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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Giovanni Boggero</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Germania egoista? Non esattamente &#8211; di Alexander Joachim</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 06:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere.
In questo post parlo del sistema TARGET2 e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere</em>.</p>
<p>In questo post parlo del sistema <strong>TARGET2</strong> e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn). TARGET2 è un sistema di pagamento che garantisce l’esecuzione di tutte le transazioni infra-Euroarea attraverso le banche centrali nazionali. Tale sistema richiede un’elevata liquidità da parte delle banche commerciali perché i debiti/crediti fra banche centrali nazionali non vengono saldati periodicamente. In condizioni normali la BCE determina la politica monetaria, delegando alle banche centrali nazionali l’esecuzione delle operazioni di rifinanziamento. Operativamente funziona così: le banche centrali raccolgono la domanda delle banche commerciali e la banca centrale determina il tasso d’interesse stabilendo l’ammontare offerto di credito. In genere l’offerta di moneta è proporzionale alle dimensioni dell’economia. Dopo il crack <em>Lehman Brothers</em> &#8211; e il conseguente congelamento dei finanziamenti interbancari, la liquidità necessaria è stata assicurata dalla banca centrale attraverso operazioni di rifinanziamento illimitate (<em>full allotment</em>). Poiché in queste situazioni (<em>sudden stop</em>) il flusso commerciale e quello di capitali non possono arrestarsi senza gravi conseguenze sull’economia di un Paese, i saldi netti verso l’Eurosistema delle banche centrali dei Paesi creditori si accumulano.<span id="more-11029"></span></p>
<p>La controparte economica dei pagamenti TARGET è costituita da flussi commerciali e movimenti di capitale. La crisi finanziaria prima e quella fiscale poi hanno parzialmente frenato i movimenti di capitale che, principalmente dalla Germania, finanziavano i deficit commerciali dei PIIGS. Ai flussi di capitale (di privati e banche) si è quindi sostituita la <em>Bundesbank</em> i cui crediti verso l’Eurosistema sfiorano ad oggi i 500 miliardi di Euro.</p>
<p>Da un punto di vista economico le conseguenze di questo meccanismo sono tre:</p>
<p><strong>1)</strong> TARGET2 permette attraverso le operazioni di rifinanziamento di agire sulla leva monetaria; ma in assenza di un istituto di supervisione a livello UE (la BCE non ha questa funzione) e di eterogenee garanzie pubbliche la garanzia di liquidità illimitata implica un salvataggio automatico degli Stati con un disavanzo della bilancia dei pagamenti. E’ evidente la difficoltà nel distinguere una crisi di liquidità temporanea (intervento giustificato) da una crisi di insolvenza (<em>hidden bailout</em>).</p>
<p><strong>2)</strong> Un massiccio trasferimento del rischio di credito dalle banche commerciali nazionali alle banche centrali.</p>
<p><strong>3)</strong> I crediti TARGET perpetrano il disavanzo della bilancia dei pagamenti, perché il flusso di <em>central bank money</em> finanzia sia la fuga di capitali (Italia), sia le importazioni di beni e servizi dei Paesi in deficit (Grecia, Portogallo, Spagna).</p>
<p>I termini del dibattito vertono essenzialmente sui seguenti dubbi: se le transazioni vengono eseguite con <em>central bank money</em> (moneta creata attraverso le operazioni di rifinanziamento con collaterali di qualità sempre minore) l’accumularsi di crediti presso la banca centrale dello Stato in surplus (<em>Bundesbank</em>) sono da considerarsi un aiuto (<em>hidden bailout</em>)? Cosa succede se una delle parti fallisce (ad es. l’impresa greca che acquista un macchinario tedesco, il cui pagamento avviene attraverso l’Eurosistema)? Rispondere a quest’ultima domanda è sufficiente per chiarire il problema. Poiché i crediti TARGET sono verso l’Eurosistema, il fallimento della controparte implica il mancato pagamento da parte della banca commerciale; il debito viene coperto dalla garanzia prestata; se questa è insufficiente, si registra una perdita nel Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) che viene coperta prima dagli utili accantonati e poi dagli azionisti (le singole banche centrali) pro-quota, (il 19% nel caso della <em>Bundesbank</em>, il 12,5% per la Banca di Italia). Tutto bene quindi? No, perché il rapido deteriorarsi delle condizioni economiche nei PIIGS aumenta le probabilità di fallimento di imprese, banche e Stati. Come si può allora immaginare che questi stessi Stati rispondano delle perdite che hanno generato? E’ questa la paura tedesca. E mi pare del tutto giustificata.</p>
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		<title>Vedi alla voce Stato di polizia tributaria</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 17:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo è un breve aneddoto autobiografico, una testimonianza molto attuale sul livello di trasparenza della nostra amministrazione finanziaria. Tra il 2008 e il 2009, il sottoscritto ha accumulato un reddito molto modesto da collaborazioni occasionali, lavoro autonomo, cessioni di diritto d’autore ecc.. Com’è noto, in questi casi, il prelievo fiscale avviene alla fonte, con una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è un breve aneddoto autobiografico, una testimonianza molto attuale sul livello di trasparenza della nostra amministrazione finanziaria. Tra il 2008 e il 2009, il sottoscritto ha accumulato un reddito molto modesto da collaborazioni occasionali, lavoro autonomo, cessioni di diritto d’autore ecc.. Com’è noto, in questi casi, il prelievo fiscale avviene alla fonte, con una ritenuta d’acconto del 20%. Nel mio caso, però, quelle ritenute d’acconto non erano dovute. Quando non si supera una certa soglia d’imponibile, lo Stato generosamente concede al cittadino contribuente di chiedere il rimborso delle imposte previamente pagate all’Agenzia delle Entrate. Ed è qui che il contribuente da cittadino diventa suddito. <span id="more-9907"></span></p>
<p>Ad oggi, infatti, non v’è alcuna chiarezza normativa in merito all’<em>iter</em> esatto per ottenere un credito d’imposta di questa natura. Istanza di rimborso o dichiarazione dei redditi? Un anno fa, consigliato da un eminente tributarista della mia facoltà, ho scelto di procedere all’istanza di rimborso, elencando i compensi e le ritenute d’acconto per i periodi 2008 e 2009. Ho presentato l’istanza il 1 luglio del 2010. Poco prima di Natale ho ricevuto una telefonata dall’Agenzia (fatto di per sé più unico che raro), nella quale il funzionario del fisco mi informava che l’istanza non poteva purtroppo essere accolta. “Come mai?” – domando sbalordito – “Ho forse dimenticato di allegare qualche documento all’atto della presentazione?”. “No, no – mi risponde con estrema calma il burocrate – la documentazione è in ordine. Il fatto è che il mio capo è dell’avviso che sia necessaria la compilazione dell’UNICO&#8230; Sa com’è, non c’è chiarezza. Alcune sedi decidono in un modo, altre in un altro&#8230; Fosse per me, sarebbe tutto in ordine… Però comunque può fare ricorso alle commissioni tributarie o presentare la dichiarazione in ritardo con il pagamento di una piccola penale…”. Devo ammettere che lì per lì non ho afferrato la gravità della situazione. In pratica, l’Agenzia mi stava comunicando che l’esito positivo di una pratica fiscale dipende dall’umore mattutino dell’esattore che la prende in consegna. Di mettermi a fare ricorso alle commissioni tributarie per una somma di poco superiore ai 500 euro non ho avuto né tempo, né denaro, né voglia. Così anche io ho contribuito a regalare allo Stato italiano un po’ del mio reddito. Ora, nel mio caso, la somma è davvero irrisoria. Ma se fossero stati 3000 o 4.000 euro? Immaginate la frustrazione e la rabbia di un onesto contribuente che per riavere il suo denaro deve impiegare nuove energie e altri quattrini, senza alcuna certezza di poter alla fine rivedere quanto gli spetta. Ecco perché in questi giorni, nel guardare lo spot antievasione realizzato dall’Agenzia del signor Befera, ho provato un forte prurito alle mani…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Update 31/08/2011:</strong> Quest&#8217;anno ho presentato la dichiarazione per il periodo d&#8217;imposta 2010. L&#8217;ho fatto il 16 agosto scorso e nello stesso tempo ne ho approfittato per chiedere lumi sul mio rimborso respinto in passato. L&#8217;impiegata addetta ai rimborsi diretti non ha saputo darmi lumi e ha manifestato dubbi. Nel corso di una telefonata che ho ricevuto qualche giorno fa, il dipendente che mi aveva annunciato la lieta novella nel dicembre scorso mi ha comunicato che: &#8220;Toh, è cambiato il capoteam. Il capoteam la pensa in maniera diversa dal precedente. Quindi lei ha diritto al rimborso&#8221;. Apperò. Della serie: se non avessi fatto caciara e se (bontà sua) il capoteam fosse rimasto dell&#8217;avviso del precedente non avrei beccato il picco di un quattrino. La sostanza non cambia. Sempre di arbitrio e improvvisazione stiamo parlando&#8230;</p>
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		<title>We want our money back</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 13:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ arrivato il momento di dirlo, chiaro e forte. Dopo le province, anche le circoscrizioni vanno abolite. Chi siede nei cd. consigli di zona non ha minimamente presente quale sia la situazione finanziaria del nostro paese, il livello del nostro debito pubblico e l’incidenza della nostra spesa sul PIL. Eppure, si suole dire che più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span>E’ arrivato il momento di dirlo, chiaro e forte. Dopo le province, anche le circoscrizioni vanno abolite. Chi siede nei cd. consigli di zona non ha minimamente presente quale sia la situazione finanziaria del nostro paese, il livello del nostro debito pubblico e l’incidenza della nostra spesa sul PIL. Eppure, si suole dire che più il centro di spesa è vicino al cittadino più fa i suoi interessi. La chiamano sussidiarietà. Non si tiene conto che la politica è, a qualsiasi livello, molto crudamente distribuzione di denaro pubblico. Punto. I politicanti locali cercheranno sempre di guadagnarsi la rielezione, favorendo le piccole clientele di quartiere, una volta i commercianti, un&#8217;altra le parrocchie, un’altra ancora le associazioni  non-profit. E&#8217; la politica, bellezza! Quasi come giocare a Monopolino. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span>Basta dare un’occhiata alle deliberazioni della Circoscrizione 3 del Comune di Torino, tra le più grandi della città. Tre quarti di esse è dedicata all’erogazione di prebende, ribattezzate “<em>contributi</em>” nella neolingua degli amministratori dalle mani bucate. <a href="http://www.comune.torino.it/circ3/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/427">Giudicate voi</a>. 8000 euro sono stati versati nello scorso settembre ai commercianti per la festa di Halloween, 5900 alla Compagnia delle Opere (poverini ne hanno bisogno&#8230;), 7600 ad un centro di ascolto psicologico. E potrei continuare all&#8217;infinito. Qualsiasi deliberazione avrebbe meritato il voto contrario. Viceversa, quasi nessun consigliere, di maggioranza (centrosinistra) o di opposizione (centrodestra), si è mai opposto. Salvo poi piangere miseria dalle pagine della <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/19/il-comune-prepara-nuovi-tagli-per-compensi.html">Repubblica</a> o della Stampa per i tagli del gettone di presenza. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span>Abbiate un po’ di buon gusto: tacete. </span></p>
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		<title>Atomo: la Germania fa marcia indietro?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 09:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<category><![CDATA[germania]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla faccia della proverbiale freddezza teutonica. L’esecutivo tedesco ha reagito con una certa “scompostezza elettorale” alle notizie provenienti dalla centrale di Fukushima in Giappone. Nella mattinata di lunedì il Cancelliere ha infatti annunciato l’intenzione del governo di voler procedere ad una moratoria di tre mesi sull’attività delle centrali più vecchie del paese, due delle quali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla faccia della proverbiale freddezza teutonica. L’esecutivo tedesco ha reagito con una certa “scompostezza elettorale” alle notizie provenienti dalla centrale di Fukushima in Giappone. Nella mattinata di lunedì il Cancelliere ha infatti annunciato l’intenzione del governo di voler procedere ad una moratoria di tre mesi sull’attività delle centrali più vecchie del paese, due delle quali si trovano in Assia e in Baden-Württemberg. Per consentirne un controllo approfondito, si dice. Sarà un caso, ma proprio in quest’ultima regione tra due settimane esatte si tiene un appuntamento elettorale di cruciale rilevanza per le sorti dell’esecutivo. La CDU controlla il <em>Land</em> da cinquantasette anni. Perderlo significherebbe consegnare il <em>Bundesrat</em> all’opposizione. Il caso ha voluto che uno dei maggiori temi oggetto della campagna elettorale si sovrapponga perfettamente al tema di dibattito più caldo a livello federale: l’atomo. Circa metà del consumo di energia primaria della regione si ha infatti attraverso la produzione di energia nucleare. I Verdi sono sul piede di guerra e nei sondaggi sono dati intorno al 20%. Dopo la chiusura di Obrigheim nel 2005, si ipotizza ora uno spegnimento temporaneo per Neckarwestheim. Il fatto che Merkel e Westerwelle vogliano fare un passo indietro è quindi funzionale ai loro interessi politici (la Merkel e il suo Ministro dell&#8217;Ambiente non fanno mistero di strizzare l&#8217;occhio agli ecologisti da anni&#8230;), ma mal si accorda con la necessità di una cornice regolatoria chiaro. La decisione di allungare la vita dei reattori (di 8 anni per quelli più vecchi, di 14 per i più nuovi) si inseriva già in un quadro di progressivo smantellamento, varato dal gabinetto rosso-verde nel 2001. Una nuova giravolta rischia di rendere le cose oltremodo complicate. L’opposizione, dal canto suo, non è soddisfatta e vorrebbe uno spegnimento automatico e totale di tutte le centrali, vecchie e nuove. D’altra parte, passati i tre mesi di stop, qualora l’esecutivo dovesse nuovamente tornare sui suoi passi, le centrali in questione avrebbero guadagnato altri novanta giorni di vita, come mostra la <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/2009/02/ma-biblis-chiude-davvero.html" target="_blank">prassi assai frequente</a> degli anni passati di staccare e riattaccare i reattori alla rete, adducendo ragioni di manutenzione.</p>
<p><strong>Update</strong>: la signora Merkel ha appena annunciato che saranno sette i reattori ad essere temporaneamente spenti.</p>
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		<title>Senza proprietà non c&#8217;è diritto all&#8217;acqua. Il caso del Botswana</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 11:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A pochi mesi dal referendum sull’acqua pare opportuno sgombrare nuovamente il campo dagli equivoci. Le questioni tecniche sono già state chiarite a sufficienza da Carlo Stagnaro e Luigi Ceffalo.
Ciò che, tuttavia, sembra ancora non essere chiaro ai più è che l’idea di acqua come “bene comune” non è per nulla in conflitto con la proprietà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A pochi mesi dal referendum sull’acqua pare opportuno sgombrare nuovamente il campo dagli equivoci. Le questioni tecniche sono già state chiarite a sufficienza da <a href="../../../../../2011/01/13/acqua-e-referendum-chi-se-la-beve-quella-della-privatizzazione/">Carlo Stagnaro</a> e <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8565">Luigi Ceffalo</a>.</p>
<p>Ciò che, tuttavia, sembra ancora non essere chiaro ai più è che l’idea di acqua come “bene comune” non è per nulla in conflitto con la proprietà privata e con il mercato. Certo, se si dà ascolto ad un <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=7121&amp;ID_sezione=29&amp;sezione=">abile sofista</a> qual è il professor Mattei, ne verrà fuori che il tentativo del governo del Botswana di espropriare le terre dei boscimani per destinarle allo sfruttamento dei diamanti rientra precisamente nel disegno turbocapitalista che affama i deboli e nutre i potenti. Nei suoi numerosi articoli su <em>Il Manifesto</em>, il professore, per veicolare l’idea dello Stato come braccio armato del liberismo, ha più volte fatto l’esempio delle <em>enclosures</em> inglesi e degli espropri generalizzati che la Corona inglese attuò per efficientare la destinazione agricola delle terre. Anche qui, siamo del tutto fuori strada. La difesa dell’<em>homesteading</em> è tra i principali punti di riferimento di un liberalismo genuino, come abbiamo già scritto <a href="../../../../../2010/06/25/proprieta-e-liberta-si-ma-quali/">qui</a>.<span id="more-8354"></span></p>
<p>Prendiamo il caso del <strong>Botswana</strong>, che si presta facilmente a strumentalizzazioni terzomondiste. Alla stregua di pigmei e ottentotti, i boscimani o <em>san</em> sono una popolazione indigena che, a seguito delle migrazioni delle genti bantu, vennero pian piano confinati nel Sud dell’Africa, in particolar modo nel deserto del Kalahari. Alla fine degli anni ’90 le autorità di Gaborone decisero di trasferire in massa la popolazione per consentire lo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi, una delle principali risorse del paese. Tale trasferimento fu considerato illegale dalla Corte Suprema nel 2006. Il Botswana, infatti, fin dai tempi della sua indipendenza è stato uno dei paesi maggiormente rispettosi delle istituzioni consuetudinarie locali, le quali, diversamente da quanto fece la maggioranza degli Stati africani, furono adeguatamente preservate. Da quel momento vige un dualismo giuridico e giudiziale tale per cui il sistema della <em>common law</em> inglese ha vigore insieme con il sistema di giustizia tradizionale, basato sulle consuetudini degli <em>tswana</em>. Il 70% delle terre sono classificate come tribali e amministrate localmente secondo il diritto tradizionale. Ai fini di sfruttamento del suolo, come ricorda Marco Guadagni nel volume <em>Il diritto africano</em>, nel 1968 fu emanato il <em>Tribal Land Act</em> che rimosse parzialmente il sistema di assegnazione delle terre secondo la gerarchia sociale del diritto tribale, sostituendolo con commissioni fondiarie composte da membri delle comunità e del governo. Resta il fatto che l’ordinamento del Botswana ha sempre privilegiato il consenso e l’inclusione, quale premessa per una decisione. Come spiega <a href="http://mercatus.org/sites/default/files/publication/Explaining_Botswanas_Success.pdf">questo paper</a> della George Mason University, ciò non ha impedito che il paese garantisse un buon grado di libertà economica, attestandosi su elevati livelli di crescita, fino ad uscire dalla classifica dei paesi sottosviluppati nel 1994.</p>
<p>Tornando ai boscimani, essi hanno un forte rispetto della proprietà fondiaria (<a href="http://www.chicago-blog.it/2010/04/16/si-torna-a-parlare-di-caccia-ma-il-problema-sono-i-diritti-di-proprieta/">maggiore di quella italiana</a>!!), tanto che il cacciatore rinuncia ad inseguire la preda colpita a morte, se questa si sposta in un’area aliena. Essi sanno distinguere la proprietà dello specchio d’acqua appartenente ad un gruppo, rispetto al diritto d’accesso alla fonte appartenente ad un altro gruppo.</p>
<p>Il governo, con atteggiamento autoritario, ha più volte negato alle popolazioni nomadi di far ritorno sulla loro terra, in particolare vietando la caccia (simili ripercussioni dovute alla messa al bando della caccia furono provocate anche in Costa d’Avorio), concedendo invece ad altre strutture di insediarsi nella riserva del Kalahari.  In particolare, l&#8217;accesso all’acqua presso la sorgente di Mothelo è stato più volte impedito dall’esecutivo, ma <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12300285">garantito dalla Corte Suprema  il 27 gennaio scorso</a>, la quale ha ripristinato il diritto di proprietà dei boscimani su quelle terre, compreso il diritto di scavare nuovi pozzi per l’approvvigionamento idrico.</p>
<p>Ancora una volta è stato ribadito un principio di buon senso: non c’è diritto all’acqua senza tutela dei diritti di proprietà.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>P.S.: La storia ricorda in tutto e per tutto quella raccontata in questo<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_56_Salin.pdf"> splendido paper</a> da Pascal Salin.</p>
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		<title>Ma allora il tetto ai debiti in Costituzione funziona?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/01/20/tetto-ai-debiti-in-germania-si-fa-sul-serio/</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 11:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa, dalle colonne di Libertiamo manifestavo scetticismo sull’operazione, pur razionale e ammirevole, di mettere un cap all’indebitamento direttamente in Costituzione.
Il sospetto è che, tra una tassa sulle compagnie aeree e un balzello sulle società energetiche, il governo stia facendo puro maquillage e sia pronto a passare la patata bollente del debito al governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche settimana fa, <a href="http://www.libertiamo.it/2011/01/04/il-2011-della-germania-tra-euro-debito-ed-elezioni/">dalle colonne di <em>Libertiamo</em></a> manifestavo scetticismo sull’operazione, pur razionale e ammirevole, di mettere un <em>cap</em> all’indebitamento direttamente in Costituzione.</p>
<blockquote><p>Il sospetto è che, tra una tassa sulle compagnie aeree e un balzello sulle società energetiche, il governo stia facendo puro maquillage e sia pronto a passare la patata bollente del debito al governo successivo, che, viste le indagini demoscopiche più recenti, sarà probabilmente di colore opposto. Non per nulla il Ministro dell’Economia Brüderle ha parlato di un indebitamento zero tra il 2014 e il 2015, quando ormai la legislatura sarà scaduta da un pezzo. Ma se fossimo nel ticket rosso-verde non ci preoccuperemmo troppo. Pur credendo, <a href="../2010/08/31/6914/">come Oscar Giannino</a>, che il freno ai debiti sia un pungolo necessario per una classe politica ovunque spendacciona, c’è da essere assai realisti in merito ai suoi effetti sostanziali. Qui, come altrove, vale quanto scriveva Anthony De Jasay, ossia che «<em>una Costituzione è come una cintura di castità di cui il legislatore ha la chiave</em>». E in effetti basta leggere il nuovo comma 2 dell’articolo 115 della Legge fondamentale per comprendere come esso ammetta margini di interpretazione davvero generosi ovvero non inibisca affatto politiche economiche anticicliche. In caso di “catastrofi naturali” o “situazioni di emergenza” è sufficiente una risoluzione della maggioranza dei componenti del <em>Bundestag</em> per derogare alla norma costituzionale.</p>
<p><span id="more-8046"></span></p></blockquote>
<p>Ebbene, pur restando convinto  che la lotta politica all’indebitamento sia più di facciata che reale, non è possibile non prendere atto di una folgorante decisione della Corte costituzionale regionale del Nordreno-Westfalia, che, se confermata,  sarà probabilmente destinata a fare giurisprudenza negli anni a venire, una volta cioè che la norma costituzionale, che fissa nella misura dello 0,35% del PIL nominale la possibilità di indebitarsi per Federazione (dal 2016) e <em>Länder </em>(dal 2020), sarà entrata in vigore.</p>
<p><a href="http://www.faz.net/s/Rub594835B672714A1DB1A121534F010EE1/Doc%7EE72F5D8F371DC4525B6E69995B2699AC7%7EATpl%7EEcommon%7EScontent.html">Su ricorso dei gruppi parlamentari di CDU ed FDP</a>, i giudici di Münster hanno infatti emesso un provvedimento cautelare (<em>einstweilige Anordnung</em>), con il quale si è temporaneamente bloccato il ricorso all’indebitamento da parte del <em>Land</em> per il finanziamento delle proprie spese relative al 2010. Un grave scacco per SPD e Grüne, a pochi mesi da importanti appuntamenti elettorali in altri <em>Länder</em> della Germania. Come detto, si tratta di una misura cautelare, adottata al fine di evitare che la decisione finale, attesa per aprile, possa rivelarsi tardiva e inutile a fronte di crediti ormai ottenuti e spesi.</p>
<p><a href="http://www.wdr.de/themen/politik/nrw05/landtag_2010/101216.jhtml?rubrikenstyle=politik">Il bilancio</a>, che fissava un indebitamento netto per il 2010 pari a circa 8,4 miliardi di euro (record assoluto nella storia del <em>Land</em>), era stato approvato in dicembre con i voti favorevoli anche del gruppo parlamentare dell’estrema sinistra <em>Die Linke</em>. In particolare, il <em>Landtag</em> del Nordreno-Westfalia aveva dato il via libera ad un indebitamento supplementare a quello originariamente previsto (pari a poco più di 6,6 miliardi) nell’ordine di quasi 2 miliardi di euro, da destinare in buona parte all&#8217;ennesimo ripianamento dei conti di WestLB, una delle <em>Landesbanken</em> che hanno succhiato più denaro dei contribuenti nella storia della Repubblica federale. Qualora nella pronuncia definitiva della Corte Costituzionale del Nordreno-Westfalia vi dovessero essere chiare istruzioni in ordine alla riduzione della spesa, l’esecutivo perderebbe l’appoggio esterno dei post-comunisti e si andrebbe a nuove elezioni.</p>
<p>Va infine ricordato che già in passato diverse Corte Costituzionali locali avevano dichiarato non conformi a Costituzione i bilanci regionali, compresa quella di Münster, giacché il ricorso all&#8217;indebitamento non si giustificava in relazione agli investimenti e alle spese programmate, nè avveniva in un&#8217;epoca di &#8220;perturbazione dell&#8217;equilibrio economico&#8221; (<em>Störung des gesamtwirtschaftlichen Gleichgewichts</em>). Questa pronuncia avrebbe però probabilmente un valore diverso e più penetrante, proprio perchè con la modifica della Legge fondamentale del 2009 incombe ora sui legislatori un dovere qualificato di disciplina di bilancio.</p>
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		<title>Quel pozzo senza fondo chiamato Hypo Real Estate</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/11/12/quel-pozzo-senza-fondo-chiamato-hypo-real-estate/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 20:28:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
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		<description><![CDATA[Nei giorni in cui i progetti di fusione tra le malconce Landesbanken sfumano per l’ennesima volta, il canale televisivo ARD ripercorre con una galleria fotografica i momenti salienti della crisi bancaria tedesca degli ultimi anni, il cui simbolo può a buon diritto essere considerata Hypo Real Estate.
Ma andiamo con ordine. HRE è una banca, specializzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni in cui i progetti di fusione tra le malconce <em>Landesbanken</em> <a title="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/11/04/visualizza_new.html_1704919381.html" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/11/04/visualizza_new.html_1704919381.html" target="_blank">sfumano</a> per l’ennesima volta, il canale televisivo ARD ripercorre con una <a title="http://boerse.ard.de/fotoserie.jsp?key=foto_serie_486750&amp;hd=dokument_486742" href="http://boerse.ard.de/fotoserie.jsp?key=foto_serie_486750&amp;hd=dokument_486742" target="_blank">galleria fotografica</a> i momenti salienti della crisi bancaria tedesca degli ultimi anni, il cui simbolo può a buon diritto essere considerata Hypo Real Estate.<span id="more-7576"></span></p>
<p>Ma andiamo con ordine. HRE è una banca, specializzata in mutui immobiliari con sede a Monaco di Baviera, nata nel 2003 a seguito dello spin-off da <em>Hypovereinsbank</em>, a sua volta fusasi con Unicredit nel 2007. La voragine nei conti di HRE, causati dagli affari spericolati della controllata irlandese Depfa Bank, divenne di pubblico dominio solo verso la fine di settembre del 2008, quando il <em>watchdog</em> dei mercati finanziari tedesco (<em>BaFin</em>), la <em>Bundesbank</em> e l’associazione delle banche tedesche (BdB) decisero di concedere linee di credito al gruppo, al fine di tamponarne le difficoltà di rifinanziamento. Solo qualche giorno più tardi divenne chiaro che la situazione di Depfa Bank, acquisita nel 2005 dall’audace Ceo Georg Funke, era così drammatica, che il problema non era più semplicemente di far affluire liquidità, bensì di evitare la bancarotta della holding.</p>
<p>Appena una settimana più tardi, il 5 ottobre, l’esecutivo tedesco di grande coalizione  fu così costretto a varare la prima delle numerose iniezioni di denaro pubblico, pena – si disse- un effetto domino sul sistema bancario, simile a quello provocato dal tracollo di <em>Lehman Brothers</em> negli Stati Uniti. Dopo l’azzeramento dei vertici del gruppo, la loro sostituzione con “manager” di dubbie capacità (tra cui anche politici socialdemocratici con un passato nella <em>Landesbank</em> di Berlino o alla <em>Bundesbank</em>) e la creazione del famoso fondo per la stabilizzazione degli istituti di credito (<em>SoFFin</em>), Hypo è arrivata a farsi versare più di 100 miliardi tra garanzie e aiuti diretti dalla Federazione e solo in minima parte (15 miliardi) da altre banche.</p>
<p>Il 26 gennaio 2009, di fronte allo stato comatoso del paziente, il Governo federale entrò nel capitale di HRE, nel tentativo di accaparrarsi  la quota di maggioranza. L’opposizione, tanto quella liberale quanto quella comunista, lamentò un intervento tardivo, giacché &#8211; si disse &#8211; le eventuali responsabilità degli ex proprietari di <em>Hypovereinsbank</em> erano ormai per legge prescritte e solo lo Stato, cioè i contribuenti, avrebbero potuto paracadutare i debiti dell’istituto.</p>
<p>Con perdite per l’anno 2008 pari a 5,5 miliardi di euro, il 20 marzo 2009 il <em>Bundestag</em> approvò la <em>Rettungsübernahmegesetz</em>, legge che attribuiva al Governo federale il potere di espropriare gli azionisti ancora titolari di azioni di HRE. Se gli azionisti non avessero accettato la carota dell’offerta pubblica di acquisto da parte della Federazione, il Governo federale avrebbe usato il bastone dell’esproprio. Un chiaro abuso del diritto, derivante dal surreale conflitto di interesse dell’essere contemporaneamente regolatori e banchieri. Abuso che il fondo di private-equity<em> C.J. Flowers</em>, detentore di quasi il 22% delle quote societarie, decise di non accettare. La cocciuta opposizione del fondo americano costrinse così i tecnici del Ministero ad aggirare l’ostacolo. Dopo un gigantesco aumento di capitale per annacquarne le partecipazione, la Federazione acquisì il controllo del disastrato istituto. La nazionalizzazione si completò così nell’ottobre dello scorso anno con il cd. <em>squeeze-out</em> ad 1.30 € ad azione del restante 10% degli azionisti.</p>
<p>Formalmente l’esproprio non avvenne, anche se <a href="http://www.manager-magazin.de/unternehmen/artikel/0,2828,614586,00.html">sulla natura</a> dello <em>squeeze-out</em> si potrebbe discutere. Ma il clima di arbitrio e di allontanamento dai principi della cd. <em>Ordnungspolitik</em> portò alla mente quello altrettanto violento di sessant’anni prima, ai tempi del nazionalsocialismo. Ma quel che è peggio è che, in poco meno di due anni, Hypo Real Estate aveva <a href="http://www.wiwo.de/finanzen/hre-bleibt-ein-milliardengrab-429879/">inghiottito decine e decine di miliardi dei contribuenti</a>, senza riuscire a cavarsi d’impaccio. Ancora oggi, unico tra gli istituti di credito tedeschi a non aver superato lo <em>stress-test</em> europeo, Hypo Real Estate, che oggi si chiama <em>Deutsche Pfandbriefbank AG</em>, è la pecora nera del sistema bancario teutonico. Nonostante le ingenti perdite, i vertici del gruppo dovrebbero persino ricevere bonus e liquidazioni nell’ordine di 20 milioni di euro. A chi sostiene che lo Stato è un azionista migliore e più avveduto, raccontate la storia di HRE.</p>
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		<title>Una lettura tedesca del nuovo Patto di Stabilità</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/11/06/una-lettura-tedesca-del-nuovo-patto-di-stabilita/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 14:13:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Come abbiamo scritto per Aspenia nel nostro lungo articolo che uscirà nei prossimi giorni, il compromesso raggiunto a Deauville tra la signora Merkel e il Presidente francese Sarkozy non è né una vittoria della linea dura, seguita dalla Cancelliera prima di allargare i cordoni della borsa, né una vittoria della linea morbida, abbracciata dalla Cancelliera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come abbiamo scritto per <em>Aspenia</em> nel nostro lungo articolo che uscirà nei prossimi giorni, il compromesso raggiunto a Deauville tra la signora Merkel e il Presidente francese Sarkozy non è né una vittoria della linea dura, seguita dalla Cancelliera prima di allargare i cordoni della borsa, né una vittoria della linea morbida, abbracciata dalla Cancelliera con l’approvazione degli aiuti alla Grecia e l’istituzione del cd. <em>Fondo di stabilizzazione</em>.<span id="more-7472"></span></p>
<p>Fatta la tara alle equazioni un po’ semplicistiche, il nuovo Patto di Stabilità è una via di mezzo tra questi due opposti. Benché <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/en/article/more-european-germany-%E2%80%93-german-terms">Ulrike Guerot</a> giudichi l’accordo come un netto successo per la Germania, una certa ambiguità di fondo la si nota anche nel titolo del suo articolo: <em>a more</em> <em>European Germany – on German terms</em>, laddove il neo-europeismo tedesco convive con un pizzico di sale teutonico. Da buona “prodiana” Angela Merkel ha insomma usato bastone e carota. E <a href="../../../../../2010/05/08/la-iattura-dello-stile-merkel/">non è certo la prima volta</a>. In patria tutto si è detto fuorché la Cancelliera sia stata la restauratrice del rigore. L’FDP e diversi organi di stampa le hanno rimproverato grande debolezza per non aver preteso l’applicazione di sanzioni automatiche e per aver protratto l’esistenza del Fondo di stabilizzazione. Lei ha replicato che “<em>il congelamento dei diritti di voto è già previsto dal Trattato odierno</em>”. Un bluff. La rinuncia alla sospensione del diritto di voto in caso di deficit eccessivi è stata funzionale ad ottenere la clausola della partecipazione dei creditori alla ristrutturazione, che molti commentatori fuori dai confini tedeschi considerano suscettibile di segnare un cambio di passo nella gestione delle finanze pubbliche da parte degli Stati membri.</p>
<p>A mio avviso, nell’accordo si trovano sia rigore sia solidarietà, disciplina di bilancio e perequazione, “euroscetticismo” ed “euroentusiasmo”. Il rigore sta appunto nell’eventualità di una ristrutturazione del debito per gli Stati spendaccioni, la solidarietà sta nel Fondo di stabilizzazione, approvato a maggio in fretta e furia e di fatto senza il crisma della copertura giuridica dei Trattati e ora reso permanente <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/en/article/comment-october-european-council-results">tramite un &#8220;annacquamento&#8221;</a> dell&#8217;art. 122 TFUE. Tutto dipende insomma da come verrà dosata questa miscela. Per ora il mercato, <a href="http://phastidio.net/2010/11/02/il-rigore-tedesco-che-minaccia-litalia/">come correttamente mostra</a> Mario Seminerio su <em>Il Fatto quotidiano</em>, ha apprezzato lo sforzo rigorista.</p>
<p>In ultimo, una questione più prettamente giuridica. La proposta di revisione che Hermann Van Rompuy presenterà nel Consiglio europeo di dicembre dovrebbe finalmente prevedere l’uso delle cd. clausole dinamiche di modifica. In particolare si dovrebbe passare per l’art. 48 § 6 TFUE.</p>
<p>Anche qui condivido solo parzialmente quanto scrive Ulrike Guerot. Per due ragioni:</p>
<p><strong>a)</strong> Benché la riforma semplificata del Trattato eviti le forche caudine della ratifica, la cosiddetta legge di responsabilità per l’integrazione (IntVG), che ha recepito le indicazioni della Corte Costituzionale tedesca nella sua celebre sentenza del 30 giugno 2009, ha esplicitamente previsto che tale ipotesi vada trattata come un normale caso di trasferimento di poteri sovrani e che quindi necessiti di una legge di approvazione nelle forme di una legge ex. art. 23 I comma della Legge fondamentale; non è chiaro se tale legge dovrà essere approvata ex proposizione 2 o ex proposizione 3 del medesimo articolo. La proposizione 3 verrebbe in rilievo, qualora si ritenesse che la modifica dei Trattati rechi disposizioni modificative od integrative della Legge fondamentale.  In tal caso  <em>Bundestag</em> e <em>Bundesrat</em> dovranno esprimersi a favore con una maggioranza qualificata di due terzi. Il ruolo dell’opposizione diverrebbe cioè fondamentale.</p>
<p><strong>b)</strong> E’ vero che la riscrittura dei Trattati frustrerà probabilmente il ricorso dei famosi giuristi ed economisti, essendo d’ora in poi il Fondo di stabilizzazione ancorato direttamente nei Trattati. La Merkel terrà quindi a bada la cd. Terza Camera, superando l’ostacolo dell’art. 125 TFUE, che pur permane sulla carta. Ma ciò non toglie che Karlsruhe possa valutare comunque  incostituzionale il meccanismo a livello di diritto interno. Oggi forse questo rischio la Cancelliera lo corre meno. Presidente della Corte Costituzionale non è più Hans-Jürgen Papier, ma il giovane Andreas Voßkuhle, di tendenze socialdemocratiche e abbastanza europeista. Tale cambio di marcia, impresso <a href="http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/telescopio/0024_faraguna.pdf">con la recente sentenza Mangold</a>, dovrebbe insomma far dormire notti tranquille alla Cancelliera. Il mastino Schachtschneider, artefice dei ricorsi da Maastricht fino ad oggi, è però sempre dietro l’angolo…</p>
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		<title>O&#8217; Sole tedesco, ma quanto ci costi!</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 23:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Brutte notizie per i consumatori tedeschi. L’anno prossimo avranno bollette più care. Tutto sta in una parolina magica che in tedesco si chiama <em>EEG-Umlage</em> e che rappresenta quel contributo aggiuntivo, che chiunque paghi la bolletta in Germania è tenuto a sobbarcarsi per garantire l’elargizione dei sussidi ai fruitori di energie rinnovabili. In altre parole, se è vero che “nessun pasto è gratis”, è altrettanto vero che neanche le sovvenzioni piovono dal cielo, ma i costi se li debbono ripartire tutti i consumatori. E’ il bello della redistribuzione. <em>Ciò che si vede</em> è il sussidio per chi approfitta delle energie rinnovabili. <em>Ciò che non si vede</em> è la tassa occulta addossata a tutti i membri della comunità, anche a quelli che per una libera scelta hanno deciso di non scaldarsi con il sole o con il vento. Che le norme non siano mai neutrali dovremmo averlo capito. Questa ne è l’ulteriore conferma.</p>
<p>Ebbene, l&#8217;anno venturo, complice l’aumento della produzione di energia ecologica sul totale, l’<em>Umlage</em> schizzerà verso l’alto (da 2,047 cent a 3,530 per kWh; <a href="http://www.insm-oekonomenblog.de/wp-content/uploads/2010/10/oeko-umlage.gif">qui</a> il grafico) e con ogni probabilità l’aumento della bolletta si aggirerà intorno ai 70 euro all’anno per famiglia.<img src="http://www.chicago-blog.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-7299"></span></p>
<p>Tra i tanti motivi del repentino aumento della produzione di energie rinnovabili (ma ricordiamo sempre che il solare contribuisce per l&#8217;1% alla produzione nazionale di energia teutonica!), il quotidiano economico <em>Handelsblatt</em> <a href="http://www.handelsblatt.com/politik/deutschland/erneuerbare-energien-was-verbraucher-ueber-die-oekostrom-umlage-wissen-muessen;2673873">cita anche</a> la corsa all’acquisto di un pannello fotovoltaico da parte di moltissimi tedeschi, desiderosi di sfruttare le <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=407&amp;id=55&amp;ante=0">cd. <em>feed-in-tariffs</em></a> prima dei tagli destinati ad entrare in vigore nel mese di ottobre 2010 (-3%), a gennaio 2011 (fino a -13%) e a gennaio 2012 (fino a -21%).</p>
<p>Una piccola eterogenesi dei fini, insomma, destinata  forse a rientrare quando i tagli saranno stati implementati una volta per tutte. Solo allora vi sarà forse una discesa della curva totale delle sovvenzioni al solare, che nel 2011, nonostante le tariffe meno generose, toccherà verosimilmente livelli superiori al 2010, <a href="http://www.solarvalley.org/media/images/eeg_foerderung_photovoltaik.pdf">a fronte però di una potenza installata maggiore</a>.</p>
<p>L’approvazione del <a href="http://www.sfv.de/pdf/Aenderung_EEG_11_August_2010pdf.pdf">taglio</a> alle sovvenzioni per il fotovoltaico deciso dal Parlamento tedesco lo scorso agosto è infatti solo il primo passo verso la definitiva cancellazione dei sussidi, prevista entro il 2030. Al proposito, gli strepiti degli ambientalisti (e di <a href="http://www.unendlich-viel-energie.de/fileadmin/content/Service/Renews/ReNewsJan2010.pdf">alcuni curiosi banchieri </a>delle <em>Landesbanken</em>, che paventano una possibile depressione del settore a causa della concorrenza cinese) sono del tutto ingiustificati, tanto più alla luce <a href="http://www.baulinks.de/bilder/2010/i/0976-bsw-solar2.jpg.htm">dei grafici e delle tabelle</a> che gli stessi ecologisti amano esibire per dimostrare che ormai il solare è sempre più concorrenziale. Delle due l’una. O il solare è competitivo e allora i sussidi non servono più e vanno pian piano ridotti. Oppure il solare non è competitivo e perciò deve continuare a rimanere a carico di tutti i contribuenti. <em>Tertium non datur</em>.</p>
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		<title>Il declino (annunciato) dei liberali tedeschi</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 23:19:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando, esattamente due mesi fa, abbiamo pubblicato questo post sul futuro dei democristiani tedeschi, la bolla in casa FDP non era ancora esplosa. E sì perché, nel partito liberale, dopo il grandioso risultato di un anno fa, tira oggi una brutta aria. In meno di dodici mesi i Freidemokraten hanno letteralmente polverizzato il consenso, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, esattamente due mesi fa, abbiamo pubblicato <a href="../../../../../2010/08/01/se-anche-in-germania-la-cdu-e-pronta-alla-scissione/">questo post</a> sul futuro dei democristiani tedeschi, la bolla in casa FDP non era ancora esplosa. E sì perché, nel partito liberale, dopo il grandioso risultato di un anno fa, tira oggi una brutta aria. In meno di dodici mesi i <em>Freidemokraten</em> hanno letteralmente polverizzato il consenso, che aveva permesso loro di tornare sui banchi dell’esecutivo dopo 11 anni di opposizione: dal 14,6% giù in picchiata fino al 4-5%, ormai quasi fuori dal <em>Bundestag</em>. Non passa giorno senza che la leadership di Westerwelle venga criticata o messa in discussione, tanto che egli stesso pare abbia già <a href="http://www.fr-online.de/politik/westerwelles-fallrueckzieher/-/1472596/4657978/-/index.html">pensato alle dimissioni</a> da presidente dell’FDP. Ma anche la carica di Ministro degli Esteri e Vice-Cancelliere gli sta molto stretta. A differenza del suo predecessore, il socialdemocratico Steinmeier, Westerwelle non ha infatti tratto alcun giovamento dal ricoprire una posizione di alto profilo. Nella mente dei tedeschi c’è sempre il Guido delle <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/chi-sono-i-liberali-tedeschi">campagne elettorali un po’ esuberanti e patetiche</a> o il Guido che strilla contro i sindacati. Le elezioni del settembre 2009 non sono state altro che un’illusione ottica per chi- come noi- credeva che Westerwelle si sarebbe finalmente scrollato di dosso  gli strascichi di una carriera fino ad allora magra e deludente.<span id="more-7188"></span></p>
<p>D’altra parte i tedeschi che si recarono a votare per l’FDP lo scorso anno volevano meno tasse subito. <em>Steuersenkungen</em>. Questo era il motto semplice e trasparente dei liberali. Fin dalla distribuzione dei Ministeri tra le varie forze politiche, è parso tuttavia chiaro che il motto non avrebbe avuto seguito alcuno. Quando si seppe che al Ministero delle Finanze si sarebbe accasata l’eminenza grigia Wolfgang Schäuble (CDU) e non il Principe <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hermann_Otto_Solms">Hermann Otto Solms</a> (FDP), molti elettori si resero conto che il Governo era giallo-nero, ma solo sulla carta. Al timone c’era sempre e solo una persona: Angela Dorothea Merkel.</p>
<p>In un anno di legislatura è difficile fare un bilancio delle cose fatte. Non una manovra è stata condivisa dall’opposizione: il pacchetto fiscale per “<em>l’accelerazione della crescita</em>” (!) dello <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/i-problemi-di-coalizione-del-nuovo-governo-tedesco">scorso anno</a> fu anzi l’inizio della fine. Come può un partito come l’FDP, che programma la rivoluzione fiscale, che urla “<em>fate l’amore e non la dichiarazione dei redditi</em>”, pensare che il cambiamento possa passare dall’aliquota <a href="http://www.italiaborsa.info/l%E2%80%99iva-tedesca-quella-francese-e-la-concorrenza/risparmio-e-investimento/giovanni-boggero/1449/">IVA agevolata</a> per ristoranti ed alberghi? Per carità, ogni riduzione fiscale, tanto più se l’imposta grava sul consumo, è sempre da accogliere con favore. Ma l’elettorato liberalconservatore, quello che non aveva gradito il quadriennio interventista della signora Merkel, si aspettava ben altro. A Westerwelle <a href="../../../../../2009/10/28/la-paura-tedesca-e-la-retromarcia-dellfdp/">è mancato il coraggio.</a> Ha sistemato i suoi in Ministeri di dubbia rilevanza, ad esempio quello per gli “aiuti allo sviluppo del Terzo Mondo”, la cui abolizione l’FDP aveva propagandato fino al giorno prima delle elezioni. Per non parlare degli aiuti alla Grecia e del cd. fondo di stabilizzazione; una figuraccia per un partito che si era opposto alle enormi iniezioni di denaro pubblico per le banche soltanto un anno prima. Guido è stato capace di fare la <a href="http://www.youtube.com/watch?v=91mbT03oHYw">voce grossa solo con i giornalisti inglesi</a> che parlano inglese in Germania, non con Angie. <a href="../../../../../2010/02/13/grazie-guido/">L’attacco</a> ai costumi da “decadenza tardoromana” che regnano nell’era dello Stato sociale non è stato che un lampo retorico in un buio programmatico. Dopodiché Guido si è inabissato definitivamente, perdendo quel poco <em>appeal</em> che ancora gli restava. Neanche il fatto di essere omosessuale, leader di una “destra moderna” (come piace dire oggigiorno), lo ha aiutato. In Germania, a differenza che in Italia, delle sue tendenze sessuali si parla il meno possibile e queste non rappresentano né un’arma contro né un’arma a favore.</p>
<p>In questo declino che sa molto di tragedia greca, si inserisce il <em>Liberaler Aufbruch</em> (<em>Risveglio liberale</em>), un’iniziativa di un gruppuscolo di parlamentari, insoddisfatti da una FDP fiacca e arrendevole, che non trova “<em>il coraggio di essere liberale</em>”. Il <a href="http://www.liberaler-aufbruch.net/aufbruch.html">manifesto della corrente</a>, guidata dall’ormai noto <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/no-al-salvataggio-la-grecia-intervista-frank-sch%C3%A4ffler">esponente libertario Frank Schäffler</a>, lo si è potuto leggere nelle scorse settimane sulle principali testate tedesche. Tra i riferimenti principali F.A. Von Hayek. E scusate se è poco. “<em>In questi anni abbiamo fatto troppe concessioni al collettivismo</em>”, si legge nel testo dei deputati. La reazione di molti liberali all’interno del partito e dello stesso Westerwelle è stata a dir poco scomposta. “<em>Un collettivo di frustrati</em>”, dice un membro del consiglio di presidenza del partito. “<em>E’ solo un ritrovo di euroscettici, negazionisti del global warming e liberisti radicali. Dubito che ciò sia liberalismo</em>”, soggiunge un altro. L&#8217;unico che invece potrebbe accogliere con favore un movimento del genere è Nigel Farage, leader dell’UKIP, il quale proprio l’altro giorno <a href="http://www.theparliament.com/latest-news/article/newsarticle/farage-calls-for-euro-critical-movement-in-germany/">tornava a spronare i tedeschi</a> a fondare un partito critico verso l’attuale costruzione europea.</p>
<p>In conclusione due previsioni sul futuro. Se è vero che un movimento liberista spinto in Germania rischia di avere il fiato corto, esattamente come un partito liberale senza nè arte nè parte come quello attuale, si può dire che l&#8217;unica speranza liberalconservatrice che non emani polvere e muffa nel centrodestra, al di là del giovane segretario generale dell&#8217;FDP Christian Lindner (molto svelto con la parola ma ancora troppo legato all&#8217;attuale dirigenza), si chiama Karl-Theodor Zu Guttenberg, un cristiano-sociale bavarese di ampie vedute, che <a href="http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,708905,00.html">vuole chiudere con la coscrizione obbligatoria</a> in un partito tendenzialmente contrario, sensibile alle ragioni del mercato e abile stratega in politica estera, riuscito a cavarsi d&#8217;impaccio con maestria dall&#8217;imbroglio del raid di Kunduz e attualmente politico tra i più amati dagli elettori. <em>Wait and see</em>.</p>
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