Nel primo caso le imprese concorrono sulla quantità da produrre, il prezzo di mercato risulta maggiore del prezzo in concorrenza perfetta ma minore del prezzo in caso di monopolio, il guadagno di ogni impresa risulta positivo. Il modello di Bertrand, invece, prevede due sole imprese in cui si ipotizza che ciascuna di esse fissi il prezzo a cui vendere il proprio prodotto, assumendo che l’altra non modifichi il suo prezzo.
Ciascuno dei produttori non può migliorare, quindi, la sua posizione praticando una politica di prezzi più bassi senza provocare un egual ribasso da parte del concorrente. Ebbene, il potere contrattuale delle compagnie con i gestori aeroportuali sul fronte dei diritti di atterraggio (landing fees) ha un effetto sui prezzi praticati ai consumatori finali solo nel caso di duopolio alla Bertand mentre nel modello alla Cournot ciascuna compagnia può tenere per sé il surplus.
Lo studio dimostra ad esempio che un aumento della concentrazione a monte o della sostituibilità tra gli aeroporti aumenta sempre la tassa di atterraggio. Non solo. La capacità di mettere in campo un contropotere attraverso un aumento della concentrazione a valle, dipende dal regime di concorrenza tra compagnie aeree e dalla possibilità per gli aeroporti di attuare discriminazioni di prezzo: la concentrazione delle linee aeree consente di ridurre la tassa di atterraggio quando la concorrenza a valle è in quantità, ma se la concorrenza a valle è nei prezzi, le tasse si riducono solo quando gli aeroporti non possono praticare listini differenziati.
Nello stesso paper, viene infine analizzata la trasformazione del business aeroportuale negli ultimi anni. Partendo dai cambiamenti avvenuti nella struttura del mercato: il successo delle compagnie low cost ha fatto scendere in campo nuovi giocatori come gli scali più decentrati. Scali gestiti da privati hanno avviato una dura battaglia a colpi di tariffe per attirare compagnie aeree anche in grandi città come Mosca, Melbourne, Miami e Londra.
Non solo. Secondo: 55 Paesi hanno privatizzato parzialmente o completamente il loro aeroporti. Non vanno infine sottovalutati i cambiamenti normativi attuati anche a livello europeo e la sempre maggiore congestione degli scali.
]]>«Successivamente al trasferimento e completate le verifiche previste», hanno scritto da via XX Settembre, «il ministero provvederà all’emissione di nuovi titoli di Stato senza cedola con scadenza 31 dicembre 2012 e all’assegnazione degli stessi agli intermediari finanziari che, a loro volta, li attribuiranno ai singoli beneficiari sulla base di indicazioni relative ai quantitativi specifici che saranno fornite dallo stesso ministero».
Ricordiamo che agli obbligazionisti, come previsto dal decreto legge del governo dell’agosto di un anno fa, andrà un rimborso pari al 70% del valore nominale fino a un massimo di 100 mila euro. Agli azionisti, invece, lo Stato restituirà il 50% del valore medio dei titoli durante l’ultimo mese di Borsa, con una soglia limite che nel caso delle azioni è di 50 mila euro. I rimborsi erano stati promessi da Tremonti a dicembre dell’anno scorso.
Chissà se il nostro pungolo è servito a scuotere il palazzo. Ci piace pensarlo.
]]>L’odissea del “volo” convertibile Alitalia 7,5% 2002-2010 ha infatti un inizio ma non una fine. Nel marzo 2008 il governo Prodi tratta con Air France la vendita di Alitalia, si parla di una cordata italiana. Il titolo della società agonizzante comincia un’altalena spericolata: ad aprile +18 per cento, il 28 maggio +2,25, il 3 giugno -7,1. Il 6 giugno 2008 Consob e Borsa decidono di sospendere le azioni. La nuova compagnia decolla, più o meno, mentre la vecchia finisce nel dimenticatoio insieme con i suoi azionisti e obbligazionisti. Nel gennaio 2009 il titolo, dopo essere stato sospeso, viene cancellato dal listino, senza spiegazioni del Garante Cardia che ad aprile liquida così la questione: “Va data una qualche forma di risarcimento, soprattutto agli obbligazionisti”. In Parlamento piovono interrogazioni e dopo l’ennesima, il ministero dell’Economia risponde: i risparmiatori dovranno attendere fino al 31 maggio 2009 per eventuali risarcimenti. Ma il termine passa. Intanto si annuncia che azionisti e obbligazionisti saranno rimborsati attingendo al fondo dei conti dormienti che da due miliardi è però passato a 800 milioni.
A Luglio 2009 spunta il decreto legge anticrisi che estende anche agli azionisti la possibilità di sostituire i titoli con buoni del Tesoro di nuova emissione senza cedola. Queste le modalità di rimborso: per i bondholder, la legge prevede un indennizzo pari a 26,2 centesimi di euro che rappresenta il 70,97% del valore nominale delle obbligazioni detenute, fino a un valore massimo di rimborso di 100 mila euro. I vecchi titoli azionari AZ potranno essere invece ceduti al Tesoro a un prezzo di 27,22 centesimi, circa il 50% del valore medio dell’ultimo mese di contrattazioni del titolo (l’ultimo prezzo fatto registrare prima della sospensione, era stato di 0,445 euro), fino a un valore massimo di rimborso di 50 mila euro per azionista. I rimborsi sono però arrotondati per difetto: se io ho 7000 azioni Alitalia, mi spetterebbero 1.905 euro. Invece me ne daranno mille e se ne terranno 905. Alla fine, se tutto andrà bene, gli azionisti otterranno 0,27 euro ad azione, il 50 per cento del valore medio del titolo nell’ultimo mese di quotazione. E gli obbligazionisti il 70,9 per cento di quanto gli spettava (se fosse stata accettata l’offerta Air France avrebbero preso l’85 per cento). Con un tetto: 50 mila euro per gli azionisti, 100 mila per gli obbligazionisti. Il rimborso verrà effettuato tramite emissione di titoli di Stato, senza cedola, con scadenza 31 dicembre 2012 (fino ad allora insomma non diventeranno denaro e non potranno essere ceduti) e il taglio minimo sarà di 1.000 euro.
I termini per presentare la domanda scadono nell’agosto 2009. Una corsa contro il tempo per i risparmiatori traditi: poco più di 30 giorni, per giunta del mese di agosto, quando l’Italia va in ferie. Si parla di allungare i termini per l’adesione, tentando di inserire una proroga in disegni di legge. Ma la manovra viene respinta perché non c’era copertura finanziaria sufficiente per un’eventuale riapertura dei termini dello swap. Il governo promette comunque che entro il 31 dicembre 2009 provvederà a trasferire i titoli di Stato spettanti sui conti di deposito titoli di ciascun cliente. A oggi nessuno li ha ancora visti. Di nuovo c’è solo che gli azionisti non sono stati ammessi al passivi.
Qualche ragionamento in più sui numeri: se tutti avessero scelto il concambio, l’esborso per lo Stato sarebbe stato di circa 300 milioni: i risparmiatori coinvolti (ovvero chi al 29 agosto 2008 aveva in portafoglio bond o azioni della Magliana) sono oltre 10 mila. La compagnia aveva offerto ai cittadini il 38% di un prestito da 715 milioni emesso a luglio 2002, poi prorogato al 2010. In ballo c’erano quindi 270 milioni di obbligazioni (al valore nominale) e rimborsare il 70% significa spendere circa 190 milioni a cui si aggiungono, all’incirca altri 100 milioni per il rimborso delle azioni, per un totale appunto di poco meno di 300 milioni. La gran parte dei risparmiatori ha accettato il piano ma il ministero non paga. Certo, non avrebbero comunque potuto beneficiare della liquidità prima della fine del 2012 depositando quei titoli sul conto sarebbero potuti servire come garanzia per chiedere prestiti in banca.
Traditi, beffati e dimenticati. Traditi perché ai possessori del prestito Alitalia 7,5% 2010 è stato precluso di avvantaggiarsi del futuro probabile buon andamento della società mentre il trattamento è dipeso dal prezzo a cui il commissario Fantozzi ha venduto le attività della società (aerei, slot, terreni, marchio, avviamento). Beffati perché anche il magro premio di consolazione promesso dal governo che prima ha dovuto pagare i crediti di Stato, i dipendenti e le banche, non è stato consegnato. Dimenticati perché di Alitalia non si parla nemmeno più in parlamento e sui giornali si lascia spazio solo ai proclami di rilancio dei vertici, quando va bene, o di scioperi, quando va male. Ecchissenefrega dei Mengozzi bond.
]]>La locomotiva tedesca ringrazia ma intanto continua a far frullare le sue big del credito. Come Hypo Real Estate, già nazionalizzata l’anno scorso quando era sull’orlo del fallimento, che riceverà aiuti pubblici per altri 40 miliardi di euro. Il fondo salva-banche del Paese Soffin concederà le nuove garanzie sul debito facendo così salire a oltre 150 miliardi il volume complessivo degli aiuti finora concessi alla Hre. L’unica banca tedesca che non ha superato gli stress test effettuati a luglio su 14 istituti in Germania, nel frattempo è impegnata a scaricare una bad bank per un valore di circa 210 miliardi. Intanto, con un tempismo perfetto vista la road map di Basilea III e alla faccia delle mitologiche crociate contro il rischio, si è mosso anche il panzer Deutsche Bank che ha varato una maxi ricapitalizzazione da quasi 10 miliardi per conquistare il controllo di un’altra banca tedesca (Postbank) assai traballante per non dire semi-insolvente. Una mossa astuta per non attirare troppo l’attenzione del mercato sulla necessaria iniezione di liquidità. Dei 10 miliardi Ackermann ne ha infatti messi sul piatto solo 7,7 per comprare il 21% dell’ istituto di cui peraltro già possiede il 30%. Mossa che però non è piaciuta alle Borse: dopo l’annuncio il titolo ha toccato il minimo di 47,19 euro.
Sullo sfondo restano le Landesbanken, appese a un consolidamento rimasto ancora sulla carta. Eppure si tratta di uno dei pilastri del sistema bancario tedesco del quale rappresentano almeno un quinto del totale. Al tempo stesso esse rappresentano un importante snodo del sistema bancario europeo in quanto il 40% dei loro attivi sono all’ estero o con controparti estere. Negli ultimi 7 anni hanno però ha chiuso in utile solo in 3 occasioni totalizzando perdite consolidate per 11 miliardi in gran parte dovute a pesanti svalutazioni su crediti, che hanno assorbito nel solo 2009 più del 60% dei ricavi. All’orizzonte il cielo è ancora cupo: fino al 2001, infatti, le Landesbanken potevano contare su fonti di raccolta a basso costo in quanto le emissioni erano garantite dal Governo tedesco. Poi Berlino e la Commissione Europea avevano deciso di eliminare questo vantaggio competitivo concedendo tuttavia un periodo di grandfathering di 4 anni in cui le Landesbanken potevano ancora emettere bond garantiti con maturity massima di 10 anni. La massa di emissioni fatte fino al 2005 verranno quindi a scadenza e la loro sostituzione comporterà un inevitabile aumento del costo della raccolta. La mancanza di una rete adeguata di filiali (appena 482 su un totale di 39.531) e quindi di una buona raccolta retail, le Landesbanken dovranno quindi attingere pesantemente alla raccolta istituzionale per il 70% del totale.
Nel frattempo a Francoforte, la Bundesbank è in altre faccende affaccendata. Dopo un lungo e imbarazzante tira-e-molla il consiglio direttivo ha deciso di abbandonare Thilo Sarrazin al suo destino. Per la prima volta nella sua storia, la Banca centrale tedesca ha chiesto al presidente della Repubblica di esautorare un proprio esponente (poi dimessosi spontaneamente e ora in attesa di una pensione da 10.000 euro al mese) che nelle ultime settimane ha provocato vive polemiche per alcuni commenti sugli immigrati musulmani e gli ebrei. Un incidente che macchia il biglietto da visita di Axel Weber in corsa per salire sul trono della Bce. La corsa a ostacoli, come titolava qualche giorno fa il Wall Street Journal, descrivendo il cammino del numero uno della Bundesbank verso l’ottobre 2011: prima le critiche a mezzo stampa alla decisione del board di Francoforte di acquistare titoli di stato, poi un’intervista in cui anticipa la decisione di allungare i finanziamenti agevolati alle banche, infine l’imbarazzante vicenda di Sarrazin. Weber insomma resta il favorito ma, scrive il Wsj, ci sono altri candidati credibili. Primo fra tutti Mario Draghi, sottolineano gli americani. Anche se la stampa italiana continua a non fargli propaganda – come invece sarebbe giusto, dal nostro modesto punto di vista – perché per la malmessa e astiosa politica italiana oggi Draghi è un tabù.
]]>Il banchiere europeo che più europeo non si può. Il manager che ha sempre chiesto di essere giudicato sulla qualità delle sue scelte e dei suoi progetti, ma senza contrarre debiti, neppure di riconoscenza, con nessuno. Orgogliosamente distante dai colleghi “di sistema” come Passera. E soprattutto snobisticamente avulso dalla politica con le sue beghe di palazzo troppo provinciali e becere. Poi, dopo i derivati, è arrivata la crisi. E anche mister Profumo si è dovuto adeguare.
Oggi lo ritroviamo attovagliato con Gheddafi, suo primo socio in affari, e con il premier Berlusconi che ha benedetto – c’è chi dice oliato attraverso la mediazione di Totò Ligresti – l’ingresso dei libici nel capitale di Piazza Cordusio. Il banchiere che una volta andò a votare per le primarie del Pd è però stretto fra due fuochi. Da una parte Silvio e gli amici di Tripoli, dall’altra il ministro Tremonti e soprattutto il popolo padano il cui nuovo motto è: fondazioni bancarie a noi, fuori gli arabi, giù le mani di Gheddafi da Unicredit.
Ai leghisti Profumo non piace. Soprattutto a quelli veneti che non vogliono occupare solo le banche ma anche le infrastrutture. Come la nuova piattaforma portuale di Venezia, una delle priorità per l’economia della Regione. Il progetto lanciato dal Presidente dell’Autorità Portuale Paolo Costa, di un porto off-shore al largo della bocca di porto di Malamocco, dal costo previsto di 1,3 miliardi di euro è però rallentato dalla contesa con il Friuli-Venezia Giulia che sta lavorando ad un «superporto» tra Trieste e Monfalcone. Grazie ai finanziamenti di Unicredit Logistics , la società attraverso la quale il gruppo di Profumo finanzia le grandi infrastrutture.
E poi ci sono i tagli all’occupazione che scuotono i leghisti veronesi: secondo le prime stime dei sindacati, la scure si abbatterà soprattutto sui quartier generali di Banco di Sicilia e Banca di Roma, ma non resterà indenne la direzione di Unicredit Corporate Banking nella città scaligera. Il totale dei dipendenti del gruppo Unicredit in regione (calcolo del sindacato Fabi alla fine dello scorso anno) è di 6.184 unità: il grosso (2.670) gravita su Verona, ma ci sono presenze molto significative anche a Treviso (1.046) e Vicenza (1.022), mentre su Padova e Venezia si viaggia intorno alle 500 persone per ciascuna provincia.
“Ci lasci anticipandoci la sua prossima sfida”, concludeva l’intervista sentimentale de L’Espresso a Profumo nel 2008. ”Se mi riporta sulla terra, le rispondo volentieri. Voglio far diventare l’Unicredit a tutti gli effetti la prima banca europea”. La sfida continua. Ma sotto una tenda beduina.
]]>Nei mercati emergenti e nei cosiddetti Piigs il rendimento dei bond governativi riflette i timori di una rapida inflazione o di un default del debito. In America, Germania e Giappone gli yields sul debito sono a terra. Quelli decennali statunitensi superano di poco i 300 punti base, 350 nel caso britannico. Non abbastanza secondo il mercato, rispetto a tutto ciò che è nella pipeline. E ancora: il rendimento del Treasury decennale si attesta al 3.67% per cento. Sempre negli Stati Uniti il titolo a due anni è sceso allo 0,49% e il dieci anni al 2,61%. La novità di questi ultimi giorni è che gli acquisti si sono diretti in modo massiccio anche sulle scadenze più lunghe. Così i titoli 30ennali non hanno solo toccato nuovi livelli record, ma hanno anche ridotto il differenziale nei confronti dei titoli a 10 anni: sul Treasury lo spread tra le due scadenze è ormai sceso a 105 punti base, minimi da luglio. Il fatto che il movimento si estenda alle scadenze più lunghe della curva dei tassi è il sintomo che la prospettiva di uno scenario di disinflazione a medio termine (e di deflazione, nel peggiore dei casi) sta diventando più radicata fra gli investitori. Fra gli esperti, intanto, il dibattito è acceso: Come possono i fondamentali giustificare rendimenti così bassi? Esiste davvero una bolla dei bond governativi? “Probabilmente no, ma siate cauti verso i rischi a bassa probabilità” , risponde Tyler Cowen, nel suo blog “Marginal devolution”. Secondo Ricardo Caballero del Mit le curve riflettono semplicemente una forte carenza di asset considerati sicuri. Per Viral Acharya, “E’ meglio chiamarla una bolla della spesa pubblica” mentre per Stephen King “Probabilmente i rendimenti dei titoli pubblici sono bassi per buone ragioni”.


La Guardia di finanza di Milano martedì mattina ha infatti eseguito il sequestro preventivo dell’area Montecity-Rogoredo perché, secondo la ricostruzione degli inquirenti, la falda acquifera sottostante sarebbe inquinata con alcune sostanze pericolose per l’ambiente e la salute, tra cui alcune cancerogene. Nelle settimane scorse, la Procura aveva ordinato una perizia per verificare la presenza di materiali pericolosi nei terreni sui quali sta sorgendo il nuovo quartiere. Il sequestro è avvenuto nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm di Milano Laura Pedio e Gaetano Ruta su presunte irregolarità per la bonifica dell’area di Montecity Santa Giulia, per la quale sono finiti indagati (e anche arrestati) l’imprenditore nel campo dei rifiuti Giuseppe Grossi, alcuni suoi collaboratori e Rosanna Gariboldi, moglie del deputato del Pdl Giancarlo Abelli (che ha patteggiato come Grossi). I reati ipotizzati per questo filone d’inchiesta sono di attività di gestione di rifiuti non autorizzata e avvelenamento delle acque.
La pm Pedio è già stata protagonista (insieme al collega Roberto Pellicano) della battaglia che si è giocata l’anno scorso a Milano sempre su Risanamento fra la procura, i legali di Zunino e le banche. I magistrati avevano chiesto il fallimento del gruppo immobiliare per cessata continuità aziendale già dal 2008, e contestando dunque come falso e illegale il bilancio al 31 dicembre 2008 regolarmente approvato. Nella partita poi sono entrate le big del credito con il piano di ristrutturazione del debito presentato ai sensi dell’articolo 182 bis del nuovo diritto fallimentare: che prevede, previo l’accordo del 60% dei creditori, il riscadenziamento dell’esposizione. Alla fine hanno vinto le banche e la procura ha perso.
Oggi il mirino dei magistrati si è spostato verso una vicenda collegata, quella delle bonifiche di Santa Giulia a cui la stessa Pedio stava lavorando ancor prima di avviare la guerra del 2009 sulla continuità aziendale. Per bonificare la zona ci vorranno anni e 400 milioni di euro. I tempi si prevedono dunque lunghissimi con inevitabili ricadute sul valore delle aree del nuovo quartiere milanese che è destinato nel frattempo a crollare. Creando problemi alle stesse banche che hanno in pegno il capitale di Risanamento e che sono sì uscite vittoriose dalla prima battaglia ma ora rischiano di perdere la guerra. Il provvedimento su Santa Giulia legato a reati ambientali potrebbe dunque configurare un’alternativa alla prima istanza riferita invece alla discontinuità aziendale. Del resto, c’è già un precedente: nell’aprile scorso il Tribunale fallimentare di Milano ha dichiarato l’insolvenza e respinto la richiesta di Snia, formulata in base all’articolo 182 bis della legge fallimentare, per ridefinire l’importo e le scadenze dei propri debiti. Circa 60 milioni di euro che sarebbero stati rimborsati per quasi il 70% ai 43 creditori che avevano dichiarato l’intenzione di sottoscrivere il piano. La pur alta adesione all’accordo non è stata sufficiente a salvare la società, quotata in Borsa, attiva nella chimica e di recente anche nell’immobiliare.
Come nel caso di Risanamento, sulla vicenda Snia hanno pesato soprattutto le incertezze sulla continuità aziendale, messa però a repentaglio dai rischi per i risarcimenti di eventuali danni ambientali. Del gruppo, infatti, faceva parte anche la Caffaro di Brescia, già in liquidazione in amministrazione straordinaria, e tristemente nota per uno dei più gravi disastri ecologici del Paese causato dai Pcb, i Policlorobifenili parenti della diossina.
]]>