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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Carlo Lottieri</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Vite imprevidenti, esistenze amministrate (ossia, sui paradossi pensionistici)</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 11:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l&#8217;accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel cuore. Leggo sulla stampa di oggi che anche un luminare in malattie infettive dell’ospedale di Brescia, professor Giampiero Carosi,  è costretto ad andare in pensione (è nato nel 1941) e ad abbandonare l’Istituto universitario che dirige.</p>
<p>Poi c’è il “resto del mondo”, ossia il nuovo leader del sindacalismo tricolore, Umberto Bossi, quotidianamente in trincea per difendere il diritto ad andare in pensione prima dei 65 anni, mentre l’Europa, Angela Merkel, gli opinionisti illuminati, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e – chi lo sa? – forse anche l’Uefa e i mormoni dello Utah spingono per una riforma che ritardi quanto più sia possibile l’età del pensionamento.<span id="more-10367"></span></p>
<p>La contraddizione (in parte apparente) è presto detta: un professore anziano costa ai conti pubblici assai più di un professore pensionato, e poiché si spera che non verrà sostituito l’operazione – sul piano contabile – è conveniente. Se invece un operaio smette di lavorare, non vivrà più con i soldi che prima riceveva dall’impresa in cambio del suo lavoro, ma con il denaro che l’Inps avrebbe dovuto accantonare e investire (e che invece sono spariti nel buco nero della previdenza di Stato).</p>
<p>Tutto discende dal fatto che il mondo, da tempo, è a testa in giù. La gente non ha la possibilità di gestire da sé il proprio risparmio previdenziale, costruendosi una pensione per la vecchiaia. No: la statizzazione della previdenza fa sì che siamo tutti immersi in logiche collettiviste. Si paga tanto (di sicuro) e si riceverà qualcosa (forse). Le pensioni di Stato hanno riscritto Karl Marx in questi  termini: “da ciascuno secondo le sue possibilità, e quanto più può; e a ciascuno secondo la sua capacità di strappare benefici e privilegi”.</p>
<p>Lo Stato, che un tempo era essenzialmente guerre e conquiste, oggi è divenuto buono. Lo Stato, oggi, è in primo luogo la Previdenza che si prende cura di noi. Possiamo anche diventare più stupidi di quanto non siamo già, possiamo anche giocare tutti i nostri soldi alle slot-machine del bara sotto casa. Che importa? Lo Stato pensa ai noi e amministra la nostra vita. Perché mai dovremmo lamentarsi?</p>
<p>P.S. Sempre sui giornali di oggi si può leggere che tra meno di venti mesi potranno ottenere il diritto al vitalizio pensionistico i quarantacinquenni Italo Bocchino e Alberto Giorgetti, e molti altri (magari meno noti) che sono nella loro situazione. Ma il vero problema non è tanto la Casta. Il nemico da sconfiggere è il socialismo.</p>
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		<title>Deficit di bilancio e salutismo tributario</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come spiega la scienza delle finanze, l’imposizione fiscale si propone essenzialmente due obiettivi: recuperare risorse per lo Stato e orientare i comportamenti dei privati. Non si sottrae a questa regola neppure la recente proposta che è venuta ad imporsi nel dibattito pubblico francese, a seguito di un’iniziativa governativa, di penalizzare sul piano tributario le bevande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come spiega la scienza delle finanze, l’imposizione fiscale si propone essenzialmente due obiettivi: recuperare risorse per lo Stato e orientare i comportamenti dei privati. Non si sottrae a questa regola neppure la recente proposta che è venuta ad imporsi nel dibattito pubblico francese, a seguito di un’iniziativa governativa, di penalizzare sul piano tributario le bevande gasate. Ne parla Valentin Petkantchin, ricercatore franco-bulgaro dell’Institut Molinari, in un suo accurato studio sul tema intitolato <a href="http://www.institutmolinari.org/IMG/pdf/note0411_fr.pdf">&#8220;Les taxes sodas, une mesure inefficace pour régler les problèmes d’obésité et de déficit public&#8221;</a>. <span id="more-10291"></span></p>
<p>Ormai siamo alla frutta, se perfino ci si riduce a importare dall’America il loro ridicolo salutismo paternalista al fine di provare a salvare i conti dello Stato senza ammettere che bisogna, soprattutto, colpire con decisione le spese: dalla politica economica alla previdenza, dalla sanità all’istruzione.</p>
<p>Nella disperazione di classi politiche allo sbando che non sanno come giustificare la loro rapacità, il salutismo (al pari dell’ecologia) offre una foglia di fico che sembra, agli occhi dei gonzi, giustificare ogni genere di intervento. Naturalmente nel nostro interesse.</p>
<p>In un bell’articolo contro la statizzazione del mondo sanitario <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8083">disponibile in italiano nel sito dell’IBL</a>, il grande psichiatra Thomas Szasz ricordava quel celebre passo di Henry David Thoreau, che ebbe a osservare: «Se sapessi con certezza che qualcuno sta venendo a casa mia con l’intenzione di farmi del bene, scapperei a gambe levate». Difficile trovare espressioni più convincenti.</p>
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		<title>Sovrani e mercati: lunedì, a Milano, con il principe Hans-Adam II</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 10:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel corso della storia molte cose avvengono un po’ per caso o, meglio, in assenza di un disegno deliberato. Blaise Pascal sottolineò che se il naso di Cleopatra fosse stato un po’ più lungo, e quindi se quella donna avesse esercitato meno fascino su Cesare e Augusto, l’intera storia sarebbe potuta essere differente.
La sopravvivenza dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso della storia molte cose avvengono un po’ per caso o, meglio, in assenza di un disegno deliberato. Blaise Pascal sottolineò che se il naso di Cleopatra fosse stato un po’ più lungo, e quindi se quella donna avesse esercitato meno fascino su Cesare e Augusto, l’intera storia sarebbe potuta essere differente.</p>
<p>La sopravvivenza dei cantoni svizzeri e, ancor più, di piccole realtà come Montecarlo, Liechtenstein, San Marino o Andorra è certamente il frutto di una serie di contingenze, grazie alle quali il trionfo dello Stato moderno (basato sul modello centralista, colbertista e burocratico di stampo francese) ha finito per risparmiare queste entità politiche. Il fatto che tali minuscole istituzioni siano oggi assai più ricche e meglio amministrate del resto del continente è un dato bruto, sotto gli occhi di tutti, da cui certo non si può ricavare alcuna legge. Dovrebbe però suscitare il desiderio di approfondire il tema.</p>
<p>Ciò sarà possibile <a href="http://www.brunoleoni.it/dettaglio-eventi.aspx?ID=287">a Milano, lunedì 26 settembre, quando su invito dell’Istituto Bruno Leoni il principe Hans-Adam II</a>, sovrano del Liechtenstein, presenterà un suo recente libro intitolato <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=10637&amp;level1=2166&amp;codice=11">“Lo Stato nel terzo millennio” (edito da IBL Libri e in vendita a 20 euro)</a>, in cui si delineano le caratteristiche fondamentali di istituzioni politiche in grado di fronteggiare le maggiori sfide del presente.<span id="more-10119"></span></p>
<p>Il volume, va riconosciuto, è una lettura assai interessante. Nel corso della sua vita politica e lavorativa, Hans-Adam II ha avuto infatti l’opportunità – come egli stesso sottolinea nella Prefazione al volume – di</p>
<blockquote><p>considerare lo Stato da molti, differenti punti di vista: in qualità di Capo di Stato; di uomo politico, che in una democrazia diretta deve conquistare il voto popolare; in quanto uomo d’affari, attivo non soltanto nel proprio Stato, ma anche in altri continenti; infine come storico dilettante, affascinato dall’evoluzione dell’umanità e che si è occupato dell’influenza della tecnologia militare, del commercio e dell’economia sulla grandezza degli Stati.</p></blockquote>
<p>Proprietaria di un importante gruppo bancario, la casa regnante del Liechtenstein si trova da tempo nell’interessante posizione di chi, da un lato, amministra un piccolo territorio e, dall’altro, si trova a fare i conti ogni giorno con i problemi, gli intralci, l’esosità e l’inefficienza di apparati statali che – specie in Europa – sembrano voler sbarrare in tutti i modi la strada a quanti intendono fare, intraprendere, lavorare, produrre.</p>
<p>Nel libro, dunque, la voce del principe-imprenditore ha un tono molto netto quando sottolinea la necessità di costruire una democrazia autentica, che non si faccia intrappolare dagli interessi delle caste politiche, dei dipendenti pubblici, dei gruppi di interesse. Uno Stato può avere senso, dice il monarca liechtensteiniano, se esso si mette al servizio dei propri cittadini e restituisce loro più di quanto riceve, e soprattutto se ne rispetta i diritti individuali. Se insomma si rivela utile alla popolazione e ne agevola le attività.</p>
<p>Da qui il progetto di uno Stato che da un lato deve ritrarsi sempre più, lasciando spazio alle imprese di mercato, e dall’altro deve agire anch’esso come un’impresa capaci di reggere la competizione.</p>
<p>Va ricordato, per giunta, che le piccole realtà politiche europee hanno cominciato a svilupparsi e a crescere quando hanno iniziato a sfidare i grandi Stati nazionali, entrando in concorrenza con loro. Sforzandosi di offrire servizi di qualità in cambio di una tassazione assai moderata, le minuscole comunità politiche sono rapidamente diventate l’approdo di imprese, individui e capitali vogliosi di sottrarsi alla rapacità dei sistemi politici maturi. E mentre in Francia, in Germania o in Italia l’imposizione fiscale cresceva sempre più, di pari passo aumentava il numero di quanti cercavano rifugio a Zurigo o in Lussemburgo, a Monaco o a Vaduz.</p>
<p>Gratificato dai risultati ottenuti sul “quasi-mercato” dei governi europei (dalla capacità di trarre vantaggio dalla competizione istituzionale), il Liechtenstein ora si candida anche a luogo di sperimentazione di soluzioni politiche avanzate, che traducano nei fatti talune ardite teorizzazioni liberali. In questo senso, il libro è una riflessione teorica e, al tempo stesso, il resoconto di una serie di decisioni premiate dal successo: come nel caso dell’adozione di quel sistema previdenziale a capitalizzazione grazie al quale ogni lavoratore costruisce, anno dopo anno, quella ricchezza personale che, in età avanzata, sarà convertita in un vitalizio.</p>
<p>Il testo contiene varie idee sorprendenti, molte delle quali sono già inserite nella <a href="http://www.llv.li/verfassung-e-01-02-09.doc.pdf">costituzione del principato (modificata nel 2003)</a>. Meno di dieci anni fa, infatti, Hans-Adam II si è lanciato in una battaglia politica – coronata dal successo – per aumentare la capacità di governo del sovrano stesso, attenuando il ruolo dei politici eletti. In qualche modo, egli ha voluto avvicinare il Liechtenstein a un’impresa di cui il principe sia in qualche modo l’amministratore delegato: e infatti la nuova carta fondamentale introduce la possibilità di “licenziare&#8221;, per via referendaria, sia il principe sul trono che l’intera casa regnante, diventando una repubblica.</p>
<p>Oltre a ciò, la costituzione offre a ognuno degli undici comuni che compongono il territorio di convocare un referendum e secedere: dando vita a un’entità autonoma o entrando in un altro Stato (Svizzera, Austria, ecc.).</p>
<p>Il senso dell’operazione è molto chiaro e, richiamando alla mente la più importante figura della scienza politica italiana del Novecento, assai “migliano”. In fondo, lo stesso Gianfranco Miglio fu sempre mosso dalla necessità di evidenziare i rapporti di responsabilità – il suo interesse per il decisionismo veniva da lì – e proprio per questo, in tarda età, fu attratto dalle logiche del federalismo più radicale e perfino da talune tesi libertarie.</p>
<p>Probabilmente c’è molto di casuale nella sopravvivenza di un’antica realtà medievale come il Liechtenstein, mentre ad esempio Venezia o la Lega Anseatica sono scomparse. Ma c’è ben poco di fortuito nel fatto che proprio da questo istituto sorto “prima” dello Stato moderno e “fuori” dalle sue logiche oggi vengano a noi idee, progetti ed esperimenti che intendono  aiutarci a progredire verso una società più libera.</p>
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		<title>Colpire i redditi medio-alti è negare un futuro al Paese</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 08:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono ore di difficili e convulse discussioni all’interno del mondo politico italiano, chiamato a riformulare in tempi stretti il bilancio dello Stato per cercare di salvare il salvabile. In questo caos non privo di tratti farseschi, anche l’informazione fatica a seguire quanto sta avvenendo, ma se fosse vero <a href="http://www.corriere.it/economia/11_agosto_12/prelievo-oltre-i-90-mila-euro-e-piu-irpef-sui-redditi-autonomi-mac_f4307608-c4ab-11e0-a78d-d70af0455edb.shtml?fr=box_primopiano">quanto riportato dalla stampa di stamattina (12 agosto 2001)</a>, e cioè che si va verso un taglio delle retribuzioni nel privato che siano superiori ai 90 mila euro – e neppure <em>una tantum</em>, ma strutturale – insieme ad analoghe misure per il lavoro autonomo, se davvero sarà così vorrà dire che l’Italia si ritroverà a settembre perfino peggiore di quanto non fosse a luglio.<span id="more-9887"></span></p>
<p>Invece che cogliere la dolorosa opportunità della tempesta  sui mercati, ad esempio, per abolire le province e – ancor più – per mettere in vendita le grandi aziende pubbliche, si colpisce la fascia medio-alta della popolazione e neppure si avverte quali saranno le conseguenze di tale scelta.</p>
<p>È uno stipendio più che decoroso, nell’Italia di oggi, quello di quanti nel settore privato oggi guadagnano oltre 90 mila euro lordi. È chiaro che in tasca essi mettono assai meno, al netto delle imposte, ma è anche evidente che stiamo parlando per lo più di di ingegneri e altri laureati ad alta professionalità.</p>
<p>Per giunta, sono persone che – per evidenti ragioni – sono spesso assai più “globalizzate” degli altri lavoratori. Si tratta di gente che in vari casi si trova di frequente all’estero proprio per ragioni di lavoro, che non di rado conosce le lingue straniere, che in molte occasioni riceve offerte professionali anche da aziende non italiane.</p>
<p>In prospettiva, una scelta come questa accentuerà un fenomeno già vistoso: la fuga dei nostri migliori connazionali e, di conseguenza, il declino della nostra società. È significativo che <a href="http://www.noisefromamerika.org/">uno dei migliori blog di informazione economica, <em>Noise from Amerika</em></a>, sia sorto per iniziativa di un gruppo di accademici di origine italiana che da tempo insegnano nelle università statunitensi e che vivono oltre Oceano. La massiccia presenza di italiani altamente qualificati negli States nel caso specifico può in parte essere addebitata alle storture del sistema universitario italiota, ma certo è figlia anche delle differenti opportunità offerte dalla nostra società e da quella americana.</p>
<p>Colpire chi guadagna più di 90 mila euro lordi significa mandare un messaggio chiarissimo a quei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni che oggi stanno costruendo il proprio futuro e che sono indirizzati verso determinate professioni. Ed è un messaggio destinato ad avere, nel medio e nel lungo termine, conseguenze terribili anche per i conti pubblici.</p>
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		<title>Il ritorno di Gianfranco Miglio: tra 150mo e crisi di sistema</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 19:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lettura del Corriere della Sera, stamattina, offriva un curioso succedersi di fatti e commenti. Mentre molte delle prime pagine erano ovviamente dedicate al progressivo sgretolarsi del welfare State nazionale (sfiancato da decenni di democrazia in deficit, per usare l’immagine di Buchanan e Wagner) e anche dal rianimarsi di uno spirito “anti-politico” prigioniero dell’illusione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lettura del <em>Corriere della Sera</em>, stamattina, offriva un curioso succedersi di fatti e commenti. Mentre molte delle prime pagine erano ovviamente dedicate al progressivo sgretolarsi del <em>welfare State</em> nazionale (sfiancato da decenni di <em>democrazia in deficit</em>, per usare l’immagine di Buchanan e Wagner) e anche dal rianimarsi di uno spirito “anti-politico” prigioniero dell’illusione che basti ridurre i privilegi della casta parlamentare per evitare il fallimento del sistema redistributivo, le pagine sempre un po’ più atemporali consacrate ai temi culturali focalizzavano l’attenzione su quello che, senza dubbio, verrà ricordato come il maggior scienziato politico di secondo Novecento: Gianfranco Miglio.<span id="more-9685"></span></p>
<p>Dopo il decennio abbondante di silenzio che ha fatto seguito alla morte, si torna insomma a parlare dello studioso comasco, soprattutto grazie alla determinazione con cui Alessandro Vitale – che di Miglio è stato l’ultimo allievo – ha  bussato alla porta di molti per far sì che la trascrizione delle sue straordinarie lezioni universitarie degli anni Settanta e Ottanta fossero raccolte in volume. E così il 25 agosto sarà finalmente in libreria (edita dal Mulino e intitolata <em>Lezioni di politica</em>) un’opera in due tomi, curata da Davide G. Bianchi e dal medesimo Vitale, in cui sono riunite lezioni che, a distanza di anni, non hanno perso per nulla il vigore originario e anzi mostrano quanto fosse visionaria la prospettiva teorica adottata da questo studioso.</p>
<p>Per chi ha avuto la fortuna di sentire la voce di Miglio risuonare nelle aule dell’università Cattolica di Milano la pubblicazione di queste pagine permette di rivivere un’esperienza particolare. Ma non si pensi che questa del Mulino sia un’operazione di tipo nostalgico. Al contrario, i testi migliani contengono elementi in qualche modo esplosivi anche perché, come ha rilevato Carlo Galli sul <em>Corriere</em>, nella teoria di questo autore lo Stato “è il grande nemico da combattere”, dato che egli “intende superare la distinzione tra la sfera pubblica e quella privata per organizzare la convivenza mediante un patto tra interessi corporati”.</p>
<p>Questo spiega come in Miglio (e particolarmente negli ultimi anni) la critica della modernità statuale lo abbia portato a valorizzare il federalismo: poiché la sua idea è che una politica legittima e destinata a durare implichi rapporti pattizi, liberamente scelti, e quindi una società di uomini responsabili e affrancati dai miti della religione civile e del repubblicanesimo.</p>
<p>Questo aiuta anche a comprendere perché si sia dovuto tanto aspettare per questa riscoperta di Miglio. E il motivo sta nel fatto che la sua è un’eredità imbarazzante per molti: quasi per tutti. Miglio è un autore scomodo per tanti cattolici, perché sebbene egli abbia sempre operato negli ambienti di largo Gemelli – dove fu anche preside della facoltà di Scienze Politiche – è sempre stato distante dal moralismo di quei cristiani portati a confondere la libera fraternità volontaria e la solidarietà di Stato imposta da politici e burocrati. Proprio perché strutturalmente “conservatore” (come hanno rilevato Lorenzo Ornaghi e Pierangelo Schiera nel loro intervento sul <em>Corriere</em>), egli tendeva a mostrarsi assai scettico di fronte alla retorica socialdemocratica che nel corso del Novecento ha pervaso il mondo cattolico e ha snaturato una tradizione culturale lunga due millenni.</p>
<p>Ma anche chi ha voluto vedere in lui un “reazionario” – sebbene <em>di genio</em> – si trova oggi un poco a disagio dinanzi all’eredità migliana. Diversamente da un autore come Carl Schmitt, ad esempio, Miglio appare assai poco utilizzabile dagli statalisti di destra e di sinistra, perché in lui il realismo politico si è progressivamente convertito in una critica radicale della modernità che ha finito per contestare il vero totem degli intellettuali del nostro tempo: il potere pubblico. Mentre post-fascisti e post-comunisti possono amabilmente duettare in convegni consacrati al problema della tecnica in Heidegger o alla crisi del sentimento comunitario, l’aspra critica dello Stato e del parassitismo organizzato che sono al centro della riflessione migliana fa sì che questo autore sparigli le carte e obblighi ad abbandonare i minuetti di quel gioco accademico che tende a mantenere le cose sempre identiche a se stesse.</p>
<p>Per Miglio, il federalismo poteva rappresentare una vera alternativa allo Stato: era la costituzione di un ordine basato su autonomia, concorrenza istituzionale, libertà locale, responsabilità, diritto di secessione. Era la riscoperta di quell’altra “metà del cielo”, per usare una tipica metafora migliana, in cui lo studioso lombardo collocava le istituzioni <em>perdenti</em> del mondo moderno: dalle Province Unite olandesi alla Lega Anseatica. Tutti ordini politici privi di un vero centro di potere e basati su accordi essenzialmente privatistici, che hanno indicato all’Europa una strada alternativa rispetto a quella dello Stato che quasi nessuno, però, ha voluto o saputo imboccare. (Forse l’unica eccezione è rappresentata dalla Svizzera.)</p>
<p>In ragione di questo suo radicalismo, Miglio è scomodo anche per chi oggi vorrebbe contrabbandare per federalismo una semplice revisione di quello Stato centralizzato, giacobino e prefettizio, che la Destra storica ha costruito all’indomani dell’unificazione italiana.</p>
<p>Questo spiega perché quello di Miglio sia un pensiero destinato a disturbare molti. E non a caso, dopo la sua morte, il silenzio è sceso come una pesante coltre sopra quelle riflessioni ancora oggi esplosive e più di altre meglio in grado di aiutarci a far fronte ai disastri del presente.</p>
<p>Oggi, comunque, Miglio sta tornando al centro della scna, proprio mentre nel 150mo anniversario dell&#8217;unità vengono al pettine tutti gli errori commessi in quei lunghi decenni durante i quali il professore ha vivisezionato vizi e paradossi della politica nostrana. Miglio ora è riscoperto a dispetto di tutto, ma in fondo non c&#8217;è da stupirsi. Alla fine, il destino del genio è quello d&#8217;imporsi.</p>
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		<title>Dovremmo davvero mettere al rogo gli speculatori?</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 17:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno circola con sempre più insistenza la tesi secondo cui la speculazione starebbe mettendo in ginocchio le banche italiane e minaccerebbe addirittura la stabilità del bilancio statale. Se con l’espressione <em>speculazione</em> ci si riferisce al mercato finanziario internazionale, è sicuramente vero che nell’ultima settimana i titoli di Unicredit e di Intesa hanno ceduto molte posizioni, proprio mentre lo <em>spread </em>tra i titoli italiani e quelli tedeschi (ad esempio) cresceva in maniera significativa.</p>
<p>Quando si usa il termine “speculazione”, però, s’intende dire assai di più.<span id="more-9542"></span></p>
<p>Qualcuno, come il viceministro tedesco Werner Hoyer, ha parlato di “speculazioni irrazionali” <a href="http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/410880/">in un’intervista rilasciata a La Stampa</a>. La tesi sottesa è che in definitiva tutto va bene, l’Italia è sulla buona strada, le banche sono solide e quello che dicono i mercati conta poco o nulla, perché quanti vendono e comprano titoli esprimono giudizi infondati e incoerenti. I vertici politici conoscono davvero la realtà, mentre i responsi emergenti dai mercati sono frutto di una sorta di follia collettiva. Peccato che Hoyer giochi da pompiere spendendo solo parole, mentre chi ha acceso l’incendio ha messo sul tavolo i propri soldi.</p>
<p>In generale, però, ben più che irrazionale la speculazione è rappresentata come perversa, rapace, prepotente. Per molti, lo speculatore è un criminale. Anzi, è assai peggio di un criminale, come ebbe a sintetizzare ottimamente Bertolt Brecht: “In fondo, cos’è rapinare una banca a paragone del fondarne una?”.</p>
<p>Nello specifico, l’idea è che i titoli delle banche italiane e perfino i nostri bond statali valgano assai di più, ma siano deprezzati per iniziativa di alcuni avventurieri senza scrupoli che prima fanno loro perdere valore (vendendo massicciamente) e poi magari realizzano profitti acquistando i medesimi titoli quando il prezzo è crollato. La narrazione prevede essenzialmente tre soggetti: un gruppo di capitalisti cinici, spregiudicati e (quasi) onnipotenti che sono in grado di fare e disfare fortune; aziende e Stati sostanzialmente passivi, che sono in balia di questi sommovimenti e vedono i propri titoli salire e scendere senza poter far molto; il solito “parco buoi” – versione finanziaria della vecchia plebe ignorante – che compra i titoli quando sono le quotazioni sono alte e li vende quando esse sono scese.</p>
<p>In questa situazione, che fare?</p>
<p>La risposta che sembra venire da ogni parte è sempre la stessa: bisogna regolamentare. Il mercato è irrazionale e feroce, e quindi c’è bisogno che qualche Autorità (un politico, un professore, un burocrate) lo metta sotto controllo. A finire sotto il fuoco della critica, in particolare, è il cosiddetto <em>naked short selling</em>, che permette di operare allo scoperto e anche vendere titoli che non si posseggono: ovviamente pagandone lo scotto nel caso in cui i titoli in questione si rafforzino. (<a href="http://www.corriere.it/economia/11_luglio_10/mucchetti_borsa-speculazione-attacca-consob-lavora_b2c432b8-aad9-11e0-a2e7-98abda3c461e.shtml">Massimo Mucchetti, ad esempio, sul <em>Corriere della Sera</em> interpreta questa posizione</a>).</p>
<p>La tesi di quanti vogliono imbrigliare gli scambi è però davvero curiosa, perché si fa fatica a comprendere che senso abbia reagire al cattivo giudizio dei mercati impedendo loro di esprimersi. Chi compra e vende titoli oppure azioni rischia del suo nella convinzione di aver compreso dove va dirigendosi il mercato. D’altra parte, un’impresa che sceglie di quotarsi in borsa e uno Stato che emette propri bond devono sapere che, da quel momento in poi, vi sarà chi esprimerà opinioni differenti – e magari spiacevoli – sulle loro prospettive economiche.</p>
<p>Da un lato si fanno pressioni sulla Consob e dall’altro già si parla – poteva forse mancare? – di un probabile intervento di qualche Procura, affinché si colpisca chi avrebbe venduto <em>dolosamente</em>… (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-07-10/banche-bruciati-miliardi-sedute-144432.shtml?uuid=AaULT1mD">ne parla addirittura <em>Il Sole 24 Ore</em></a>).</p>
<p>Un’altra considerazione elementare. Mentre i moralizzatori più o meno colbertisti condannano gli gnomi della finanza globale, mentre non ci stupirebbe vedere in televisione un qualche ministro mettersi a citare gli scritti fantaeconomici di Ezra Pound o del maggiore Clifford Douglas, l’uomo della strada si chiede per quale motivo quei signori onnipotenti della finanza plutocratica – si trovino a Londra o a New York, poco importa – attaccano i bond italiani, quelli portoghesi e quelli greci, e non invece i titoli svizzeri o tedeschi. Se il gioco è tanto semplice e la manipolazione così evidente, perché non realizzare profitti ancora maggiori con altri titoli di Stato?</p>
<p>L’uomo della strada ha capito molto più degli esperti, perché sa che l’Italia è indebitata e sa che questo va producendo conseguenze assai gravi all’intero sistema produttivo: banche incluse. Se negli ultimi mesi a entrare in crisi sono stati taluni titoli europei e non altri, è perché gli investitori non sono disposti ad accettare un 2% di interesse da un titolo che ha buone probabilità di essere declassato. Chi negli anni scorsi aveva comprato titoli argentini con interessi stratosferici non era molto autorizzato a lamentarsi quando si è trovato di fronte il fallimento di Buenos Aires.</p>
<p>Bisognerebbe anche ricordare che gli speculatori (gli attori della finanza) fanno parte di un complesso sistema economico che include anche quanti, avendo qualche risparmio, cercano investimenti che offrano un buon rapporto tra rischi e benefici. E se il caos politico ed economico dell’Italia non promette un futuro roseo, è chiaro che i potenziali acquirenti dei nostri Bot esigono interessi più elevati.</p>
<p>Gli speculatori fanno il loro mestiere: comprano e vendono, rischiando i loro capitali. Dovremmo anzi ringraziarli dato che, con le loro iniziative, permettono una migliore circolazione delle informazioni (i prezzi, si sa, sono soprattutto veicoli di conoscenze).</p>
<p>Di fronte ai pericoli che minacciano la società italiana è ridicolo puntare il dito su chi oggi è assai meno disposto di ieri a valutare positivamente il nostro debito pubblico. Bisognerebbe invece mettere sotto processo chi ha assunto dipendenti statali e ora non vuole ridurne il numero; su cui continua a rinviare ogni liberalizzazione; su cui nemmeno è sfiorato dall’idea di mettere sul mercato le imprese parastatali, dall’Eni all’Enel, anche perché deve piazzare i propri uomini (<em>honi soit qui mal y pense</em>) in questo o quel consiglio d’amministrazione.</p>
<p>L’attuale sistema economico, per i suoi intrecci tra Stato e mercato, ha molti difetti e merita interventi coraggiosi. Ma non è certo contestando l’azione degli speculatori e invocando un&#8217;ulteriore regolazione che ci si muoverà nella direzione giusta.</p>
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		<title>Internet, Leoni, la Fcc e le libertà a venire</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quale potrà essere lo sviluppo delle cosiddetta “primavera araba” è oggi difficile dirlo, ma una cosa è certa: che questo sommovimento a danno dei regimi autoritari della regione e questa forte richiesta di riforme e libertà non sarebbe stata nemmeno immaginabile senza Internet. È lo spazio di confronto, informazione e interazione assicurato a un numero crescente di persone dallo sviluppo del “virtuale” ad avere favorito la mobilitazione popolare che oggi sta cambiando il volto dell’Egitto, della Tunisia, della Siria e via dicendo.</p>
<p>Ben poco di tutto ciò esisterebbe, però, senza l’America e anche per questo motivo è fondamentale una realtà come la <a href="http://www.fcc.gov/">Fcc (Federal Communications Commission</a>), l’agenzia federale statunitense creata nel 1934 e a cui è affidato il compito di regolare le telecomunicazioni.<span id="more-9452"></span></p>
<p>Una parte non insignificante delle libertà del mondo intero dipende proprio dalla Fcc e anche per questo è particolarmente importante che uno dei suoi commissari, Robert McDowell, in <a href="http://transition.fcc.gov/Daily_Releases/Daily_Business/2011/db0627/DOC-307998A1.pdf">un discorso ufficiale tenuto a Stoccolma (<em>Technology and the sovereignty of the individual</em>)</a> abbia sviluppato una riflessione di grande vigore sul ruolo giocato da Internet nel mondo contemporaneo, sottolineando come la rete sia divenuta la più straordinaria vicenda di successa della deregolamentazione. Da qui la constatazione che “per continuare a promuovere libertà e prosperità, i regolatori dovrebbero seguitare a basarsi su quelle strutture di gestione non governativa di Internet che seguono una logica ‘bottom up’ (dal basso verso l’alto) e che fino a ora hanno tenuto la rete sia libera, sia ben funzionante”.</p>
<p>McDowell ha chiaramente lasciato intendere, riecheggiando in qualche modo una celebre espressione di Pierre-Joseph Proudhon, che “l’ordine è figlio della libertà”, e nel suo intervento ha bene enfatizzato che una realtà tanto complessa quanto Internet non possa essere gestita come una caserma o un ufficio postale. Non solo ha evidenziato come “inutili interventi pubblici nelle questioni di Internet diano ai governi autoritari la legittimazione politica che essi desiderano per le loro azioni volte a ostacolare la libertà della rete”, ma ha soprattutto enfatizzato il contrasto tra la libertà individuale e il potere statale, tra l’autonomia della società e le pretese del ceto politico-burocratico.</p>
<p>Una piccola, grande soddisfazione ha poi riservato a tutti noi quando – per dare forza ai suoi argomenti – ha citato il “nostro” Bruno Leoni, ricordando come nel suo pensiero sia netta la contrapposizione tra Stato e libertà individuale, tra potere pubblico e autonomia sociale. Se la tecnologia sta generando forze di liberazione del tutto nuove, è bene che gli uomini di buona volontà favoriscano questa evoluzione e che le istituzioni non intralcino una simile evoluzione.</p>
<blockquote><p>Explosive growth of telecom innovation is dissolving authoritarian regimes by strengthening the sovereignty of the individual. As Italian thinker Bruno Leoni wrote, “Individual liberty is antithetical to the power of the State.” A <em>mobile </em>Internet liberates individuals as never before. Not surprisingly, the purveyors of overwhelming state authority are threatened by this paradigm shift.</p></blockquote>
<p>Commentando lo <em>speech </em>di Stoccolma, <a href="http://techliberation.com/2011/06/29/terrific-speech-by-fccs-rob-mcdowell-on-technology-the-sovereignty-of-the-individual/">Adam Thierer ha giustamente sottolineato nel suo blog</a> come McDowell sia “un regolatore che è uno studioso di primo piano e un grande difensore della libertà individuale” e ha poi aggiunto di non poter ricordare un’altra figura di analogo livello negli apparati federali che “abbia citato il grande Bruno Leoni in un suo discorso!”. Pure di tutto questo, naturalmente, possiamo essere solo contenti.</p>
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		<title>Etienne de La Boétie: un best-seller della libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 12:08:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[La Boétie]]></category>
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		<description><![CDATA[Conoscendo le normali inclinazioni dell’editoria italiana e degli stessi lettori, è una buona notizia scoprire che al ventesimo posto della classifica dei libri di saggistica più venduti figuri in questi giorni il Discorso sulla servitù volontaria, un pamphlet scritto a metà del sedicesimo secolo da un giovanissimo Étienne de la Boétie (1530-1563) e ora edito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conoscendo le normali inclinazioni dell’editoria italiana e degli stessi lettori, è una buona notizia scoprire che al ventesimo posto della classifica dei libri di saggistica più venduti figuri in questi giorni il <a href="http://www.amazon.it/Discorso-sulla-servit%C3%B9-volontaria-Instant/dp/8861901956/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1309161576&amp;sr=8-1"><em>Discorso sulla servitù volontaria</em></a><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.amazon.it/Discorso-sulla-servit%C3%B9-volontaria-Instant/dp/8861901956/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1309161576&amp;sr=8-1%5d,">,</a></span> un <em>pamphlet</em> scritto a metà del sedicesimo secolo da un giovanissimo Étienne de la Boétie (1530-1563) e ora edito pure da Chiarelettere, che ha ripreso la tradizione di Fabio Ciaramelli. Fa piacere che La Boétie entri in molte case poiché è uno testi più cari a quanti appartengono alla tradizione liberale e libertaria, ma più in generale a tutti coloro che antepongono le ragioni del singolo alle pretese dello Stato.<span id="more-9375"></span></p>
<p>Non a caso una delle molte sue edizioni in lingua inglese include <a href="http://mises.org/rothbard/boetie.pdf">una prefazione di Murray N., Rothbard</a> (e quel medesimo testo compare anche nell’<a href="http://www.liberilibri.it/opera.php?k=72">edizione pubblicata da Liberilibri</a><a href="http://www.mail2web.com/cgi-bin/redir.asp?lid=0&amp;newsite=http%3A%2F%2Fwww%2Eliberilibri%2Eit%2Fopera%2Ephp%3Fk%3D72%5D%2C" target="_blank">,</a> nel 2004, insieme a una postfazione scritta a quattro mani da Nicola Iannello e dal sottoscritto). Ma nel 1994 il pamphlet era già stato pubblicato dalla palermitana Sellerio e dal napoletano Procaccini e l’anno successivo erano stati addirittura in tre a metterlo in catalogo: <a href="http://www.amazon.it/Discorso-servit%C3%B9-volontaria-Libert%C3%A0-storia/dp/8872190142/ref=sr_1_6?ie=UTF8&amp;qid=1309161922&amp;sr=8-6">La Rosa</a><a href="http://www.mail2web.com/cgi-bin/redir.asp?lid=0&amp;newsite=http%3A%2F%2Fwww%2Eamazon%2Eit%2FDiscorso%2Dservit%25C3%25B9%2Dvolontaria%2DLibert%25C3%25A0%2Dstoria%2Fdp%2F8872190142%2Fref%3Dsr%5F1%5F6%3Fie%3DUTF8%26qid%3D1309161922%26sr%3D8%2D6%5D" target="_blank"></a> (nella collana “La libertà nella storia” curata da Carlo Galli), Olivares (accoppiato con Jonathan Swift) e l’Istituto italiano per gli studi filosofici. Ma poi altri edizioni escono da Anarchismo, <a href="http://www.ibs.it/code/9788886314572/la-bo-euml-tie-etienne-de/discorso-sulla-servit-ugrave-volontaria.html">La Vita Felice</a> ed Edizioni di storia e letteratura.</p>
<p>Siamo di fronte, insomma, a un piccolo best-seller e al tempo stesso a un evergreen, ma soprattutto a uno dei grandi precursori del liberalismo classico: una teoria che inizia a muovere timidamente i primi passi proprio quando questo poeta, che fu anche il migliore amico di Michel Montaigne, s’interroga con tanta serietà sul potere e sul perché molti obbediscano senza reagire di fronte ad esso.</p>
<p>Prima del sedicesimo secolo avevano visto la luce molte importanti riflessioni sulla libertà: sia all’interno della filosofia greca che nella tradizione religiosa ebraico-cristiana, come pure entro altre culture. Ma il liberalismo non è tanto e soltanto una concezione che colloca al centro della scena la libertà degli uomini: esso esprime soprattutto la *resistenza* della società civile di fronte allo Stato moderno e alla pretesa del sovrano (oggi diremmo: della classe politica) di porsi al di sopra dell’ordine sociale, dominandolo e “organizzandolo”.</p>
<p>Quando poco dopo il 1550 il giovanissimo La Boétie scrive il suo <em>Discours sur la servitude volontaire</em> (che ebbe una grande diffusione anche con il titolo di *Contr’un*) Niccolò Machiavelli aveva già consegnato alla posterità <em>Il Principe</em> e, con esso, quella drammatica “sottrazione” del sovrano ad ogni vincolo morale. Jean Bodin, al contrario, doveva ancora realizzare <em>Les Six Livres de la République</em>, l’opera con cui l’idea di <em>sovranità</em> era destinata ad acquisire un’autonomia e una pienezza mai prima conosciute. Il <em>Discours</em> di La Boétie – al centro anche di complicate diatribe filologiche, di cui dà conto pure Ragghianti nel recente <a href="http://www.ibs.it/code/9788822259943/ragghianti-renzo/r-eacute-tablir-un-texte-le.html"><em>Rétablir un texte: Le “Discours de la servitude volontarie” d’Etienne de la Boétie</em>, edito nel 2010 da Olschki</a>) è dunque legato a un’epoca durante la quale il pensiero politico europeo stava elaborando una creatura nuova, lo Stato, destinato ad aggredire sempre più l’autonomia dell’individuo e la facoltà di autogovernarsi delle comunità volontarie, fino a mettere progressivamente in discussione la possibilità stessa degli uomini di interagire e cooperare pacificamente.<br />
Di fronte a questa storia (che è la  nostra  storia: quella vicenda che ha conosciuto la propria funerea apoteosi nella tragedia dei totalitarismi), La Boétie comprende il carattere illegittimo della coercizione istituzionalizzata così come sta prendendo forma in Francia e, oltre quei confini, in altre parti d’Europa. Egli avverte l’ingiustizia di una società in cui <em>un solo uomo</em> (con l’aiuto di qualche collaboratore) impone il proprio volere a masse sterminate di sudditi, i quali vengono dominati e oltraggiati. La Boétie comprende la natura di tale violenza e accetta di farsi scandalizzare da essa.</p>
<p>Non senza avvertire un qualche turbamento di fronte alla misteriosa sproporzione esistente tra il numero di quanti comandano e di coloro che ubbidiscono, il giovane letterato e giurista del Périgord pone dunque mano ad un’analisi razionale del potere e in tal modo denuncia quella complessa catena di favori, clientele e privilegi grazie ai quali il ceto politico riesce a difendere la propria posizione e a diffondere l’illusione – per usare le parole che Frédéric Bastiat impiegherà tre secolo dopo – che grazie ad esso “tutti possano vivere alle spalle di tutti”.<br />
Ma un’altra straordinaria caratteristica di questo testo è che in esso la libertà politica è concepita già in senso pienamente liberale: quale <em>libertà dal potere</em>. Per il francese, godere della libertà politica non significa altro che poter perseguire i propri scopi senza essere aggrediti dalle istituzioni e senza aggredire altre persone. Questa autonomia si regge, da un lato, su un’idea della libertà quale diritto individuale naturale, ma rinvia al tempo stesso al riconoscimento dell’inviolabilità della persona che è di fronte a noi.</p>
<p>La libertà di cui ci parla La Boétie non è insomma la <em>libertà socialista</em>ricercata da quanti chiedono alle istituzioni pubbliche di educarli, nutrirli, curarli e divertirli; e neppure la <em>libertà arbitraria</em> di quanti perseguono l’aspirazione a poter fare qualunque cosa, senza riconoscere nella vita e nella proprietà altrui un limite invalicabile.</p>
<p>Affermando una concezione talmente radicale della grandezza di ogni singolo essere umano, questo testo appare ancora oggi – dopo molti secoli – un duro atto d’accusa contro i monarchi e, più in generale, contro i governanti; ma rappresenta pure una ben precisa denuncia della passività di quanti accettano lo strapotere della classe politica o cercano in ogni modo di trarre vantaggio dal monopolio della violenza legale.</p>
<p>Al riguardo è significativo quanto Montaigne ci riferisce nel momento in cui afferma che l’autore del <em>Discours</em> avrebbe certo preferito essere nato a Venezia piuttosto che a Sarlat. Perché non è affatto sorprendente che La Boétie abbia giudicato una iattura il dover vivere entro il primo grandioso esperimento statuale ed è probabile che anche in epoche successive avrebbe mostrato un’aperta preferenza per quella che Gianfranco Miglio ha chiamato “l’altra metà del cielo”: quell’insieme di realtà istituzionali europee che – dalla Serenissima alla Confederazione elvetica, alle Province Unite – non adottarono il modello istituzionale vincente (nel corso dei secoli sempre più ossessionato dai temi della centralizzazione burocratica, dell’omogeneità nazionale, della continuità territoriale, e così via).</p>
<p>Contestando che il reale sia sempre e comunque razionale, ma anche rigettando ogni riduzione della legittimità alla legalità, La Boétie inaugura un <em>pathos</em> che sarà proprio del liberalismo nelle sue espressioni più nobili e che nel ventesimo secolo abbiamo ritrovato soprattutto in talune esperienze del dissenso. La condanna dei governanti non comporta comunque la piena assoluzione delle vittime. Al contrario, nelle sue pagine sul “mistero dell’obbedienza” egli mostra come il potere nasca sempre in qualche modo da un consenso che si acquiescenza: per paura, ignoranza o interesse. Ed è proprio perché le cose stanno in questi termini che l’autore invita i propri simili a riconquistare la dignità perduta.</p>
<p>Molte catene non si spezzano solo in ragione del fatto che siamo abituati a considerare giusto e perfettamente “naturale” ciò che da tempo abbiamo dinanzi agli occhi. Per David Hume l’abitudine ha il merito di rendere sopportabile il dispotismo (dato che “consolida quello che altri principi della natura umana avevano imperfettamente costituito”), ma tutto questo già La Boétie l’aveva ben chiaro. Accettare di farsi *sorprendere dalla realtà*, d’altra parte, sarà proprio la sfida più difficile che egli proporrà ai suoi lettori.</p>
<p>Come sottolinea Rothbard, nel <em>Discours sur la servitude volontaire</em> è messo in evidenza che “se la tirannia davvero si basa sul consenso di massa, allora i mezzi naturali per il suo abbattimento sono semplicemente costituiti dal <em>ritiro</em> di massa di quel consenso”. Il che ci permette di constatare come fin dai suoi primi passi il pensiero liberale abbia saputo individuare proprio nel dialogo, nella persuasione e nell’educazione le uniche vere strategie verso il cambiamento; che sono poi le stesse armi a cui può fare ricorso oggi chi intenda continuare a cercare una “via d’uscita” per quanti non vogliono accettare i rigori dell’ordine costituito e l’apparente fatalità delle logiche che lo ispirano.</p>
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		<title>Chicago-blog alla maturità. Il tema storico-politico</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/26/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico-politico/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 08:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[maturità]]></category>
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		<category><![CDATA[Stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Carlo Lottieri svolge la traccia di ambito storico-politico. Qui la traccia. Qui le puntate precedenti.
“Destra” e “sinistra” sono categorie che affaticano il confronto pubblico da più di due secoli. Videro la luce ai tempi della Rivoluzione francese – contrapponendo chi era favorevole o contrario all’ancien Régime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Carlo Lottieri svolge la traccia di ambito storico-politico. <a href="http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/maturita-ambito-storico-politico.pdf">Qui</a> la traccia. <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/maturita/">Qui</a> le puntate precedenti.</em></p>
<p>“Destra” e “sinistra” sono categorie che affaticano il confronto pubblico da più di due secoli. Videro la luce ai tempi della Rivoluzione francese – contrapponendo chi era favorevole o contrario all’<em>ancien Régime</em> – e ancora continuano a suscitare discussioni e a generare mobilitazioni. Il guaio sta nel fatto che, nel corso del tempo, hanno indicato ogni cosa e il suo opposto, e ancora oggi sono all’origine di molte confusioni concettuali.</p>
<p><span id="more-9372"></span>Si tratta infatti, né potrebbe essere diverso, di concetti assai mobili, che mutano il loro significato nel tempo e acquistano valori diversissimi nelle distinte circostanze. Non esistono, insomma, una destra e una sinistra in astratto, dal momento che sarebbe davvero difficile trovare una qualche affinità tra Stalin e Tony Blair, da un lato, o tra Adolf Hitler e Ronald Reagan, dall’altro. A destra – come a sinistra – si può essere (a seconda dei Paesi e a seconda dei momenti storici) nazionalisti o internazionalisti, religiosi o laicisti, liberali o autoritari, progressisti o conservatori.</p>
<p>Credo che questa considerazione elementare obblighi a riconoscere la debolezza della riflessione di Norberto Bobbio, davvero troppo parziale, ancorata al proprio tempo, figlia di polemiche locali e controversie contingenti. Il filosofo torinese sembra quasi dimenticare quanti a destra hanno rifiutato la libertà e il mercato per sposare i miti egualitari, e quanti a sinistra hanno abbracciato tesi libertarie oppure, al contrario, difeso strutture politiche fortemente gerarchizzate.</p>
<p>Se nel 1848 Frédéric Bastiat fu eletto a sinistra, come può valere anche per lui la tesi secondo cui la sinistra sarebbe più egualitaria e la destra più liberale? E che dire – al contrario – di un’importante figura politica della destra novecentesca, Juan Peron, che si fece interprete di un egualitarismo con forti connotazioni liberticide, populiste e redistributive?</p>
<p>In altri termini, essendo categorie per definizione orientate a definire in termini assai semplificatori il quadro delle contrapposizioni concettuali, destra e sinistra vanno comprese volta per volta. Non esistono una destra e una sinistra valide ovunque e in ogni tempo, ma solo <em>hic et nunc</em>. In certe circostanze, l’opposizione sta infatti a indicare un contrasto riguardante le istituzioni tradizionali, in altri casi sposa la comunità nazionale o la avversa, in altri casi ancora separa chi è favorevole al mercato e chi è contrario.</p>
<p>Molti oggi metterebbero a destra tanto Adam Smith quanto Gustav Schmoller, ma il primo è emblema del libero mercato e di una visione ottimista e aperta al progresso, mentre il secondo è il campione storico di un interventismo conservatore, che celebra la funzione sociale dello Stato e le virtù del protezionismo.</p>
<p>Il senso più autentico dell’opposizione destra-sinistra, allora, sta nella sua insignificanza concettuale. Quei due termini sono essenzialmente bandiere di colore diverso e ci dicono unicamente che esiste una dimensione conflittuale la quale attraversa le società umane – c’è qualcosa di assolutamente naturale, in tutto ciò – e che però è stata esaltata da quella peculiare forma istituzionale di organizzazione politica che è lo Stato.</p>
<p>Poiché vive di conflitti e grazie a essi (tanto nei rapporti “internazionali”, quanto in quelli “domestici”), lo Stato ha bisogno di contrapposizioni e ne genera di sempre nuove. In questo senso, le vecchie monete della destra e della sinistra sono destinate ad avere la più ampia circolazione in quanti continuano a essere legati alle categorie della statualità, mentre vanno perdendo di senso in quanti sono stanchi di quei quadri concettuali.</p>
<p>Di fronte ai problemi reali delle società contemporanee (dalla regolazione alla fiscalità, dai conflitti militari all’integrazione giuridica ed economica), tali categorie ereditate dal 1789 appaiono residuati di tempi lontani, ferrivecchi sostanzialmente inutili, artifici retorici per imbonire le masse. Una cosa è dirsi conservatori, socialisti, liberali, o anche “bordighisti”, “georgisti”, “soreliani”, “randiani” e via dicendo. In questo caso abbiamo a che fare con contenuti in qualche modo definiti e in scuole di pensiero strutturate. Ma non è più così se ci si limita a una mera segnaletica spaziale&#8230;</p>
<p>Nel passo antologizzato, Marcello Veneziani sottolinea proprio come nell’epoca della statualità e dei minuetti parlamentari di una democrazia di massa, la dualità <em>amicus-hostis</em> prende questa forma elementare. È un fatto. E così abbiamo destra e sinistra in Italia, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, e poi in Turchia, in Brasile, in Russia ecc. E poco importa che si tratti di realtà non facilmente paragonabili. Qualche tratto comune tra le destre e le sinistre certo esiste – come evidenzia Angelo Panebianco – ma più dei contenuti conta la forma: la diversità delle posizioni variamente collocate sull’asse spaziale rappresenta infatti il surrogato, entro le logiche della sovranità, di quel vero pluralismo di scelte e istituzioni che ovviamente ci è negato.</p>
<p>Perché destra e sinistra sono concetti tutti interni allo Stato e alle sue dinamiche.</p>
<p>Il potere sovrano – che ai tempi del Leviatano di Thomas Hobbes si era presentato quale condizione necessaria per la fine dei conflitti – oggi ha bisogno di questa messinscena para-ideologica: quale che siano, in definitiva, le ragioni del contendere. Non è tanto importante perché si discute o di che cosa, ma che lo si faccia. Rectius: che qualcosa di simile a un confronto di posizioni diverse abbia luogo e che in quello spettacolo si possa riconoscere qualcosa che, almeno a prima vista, possa sembrare  simile alla libertà e al pluralismo.</p>
<p>A ben guardare, destra e sinistra sono determinazioni spaziali e rinviano a un medesimo luogo, rispetto al quale qualcuno si collocherà da un lato e qualcuno dall’altro. E questo luogo è il Potere.</p>
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		<title>La piovra della spesa pubblica secondo Ferrero (già un secolo fa)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 14:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[In ogni giornata zeppa di analisi elettorali e di commenti, durante la quale le parole vuote quasi sempre prevalgono sulla riflessione e sull’approfondimento, può essere utile andare indietro nel tempo e abbeverarsi a un autore evergreen: quel Guglielmo Ferrero che nacque nel 1871 vicino a Napoli (a Portici) e per molti anni fu una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In ogni giornata zeppa di analisi elettorali e di commenti, durante la quale le parole vuote quasi sempre prevalgono sulla riflessione e sull’approfondimento, può essere utile andare indietro nel tempo e abbeverarsi a un autore <em>evergreen</em>: quel Guglielmo Ferrero che nacque nel 1871 vicino a Napoli (a Portici) e per molti anni fu una delle firme principali &#8211; assieme a Edoardo Giretti, Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto &#8211; de <em>Il Secolo</em>, quotidiano di Milano che fu il primo giornale d’Italia e venne chiuso nel 1927 a causa del suo orientamento liberal-radicale.<span id="more-9143"></span></p>
<p>Nel 1922 sul <em>Secolo</em> Ferrero scrive un articolo che richiama l’attenzione su un dato macroscopico, non molto avvertito nell’Italia di allora – che pure stava precipitando verso la dittatura fascista – e su cui non si riflette neppure ai nostri giorni, che vedono il Paese decadere progressivamente da tanti punti di vista. In questa pagina Ferrero anticipa l’orologio del debito realizzato dall’IBL e punta il dito contro la spesa pubblica, i bilanci statali fuori controllo, la tassazione. Egli vede solo l’uovo del serpente, dato che allora lo Stato italiano era piccola cosa se confrontato a quanto è diventato ora, ma capisce  molto e intuisce ancora di più.</p>
<p>Il grande storico della società romana e dell&#8217;età napoleonica parla di &#8220;rapacità&#8221;, &#8220;spoliazione&#8221;, &#8220;immensità oceanica dello sbilancio&#8221;, ecc., evidenziando come un simile processo di espansione dello Stato possa causare solo conseguenze negative.</p>
<p>Non sarebbe una cattiva cosa se chi da domani dovrà reggere Milano o Napoli riflettesse sulle inquietudini di Ferrero e ne traesse un qualche insegnamento.</p>
<blockquote><p><em><strong>La testa di Medusa</strong></em></p>
<p>In mezzo ai proclami imperiosi del nuovo governo, fa impressione la timidezza e l’impaccio delle dichiarazioni, che il Ministro del Tesoro ha fatto ripetutamente agli organi della pubblica opinione, «Sì, faremo economia, ma non bisogna illudersi troppo; le economie sono e non sono possibili; nessun Ministero ne farà quante noi, ma&#8230;». Il bilancio dello Stato è la testa di Medusa, a cui popoli e governi non osano più, in tutta Europa, alzare gli occhi. Poiché in Italia incomincia, si dice, una epoca nuova, vogliamo provarci, noi, a guardare la faccia del mostro!</p>
<p>Uno solo tra i grandi Stati belligeranti dell’Intesa è quasi riuscito a pareggiare i suoi conti e a risanare la moneta: l’Inghilterra. Forse perché i suoi finanzieri sono più abili e audaci? No, perché l’arte di spremere i popoli è la sola che tutti gli Stati moderni conoscono a perfezione. La ragione è, purtroppo, nel tempo stesso più semplice e più profonda. L’Inghilterra sola è riuscita a pareggiare i suoi conti, perché l’Inghilterra sola, essendo più ricca ed essendo stata meno impoverita dalla guerra, è in grado di mantenere con uno sforzo supremo tutti gli smisurati impegni assunti durante la guerra. Gli altri Stati non si sono, durante la guerra e nei primi tre anni di pace, impegnati oltre la misura delle loro forze.</p>
<p>Anche questo nodo terribile, che sta per venire al pettine, incominciò ad arruffarsi con la Rivoluzione francese. La rapacità fiscale degli antichi regimi, è una delle tante invenzioni, con cui i governi, figli legittimi o spuri della Rivoluzione francese, hanno cercato di farsi belli con meriti immaginari. Gli antichi regimi davano ed esigevano poco; trascuravano i servizi pubblici, ma risparmiavano i contribuenti, rassegnandosi alle strettezze dei disavanzi cronici. Il difetto delle antiche imposte era non il peso soverchio, ma la cattiva ripartizione. Ma è venuto, tra le folgori e gli uragani, come un arcangelo, il secolo XIX, ed ha fatto finalmente giustizia: ha spogliato egualmente tutti!</p>
<p>Con il secolo XIX, e massimo dopo il ‘48, dominò quasi dappertutto, in Europa, il nuovo Stato, prodigo e rapace, che prende denari a tutti e li spande a larghe mani tra i suoi favoriti; che gode di largo credito ed ipoteca con quelli l’avvenire, come se gli appartenesse; che moltiplica i servizi pubblici, li dota generosamente, li amplia, li perfeziona, ma che vuole le casse sempre rigurgitanti. Guai se i conti non si chiudono a suo favore! Un disavanzo gli sembra poco meno che la prefazione dell’Apocalisse. Lo Stato insomma, che non ha paura di nessuna spesa, perché è sicuro di trovar sempre nelle tasche dei contribuenti e nei forzieri delle banche quanto denaro gli occorre; lo Stato, che vuole immedesimare la prosperità propria con la felicità universale.</p>
<p>Figlio della Rivoluzione francese, questo Stato prodigo e rapace ha prosperato in Europa dal ‘48 in poi, insieme con la vittoriosa espansione della civiltà quantitativa; perché la nuova era del ferro e del fuoco ha deposto ai suoi piedi ogni anno favolose ricchezze. Dal 1848 al 1914 spese, imposte e debiti sono cresciuti in tutta l’Europa, insieme con la prosperità pubblica. Lo Stato è diventato la prima potenza capitalistica, il pilone centrale della fortuna di ogni nazione. Più che per forza d’armi o per sincero consenso degli spiriti con le sue spesso nebulose ed equivoche dottrine, lo Stato moderno si è retto sino al 1914 per questo suo solidissimo credito. Ma dal credito, dalla potenza che il credito gli conferiva, è nata anche l’illusione che le spese e i debiti degli Stati potessero crescere illimitatamente.</p>
<p>Tra le molte illusioni, che da un secolo hanno esaltato l’energia della civiltà occidentale, una delle più potenti fu questa. Senza questa illusione la guerra mondiale non avrebbe potuto durare più di quattr’anni e il mondo non avrebbe osato di spendere, per combatterla, mille miliardi. Ma l’illusione ha condotto i maggiori Stati dell’Europa alla insolubile difficoltà presente. Che i governi abbiano impegnato i popoli al di là delle loro forze, tutti lo presentono e lo temono. L’universale angoscia, che nessuna ebbrezza della vittoria può vincere, nasce da questo oscuro timore. Ma quanti osano proporsi apertamente e risolutamente il quesito? Chi ha il coraggio di chiedersi se gli Stati belligeranti non hanno presunto troppo spensieratamente di se medesimi, caricando sulle spalle dei popoli un peso sotto il quale anche lo sforzo più estremo si spezzerebbe?</p>
<p>Eppure questo è il nodo delle difficoltà, attorno al quale la scienza dei finanzieri si trastulla da quattro anni, come fosse uno dei soliti noducci, in cui le finanze degli Stati sono inceppate nel secolo XIX. È invece un mostruoso nodo gordiano; e sinché non sarà tagliato, i ministri delle finanze si troveranno inchiodati tra due possibilità; quella di fare economie e quella di imposte adeguate alla immensità oceanica dello sbilancio.</p>
<p>Chi può sperare che si risparmino i miliardi necessari a salvare l’Europa dal fallimento, se gli smisurati impegni presi durante la guerra conservano il carattere di una inflessibile legge di ferro? Se gli interessi non consentono a un concordato equo e savio, in cui essi si salvino insieme alla società? E se questi miliardi non si risparmiano, chi può credere, per limitarsi al caso nostro, che si potranno estorcere all’Italia, anche riformando, come deve esser riformato, il nostro sistema fiscale, massimo se si vuoi ridare alla moneta un po’ del suo valore? Bisognerebbe supporre che sull’Italia impoverita dalla guerra si possano raddoppiare, al ragguaglio dell’oro, le imposte del 1914!</p>
<p>Che cosa accadrà allora se gli Stati si ostinano a voler pareggiare l’impareggiabile? Che dopo aver flagellato a sangue le nazioni, dovranno, per riempire i bilanci, spalancare di nuovo le cataratte, oggi socchiuse, della carta moneta. Lo Stato, il quale paga i frutti dovuti ai creditori, le pensioni promesse, gli stipendi scaduti con una moneta rinvilita ha già mancato alla parola e all’impegno. Adempie solo nella forma; di fatto è già in fallimento. Non sarebbe più leale, un concordato sincero che riconoscesse apertamente l’errore commesso?</p>
<p>Gli Stati di Europa si trovano innanzi non ad una difficoltà di ordine economico, ma ad una difficoltà di ordine morale. Tutta l’arte e tutta la scienza dei finanzieri non serviranno a nulla, se i popoli e gli Stati non faranno prima un grande esame di coscienza, se non riconosceranno di aver troppo presunto delle proprie forze, se non saranno disposti ai sacrifici necessari, per riparare questo formidabile errore, che sta minando nelle fondamenta l’edificio dei secoli. Ma questo esame e questo riconoscimento sono un atto della coscienza morale, con il quale la scienza delle finanze non ha nulla a vedere. Guai se i popoli non si accorgono che oggi, per salvare la loro fortuna, la scienza dei finanzieri non basta; occorre anzitutto che essi siano capaci di compiere un grande atto di sincerità e di lealtà. Senza questo coraggio, la scienza delle finanze sarà con la Tattica e la Strategia, il terzo becchino della civiltà moderna. Saprà il nuovo governo dare alla nazione l’esempio di questo coraggio?</p>
<p>Milano, 11 novembre 1922</p></blockquote>
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