degli animali, in realtà?
A desiderare l’estensione a tutti i 26 cantoni di questa istituzione – che costa ogni anno 80mila franchi al contribuente cantonale – attualmente esistente solamente nel cantone di Zurigo (dove solo nel 2008 i tribunali zurighesi hanno emesso ben 190 sanzioni penali) solamente socialisti e verdi.
Particolarmente contrari all’iniziativa referendaria, gli allevatori e gli agricoltori elvetici, da anni bersaglio facile di speculazioni e montature messe in atto dalle associazioni animaliste, timorosi della possibilità di querele infondate e procedimenti gonfiati. E ben consapevoli di come quello che i sognatori vorrebbero realizzare per decreto, sia già la realtà quotidiana del mercato: più una bestia è curata, più è alto il suo prezzo. Quale migliore incentivo?
La catena alimentare non è la crudele invenzione di “avidi capitalisti privi di scrupoli”: è la condizione della vita sulla terra. E chiunque non sia in grado di accettarla – si perdoni la durezza con cui si fa notare questo dato di fatto – è libero di agire come meglio crede per quanto lo riguarda. Quello che davvero non si riesce a giustificare, invece, è la pretesa di imporre per legge il proprio punto di vista agli altri.
È facile oggi che giovanotti e signorine che non hanno (per loro fortuna) avuto modo di conoscere la durezza dei tempi di guerra – durante i quali non era troppo raro che toccasse a cani e gatti, quando andava bene, a topi nella maggior parte dei casi, placare i morsi della fame di chi aveva perso tutto – confondano gli animali “umanizzati” per puro divertimento su fumetti e cartoni animati con quelli della vita reale, per poi giungere a confuse confusioni emotive che scavalcano come nulla fosse l’altra componente fondamentale che fa dell’uomo quello che è: la ragione.
Secondo un interessante punto di vista, i prodromi di questa “moderna” rivolta contro il mondo com’è sempre esistito vanno ricercati nel panteismo e nel neo-paganesimo insiti in un ecologismo che ha assunto forti tinte religiose, a colmare il vuoto creato dal progressivo abbandono delle religioni tradizionali. Un ecologismo che, scrive l’autore cattolico francese Laurent Larcher «considera il cristianesimo una religione da superare per (ri)trovare il senso della natura. L’antiumanesimo insito nell’ecologismo è legato a un profondo anticristianesimo». (Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?, Lindau, 2009, p. 215)
Una religione colpevole di avere applicato pienamente il comandamento: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogate e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che cammina sulla terra». Il che è sostanzialmente conforme con le altre religioni del Libro, le quali – seppure con limitazioni mai dovute a motivi morali, bensì a motivi squisitamente pratici (come la sconsigliabilità del consumo dell’altamente deperibile carne di maiale in ambienti caldi, per rifarsi a quella più conosciuta) – non hanno mai pensato di limitare l’attività di sfruttamento di tutte le risorse disponibili sulla terra se non a motivi di praticità (economici, potremmo dire oggi).

Il fantomatico leone educato a cibarsi di solo tofu apparso in un celebre episodio della serie animata americana Futurama

Il fantomatico leone educato a cibarsi di solo tofu apparso in un celebre episodio della serie animata Futurama

Con formula ruvida ma efficacie, Murray Rothbard si dichiarava ben disposto a riconoscere i diritti degli animali nel momento in cui essi li avrebbero rivendicati presentando una petizione in tal senso. Cosa che – a ragione, evidentemente – escludeva, proprio in virtù e a conferma dell’impossibilità di considerare questi nostri pari. (L’etica della Libertà, capitolo 21 , I “diritti” degli animali). E facendo notare anche, anticipando una prevedibile e scontata obiezione, che sebbene vero che neppure gli infanti siano in grado di rivendicare i propri diritti, questa non è che una condizione passeggera, in quanto – adulti senzienti in fieri – non ci vorrà molto prima che lo siano.
Non va neppure ignorato che gli animali, non soltanto non rispettano i diritti e le pretese dell’uomo, ma neppure quelle degli altri animali stessi. D’altro canto, è vero che non c’è nessuna crudeltà nel gesto del lupo famelico che sbrana la prima pecora che gli capita sotto tiro: è la natura che ha disposto che così debba accadere. Il che è la stessa cosa che vale per l’uomo, con l’importante differenza, certo, che costui è un essere indeterminato (per cui può decidere ad libitum se cibarsi di carne ovina, bovina, equina, e via discorrendo, secondo le preferenze individuali e gli usi delle diverse società) e razionale (e dunque… trova più sicuro e soddisfacente macellare, lavorare e cucinare prima di nutrirsi).
Non si capisce davvero, considerando questi semplici aspetti fondamentali, quale considerazione si potrebbe riservare alle presunte pretese degli animali. Una seria introspettiva sul proprio essere e un’onesta riflessione razionale sul creato e sulla loro natura non dovrebbero lasciare spazio per dubitare dell’unicità dei tratti distintivi di socialità e razionalità del genere umano, che ne giustificano la presenza centrale e unica sulla terra. Per non parlare dell’incoerenza di chi distingue tra animali commestibili e non, tra animali da macello e animali da compagnia e, soprattutto (e per fortuna, visto che la malsana alternativa potrebbe essere quella di chi non fa differenza tra il coccolare un buffo micione e aspettarsi le fusa da un alligatore incattivito!) non propone il divieto assoluto di uccisione di qualsiasi bestia.
Parlare di “diritti degli animali” (in termini penalistici, quindi) anziché di diritti dei proprietari di animali (e dunque, in termini privatistici) si inserisce pienamente e aggrava ancora di più la confusione odierna in materia di diritti e della loro assegnazione. La tutela migliore e più razionale che un animale può avere è quella i essere considerato non un’entità para-umana a sé dotata di dignità propria, bensì la proprietà di un essere umano, e beneficiare della dignità che esattamente tale status le garantisce. I nemici dell’istituzione cardine di qualsiasi società libera e prospera sono astuti e subdoli. Ma amare la libertà significa anche non lasciarsi commuovere da situazioni emotive create ad arte e smascherare sempre la natura illiberale e contro ragione delle loro macchinazioni.
In un mondo positivista e legalista sarà forse da ingenui ostinarsi a credere e difendere il diritto naturale e il contesto umanistico antropocentrico da cui esso scaturisce. Ostinarsi a ignorare o sminuire le differenze che fanno dell’uomo qualcosa di diverso e superiore rispetto a una scimmia, un cane o un topo, è sicuramente da polli. Come si sa, animali non esattamente rinomati per la loro “intelligenza”.

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Dove finisce lo Stato? Ce lo spiegano tre libri /2010/02/17/dove-finisce-lo-stato-ce-lo-spiegano-tre-libri/ /2010/02/17/dove-finisce-lo-stato-ce-lo-spiegano-tre-libri/#comments Wed, 17 Feb 2010 20:21:21 +0000 Marco Mura /?p=5219 In questi giorni il catalogo della IBL Libri, la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni che a breve festeggerà il suo primo compleanno, si arricchisce di due nuovi volumi. In linea con un filone tematico da sempre indagato con attenzione, i due saggi in questione vertono sulle alternative alla produzione di beni e servizi da parte dello Stato, attraverso reti decentrate, comunità contrattuali e associazioni volontarie.
Per la collana Mercato, Diritto e Libertà,  è fresco di stampa Beni pubblici e comunità private, di Fred Foldvary, docente di economia presso la Santa Clara University in California, il cui solo sottotitolo – Come il mercato può gestire i servizi pubblici – è già in grado di anticipare al lettore il contenuto del lavoro.
«La tesi centrale del libro – spiega nella sua prefazione Stefano Moroni, già da tempo prezioso riferimento per l’IBL in tema di pianificazione e regolamentazione urbanistica, come in occasione del ciclo di seminari dal titolo La città rende liberi – è che la teoria tradizionale dei beni pubblici trovi un’applicazione assai più limitata di quanto generalmente presupposto. Le comunità contrattuali sono l’esempio lampante di come numerosi “beni” spesso e a torto ritenuti “pubblici” nel significato ortodosso – ad esempio, strade, piazze, parchi, illuminazione degli spazi comuni, raccolta dei rifiuti, ecc. – possano essere invece perfettamente forniti da strutture private».
Il lavoro, che si snoda in quattordici capitoli è idealmente diviso in una prima parte teorica – in cui si offre una robusta critica alla teoria dei presunti fallimenti del mercato, un’indagine accurata sui beni territoriali collettivi, la governance su base volontaristica per arrivare alla spiegazione di cosa sono e come funzionano i “club territoriali” e le “comunità di proprietà e associazioni di comunità” – e una seconda parte più empirica, in cui si ripercorrono i casi di fortunata applicazione degli schemi spiegati partendo da Walt Disney World (un classico, per chi si occupa di questi temi) per arrivare alla città di St. Louis, senza tralasciare il caso di Arden e i suoi “land trust”, dei condomini di Fort Ellsworthe della Reston Association, un altro case study di grande interesse.
Per la collana Policy, il nuovo titolo è Governare con la rete e, anche in questo caso, l’efficace sottotitolo scelto per l’edizione italiana – Per un nuovo modello di Pubblica amministrazione – riassume sinteticamente le ambizioni del testo, la cui uscita è accompagnata dai buoni auspici del Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, il quale nella sua prefazione all’edizione si augura «che il volume costituisca uno strumento di crescita complessiva nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione».
Il libro è scritto a quattro mani da Stephen Goldsmith, ex sindaco di Indianapolis, e William D. Eggers, stimato esperto in materia di pubblica amministrazione, e direttore della Deloitte Research. Goldsmith spiega a fondo quella stessa «rete di partnership, appalti e alleanze» con cui, rinnovando la pubblica amministrazione, ha potuto far rinascere una città, fornendo servizi migliori e a minor costo, recuperando e creando nuovi spazi e infrastrutture il tutto senza chiedere un dollaro in più ai cittadini, ma anzi, dimostrando concretamente la possibilità di quantificazione del “guadagno” derivante da una pubblica amministrazione che sia appoggia al privato e ai mercati con ben quattro riduzioni delle imposte.
Il saggio – che nonostante la complessità del tema è scritto e tradotto in modo da rendere agevole la comprensione anche al neofita, senza per questo rinunciare a un rigoroso tenore scientifico – vede i suoi otto capitoli divisi in due parti. I primi tre spiegano «la nascita della gestione con la rete», gli ultimi cinque spiegano come avvalersene al meglio, trovando il modo di avvalersi di ogni informazione e potenzialità dispersa, e trattando in profondità il tema della responsabilità del proprio operato e l’importanza della formazione del capitale umano, perché tutto questo sia possibile.
Inoltre, è già da qualche giorno in libreria La città volontaria, una raccolta di saggi curata da David T. Beito, Peter Gordon, Alexander Tabarrok (in questo caso l’editore è ancora Rubbettino/Leonardo Facco) a cui hanno collaborato, fra gli altri, anche James Tooley e ancora Foldvary.
«Un libro interessante, che metterà alla prova chi ritiene che lo Stato sia la risposta alla maggior parte dei bisogni della società», scrive Vito Tanzi nella prefazione, in cui sottolinea come il tema del free riding (secondo cui i beni “pubblici” devono essere necessariamente prodotti dallo Stato e finanziati con la tassazione dati gli asseriti caratteri di “non rivalità” e “non escludibilità” nel consumo che contraddistinguerebbero tali beni) sia stato artatamente esacerbato dai teorici del ruolo totalizzante in ambito economico dello Stato.
Colpisce in modo particolare come la produzione privata di beni pubblici sia stata sempre più messa in discussione, in coincidenza con l’espansione dello Stato che ha contraddistinto il Novecento, fino al punto che – fa eco lo storico Paul Johnson nella sua introduzione all’edizione originale – «il ruolo statale non è mai stato definito da alcuna ragionevole considerazione di cosa esso dovrebbe fare, quanto dalla sua capacità. Se lo stato può, quasi sempre fa».
Così, pagina dopo pagina, si ripercorrono – e si evidenzia lo schema teorico che ne ha permesso il funzionamento – i casi storici in cui istituzioni, enti e associazioni contrattuali si incaricavano di fornire legislazione (particolare attenzione è dedicata al caso classico della lex mercatoria), protezione dal crimine, assistenza sanitaria, istruzione, pianificazione urbana. Particolarmente denso il capitolo dedicato alla tradizione del mutuo soccorso delle società americane prima del ventesimo secolo.
A chiunque sia disposto ad accostarsi all’argomento senza pregiudizi, questo tris di libri offre l’occasione di approfondire e confrontarsi con tesi “controcorrente” spiegate in una maniera chiara e ragionata, attenta  non fornire soluzioni che risultino troppo cervellotiche da non poter trovare applicazione nel mondo reale o, ancora meno, utopistica. Prendendo in prestito ancora le parole di Johnson, un motto ideale che unisca l’indagine tutti e tre i lavori potrebbe essere: «Ogni idea è degna di essere indagata. Il solo criterio di valutazione deve essere: Funziona? Può essere fatta funzionare?».
Ed è proprio nella convinzione che le idee spiegate in queste edizioni possano funzionare che ci farebbe piacere discuterne – perché no? – anche sulle pagine Facebook (qui Foldvary, qui Goldsmith ed Eggers), che anche in questo caso, in conformità allo spirito dei tempi, gli abbiamo voluto riservare.

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Una persona che fa la differenza: Muhammad Yunus /2010/02/02/una-persona-che-fa-la-differenza-muhammad-yunus/ /2010/02/02/una-persona-che-fa-la-differenza-muhammad-yunus/#comments Tue, 02 Feb 2010 21:10:59 +0000 Marco Mura /?p=5027 Ieri sera, in un Teatro Dal Verme gremito in ogni ordine di posto, ha parlato a Milano il professor Muhammad Yunus, Nobel per la Pace figura universalmente riconosciuta per il suo impegno nella lotta alla povertà nel suo paese, il Bangladesh, tramite la Grameen Bank, l’istituto bancario da lui fondato nel 1976 (e successivamente, dal 1983, diretto), attivo nell’ambito del microcredito. La notizia è che la Grameen apre anche in Italia, e c’è di che riflettere se anche da noi gli esclusi dal merito di credito sono tanti e tali da avvicinarci a un Paese sottosviluppato.
Yunus ha ripercorso tutte le tappe della Grameen Bank, fin dal giorno in cui osservando la realtà creditizia ha scelto di fare esattamente il contrario di quanto facessero – e fanno – le banche tradizionali. Yunus ha ricordato quanto fosse difficile convincere donne che non avevano mai tenuto in mano una banconota in tutta la loro vita – per le quali il denaro era una sorta di tabù di cui solamente gli uomini si devono occupare – dell’importanza e dell’opportunità costituita per sé e per la propria famiglia un prestito. Oggi la clientela della Grameen Bank è costituita per il 96 per cento da donne.
Yunus si è poi a lungo soffermato sulle differenze tra il suo modello di banca e quello tradizionale, preso – come ha confidato con una punta di orgoglio lo stesso Nobel – come vero e proprio modello ex negativo.
Mentre le banche tradizionali stanno nei centri a più alto reddito disponibile, la Grameen è presente – con 2185 filiali – nei villaggi e nelle zone rurali. Non sono gli aspiranti clienti ad andare in pellegrinaggio con il cappello in mano, ma è la banca che batte ogni insediamento periferico e angolo di campagna. L’idea per cui sia la banca a dover andare dal popolo e non viceversa è coerente con l’intuizione di Yunus per cui lavorare significa far lavorare, fare impresa significa trovare chi la sappia fare, e non esiste quindi una rigida distinzione tra cercare e offrire lavoro. Di sapore misesiano la conseguente considerazione che l’inclinazione all’imprenditorialità sia tratto comune a tutti gli uomini.
Yunus, complice la bassa età media dell’uditorio, ha insistito su come l’imprenditorialità sia un elemento che va riconosciuto e coltivato fin dalla gioventù, esortando dunque i giovani presenti a non attendere di avere in mano un pezzo di carta – dove non c’è scritto come fare impresa – per dare corso alle proprie inclinazioni.
In Bangladesh c’è sempre la Grameen Bank anche dietro la scomparsa di fatto dei mendicanti dalle strade, che hanno potuto tramite il microcredito “reinventarsi” come piccoli commercianti. I prestiti – quello tipico varia tra i 20 e i 30 dollari – hanno potuto acquistare piccoli gadget diversificando così le loro possibilità di entrate. Con una battuta che ha molto divertito il pubblico, Yunus ha detto che costoro sono diventati degli esperti – quest’abitazione va bene per elemosinare, quest’altra per vendere piccoli oggetti – estremamente a loro agio nel riconoscere i segmenti di mercato.
Yunus è convinto che la povertà non sia un fenomeno endogeno radicato nella persona ma un’afflizione proveniente dall’esterno, imposta dal sistema. Fatto certamente vero anche per i Paesi nel complesso più ricchi, dove esiste una colpevole sproporzione tra idee brillanti e concessione di capitali per metterle in pratica. Anche ieri, il Nobel bengalese non ha mancato di riproporre quel motto che non accetta sia considerato uno slogan, magari utopistico («il microcredito non è utopia, il microcredito è realtà!») che recita: «un giorno i nostri nipoti andranno nei musei per vedere cosa fosse la povertà». Certo è che esistono diverse sfumature e gradazioni di privazione.
Meno difficoltà si hanno a convenire sul fatto che l’uomo non sia una macchina robotica per fare soldi programmata da un miope «egoismo» del tipo “tutto per me, niente per gli altri”. In realtà, ha spiegato il Nobel, il problema non è l’egoismo (forse sarebbe stato più chiaro adoperando il termine “avidità”) o il desiderio di guadagnare il più possibile. Si tratta di elementi connaturati nell’indole umana. Meno naturale e più meritorio di severa critica è l’operato di chi ha malamente operato con i denari altrui, facendoli svanire nel nulla di un sistema svincolato da ogni freno all’assunzione di rischi cui non avrebbe potuto mai fare fronte.
Il social business, che riporti l’uomo al centro e tra i fini dell’attività economica, proposto da Yunus è allora indubbiamente un sistema superiore alla semplice charity, in quanto capace – a differenza di quest’ultima – di generare un meccanismo virtuoso in grado di reiterarsi e consolidarsi nel tempo, evitando la precarietà della dipendenza dall’assistenzialismo.
Un ulteriore aspetto interessante del modello di banca di Yunus sta nel’organizzazione decentralizata, in cui i risparmi locali vanno a mutuatari locali. Un orizzonte, questo, certo un po’ limitato per un Paese “ricco” in tempo di globalizzazione, ma una scelta molto opportuna se si considera quali effetti incentivanti possa avere sul modesto prenditore il controllo sociale esercitato molto da vicino da chi tale prestito ha contribuito ad assicurare.
L’attività della Grameen rispecchia alla perfezione l’indole creativa del suo fondatore, secondo cui più idee si elaborano, più è probabile trovare la soluzione ai problemi presenti e futuri. Prima il risparmio, poi le assicurazioni e i prestiti per l’istruzione, ora anche fondi pensione. Il tutto senza rinunciare alle fruttuose collaborazioni a scopi umanitari con quelle grandi multinazionali – tra quelle citate la Danone e la Adidas – che sono invece additate come “sfruttatrici” dei paesi poveri, da chi si illude esista una via allo sviluppo diversa da quella che passa per il mercato e il fare impresa.
Il Nobel termina il proprio discorso salutato in piedi da un lungo e scrosciante applauso di un pubblico visibilmente toccato: è bastata un’ora a un paio di migliaia di giovani milanesi per verificare in prima persona come l’ideatore del microcredito sia veramente – per usare un’espressione della Moratti – una di quelle «persone che fanno la differenza» . A Milano sarà operativa entro l’anno la Grameen Bank Italia, per riproporre anche nella Penisola prima e nell’Est Europa poi questa forma di finanziamento ai tanti che hanno una buona idea e lo spirito per realizzarla, ma mancano di quel minimo di capitale necessario a metterla in atto.
Di primo acchito può forse far storcere il naso l’idea che nella città più ricca d’Italia si frema per l’introduzione di un’istituzione ideata e concepita per quello che all’epoca era uno dei paesi più poveri del mondo. Ma le cronache italiane sono ricche di esclusi dal merito di credito bancario. E non sono solo immigrati extracomunitari. Non si può ignorare un sistema che ha dimostrato nei fatti di funzionare. Non rimane che la curiosità di capire come risulterà, alla fine dei conti, nella sua declinazione italiana. Una banca che fa impresa? Straremo a vedere.

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Titoli di Stato e debito pubblico. Sulle orme di un maestro: Frank Chodorov /2010/01/14/titoli-di-stato-e-debito-pubblico-sulle-orme-di-un-maestro-frank-chodorov/ /2010/01/14/titoli-di-stato-e-debito-pubblico-sulle-orme-di-un-maestro-frank-chodorov/#comments Thu, 14 Jan 2010 14:18:57 +0000 Marco Mura /?p=4758 Il nostro Paese vanta il poco invidiabile primato del più grande disavanzo pubblico d’Europa, il terzo tra i paesi più sviluppati. Un debito talmente imponente che per il suo finanziamento il Ministro dell’Economia ha parlato della necessità di emettere 480 miliardi di titoli al mercato. Come osserviamo proprio in questi giorni, in Italia le obbligazioni del Tesoro vanno forte anche quando garantiscono una redditività modesta: uno spunto per un’infinità di riflessioni.
Sul tema è interessante rileggere le riflessioni contenute in un breve ma ricco capitolo intitolato Don’t Buy Government Bonds che Frank Chodorov, uno dei più importanti esponenti del libertarismo contemporaneo, gli dedica nel suo Out Of Step, pubblicato per la prima volta nel 1962.
Chodorov, che fu uno dei più attivi e combattivi esponenti di quella Old Right che rappresentò l’unica vera opposizione al New Deal. Benché Out Of Step sia il prodotto di un autore maturo, le considerazioni sono sempre improntate a quella radicalità da j’accuse di quel mondo. Così, uno stato che spende più di quanto incanali per mezzo della tassazione commette un riprovevole deliberato «atto di bancarotta», né più né meno.
Durante il gold standard – spiega ancora il brillante intellettuale –, quando la sfiducia nella moneta ingenerata dall’eccessiva tendenza governativa alla spesa nella moneta spingeva i cittadini a richiedere la conversione in oro, costringendo così i governi a porre un freno alla tendenza alla spesa governativa.
(Incidentalmente, varrebbe la pena accennare a un altro profilo critico, forse non immediatamente intuitivo: la natura inflazionistica delle obbligazioni statali. Benché non possano circolare direttamente sul mercato, il sigillo dello Stato equipara di fatto questi titoli alla moneta, ragion per cui ad ogni emissione si dilata l’offerta di moneta, diminuendone dunque il potere d’acquisto, e innescando un meccanismo d’inflazione).
Siccome però le leggi dell’economia sopravvivono quando così come ai dove, è interessante riproporre per intero questo punto di vista radicale su un’istituzione – quella dei titolo di stato – denunciata senza mezzi termini come «profondamente immorale».
Intanto, è impossibile parlando di debito pubblico tralasciare il sempre  evocato il teorema del (presunto) patto intergenerazionale, di cui su questo blog si è avuto modo di parlare anche di recente, con sfumature diverse da quelle che leggerete qui di seguito.
Lo Stato ha sempre giustificato la propria ingente spesa e i prestiti di denaro necessarie al loro sostegno con i benefici che questa garantirebbe sia i cittadini di oggi, sia le generazioni future (il che, a bene vedere, è quantomeno ironico quando sostenuto da fautori del keynesismo).
Non sarebbe male, suggerisce implicitamente l’autore, trovare una volta per tutte il coraggio di denunciare l’assurdità della fallacce dottrina del “governo dei vivi da parte dei morti”, che altro non è se non un artificio con cui politici ed economisti compiacenti cercano di giustificare gli ingenti sacrifici necessari a sostenere politiche inutilmente severe, facendo leva sull’acquiescenza carpita sfruttando l’emotività di genitori ai quali si sono artatamente mostrate le foto dei propri figli.
Quale sia il favore che si renderebbe alle generazioni future condannandole a sostenere il fardello di un debito necessario a pagare spese che magari – cosa possiamo sapere delle esigenze del futuro, e soprattutto come può lo Stato, quando non si sa mai abbastanza neppure del presente? – questi ultimi giudicheranno inutile, se non dannoso?
L’assurdità di questo meccanismo è ancora più chiara se si considera che, avendo i titoli di Stato la tendenza a concentrarsi nelle mani di pochi è probabile che siano i figli dei “ricchi” a beneficiarne a spese di quelli dei meno abbienti.
Parlare di investimento sarebbe soltanto un «infimo eufemismo», per dirla con Chodorov: lo Stato non investe, lo Stato spende. C’è una bella differenza, infatti, tra impiegare il denaro in un modo che assomiglia molto al gettarlo in un pozzo dei desideri (senza fondo, sia il primo che i secondi) e il prestarlo a imprese e aziende che propongono progetti di produzione ragionati e piani industriali lungimiranti su cui vale veramente la pena puntare.
È curioso notare come, da quanto emerso dal sondaggio presentato da Renato Mannheimer nel corso della puntata di Porta a Porta andata in onda ieri sera, dovendo scegliere come adoperare un extra flusso in entrata (il riferimento era allo scudo fiscale, ma questo non era specificato nella domanda), degli stessi italiani che si precipitano ad acquistare i titoli di Stato, solamente il 24% degli intervistati optati per il pagamento del debito, mentre un ben più consistente 40% individua nella riduzione della pressione fiscale la destinazione più opportuna.
La spiegazione più immediata – e forse anche la più probabile – al paradosso costituito da un Paese incline al risparmio ma la cui economia è poco più di un tappeto (sempre più sfilacciato) di imprese che più di piccole o medie non riescono a diventare, è per esclusione, che la titubanza degli italiani nell’investire in obbligazioni private sia proprio la disponibilità di risorse lasciata a cittadini e aspiranti investitori dalla forte pressione fiscale.
Nessuna generazione ha mai pagato il debito di quelle precedenti, né ha mai avuto seriamente a cuore farlo. E non c’è motivo di credere che gli individui inizieranno a pensarla diversamente in futuro, dal momento che gli strumenti per compiere quest’impresa sarebbero sempre gli stessi: l’aumento della pressione fiscale (per nulla gradita ai contribuenti) e il taglio della spesa pubblica (l’incubo di ogni politico). Tanto più che le generazioni – cosa ovvia per chiunque, tranne per alcuni “economisti”, sembrerebbe – non vivono barricate nelle camere stagne della storia, ma convivono e si sviluppano senza soluzione di continuità.
Escluso l’aumento delle tasse (che dovrebbe crescere talmente tanto da trasformare lo Stato in un’economia socialista), i soli strumenti che uno Stato ha per venire a capo di un debito pubblico fuori controllo sono l’inflazione e rifiuto di pagarlo. Gli effetti nefasti che rendono la desiderabilità della prima opzione pari a quella della peste sono ben noti.
Siamo però sicuri che la stessa cosa valga anche per la seconda? Dissociandosi dalle concezioni dei liberisti di inclinazione conservatrice, i quali generalmente si rifiutano aprioristicamente – rabbrividendo al pensiero – anche solo di considerare tale “disonorevole” opzione, Chodorov vede nel rifiuto di pagamento del debito pubblico una soluzione al contrario onorevole e «onesta». Ma anche sotto un profilo strettamente economico la soluzione, per come profilata da quell’intellettuale che Murray Rothbard annoverava tra i suoi maestri, sembra tutt’altro che indesiderabile.
Qualora si verificasse questa ipotesi, una prima conseguenza sarebbe il crollo del livello della tassazione da cui scaturirebbe una liberazione di capitali che potranno così essere impiegati al meglio per finanziare le attività e gli investimenti del settore privato. Certo, è vero che col default qualcuno ci perderebbe. Ma si tratterebbe dei pochi detentori dei titoli (i quali d’altra parte ora si arricchiscono a spese dei non detentori!) i quali alla lunga finirebbero comunque per beneficiare del ritrovato vigore di un’economia in cui investimenti, interessi e preferenze temporali ritornerebbero nel dominio delle libere scelte volontarie di imprenditori, investitori e risparmiatori.
Inoltre, è interessante notare come, per Chodorov, il rifiuto di pagare il proprio debito da parte di uno Stato sortirebbe anche l’ulteriore desiderabile effetto di minare (almeno per qualche generazione) la fede in esso riposta da parte dei cittadini. Nessun scenario sarebbe più desiderabile agli occhi di chiunque confidi nelle capacità dell’iniziativa privata, dell’associazionismo e dell’imprenditorialità della società.
Se c’è qualcosa che davvero deve essere denunciata come immorale e disonorevole è finanziare il perpetrarsi di un sistema di sfruttamento, basato sulla tassazione e sempre a questa finalizzato.
Se c’è un’eredità per cui ci si può veramente aspettare di essere ringraziati dai nostri figli e nipoti, quella non può che essere la dimostrazione che la cura all’obesità da bulimia esiste e funziona. Non che si può vivere per sempre obesi e felici.

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