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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Carlo Stagnaro</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Fanno i dirigisti e le chiamano liberalizzazioni</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 14:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa Depositi e Prestiti]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualunque individuo, se vuole tagliare il debito, deve rinunciare a una parte dei suoi attivi patrimoniali. Chi riduce la propria esposizione debitoria deve ritrovarsi patrimonialmente più povero. Con un&#8217;eccezione: lo Stato italiano, che sembra intenzionato a scendere nelle classifiche dei paesi più indebitati attraverso i giochi di prestigio. Il trucco consiste nella cessione delle partecipazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualunque individuo, se vuole tagliare il debito, deve rinunciare a una parte dei suoi attivi patrimoniali. Chi riduce la propria esposizione debitoria deve ritrovarsi patrimonialmente più povero. Con un&#8217;eccezione: lo Stato italiano, che sembra intenzionato a scendere nelle classifiche dei paesi più indebitati attraverso i giochi di prestigio. Il trucco consiste nella cessione delle partecipazioni del Tesoro alla Cassa depositi e prestiti (che è del Tesoro al 70 per cento). Il progetto è stato rivelato alcuni giorni fa da <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/privatizzazioni-a-la-tre-carte/" target="_blank">Massimo Mucchetti</a>, che oggi <a href="http://www.corteconti.it/opencms/opencms/handle404?exporturi=/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/ocr/2012013020786372.txt&amp;]" target="_blank">torna sul tema</a> rispondendo anche, indirettamente, ad alcune <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/privatizzazioni-a-la-tre-carte/" target="_blank">mie critiche</a>.</p>
<p><span id="more-11488"></span>Prima di entrare nel merito vale la pena ricordare un paio di questioni. La Cdp è la &#8220;<a href="http://www.cassaddpp.it/cdp/Areagenerale/Informazionifinanziarie/index.htm" target="_blank">banca</a>&#8221; del governo, che si finanzia prevalentemente attraverso la raccolta postale e detiene quote in gran parte delle partecipazioni cosiddette &#8220;strategiche&#8221;. Negli anni, Cdp si è dilatata, fino a essere presente in un ampio spettro di settori e aziende, che vanno dalle energie rinnovabili alle infrastrutture, dalla banda larga agli ospedali, direttamente o attraverso altri veicoli quali, in particolare, il fondo guidato da Vito Gamberale, F2i, sul quale abbiamo già avuto <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4702" target="_blank">molto da ridire fin dalla sua creazione</a>. Proprio per la sua natura di strumento pubblico, la Banca d&#8217;Italia ha sollecitato (e ottenuto) che fossero posti dei vincoli alla possibilità per la Cassa di &#8220;farsi banca&#8221; a tutti gli effetti. Per esempio, essa non può collocare le sue obbligazioni presso i risparmiatori.</p>
<p>La logica del passaggio delle azioni dal Tesoro a Cdp è puramente statistica, contabile e formale. Dice Massimo:</p>
<blockquote><p>la Cdp è considerata da Eurostat fuori dal perimetro della pubblica amministrazione&#8230; Grazie a questo status gli incassi che lo Stato realizza cedendo i suoi cespiti alla Cdp possono essere detratti dal debito pubblico.</p></blockquote>
<p>A sostegno di questa possibilità, Mucchetti cita i casi &#8211; del tutto analoghi &#8211; delle controparti francese e tedesca della Cdp, la Caisse des Dépôts e la Kfw.</p>
<p>La domanda di fondo è: tale passaggio è utile? A me pare proprio di no. E non solo per le ragioni che ho già esplicitato &#8211; cioè che non si tratterebbe di una vera privatizzazione e quindi non sortirebbe il genere di effetti pro-crescita e pro-concorrenza (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf" target="_blank">PDF</a>) che ci si può attendere altrimenti. Non è un passaggio utile per due ragioni diverse.</p>
<p>Una riguarda la stessa Cdp. Procedere lungo questa strada significa cambiare sempre più il volto di questo soggetto, facendone la holding &#8220;non dichiarata&#8221; di tutte le partecipazioni pubbliche, ossia una sorta di ministero delle Partecipazioni statali &#8220;informale&#8221; che, per ragioni definitorie, potrebbe non rientrare nelle statistiche comunitarie. Su questo, peraltro, sussistono dei dubbi, visto che il fatto che questo comportamento sia stato consentito anni fa a Parigi e Berlino non implica automaticamente che Roma potrebbe battere la stessa strada oggi senza problemi. Il punto è che, dal punto di vista sostanziale, poco cambierebbe: sarebbe pur sempre il Tesoro a scegliere gli amministratori delegati delle società pubbliche e a influenzarne le strategie, oltre che a esserne influenzato nelle proprie politiche e in quelle degli altri ministeri, sicché, ancora una volta, non saremmo di fronte ad altro che un mero cambio di etichetta. Peraltro con qualche difficoltà interna alla Cdp stessa, immagino: siamo sicuri che il 30 per cento di fondazioni azioniste accetterebbero senza battere ciglio una manovra che potrebbe avere l&#8217;effetto di patrimonializzare di più la Cassa, rendendo però meno agevole l&#8217;erogazione di dividendi? Le fondazioni bancarie saranno anche investitori lungimiranti e attenti al lungo termine e legati al territorio e tutte le altre cose che per prassi si dicono, ma nessuno le ha mai accusate di essere troppo indifferenti all&#8217;entità delle cedole&#8230;</p>
<p>L&#8217;altro aspetto è ancora più fondamentale. Supponiamo che, come dice Massimo, la Cdp trovi il modo di trasferire 50 miliardi di euro al Tesoro, in cambio delle azioni da esso detenute. E allora? Questo farebbe improvvisamente &#8220;sparire&#8221; quei 50 miliardi? Oppure, utilizzandoli a riduzione del debito, lo Stato si troverebbe &#8220;più povero&#8221; di 50 miliardi? Perché la grande ambiguità di tutto il progetto sta nell&#8217;illusione ottica per cui il gioco &#8220;Tesoro + Cdp&#8221; possa essere a somma zero. Delle due l&#8217;una: o il Tesoro utilizza davvero quei 50 miliardi a riduzione del debito, nel qual caso il gioco è comunque a somma negativa; oppure &#8220;se li imbosca&#8221; per finanziare spesa corrente, nel qual caso è a somma ancor più negativa. Senza che, a fronte di ciò, possa registrarsi alcuna altra conseguenza desiderabile.</p>
<p>Il punto a me pare sempre lo stesso: se si privatizza, si privatizza non solo per far cassa ma anche per cambiare i connotati al mercato. In caso contrario, siamo sempre fermi al nastro di partenza. Lo Stato non è disposto a disfarsi della bombetta da imprenditore, e quel che pudicamente chiama &#8220;privatizzazione&#8221; non è altro che la sostituzione dell&#8217;interventismo sfacciato all&#8217;interventismo smart.</p>
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		<title>Privatizzazioni à la (tre) carte</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/privatizzazioni-a-la-tre-carte/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 15:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cdp]]></category>
		<category><![CDATA[finanza creativa]]></category>
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		<description><![CDATA[Anche i tecnici si danno alla finanza creativa. Ieri un pezzo molto informato di Massimo Mucchetti delineava la strategia del governo per procedere alla privatizzazione delle aziende controllate dal Tesoro. In sostanza, venderle a se stesso.
Cito direttamente dall&#8217;articolo di Massimo, la cui ricostruzione è peraltro avvalorata oggi, sempre sul Corsera, da Stefania Tamburello:
L&#8217;idea prevalente, ancorché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche i tecnici si danno alla finanza creativa. Ieri un <a href="http://www.corriere.it/economia/12_gennaio_23/una-societa-per-ridurre-il-debito-massimo-mucchetti_f196edd6-458a-11e1-9389-b1111b488a17.shtml">pezzo molto informato</a> di Massimo Mucchetti delineava la strategia del governo per procedere alla privatizzazione delle aziende controllate dal Tesoro. In sostanza, venderle a se stesso.</p>
<p><span id="more-11433"></span>Cito direttamente dall&#8217;articolo di Massimo, la cui ricostruzione è peraltro avvalorata oggi, sempre sul Corsera, da <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=76935402">Stefania Tamburello</a>:</p>
<blockquote><p>L&#8217;idea prevalente, ancorché niente sia stato ancora deciso, consiste nell&#8217;acquisto di partecipazioni azionarie del Ministero dell&#8217;Economia da parte della Cassa depositi e prestiti. In prima battuta, lo Stato potrebbe cedere pacchetti azionari fino a 50 miliardi&#8230; Con tali risorse, il Tesoro ritirerebbe dal mercato una quantità nettamente superiore di titoli di Stato, approfittando del calo delle loro quotazioni. Al tempo stesso, il governo non perderebbe la possibilità di esercitare un&#8217;influenza generale, nell&#8217;ambito della sua politica industriale, sulle società vendute alla Cassa. E un domani, quando i mercati riconoscessero prezzi decenti alle azioni, la stessa Cassa avrebbe l&#8217;opportunità di rivendere quei beni oggi acquisiti che il governo suo primo azionista non reputasse essenziali. Ma questo è il futuro. Oggi, grazie al tesoretto giratole dalla Cassa, il Tesoro inizierebbe a rientrare dall&#8217;eccesso di debito pubblico con maggiore tranquillità.</p></blockquote>
<p>Quest&#8217;idea è balzana a dire poco, per una serie di ragioni pratiche e per una ragione politica.</p>
<p>Le ragioni pratiche ruotano attorno al fatto che la Cdp non è un soggetto privato (la radice è la stessa del termine &#8220;privatizzazioni&#8221;, nel caso a qualcuno fosse sfuggito) ma un istituto posseduto al 70 per cento dal Tesoro e per il resto da fondazioni bancarie (i cui amministratori sono nominati dai comuni). Il passaggio dal Tesoro a una sua controllata è, come dire, uno spostamento in famiglia: il controllo effettivo resta in capo al ministro dell&#8217;Economia, che continuerà &#8211; direttamente o indirettamente, di fatto o di diritto &#8211; a scegliere amministratori delegati, presidenti e consiglieri e a indirizzare le scelte strategiche. Quindi, dal punto di vista dell&#8217;influenza concreta, nulla cambierà. Quello che cambierà sarà semplicemente un dato formale. Per usare <a href="http://www.linkiesta.it/blogs/gengis/il-perimetro-magico-del-debito-pubblico">le parole</a> del misterioso battutista dell&#8217;Inkiesta, Gengis:</p>
<blockquote><p>La Cassa Depositi e Prestiti, ad esempio, è Stato al 70% ma sta fuori; e suoi equivalenti altrove in Europa pure. Il che può essere utilissimo, se non provvidenziale. Se riesci col suo aiuto a spostare un pezzo di debito fuori del perimetro quel debito non e’ più, tecnicamente, debito “pubblico” (statale). Grazie alla formula hai contabilmente “ridotto” il debito e dovrebbe riuscirti più facile di (ri)finanziarti vendendo titoli di Stato o altrimenti&#8230; riuscire a ridurre il proprio debito comprando da sé stessi è senz’altro ed esclusivamente mestiere per tecnici.</p></blockquote>
<p>L&#8217;operazione sarebbe l&#8217;uovo di Colombo: la Cdp trasferisce liquidità (cioè i risparmi della nonna e il libretto postale del bambino) al Tesoro che la usa per abbattere il debito, e il Tesoro cede a Cdp le sue partecipazioni. Poiché la transazione avviene &#8220;in casa&#8221; c&#8217;è spazio per una certa fantasia nella scelta del transfer price: non siamo di fronte a una soluzione di mercato ma a un gioco di prestigio che ha l&#8217;unico scopo di &#8220;confondere&#8221; (legalmente) le statistiche sulla contabilità pubblica e, attraverso di esse, il mercato. (Che però è meno fesso di quanto lo considerino i tecnici in politica, e molto meno fesso di quanto pensino i politici di mestiere).</p>
<p>L&#8217;obiezione a questo pasticcio è, però, soprattutto politica (in senso lato). Se si privatizza, non lo si fa per scambiare la liquidità della tasca destra con gli asset della tasca sinistra. Si privatizza perché si ritiene che lo Stato non debba fare cose come vendere elicotteri alla Casa Bianca, la benzina, il gas o l&#8217;elettricità agli italiani, assicurare i lavoratori contro gli infortuni, eccetera. L&#8217;uscita dello Stato da tutti questi ambiti ha ovvie e importanti conseguenti pro-concorrenza e pro-crescita, come abbiamo spiegato.</p>
<p>Se davvero l&#8217;esecutivo pensa che questa sia la soluzione, siamo davvero di fronte a un comportamento degno della peggior politica. All&#8217;Italia non servono trusoni tecnicamente preparati, ma scelte coraggiose e riformiste.</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: Carburanti, dirigismo soft?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/20/decreto-liberalizzazioni-carburanti-dirigismo-soft/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 19:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Concorrenza vuol dire innovazione, pluralità dell&#8217;offerta e libertà per le imprese di organizzarsi come credono più conveniente. Se questo è vero, allora la parte del decreto relativa ai carburanti non è liberalizzazione ma dirigismo (seppure, nell&#8217;ultima versione, soft).
Sul tema intervengono in particolare due articoli, il 23 e il 24 (mentre altri due affrontano questioni più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Concorrenza vuol dire innovazione, pluralità dell&#8217;offerta e libertà per le imprese di organizzarsi come credono più conveniente. Se questo è vero, allora la parte del decreto relativa ai carburanti non è liberalizzazione ma dirigismo (seppure, nell&#8217;ultima versione, soft).</p>
<p>Sul tema intervengono in particolare due articoli, il 23 e il 24 (mentre altri due affrontano questioni più di dettaglio). Il 24 introduce una novità giusta ma molto limitata: la rimozione dei vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di apertura, ma solo per gli impianti posti al di fuori dei centri abitati. Perché non anche nelle città? Mistero della fede.<span id="more-11295"></span>Molto più problematico è, invece, l&#8217;articolo 23. Se esso è pienamente condivisibile nella parte in cui liberalizza la vendita di prodotti non oil (inclusi tabacchi e giornali), sono invece più ambigue le misure relative al superamento dei vincoli di esclusiva tra il gestore e la compagnia di cui batte i colori, e quelle sul riscatto degli impianti (che pure è formulato in modo molto più soft rispetto alle bozze precedenti, quando si configurava un autentico obbligo di cessione).</p>
<p>Originariamente, il decreto prevedeva la sostanziale abolizione dei contratti in esclusiva per tutti i tipi d&#8217;impianto. Ciò era assurdo perché circa la metà degli impianti esistenti sono di proprietà delle compagnie petrolifere, che li affidano in comodato d&#8217;uso gratuito al gestore, come <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/20/un-po-di-chiarimenti-sul-funzionamento-della-rete-carburanti-di-gabriele-masini/" target="_blank">ha spiegato Gabriele Masini qui</a> su Chicago-blog: è semplicemente assurdo pensare che un impianto, pagato e di proprietà di una compagnia, sia utilizzato per vendere il carburante di un concorrente. L&#8217;ultima versione del decreto punta al superamento delle esclusive solo per le pompe di proprietà del gestore, che già oggi è libero di comprare benzina e gasolio da chi vuole. Certo, si porrà un problema non banalissimo relativo alla gestione del marchio (se tu batti i colori della compagnia x, fino a che punto è lecito che tu venda prodotti della compagnia y?) ma in fondo la cosa si riduce a una discussione privata tra le due controparti, e perde la natura sistemica che aveva all&#8217;inizio.</p>
<p>Resta l&#8217;amaro in bocca perché a questo risultato si arriva dietro le pressioni delle compagnie, mentre la &#8220;lettura&#8221; governativa del problema sembra restare immutata. In altre parole, l&#8217;esecutivo sembra credere che l&#8217;ostacolo alla competizione stia dentro la pompa, e non vada piuttosto cercato nella libertà di entrata e uscita dal mercato. Tale libertà è inibita da norme regionali che, speriamo, verranno presto prese di petto grazie ai nuovi poteri dell&#8217;Antitrust. Ma alimentare nell&#8217;opinione pubblica l&#8217;idea che i prezzi siano troppo alti a causa della collusione tra le compagnie, e che tale collusione sia resa possibile dall&#8217;organizzazione che storicamente il settore si è dato, è comunque un &#8220;virus&#8221; intellettuale di cui impiegheremo ancora molto a liberarci. E, in questo caso, &#8220;molto&#8221; è sempre &#8220;troppo&#8221;.</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: Eni nuda e senza rete?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 19:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo 18 del decreto impone la separazione proprietaria di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, che dovrà essere disciplinata da un decreto della presidenza del consiglio dei ministri da emanare entro sei mesi dall&#8217;entrata in vigore del decreto liberalizzazioni. Per chi, come noi dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, ha fatto dell&#8217;ownership unbundling nel gas una questione sia pratica sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;articolo 18 del decreto impone la separazione proprietaria di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, che dovrà essere disciplinata da un decreto della presidenza del consiglio dei ministri da emanare entro sei mesi dall&#8217;entrata in vigore del decreto liberalizzazioni. Per chi, come noi dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, ha fatto dell&#8217;<em>ownership unbundling</em> nel gas una questione sia pratica sia di principio (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf" target="_blank">PDF</a>), rappresenta senza dubbio una buona notizia. Forse una tra le notizie migliori che si possono trovare all&#8217;interno del provvedimento governativo. Possiamo esultare?<span id="more-11291"></span>Sì, ma fino a un certo punto. Come sempre, in questi casi il diavolo si nasconde nei dettagli, quindi prima di cantar vittoria sarà necessario vedere il testo del dpcm &#8220;fantasma&#8221; &#8211; un dpcm atteso da anni, in quanto, come ricostruisce la relazione illustrativa al decreto,</p>
<blockquote><p>La scelta della separazione proprietaria è stata già definita con la legge n. 290/03, che aveva disposto che “nessuna società operante nel settore della produzione, importazione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica e del gas naturale, anche attraverso società controllate o controllanti (…) possa detenere, direttamente o indirettamente, a decorrere dal 1° luglio 2007, quote superiori al 20 per cento del capitale delle società che sono proprietarie e che gestiscono reti nazionali di trasporto di energia elettrica e di gas naturale.”</p>
<p>Tale termine è stato spostato al 31 dicembre 2008 con la legge n. 266/05 (finanziaria 2006) e successivamente, con la legge n. 296/06 (finanziaria 2007), a 24 mesi dall’emanazione di uno specifico DPCM, tuttora non emanato.</p>
<p>Nell’ottica quindi di promuovere la separazione proprietaria di Snam Rete Gas da eni Spa è sufficiente stabilire con norma un termine per l’emanazione del citato DPCM.</p></blockquote>
<p>Vedremo a quali termini e con quali tempistica verrà resa cogente la riduzione della partecipazione Eni al capitale di Snam. Questo non toglie che restino già ora diversi punti aperti. Uno riguarda il tetto del 20 per cento, secondo me eccessivo: il 5 per cento basta e avanza. È vero che potrebbe accadere come nel settore elettrico, dove in presenza di un cap analogo l&#8217;Enel scelse di abbandonare ogni influenza concreta in Terna, ma è meglio evitare rischi, tentazioni e paraculismi vari.</p>
<p>Una seconda criticità riguarda il fatto che il provvedimento investe solo la rete di trasporto nazionale e non anche gli stoccaggi. E&#8217; vero che il servizio di stoccaggio ha una dimensione concorrenziale e quindi, in teoria, è meno importante definire i confini rispetto agli operatori, ma nella pratica Stogit ha in pancia la quasi totalità degli stoccaggi italiani, ed è opinione comune che il sottoinvestimento in questo segmento della filiera dipenda anche dalla solidarietà di interessi con la capogruppo. Dunque sarebbe opportuna la separazione pure di Stogit da Eni, magari dopo averne fatto spezzatino.</p>
<p>Ciò non toglie che, se le cose andranno avanti, sarà un grande passo avanti per il nostro mercato del gas. Un passo avanti che ci porterà a porci una domanda: se Eni non avrà più controllo sui tubi e, dunque, perderà la caratteristica (comunque evanescente) di gestore di infrastrutture rilevanti per la sicurezza nazionale, avrà ancora senso per il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti mantenere il 30 per cento del suo capitale? Oppure potremo finalmente parlare di privatizzazione? (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf" target="_blank">PDF</a>)</p>
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		<title>Addio a Miriam Miglio</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 09:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[miriam miglio]]></category>

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		<description><![CDATA[Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Non so quanto sia vero e quanto sia luogo comune. Di certo, però, era vero nel caso di Miriam, la donna che per tanto tempo (quanto? non lo so) è stata accanto a Gianfranco Miglio, e che ieri ci ha abbandonati.
Ho conosciuto la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Non so quanto sia vero e quanto sia luogo comune. Di certo, però, era vero nel caso di Miriam, la donna che per tanto tempo (quanto? non lo so) è stata accanto a Gianfranco Miglio, e che ieri ci ha abbandonati.</p>
<p><span id="more-11117"></span>Ho conosciuto la signora Miglio dopo la scomparsa del professore, nel 2001, anche se mi era capitato varie volte di sentirla per telefono. Per certi versi, per quanto Miglio fosse un uomo impressionante &#8211; per la sua intelligenza, vivacità, cultura, profondità &#8211; Miriam lo era ancora di più. Donna minuta e discreta, come spesso accade era in realtà quella che &#8220;teneva in piedi la baracca&#8221;: tanto Miglio era eclettico, tanto Miriam era ordinata e rigorosa; tanto lui era uomo pubblico e amato e odiato dalla gente, tanto lei era la &#8220;padrona di casa&#8221;, che si era data come missione quella di proteggere il marito, stando nascosta. Proprio così: proteggerlo. Proteggerlo dagli scocciatori, dalle scocciature, dagli errori, dalle intemperanze. Nel suo essere interamente dedicata a lui, era il suo vero punto di riferimento, lo scoglio dal quale il professore poteva guardare il mondo perché sapeva e sentiva di poggiare il piede su una pietra sicura, solida e tenera al tempo stesso. Credo che se la parola &#8220;amore&#8221; può avere un senso, bé, ce l&#8217;ha avuto nel rapporto tra Miriam e Gianfranco.</p>
<p>Miriam era anche una donna di straordinaria umanità, capace di capire il prossimo e di metterlo a suo agio (se lo trovava simpatico e le ispirava fiducia) o di farlo sloggiare senza troppi complimenti (in tutti gli altri casi, inclusi quelli che riguardano politicastri famosi e uomini potenti trattati col disprezzo che meritavano e di cui pochi avevano il coraggio). Miriam non risparmiava a nessuno che se le attirasse, di solito con ragione, le sue battute feroci; e non risparmiava a nessuno che se lo guadagnasse il suo affetto. Affetto vero, sincero e profondo, che rendeva ogni conversazione interessante e intima. Miriam (Mimì, come si faceva chiamare) era una di quelle rarissime persone che sanno essere, al tempo stesso, molto chiuse e molto aperte, molto riservate e molto empatiche &#8211; quelle persone che, dunque, suscitano empatia nel prossimo, quelle persone che si muovono nella loro casa (nella sua cucina, nel suo regno) con la leggerezza magica delle fate.</p>
<p>Questo post vuole essere, oltre che un piccolo segno di vicinanza a Leo Miglio, che ieri ha perso la mamma, un modo di ringraziare la signora Miglio per tutto quello che mi ha dato. Ora che potrà tornare tra le braccia del suo amato profesùr, e tenergli compagnia nel paradiso delle belle e brave persone, spero che ogni tanto guarderà quaggiù e manderà un sorriso &#8211; uno di quei sorrisi speciali e aperti e contagiosi con cui esprimeva se stessa &#8211; a tutti quelli che le hanno voluto bene e a cui, senza che ne avessero sempre merito, lei ha voluto bene.</p>
<p>Addio, Miriam.</p>
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		<title>Dietro ogni aumento c&#8217;è una politica sbagliata. Con un buon anno ai nostri politici</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/12/31/dietro-ogni-aumento-ce-una-politica-sbagliata/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 10:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi giorni dell&#8217;anno, gli italiani sono stati bombardati da notizie piuttosto preoccupanti sugli aumenti che sono arrivati o arriveranno. Per esempio, la Cgia di Mestre ha notato che i prezzi della maggior parte dei <a href="http://www.cgiamestre.com/2011/12/tariffe-aumenti-boom-soprattutto-tra-quelle-amministrate-dai-comuni/">servizi pubblici</a> sono cresciuti assai più rapidamente del costo della vita, Lorenzo Salvia sul <em>Corriere</em> ha parlato dell&#8217;<em>evergreen</em> dei rincari, <a href="http://www.corriere.it/economia/11_dicembre_30/benzina-aumenta-salvia_cfcf8ae8-32af-11e1-be67-1119b87d83b7.shtml">i carburanti</a>, e Stefano Agnoli, sul suo blog, si è occupato di <a href="http://energia.corriere.it/2011/12/31/rinnovabili-e-gas-quanto-ci-costano/">elettricità e gas</a>. Sebbene stiamo parlando di cose molto diverse tra di loro, c&#8217;è un elemento unificante: in tutti questi casi, gli aumenti sono figli di scelte politiche. Quindi, si tratta di aumenti che sono stati intenzionalmente e deliberatamente voluti dai governi che si sono avvicendati negli ultimi anni alla guida del paese (escludo l&#8217;ipotesi che essi abbiano preso certe determinazioni senza rendersi conto che avrebbero inevitabilmente portato a un&#8217;ondata di rincari, perché pensare altrimenti implicherebbe che siamo stati governati da una banda di cialtroni incompetenti &#8211; e questo non è possibile, <em>vero?</em>).</p>
<p><span id="more-11096"></span>Almeno in parte questi aumenti derivano dal fatto che molte voci di costo &#8211; come nel caso dell&#8217;acqua &#8211; si sono spostate dalla fiscalità alle bollette. Ma a questo spostamento non ha fatto da pendant l&#8217;attesa riduzione del prelievo fiscale: anzi, sempre secondo la Cgia le <a href="http://www.cgiamestre.com/2011/08/tasse-locali-aumento-del-138/">imposte locali</a> sono aumentate del 138 per cento in 15 anni. Ma questo non spiega interamente la crescita dei prezzi, né vale per tutti i settori di cui stiamo parlando.</p>
<p>Prendiamo i tre casi citati. Per quel che riguarda i prezzi dei servizi pubblici, è evidente a chiunque che essi sono cresciuti più rapidamente nei servizi non esposti alla concorrenza. In alcuni casi &#8211; come nel gas e nelle ferrovie &#8211; l&#8217;assenza di concorrenza è dovuta al permanere di barriere all&#8217;ingresso di palmare evidenza: l&#8217;integrazione verticale dell&#8217;ex monopolista del gas, che controlla anche la rete di trasporto nazionale, e tutte le norme che impediscono l&#8217;arrivo di nuovi entranti sul mercato nel trasporto ferroviario (in particolare regionale, ma anche nell&#8217;alta velocità e nel cargo non sono tutte rose e fiori). In altri casi, dove la concorrenza &#8220;nel mercato&#8221; non è possibile &#8211; per esempio acqua, rifiuti, e in parte trasporto urbano &#8211; l&#8217;ostinazione dei comuni nell&#8217;affidare direttamente il servizio anziché passare attraverso procedure a evidenza pubblica è un formidabile cocktail di azzardo morale e inefficienza produttiva. Tant&#8217;è che le società di trasporto pubblico sono tutte in panne a causa dei tagli ai trasferimenti, ma continuano a spendere circa un terzo in più della media europea, a parità di servizio (come <a href="http://brunoleoni.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_44_TPL.pdf">dimostra</a> Ugo Arrigo). Questo significa che, mantenendo l&#8217;offerta inalterata, si potrebbero ridurre i costi (cioè i trasferimenti, o il biglietto) di circa un terzo, ovvero che, a parità di entrate, si potrebbero offrire un terzo delle corse in più. Ora, se le gare non vengono bandite (o se, dove la concorrenza in senso consueto è possibile, essa non è consentita o è scoraggiata) non è perché stia scritto nelle stelle: è perché, con le loro scelte e prassi, o con le norme che approvano oppure che non abrogano, i nostri politici (nazionali e locali) lasciano che le cose siano e restino in questi termini. La questione è aggravata e resa ancor più patologica dal fatto che la maggior parte dei monopolisti (nazionali, come l&#8217;Eni, o locali, come le municipalizzate), sono controllati o posseduti da enti pubblici. Questo crea un conflitto di interesse enorme in capo al soggetto pubblico che è al tempo stesso regolatore (e quindi teoricamente incaricato di proteggere l&#8217;interesse pubblico) e azionista (e quindi titolare di un interesse privato). Se non si privatizza, le liberalizzazioni sono a rischio (nelle prossime settimane pubblicheremo uno studio realizzato assieme a Mattia Bacciardi proprio su questi temi); se non si liberalizza, i prezzi resteranno alti e la qualità bassa. Viceversa, assetti privatistici tendono a creare spinte verso l&#8217;efficienza (Lucia Quaglino lo illustra attraverso il caso del <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-Report-Acqua_Libera.pdf">servizio idrico</a>).</p>
<p>Oltre alla mancanza di concorrenza, c&#8217;è poi il drammatico peso degli interventi diretti sul livello dei prezzi da parte della politica. Agnoli riflette sul peso degli oneri parafiscali (come i sussidi alle fonti rinnovabili) sulla bolletta elettrica, e sulle conseguenze della struttura del nostro mercato (che lega i prezzi alle indicizzazioni contrattuali, anziché all&#8217;effettivo gioco di domanda e offerta) su quella del gas. Salvia si occupa invece dei carburanti, dove &#8211; se pure c&#8217;è un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL_Report-Carburanti.pdf">problema ovvio di concorrenza</a> (ce ne siamo occupati con Stefano Verde) - a determinare le ultime impennate sono stati gli incrementi delle accise, per entità e frequenza senza precedenti (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_99_Cultura_Accise.pdf">qui</a> con Filippo Cavazzoni sull&#8217;aumento pro-Fus, e <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/05/manovra-monti-piu-accise-meno-crescita/">qui</a> sul &#8220;regalo natalizio&#8221; di Mario Monti agli automobilisti). Se poi aggiungiamo la Robin Tax, che ha una serie di conseguenze anti-concorrenziali come ha notato la stessa Autorità per l&#8217;energia in una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/016-11pas.pdf">segnalazione</a> (inascoltata) a Parlamento e governo, il quadro è completo.</p>
<p>La morale della storia è piuttosto semplice, dunque: la maggior parte degli aumenti osservati, molti dei quali si sono amplificati proprio quando non dovevano, cioè nel mezzo della recessione, sono legati a scelte politiche. La scelta di introdurre nuove imposte, per esempio; oppure quella di proteggere posizioni di rendita o di monopolio; o, ancora, la scelta di non far nulla per intaccare tali rendite. In alcuni casi ci si è provato, ed è andata male, ora per le opposizioni parlamentari (come per il ddl Lanzillotta e l&#8217;emendamento Morando, ai tempi del governo Prodi, sulla separazione di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni), ora a causa del ciclone referendario (come per l&#8217;acqua e i servizi pubblici), ora per la forte resistenza degli interessi colpiti (come con la controriforma, abortita, dell&#8217;ordinamento forense). In tutti questi casi, e in molti altri, fatti salvi pochi coraggiosi che hanno tentato e hanno fallito (ma hanno tentato e lo hanno fatto con convinzione e con tutti i mezzi di cui disponevano), la maggior parte della nostra classe dirigente è stata o attivamente responsabile delle norme anticoncorrenziali, o passivamente solidale con le lobby. Non sono sicuro su quale di questi due comportamenti sia peggiore. All&#8217;atto pratico, comunque, non fa grande differenza, perché il risultato è che, proprio mentre il paese si impoverisce, il costo dei fattori di produzione aumenta; e il paese si impoverisce anche perché non riesce ad accedere a servizi essenziali a prezzi e con qualità comparabili a quelle dei concorrenti. Che si tratti di norme o di imposte, ancora una volta, non fa molta differenza, perché il risultato è essenzialmente lo stesso.</p>
<p>Così, la fotografia scattata nei tre articoli citati all&#8217;inizio di questo post non è solo deprimente perché indica il salasso a cui andiamo incontro; è anche e soprattutto devastante perché rappresenta la cifra dei problemi italiani, problemi che ben pochi sembrano voler realmente risolvere. E&#8217; perlomeno singolare, d&#8217;altra parte, che i nostri politici non trovino di meglio, per chiudere l&#8217;anno, che creare nuove tasse e nuove barriere, senza toccare nessuna di quelle vecchie. Il loro modo di augurarci &#8220;felice 2012&#8243; è provocare aumenti nei prezzi dei beni e servizi essenziali: o perché lo scelgono consapevolmente, o perché neppure se ne rendono conto, tanto sono occupati a razzolare tra le loro e nostre miserie.</p>
<p>Tante grazie, buon anno anche a voi e andate a farvi fottere.</p>
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		<title>Provocazione natalizia: esistono sussidi buoni?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un second best, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.
Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un bell&#8217;articolo di Federico Rendina sul Sole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un <em>second best</em>, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.</p>
<p><span id="more-11086"></span>Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-12-24/litalia-nuova-sfida-081345.shtml?uuid=AaKcaMXE">bell&#8217;articolo di Federico Rendina</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>di oggi, che parla dell&#8217;opportunità per l&#8217;Italia di diventare un hub energetico &#8211; sia nel gas, sia nell&#8217;elettrico &#8211; per l&#8217;Europa meridionale. Rendina spiega che il nostro paese, per posizione geografica, ha una serie di vantaggi &#8220;naturali&#8221;. La realizzazione di nuovi gasdotti o elettrodotti, ricorda Rendina, è sostenuta anche dalla Bers (la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), che eroga circa 2,5 miliardi di euro all&#8217;anno per progetti nel Mediterraneo di cui circa 600 milioni potenzialmente su infrastrutture energetiche. Al di là della valutazione sui singoli progetti (e tenendoci ben lontani dal &#8220;gioco del pollo&#8221; tra South Stream e Nabucco), ci sono in questa riflessione due aspetti importanti.</p>
<p>Uno riguarda la funzione che un paese può esercitare in quanto &#8220;hub&#8221;. Qualcuno, quando si è discusso di questi temi (anche per le sollecitazioni dell&#8217;ex presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Alessandro Ortis, ricordate dallo stesso Rendina) tende a liquidare la questione con uno sbuffo di &#8220;orgoglio nazionale&#8221;, come se conquistare la posizione di snodo cruciale per gli approvvigionamenti energetici europei fosse dequalificante. In realtà, si tratta di una grande opportunità di liberalizzazione, concorrenza e crescita.</p>
<p>Il secondo aspetto ha a che vedere con la natura delle infrastrutture che dovrebbero essere prese in considerazione per un sussidio. Su questo aspetto, credo sia opportuno adottare una definizione <em>molto</em> restrittiva &#8211; sicuramente più di quella della Bers (che implicitamente Federico condivide). Il fatto è che costruire infrastrutture di adduzione è possibile e non vi sono particolari ostacoli, in generali. Infatti, specie se si guarda a livello europeo, esistono numerose infrastrutture controllate da soggetti diversi. In prospettiva ne serviranno di più (specie se davvero paesi come la Germania abbandoneranno il nucleare) ma non c&#8217;è particolare ostacolo <em>teorico</em> alla loro realizzazione.</p>
<p>Dove invece l&#8217;Europa è deficitaria (sia nell&#8217;elettrico, sia nel gas) è nelle interconnessioni. Le interconnessioni fisiche sono fondamentali perché consentono di mettere in comunicazione mercati che oggi non lo sono, o lo sono solamente per una quota marginale dell&#8217;energia da essi domandata. La domanda rilevante è: perché le interconnessioni sono insufficienti? Se si guardano i <a href="http://www.energy.eu/">differenziali di prezzo</a>, al netto delle imposte e degli oneri tariffari, non sembra esservi una specifica ragione di mercato. Se il mercato europeo fosse realmente integrato, dovremmo vedere prezzi convergenti (ciò che non vediamo neppure a livello nazionale, date le troppe strozzature che ancora restano!). Poiché ciò non accade, deve esserci una ragione. Dubito essa consista nel costo delle infrastrutture stesse: per l&#8217;elettricità e il gas, il costo dell&#8217;infrastruttura è relativamente piccolo rispetto al valore del bene scambiato. La mia risposta &#8220;scolastica&#8221; è che i paesi europei sono poco interconnessi a causa di una serie di ostacoli &#8220;politici&#8221; dovuti al fatto che, nella maggior parte di essi, il mercato vede la presenza di un soggetto dominante di proprietà pubblica, che riesce a mantenere &#8220;isolato&#8221; il &#8220;suo&#8221; mercato allo scopo di estrarvi una rendita monopolistica, più o meno grande.</p>
<p>A parità di scelte normative e regolatorie, interconnessioni più fitte &#8220;allargherebbero&#8221; le dimensioni del mercato, superandone l&#8217;attuale balcanizzazione e trasformando quella che oggi è poco più della somma di vari mercati nazionali o regionali, in un unico mercato interno. Questo, senza bisogno di altri provvedimenti (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">pure necessari</a>), avrebbe l&#8217;effetto di mettere in modo meccanismi competitivi oggi sconosciuti. Non solo: aumenterebbe anche la sicurezza del sistema, rendendo le reti più &#8220;magliate&#8221; e meglio connesse, e scongiurando il pericolo (come avvenne alcuni anni fa con la crisi del gas russo-ucraina) che alcuni paesi restino &#8220;a secco&#8221;, mentre altri neppure si accorgono degli shock. Più è ampio il sistema, più è facile &#8220;spalmare&#8221; gli shock e assorbirli senza effetti negativi o con effetti negativi piccoli e tollerabili. Questo vale anche per i mercati relativamente aperti (come, in Italia, quello elettrico) ma è essenziale per quelli poco o per nulla concorrenziali (come l&#8217;elettrico francese o il gas italiano).</p>
<p>La mia conclusione, dunque, è che i sussidi sono sempre sbagliati, ma se proprio vanno erogati, sarebbe opportuno farlo a favore di interconnessioni interne all&#8217;Unione europea. Questo anche perché sarebbe un modo di controbilanciare il &#8220;potere politico&#8221; dei monopolisti nazionali, riducendone non tanto l&#8217;influenza sui governi, quanto l&#8217;effettiva capacità di controllare il mercato. Ciò non esimerebbe dall&#8217;intraprendere altre misure di apertura e liberalizzazione, ma certo le renderebbe più facili e farebbe crollare una delle grandi barriere &#8220;oggettive&#8221; che attualmente impediscono all&#8217;Europa di chiamare se stessa un mercato unico.</p>
<p>Quindi, la risposta alla domanda contenuta nel titolo è questa: non esistono sussidi buoni, ma esistono sussidi meno buoni di altri, ed esistono sussidi che, pur essendo in sé discutibili, possono controbilanciare altre cose ancora meno buone. Per citare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Barbalbero">Barbalbero</a>,</p>
<blockquote><p>Io non sto dalla parte di nessuno perché nessuno è del tutto dalla mia parte; ci sono però, beninteso, casi in cui io sono del tutto dalla parte opposta.</p></blockquote>
<p>Se parliamo di monopolisti pubblici, bé, io sto del tutto dalla parte opposta. Perfino se questo implica accettare una piccola dose di sussidi.</p>
<p>Buon Natale a tutti!</p>
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		<title>Manovra Monti: In difesa di alcuni maxistipendi pubblici</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<category><![CDATA[Autorità indipendenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Ha destato scandalo e indignazione la parziale revisione della norma &#8220;tagliastipendi&#8221;, che fissa in 311 mila euro lordi / anno il reddito massimo per tutti i dirigenti pubblici. Diversamente dalla prima versione, il nuovo testo prevede la possibilità, per il presidente del Consiglio, di adottare &#8220;deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni&#8221;. Credo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha destato scandalo e indignazione la <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=43200&amp;sez=HOME_INITALIA&amp;npl=&amp;desc_sez=">parziale revisione</a> della norma &#8220;tagliastipendi&#8221;, che fissa in 311 mila euro lordi / anno il reddito massimo per tutti i dirigenti pubblici. Diversamente dalla prima versione, il nuovo testo prevede la possibilità, per il presidente del Consiglio, di adottare &#8220;deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni&#8221;. Credo sia un compromesso ragionevole, e credo che tali deroghe vadano, in alcuni casi, definite immediatamente. Ecco perché.</p>
<p><span id="more-11026"></span>Anzitutto, è importante non confondere quattro categorie che, a vario titolo, vengono mischiate nello stesso calderone: i parlamentari, i dirigenti pubblici in senso stretto, i commissari delle autorità indipendenti, e i manager delle imprese pubbliche. Nel caso dei parlamentari, credo che vi sia ragionevole evidenza per ritenere gli <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002445-351.html">stipendi sovradimensionati</a> e molti privilegi del tutto ingiustificati (come il <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_186_Rocca.pdf">vitalizio</a>). Per quel che riguarda i dirigenti pubblici in senso stretto (direttori generali dei ministeri, per esempio) mi pare che sia razionale fissare un tetto rigido allo stipendio, date le dinamiche tipiche della loro carriera (generalmente interna alla pubblica amministrazione). I manager delle imprese pubbliche pongono un problema più complesso: teoricamente essi andrebbero remunerati ai livelli &#8220;di mercato&#8221;, ma ci sarà sempre il sospetto che il loro stipendio, o i meccanismi che portano alla loro selezione, siano viziati da considerazioni politiche. In questo caso c&#8217;è un&#8217;unica via d&#8217;uscita, per creare le necessarie condizioni di trasparenza e <em>accountability</em>: <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">privatizzare le società pubbliche</a>.</p>
<p>Il tema di cui voglio parlare è quello dei regolatori. Lo faccio avendo in mente l&#8217;unico caso che conosco &#8211; l&#8217;Autorità per l&#8217;energia &#8211; ma suppongo che queste considerazioni valgano allo stesso modo per almeno alcune delle altre autorità indipendenti. Attualmente, i membri del collegio sono remunerati in modo <a href="http://www.autorita.energia.it/it/che_cosa/emolumenti.htm">molto generoso</a>: circa 440 mila euro / anno i commissari, quasi 530 mila il presidente. In assenza di deroghe, il loro stipendio &#8211; assumendo che sia parificato per tutti alla soglia massima di 311 mila euro / anno &#8211; subirebbe un taglio vistoso, del 29 per cento per i componenti e addirittura del 41 per cento per il presidente. Volendo mantenere le proporzioni, il compenso dei commissari dovrebbe scendere ulteriormente, fino al livello &#8211; comunque non triviale &#8211; di 260 mila euro circa.</p>
<p>Per capire se sia corretto o no operare in tal modo, bisogna chiedersi perché queste persone guadagnano così tanto, e da dove vengono questi soldi. Entrambe le cose sono rilevanti.</p>
<p>Il compito di un regolatore è assolutamente critico rispetto al buon funzionamento del mercato. Scelte sbagliate &#8211; intenzionalmente oppure no &#8211; possono provocare disastri. Per questo è essenziale che i commissari siano competenti. Le competenze, specie nei settori caratterizzati da alto contenuto tecnico, costano. Quindi, attribuire adeguata remunerazione è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, ad avere personale qualificato (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_106-Authority.pdf">qui</a> Diego Menegon propone alcune riforme dei meccanismi di nomina per supplire alle mancanze dell&#8217;attuale sistema).</p>
<p>Un secondo argomento è quello della &#8220;tentazione&#8221;. Data l&#8217;enorme rilevanza dei settori economici regolati, qualunque decisione &#8211; non importa quanto apparentemente marginale &#8211; implica uno spostamento di risorse: qualcuno guadagna (alcuni operatori piuttosto che altri, un pezzo piuttosto che un altro della filiera, i consumatori o i produttori&#8230;), altri perdono. E&#8217; chiaro che ci sono tutte le condizioni perché vengano esercitate influenze &#8220;inappropriate&#8221;. Non sto parlando di corruzione &#8211; che comunque è sempre possibile &#8211; quanto del fenomeno più sottile della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Regulatory_capture">cattura</a>; in fondo la regolazione è sempre un minuetto danzato su un terreno friabile, dove il regolatore accetta di farsi catturare ma non troppo, e il regolato cerca di catturare ma non troppo. In generale, un buono stipendio aiuta a fortificare la virtù: nessun dubbio sull&#8217;onestà di ciascuno, ma, come recita quel proverbio, confida in Dio e chiudi a chiave la tua auto.</p>
<p>A questo si aggiunge un tema pratico: nei settori come quello energetico, &#8220;chiudere a chiave l&#8217;auto&#8221; non significa solo dare uno stipendio che esoneri i commissari dal bisogno di &#8220;arrotondare&#8221;. Per ridurre ulteriormente le tentazioni, nella sostanza essi non possono lavorare per alcun soggetto regolato nei cinque anni successivi alla scadenza del loro mandato (un periodo probabilmente troppo lungo, ma non è questo il punto). Questo implica che, terminato il mandato, essi non avranno reddito, o avranno un reddito relativamente basso. Quindi, se si vuole attrarre personale che abbia esperienze diverse da altre amministrazioni pubbliche (dove invece potrebbe ritornare tranquillamente a percepire il proprio stipendio e occupare la propria poltrona il giorno dopo) occorre creare condizioni tali da rendere attrattiva la prospettiva di lavorare poco o nulla per molti anni dopo la fine dell&#8217;esperienza di regolazione.</p>
<p>Da ultimo, c&#8217;è un punto secondo me essenziale. Organismi come quello presieduto da Guido Bortoni non dipendono dalla fiscalità generale, ma finanziano ogni loro attività (incluso il costo del personale) attraverso un&#8217;addizionale applicata ai soggetti regolati. Quindi, che essi spendano più o meno non ha alcun impatto sulla finanza pubblica in senso stretto. Ciò non significa che un&#8217;Autorità debba o possa spendere e spandere come crede, in modo del tutto<em> unaccountable</em>. Implica però una maggiore flessibilità. Piuttosto, è preoccupante la fiscalizzazione strisciante di questi contributi, che deriva da una serie di provvedimenti presi nella finanziaria 2010 (<a href="http://www.chicago-blog.it/2009/12/03/fondo-unico-authority-chi-vince-chi-perde-chi-viene-messo-al-guinzaglio/">qui</a> e <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/12/04/fondo-unico-autorita-quando-la-pezza-e-quasi-peggio-del-buco/">qui</a>). Ma anche questo è un altro discorso.</p>
<p>In conclusione, a me pare importante sottolineare che i regolatori indipendenti possano rappresentare un&#8217;eccezione, per serie e fondate ragioni, a un provvedimento &#8220;orizzontale&#8221; di contenimento degli stipendi. Questo vale sia per motivi intrinseci all&#8217;attività dei regolatori e alla selezione dei loro organismi direttivi, sia per questioni più generali attinenti alle loro modalità di finanziamento. E&#8217; sicuramente il caso dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia ma, probabilmente, vale anche in altri casi. Quindi, penso che il giusto impulso all&#8217;austerità debba anche fare i conti con le specificità di ciascun caso, e non possa ridursi a un principio più o meno egualitario per cui tutti devono guadagnare uguale. Ci sono casi in cui qualcuno deve guadagnare di più, per garantire la possibilità che sia adeguato al suo compito e che possa svolgerlo in totale tranquillità e indipendenza.</p>
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		<title>Manovra: Se Monti fa il draga-draga alla diga</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 12:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[dighe]]></category>
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		<description><![CDATA[Il decreto &#8220;salva Italia&#8221; contiene importanti provvedimenti per mettere in sicurezza i conti pubblici, anche se con risultati tutti da vedere. Tra gli innumerevoli commi, però, se ne nasconde almeno uno che non ha nulla a che fare né con la crisi, né coi conti pubblici, né con la competitività né con null&#8217;altro che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il decreto &#8220;salva Italia&#8221; contiene importanti provvedimenti per mettere in sicurezza i conti pubblici, anche se con risultati tutti da vedere. Tra gli innumerevoli commi, però, se ne nasconde almeno uno che non ha nulla a che fare né con la crisi, né coi conti pubblici, né con la competitività né con null&#8217;altro che non sia in qualche modo riconducibile a una, o entrambe, le seguenti categorie: marchetta o cazzata. Sto parlando del surreale comma 8 dell&#8217;articolo 43 che, a dispetto delle presunte caratteristiche di necessità e urgenza del decreto, si occupa addirittura della manutenzione<em> straordinaria</em> dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Centrale_idroelettrica">bacini idroelettrici</a>. Leggiamolo.</p>
<p><span id="more-10946"></span></p>
<p>Ecco cosa dice:</p>
<blockquote><p>Ai fini del recupero delle capacità di invaso e del ripristino delle originarie condizioni di sicurezza il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con le regioni e le province autonome, individua, […] le grandi dighe per le quali sia necessaria e urgente la rimozione dei sedimenti accumulatisi nei serbatoi.</p></blockquote>
<p>Si tratta di un provvedimento ben strano, se messo nel suo contesto. Che effetto può mai avere la producibilità idroelettrica sugli spread? O sulla crescita economica? E cosa ha a che fare il dragaggio delle dighe con tutto questo? La sensazione, a voler essere benevoli, è che la <em>ratio</em> dell&#8217;intervento nasca da un clamoroso fraintendimento dei fatti. Sembra infatti che tutto abbia inizio, almeno in teoria, con la preoccupazione per le possibili conseguenze, sulla producibilità delle dighe e sulla loro sicurezza, derivanti dall&#8217;accumularsi dei detriti sul fondo degli invasi. In effetti, pur in presenza di una potenza efficiente lorda in modesta crescita, la produzione effettiva non è cresciuta. Come si può osservare dai <a href="http://www.terna.it/default/Home/SISTEMA_ELETTRICO/statistiche/dati_statistici.aspx">dati</a>, però, la fonte idroelettrica è soggetta a fortissima variabilità. La quale variabilità, come può capire chiunque, è legata essenzialmente al regime delle piogge: se i corsi d&#8217;acqua che alimentano i bacini artificiali non si riempiono, la portata che è possibile derivare dai bacini è inferiore e così l&#8217;energia elettrica effettivamente producibile. Il tema, dunque, è essenzialmente legato a variabili idrologiche e meteorologiche, <em>non </em>a problemi di manutenzione.</p>
<p>Se, d&#8217;altronde, il problema fosse legato non all&#8217;<em>input</em>, ma all&#8217;impianto &#8211; le cui dimensioni sono ridotte a causa del progressivo interramento &#8211; dovremmo osservare riduzioni del fattore di carico, ossia del numero di ore di funzionamento effettivo alla potenza nominale. Esistono due tipi di impianti idroelettrici: quelli a invaso (esclusi i pompaggi che in questo momento non interessano) e quelli ad acqua fluente. Se la presunta riduzione della produzione è guidata da ragioni idrologiche, non dovrebbe esserci sensibile differenza tra i due; se invece a dominare fosse un problema di manutenzione, i bacini dovrebbero deviare dagli impianti ad acqua fluente. Il semplice esame dei dati rivela che così non è: le fluttuazioni sostanzialmente si sovrappongono, e questo suggerisce che esse abbiano una causa comune. Questa causa non può essere l&#8217;interramento dei bacini.</p>
<p>Sgombrato il campo dai timori sulla mancata produzione, restano comunque le preoccupazioni sulla sicurezza. L&#8217;accumularsi dei detriti potrebbe comprometterla, per esempio tappando le condotte utilizzate per scolmare i bacini in caso di necessità. Tuttavia, esistono norme molto severe e controlli estensivi per verificare che tali scarichi non si ostruiscano, per ragioni facilmente comprensibili nel paese del Vajont. Le stesse dighe sono tipicamente dimensionate per resistere a carichi assai più importanti di quello potenzialmente determinato da quella frazione dei sedimenti che si deposita proprio a ridosso dello sbarramento.</p>
<p>Quindi, non c&#8217;è neppure particolare esigenza di sicurezza, e del resto non risulta alcuna segnalazione in tal senso da parte degli organi competenti (inclusa la sonnecchiosa direzione generale grandi dighe del ministero delle Infrastrutture che, secondo le malelingue, avrebbe promosso il provvedimento). Ma se non ci sono ragioni oggettive, come spiegarsi la presenza di una simile norma in un simile contesto? A essere malevoli, viene da pensare che l&#8217;obiettivo della norma non sia avere delle dighe dragate, ma avere delle dighe da dragare &#8211; come nota anche <a href="http://energia.corriere.it/2011/12/11/dighe-il-business-continua-ma-chi-paga/">Stefano Agnoli</a>. Questo implica enormi costi, economici e ambientali, perché trasportare tutta l&#8217;attrezzatura necessaria in quota, e dragare le dighe per mezzo di chiatte oppure dopo averle svuotate comporta sforzi colossali. Il fondo rimosso andrebbe trasportato e stoccato altrove, e anche questo implica costi e stress sul sistema, già non brillante, di gestione degli inerti. Per dare un&#8217;idea, un amico del settore mi dice che, spannometricamente, si potrebbe stimare il volume di materiali da asportare &#8211; <em>senza che vi sia alcuna necessità di farlo </em>- tra 1 e 2 milioni di metri cubi per ciascun invaso, pari a 100-200 mila carichi di camion, con costi complessivi stimabili nell&#8217;ordine del miliardi di euro.</p>
<p>Ora, questo miliardo di euro non entrerebbe nelle nostre belle statistiche sul debito e la spesa pubblica, perché sarebbe spesa formalmente privata &#8211; sarebbero le società che gestiscono i bacini a doversene fare carico. In un modo o nell&#8217;altro, questo colpirebbe la collettività: in parte questi extracosti si riverserebbero in bolletta, in parte si tradurrebbero in minori utili e quindi minori dividendi per gli azionisti e/o minori investimenti. In un periodo in cui la parola d&#8217;ordine è &#8220;austerità&#8221;, è davvero bizzarro che sia proprio il decreto &#8220;salva Italia&#8221; a introdurre spese pazze, pubbliche o private che siano.</p>
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		<title>Manovra Monti: Più accise, meno crescita</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 11:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[accise]]></category>
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		<description><![CDATA[Servono soldi? Prendili agli automobilisti! Potrebbe essere il sottotitolo di una parte consistente della politica fiscale della prima repubblica e anche della seconda, governi tecnici compresi. La manovra approvata ieri dal consiglio dei ministri prevede, all’articolo 15, l’ennesimo aggravio della tassazione sui carburanti per autotrazione, peraltro in un momento di forte tensione sui prezzi: a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Servono soldi? Prendili agli automobilisti! Potrebbe essere il sottotitolo di una parte consistente della politica fiscale della prima repubblica e anche della seconda, governi tecnici compresi. La manovra approvata ieri dal consiglio dei ministri prevede, all’articolo 15, l’ennesimo aggravio della tassazione sui carburanti per autotrazione, peraltro in un momento di forte tensione sui prezzi: a partire dal 1 gennaio 2012, su ogni litro di benzina si dovranno pagare 0,704 euro, mentre sul gasolio l’accisa salirà a 0,593 euro. Al lordo dell’Iva al 21 per cento (che grava pure sulla componente fiscale, oltre che sul prezzo propriamente detto) questo fa lievitare l’imposta effettiva, rispettivamente, a 0,852 e 0,718 euro al litro. Altri aumenti sono attesi dal 1 gennaio 2013, quando si passerà, rispettivamente e al netto dell’Iva, a quasi 0,705 e 0,594 euro / litro (quasi 0,853 e poco più di 0,718 euro / litro).</p>
<p><span id="more-10764"></span>Ci sono varie ragioni per cui questo aumento è una scelta scellerata nel merito e sbagliata nel metodo, oltre che dannosa. La ragione più ovvia – che si estende ovviamente a tutti gli altri interventi in materia di maggiori entrate – è che, in un momento come questo e con la pressione fiscale che già abbiamo, ogni aumento del carico tributario mette un’enorme ipoteca sulle prospettive di crescita del paese. Lo hanno detto <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_04/alesina_giavazzi-presidente-cosi-non-va_0205d1da-1e50-11e1-b26c-4b15387dad1c.shtml">Alberto Alesina e Francesco Giavazzi</a> sul Corriere della sera di ieri, e c’è poco da aggiungere. Secondo: l’aumento delle accise si prevede produrrà un gettito di oltre un miliardo di euro, che si andrà aggiungere ai quasi 23 miliardi che le solo accise (al netto dell’Iva) su benzina e gasolio <a href="http://www.unionepetrolifera.it/it/show/168/Fiscalit%C3%83">si stima</a> abbiano prodotto nel 2010. Un gettito che tiene, in virtù dei continui inasprimenti fiscali, a dispetto di una dinamica dei consumi piatta o in declino, e che nel 2011 è molto probabilmente aumentato ancora.</p>
<p>Infatti, e questa è la terza ragione per cui si tratta di un intervento scellerato, il 2011 è stato un anno record per la fiscalità sui carburanti: abbiamo assistito ad aumenti incontrollati e, per l’entità complessiva, forse senza precedenti. Facciamo il riassunto, a uso e consumo degli smemorati: dal 6 aprile paghiamo quasi 1 centesimo in più su entrambi i prodotti per garantire il finanziamento del Fus (ce ne siamo occupati <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_99_Cultura_Accise.pdf">qui</a> con Filippo Cavazzoni). Il 28 giugno l’emergenza immigrati ha “giustificato” l’aggiunta di 4 centesimi, ancora una volta sia sulla benzina sia sul gasolio. Il 1 luglio l’ingordo Fus ha preteso altri 1,9 centesimi. L’alluvione di novembre ha portato in eredità un altro centesimo ancora. Complessivamente, fanno quasi 6 centesimi, parte dei quali avrebbero dovuto “scadere” alla fine di quest’anno. Invece, Babbo Natale porterà in dono un’addizionale di oltre 8 centesimi sulla benzina e 11 sul gasolio, sempre al netto dell’Iva (circa 10 e più di 13 includendo l’imposta sul valore aggiunto). Tutto ciò senza considerare, naturalmente, le addizionali regionali sulla benzina: dal 1 gennaio 2012, Toscana e Piemonte si aggiungeranno alle sette regioni che già le hanno (Campania, Molise, Liguria, Marche, Puglia, Calabria, mentre l’Abruzzo la sta cancellando), con valori da un minimo di 2,58 centesimi in Campania, Molise, Puglia e Calabria fino al record di 7,6 centesimi nelle Marche.</p>
<p>Ora, la prima legge dell’economia dice una cosa molto semplice: “più lo tassi, meno lo consumi”. Che è la terza ragione di perplessità, per usare un eufemismo. Costringere gli italiani a rinunciare sempre più all’automobile, in un paese policentrico e dove comunque il trasporto pubblico è quello che è, significa imporre una tara enorme sia agli individui e alle famiglie, sia al sistema produttivo, che vedrà lievitare il costo di tutti quei beni, servizi o fattori di produzione per cui il costo del trasporto è una voce rilevante. Questo non può che avere effetti recessivi.</p>
<p>Quinta e ultima ragione, è che il governo sembra muoversi nella convinzione, che peraltro ha animato l’azione anche di tutti i governi precedenti di destra o di sinistra che fossero, che il settore petrolifero (o, che è lo stesso, i consumatori di prodotti petroliferi) fosse la tasca profonda nella quale è più facile pescare dei soldi. Purtroppo, se mai questo è stato vero, non lo è più, specialmente se si considera che, in Italia, il settore petrolifero è essenzialmente downstream (raffinazione e distribuzione dei prodotti raffinati), non upstream (esplorazione e produzione, dove oggi stanno i “soldi veri”). La raffinazione, in particolare, soffre per una crisi strutturale che ha molte cause, le più importanti delle quali sono l’aumento dei costi dettato dalla regolamentazione (<a href="http://www.agienergia.it/Analisi.aspx?idd=202&amp;id=68&amp;ante=0">qui</a> e <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=739&amp;id=35&amp;ante=0">qui</a> un quadro generale rispettivamente mio e di Lisa Orlandi, <a href="http://www.agienergia.it/Intervista.aspx?idd=194&amp;id=69&amp;ante=0">qui</a> la posizione delle imprese, <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=740&amp;id=35&amp;ante=0">qui</a> Lucia Quaglino sul caso particolare della riduzione del tenore di zolfo nei bunkeraggi). Questa crisi – ben visibile negli andamenti preoccupanti dei margini di raffinazione – non è solo italiana ma europea; l’Italia, tuttavia, pur avendo alcuni punti di forza soffre di una fiscalità particolarmente aggressiva sia sui prodotti, sia sulle imprese (taglieggiate dai 10 punti della <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/robin-tax/">Robin Tax</a>). Il risultato è un serio rischio di chiusura di alcune raffinerie nell’immediato, e di prolungata agonia dell’intero settore nel medio termine.</p>
<p>Ora, la domanda è semplicemente questo: ha senso, per un miliardo di euro di maggiori entrate, stringere il cappio attorno al collo di famiglie e imprese che consumano prodotti petroliferi, e condannare all’estinzione un altro pezzo della nostra industria? Si può anche rispondere di sì, ma bisogna avere il coraggio di farlo esplicitamente.</p>
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