CHICAGO BLOG » Camilla Conti http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 19:45:09 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Cournot e Bertrand in aeroporto /2010/12/16/cournot-e-bertrand-in-aeroporto/ /2010/12/16/cournot-e-bertrand-in-aeroporto/#comments Thu, 16 Dec 2010 19:55:31 +0000 Camilla Conti /?p=7863 Come incidono il potere contrattuale delle compagnie e le discriminazioni tarrifarie praticate dai gestori sul mercato aeroportuale e sul consumatore finale? A questa domanda hanno cercato di rispondere empiricamente Jonathan Haskel, Alberto Iozzi and Tommaso Valletti del Ceis di Tor Vergata ricorrendo a due modelli standard di oligopolio applicate al settore: quello di Cournot e quello di Bertrand.

Nel primo caso le imprese concorrono sulla quantità da produrre, il prezzo di mercato risulta maggiore del prezzo in concorrenza perfetta ma minore del prezzo in caso di monopolio, il guadagno di ogni impresa risulta positivo. Il modello di Bertrand, invece,  prevede due sole imprese in cui si ipotizza che ciascuna di esse fissi il prezzo a cui vendere il proprio prodotto, assumendo che l’altra non modifichi il suo prezzo.

Ciascuno dei produttori non può migliorare, quindi, la sua posizione praticando una politica di prezzi più bassi senza provocare un egual ribasso da parte del concorrente. Ebbene, il potere contrattuale delle compagnie con  i gestori aeroportuali  sul fronte dei diritti di atterraggio (landing fees) ha un effetto sui prezzi praticati ai consumatori finali solo nel caso di duopolio alla Bertand mentre nel modello alla Cournot ciascuna compagnia può tenere per sé il surplus.

Lo studio dimostra ad esempio che un aumento della concentrazione a monte o della sostituibilità tra gli aeroporti aumenta sempre la tassa di atterraggio. Non solo. La capacità di mettere in campo un contropotere attraverso un aumento della concentrazione a valle, dipende dal regime di concorrenza tra compagnie aeree e dalla possibilità per gli aeroporti di attuare discriminazioni di prezzo: la concentrazione delle linee aeree consente di ridurre la tassa di atterraggio quando la concorrenza a valle è in quantità, ma se la concorrenza a valle è nei prezzi, le tasse si riducono solo quando gli aeroporti non possono praticare listini differenziati.

Nello stesso paper, viene infine analizzata la trasformazione del business aeroportuale negli ultimi anni. Partendo dai cambiamenti avvenuti nella struttura del mercato: il successo delle compagnie low cost ha fatto scendere in campo nuovi giocatori come gli scali più decentrati. Scali gestiti da privati hanno avviato una dura battaglia a colpi di tariffe per attirare compagnie aeree anche in grandi città come Mosca, Melbourne, Miami e Londra.

Non solo. Secondo: 55 Paesi hanno privatizzato parzialmente o completamente il loro aeroporti.  Non vanno infine sottovalutati i cambiamenti normativi attuati anche a livello europeo e la sempre maggiore congestione degli scali.

]]>
/2010/12/16/cournot-e-bertrand-in-aeroporto/feed/ 0
Mengozzi bond, avvistati i rimborsi /2010/09/17/mengozzi-bond-avvistati-i-rimborsi/ /2010/09/17/mengozzi-bond-avvistati-i-rimborsi/#comments Fri, 17 Sep 2010 14:48:23 +0000 Camilla Conti /?p=7075 Meglio tardi che mai.  Dal ministero è finalmente arrivato un segnale di fumo sui Mengozzi bond. Secondo quanto riportato ieri da MF, unico quotidiano a occuparsi della vicenda negli ultimi mesi, il Tesoro avrebbe chiesto agli intermediari finanziari presso i quali sono depositate le vecchie azioni e le obbligazioni Alitalia di trasferire entro il prossimo 30 settembre su un conto del ministero dell’Economia (presso la Banca d’Italia) i titoli in loro possesso.

«Successivamente al trasferimento e completate le verifiche previste», hanno scritto da via XX Settembre, «il ministero provvederà all’emissione di nuovi titoli di Stato senza cedola con scadenza 31 dicembre 2012 e all’assegnazione degli stessi agli intermediari finanziari che, a loro volta, li attribuiranno ai singoli beneficiari sulla base di indicazioni relative ai quantitativi specifici che saranno fornite dallo stesso ministero».

Ricordiamo che agli obbligazionisti, come previsto dal decreto legge del governo dell’agosto di un anno fa, andrà un rimborso pari al 70% del valore nominale fino a un massimo di 100 mila euro. Agli azionisti, invece, lo Stato restituirà il 50% del valore medio dei titoli durante l’ultimo mese di Borsa, con una soglia limite che nel caso delle azioni è di 50 mila euro. I rimborsi erano stati promessi da Tremonti a dicembre dell’anno scorso.

Chissà se il nostro pungolo è servito a scuotere il palazzo. Ci piace pensarlo.

]]>
/2010/09/17/mengozzi-bond-avvistati-i-rimborsi/feed/ 1
Mengozzi bond, chi li ha visti? /2010/09/14/mengozzi-bond-chi-li-ha-visti/ /2010/09/14/mengozzi-bond-chi-li-ha-visti/#comments Tue, 14 Sep 2010 15:28:23 +0000 Camilla Conti /?p=7049 Obbligazionisti Alitalia, marameo. Traditi, beffati, dimenticati. Non è solo la mancanza del presidente Consob, a testimoniare come il governo non si curi tanto della fiducia dei mercati. Non fa notizia purtroppo, ma di fronte al “bussate e non vi sarà aperto” del governo il popolo dei Mengozzi bond è rimasto a terra col cerino in mano. 

L’odissea del “volo” convertibile Alitalia 7,5% 2002-2010 ha infatti un inizio ma non una fine. Nel marzo 2008 il governo Prodi tratta con Air France la vendita di Alitalia, si parla di una cordata italiana. Il titolo della società agonizzante comincia un’altalena spericolata: ad aprile +18 per cento, il 28 maggio +2,25, il 3 giugno -7,1. Il 6 giugno 2008 Consob e Borsa decidono di sospendere le azioni.  La nuova compagnia decolla, più o meno, mentre la vecchia finisce nel dimenticatoio insieme con i suoi azionisti e obbligazionisti. Nel gennaio 2009 il titolo, dopo essere stato sospeso, viene cancellato dal listino, senza spiegazioni del Garante Cardia che ad aprile liquida così la questione: “Va data una qualche forma di risarcimento, soprattutto agli obbligazionisti”. In Parlamento piovono interrogazioni e dopo l’ennesima, il ministero dell’Economia risponde: i risparmiatori dovranno attendere fino al 31 maggio 2009 per eventuali risarcimenti. Ma il termine passa. Intanto si annuncia che azionisti e obbligazionisti saranno rimborsati attingendo al fondo dei conti dormienti che da due miliardi è però passato a 800 milioni.

A Luglio 2009 spunta il decreto legge anticrisi che estende anche agli azionisti la possibilità di sostituire i titoli con buoni del Tesoro di nuova emissione senza cedola. Queste le modalità di rimborso: per i bondholder, la legge prevede un indennizzo pari a 26,2 centesimi di euro che rappresenta il 70,97% del valore nominale delle obbligazioni detenute, fino a un valore massimo di rimborso di 100 mila euro. I vecchi titoli azionari AZ potranno essere invece ceduti al Tesoro a un prezzo di 27,22 centesimi, circa il 50% del valore medio dell’ultimo mese di contrattazioni del titolo (l’ultimo prezzo fatto registrare prima della sospensione, era stato di 0,445 euro), fino a un valore massimo di rimborso di 50 mila euro per azionista. I rimborsi sono però arrotondati per difetto: se io ho 7000 azioni Alitalia, mi spetterebbero 1.905 euro. Invece me ne daranno mille e se ne terranno 905. Alla fine, se tutto andrà bene, gli azionisti otterranno 0,27 euro ad azione, il 50 per cento del valore medio del titolo nell’ultimo mese di quotazione. E gli obbligazionisti il 70,9 per cento di quanto gli spettava (se fosse stata accettata l’offerta Air France avrebbero preso l’85 per cento). Con un tetto: 50 mila euro per gli azionisti, 100 mila per gli obbligazionisti. Il rimborso verrà effettuato tramite emissione di titoli di Stato, senza cedola, con scadenza 31 dicembre 2012 (fino ad allora insomma non diventeranno denaro e non potranno essere ceduti) e il taglio minimo sarà di 1.000 euro.

I termini per presentare la domanda scadono nell’agosto 2009. Una corsa contro il tempo per i risparmiatori traditi: poco più di 30 giorni, per giunta del mese di agosto, quando l’Italia va in ferie. Si parla di allungare i termini per l’adesione, tentando di inserire una proroga in disegni di legge. Ma la manovra viene respinta perché non c’era copertura finanziaria sufficiente per un’eventuale riapertura dei termini dello swap. Il governo promette comunque che entro il 31 dicembre 2009 provvederà a trasferire i titoli di Stato spettanti sui conti di deposito titoli di ciascun cliente.  A oggi nessuno li ha ancora visti.  Di nuovo c’è solo che gli azionisti non sono stati ammessi al passivi.

Qualche ragionamento in più sui numeri: se tutti avessero scelto il concambio, l’esborso per lo Stato sarebbe stato di circa 300 milioni: i risparmiatori coinvolti (ovvero chi al 29 agosto 2008 aveva in portafoglio bond o azioni della Magliana) sono oltre 10 mila. La compagnia aveva offerto ai cittadini il 38% di un prestito da 715 milioni emesso a luglio 2002, poi prorogato al 2010. In ballo c’erano quindi 270 milioni di obbligazioni (al valore nominale) e rimborsare il 70% significa spendere circa 190 milioni a cui si aggiungono, all’incirca altri 100 milioni per il rimborso delle azioni, per un totale appunto di poco meno di 300 milioni. La gran parte dei risparmiatori ha accettato il piano ma il ministero non paga. Certo, non avrebbero comunque potuto beneficiare della liquidità prima della fine del 2012 depositando quei titoli sul conto sarebbero potuti servire come garanzia per chiedere prestiti in banca.

Traditi,  beffati e dimenticati. Traditi perché ai possessori del prestito Alitalia 7,5% 2010 è stato precluso di avvantaggiarsi del futuro probabile buon andamento della società mentre il trattamento è dipeso dal prezzo a cui il commissario Fantozzi ha venduto le attività della società (aerei, slot, terreni, marchio, avviamento).  Beffati perché anche il magro premio di consolazione promesso dal governo che prima ha dovuto pagare i crediti di Stato, i dipendenti e le banche, non è stato consegnato. Dimenticati perché di Alitalia non si parla nemmeno più in parlamento e sui giornali si lascia spazio solo ai proclami di rilancio dei vertici, quando va bene, o di scioperi, quando va male.  Ecchissenefrega dei Mengozzi bond.

]]>
/2010/09/14/mengozzi-bond-chi-li-ha-visti/feed/ 2
In banca, il panzer è senza cingoli /2010/09/13/il-panzer-senza-cingoli/ /2010/09/13/il-panzer-senza-cingoli/#comments Mon, 13 Sep 2010 12:20:47 +0000 Camilla Conti /?p=7026 Nelle banche, la Germania è la pecora nera dell’Europa ma tutti fingono di accorgersene. Politici e regolatori degli altri membri dell’Ue tacciono, a riprova che l’Europa post crisi è a scettro solo tedesco, ad onta di ogni chuiacchiera. I tedeschi ringraziano – o meglio, non ringraziano, è andata così perchè l’han voluto loro, e basta – per la tutela usata dagli stress test per gli anemici attivi patrimoniali delle Landesbanken pubbliche. E ringraziano anche per la polvere messa sotto al tappeto da Basilea III che rimanda la pulizia vera al 2019. Soprattutto l’associazione delle banche Bdb che alla vigila dell’incontro di domenica aveva fatto circolare una stima secondo cui i primi 10 istituti del paese avranno bisogno di nuovi capitali per 105 miliardi di euro per adeguarsi ai nuovi requisiti. Senza dimenticare le «partecipazioni silenziose», capitale senza diritto di voto utilizzato soprattutto dalle banche pubbliche, l’anello debole del sistema, che non rientrerà più nella definizione del patrimonio.

La locomotiva tedesca ringrazia ma intanto continua a far frullare le sue big del credito. Come Hypo Real Estate, già nazionalizzata l’anno scorso quando era sull’orlo del fallimento, che riceverà aiuti pubblici per altri 40 miliardi di euro. Il fondo salva-banche del Paese Soffin  concederà le nuove garanzie sul debito facendo così salire a oltre 150 miliardi il volume complessivo degli aiuti finora concessi alla Hre.  L’unica banca tedesca che non ha superato gli stress test effettuati a luglio su 14 istituti in Germania, nel frattempo  è impegnata a scaricare una bad bank per un valore di circa 210 miliardi.  Intanto, con un tempismo perfetto vista la road map di Basilea III e alla faccia delle mitologiche crociate contro il rischio, si è mosso anche il panzer Deutsche Bank che ha varato una maxi ricapitalizzazione da quasi 10 miliardi per conquistare il controllo di un’altra banca tedesca (Postbank) assai traballante per non dire semi-insolvente.  Una mossa astuta per non attirare troppo l’attenzione del mercato sulla necessaria iniezione di liquidità. Dei 10 miliardi Ackermann ne ha infatti messi sul piatto solo 7,7  per comprare il 21% dell’ istituto di cui peraltro già possiede il 30%. Mossa che però non è piaciuta alle Borse: dopo l’annuncio il titolo ha toccato il minimo di 47,19 euro.

Sullo sfondo restano le Landesbanken, appese a un consolidamento rimasto ancora sulla carta. Eppure si tratta di uno dei pilastri del sistema bancario tedesco del quale rappresentano almeno un quinto del totale. Al tempo stesso esse rappresentano un importante snodo del sistema bancario europeo in quanto il 40% dei loro attivi sono all’ estero o con controparti estere. Negli ultimi 7 anni hanno però ha chiuso in utile solo in 3 occasioni totalizzando perdite consolidate per 11 miliardi in gran parte dovute a pesanti svalutazioni su crediti, che hanno assorbito nel solo 2009 più del 60% dei ricavi.  All’orizzonte il cielo è ancora cupo:  fino al 2001, infatti, le Landesbanken potevano contare su fonti di raccolta a basso costo in quanto le emissioni erano garantite dal Governo tedesco. Poi Berlino e la Commissione Europea avevano deciso di eliminare questo vantaggio competitivo concedendo tuttavia un periodo di grandfathering di 4 anni in cui le Landesbanken potevano ancora emettere bond garantiti con maturity massima di 10 anni. La massa di emissioni fatte fino al 2005 verranno quindi a scadenza e la loro sostituzione comporterà un inevitabile aumento del costo della raccolta. La mancanza di una rete adeguata di filiali (appena 482 su un totale di 39.531) e quindi di una buona raccolta retail, le Landesbanken dovranno quindi attingere pesantemente alla raccolta istituzionale per il 70% del totale.

Nel frattempo a Francoforte, la Bundesbank è in altre faccende affaccendata. Dopo un lungo e imbarazzante tira-e-molla il consiglio direttivo ha deciso di abbandonare Thilo Sarrazin al suo destino. Per la prima volta nella sua storia, la Banca centrale tedesca ha chiesto al presidente della Repubblica di esautorare un proprio esponente (poi dimessosi spontaneamente e ora in attesa di una pensione da 10.000 euro al mese) che nelle ultime settimane ha provocato vive polemiche per alcuni commenti sugli immigrati musulmani e gli ebrei.  Un incidente che macchia il biglietto da visita di Axel Weber in corsa per salire sul trono della Bce. La corsa a ostacoli, come titolava qualche giorno fa il Wall Street Journal,  descrivendo il cammino del numero uno della Bundesbank verso l’ottobre 2011: prima le critiche a mezzo stampa alla decisione del board di Francoforte di acquistare titoli di stato, poi un’intervista in cui anticipa la decisione di allungare i finanziamenti agevolati alle banche, infine l’imbarazzante vicenda di Sarrazin. Weber insomma resta il favorito ma, scrive il Wsj, ci sono altri candidati credibili. Primo fra tutti Mario Draghi, sottolineano gli americani. Anche se la stampa italiana continua a non fargli propaganda – come invece sarebbe giusto, dal nostro modesto punto di vista – perché per la malmessa e astiosa politica italiana oggi Draghi è un tabù.

]]>
/2010/09/13/il-panzer-senza-cingoli/feed/ 1
I fuochi di Profumo /2010/08/31/i-fuochi-di-profumo/ /2010/08/31/i-fuochi-di-profumo/#comments Tue, 31 Aug 2010 14:19:08 +0000 Camilla Conti /?p=6910 Ha mai pensato di darsi alla politica? “No. Anche perché penso di avere un carattere non adeguato”. Era il 29 maggio 2008 e Unicredit era da poco inciampata sulla mina dei derivati. Ecco allora uscire sulle pagine de L’Espresso una lunga  intervista sentimentale all’amministratore delegato, Alessandro Profumo.

Il banchiere europeo che più europeo non si può. Il manager che ha sempre chiesto di essere giudicato sulla qualità delle sue scelte e dei suoi progetti, ma senza contrarre debiti, neppure di riconoscenza, con nessuno. Orgogliosamente distante dai colleghi “di sistema” come Passera. E soprattutto snobisticamente avulso dalla politica con le sue beghe di palazzo troppo provinciali e becere. Poi, dopo i derivati, è arrivata la crisi. E anche mister Profumo si è dovuto adeguare.

Oggi lo ritroviamo attovagliato con Gheddafi, suo primo socio in affari, e con il premier Berlusconi che ha benedetto – c’è chi dice oliato attraverso la mediazione di Totò Ligresti – l’ingresso dei libici nel capitale di Piazza Cordusio.  Il banchiere che una volta andò a votare per le primarie del Pd è però stretto fra due fuochi. Da una parte Silvio e gli amici di Tripoli, dall’altra il ministro Tremonti e soprattutto il popolo padano il cui nuovo motto è: fondazioni bancarie a noi, fuori gli arabi, giù le mani di Gheddafi da Unicredit.

 Ai leghisti Profumo non piace. Soprattutto a quelli veneti che non vogliono occupare solo le banche ma anche le infrastrutture. Come la nuova piattaforma portuale di Venezia,  una delle priorità per l’economia della Regione. Il progetto lanciato dal Presidente dell’Autorità Portuale Paolo Costa, di un porto off-shore al largo della bocca di porto di Malamocco, dal costo previsto di 1,3 miliardi di euro è però rallentato dalla contesa con il Friuli-Venezia Giulia che sta lavorando ad un «superporto» tra Trieste e Monfalcone. Grazie ai finanziamenti di Unicredit Logistics , la società attraverso la quale il gruppo di Profumo finanzia le grandi infrastrutture.

E poi ci sono i tagli all’occupazione che scuotono i leghisti veronesi: secondo le prime stime dei sindacati, la scure si abbatterà soprattutto sui quartier generali di Banco di Sicilia e Banca di Roma, ma non resterà indenne la direzione di Unicredit Corporate Banking nella città scaligera. Il totale dei dipendenti del gruppo Unicredit in regione (calcolo del sindacato Fabi alla fine dello scorso anno) è di 6.184 unità: il grosso (2.670) gravita su Verona, ma ci sono presenze molto significative anche a Treviso (1.046) e Vicenza (1.022), mentre su Padova e Venezia si viaggia intorno alle 500 persone per ciascuna provincia.

“Ci lasci anticipandoci la sua prossima sfida”, concludeva l’intervista sentimentale de L’Espresso a Profumo nel 2008.  ”Se mi riporta sulla terra, le rispondo volentieri. Voglio far diventare l’Unicredit a tutti gli effetti la prima banca europea”. La sfida continua. Ma sotto una tenda beduina.

]]>
/2010/08/31/i-fuochi-di-profumo/feed/ 3
Il termometro dei bond /2010/08/24/il-termometro-dei-bond/ /2010/08/24/il-termometro-dei-bond/#comments Tue, 24 Aug 2010 13:31:32 +0000 Camilla Conti /?p=6842 Cosa ci dicono i rendimenti dei bond sovrani? Che il mercato non crede più a chi ha fatto troppo debito e a chi persevera senza prima avere ingranato la ripresa. Come gli americani: il debito pubblico Usa al ritmo attuale supererà il 100% del GDP USA prima del 2015. Quello dell’euroarea sarà allora al 95%. E sopra il 90% sarà anche quello del Regno Unito, pur inglobando le misure correttive annunciate dal governo Cameron-Clegg.  Ergo: bisogna tagliare ancora. Basta vedere la curva degli yields pubblici.

Nei mercati emergenti e nei cosiddetti Piigs il rendimento dei bond governativi riflette i timori di una rapida inflazione o di un default del debito. In America, Germania e Giappone gli yields sul debito sono a terra. Quelli decennali statunitensi superano di poco i 300 punti base,  350 nel caso britannico. Non abbastanza secondo il mercato, rispetto a tutto ciò che è nella pipeline. E ancora: il rendimento del Treasury decennale si attesta al 3.67% per cento. Sempre negli Stati Uniti il titolo a due anni è sceso allo 0,49% e il dieci anni al 2,61%. La novità di questi ultimi giorni è che gli acquisti si sono diretti in modo massiccio anche sulle scadenze più lunghe. Così i titoli 30ennali non hanno solo toccato nuovi livelli record, ma hanno anche ridotto il differenziale nei confronti dei titoli a 10 anni: sul Treasury lo spread tra le due scadenze è ormai sceso a 105 punti base, minimi da luglio.  Il fatto che il movimento si estenda alle scadenze più lunghe della curva dei tassi è il sintomo che la prospettiva di uno scenario di disinflazione a medio termine (e di deflazione, nel peggiore dei casi) sta diventando più radicata fra gli investitori. Fra gli esperti, intanto, il dibattito è acceso: Come possono i fondamentali giustificare rendimenti così bassi? Esiste davvero una bolla dei bond governativi? “Probabilmente no, ma siate cauti verso i rischi a bassa probabilità” , risponde Tyler Cowen, nel suo blog “Marginal devolution”. Secondo Ricardo Caballero del Mit le curve riflettono semplicemente una forte carenza di asset considerati sicuri. Per Viral Acharya, “E’ meglio chiamarla una bolla della spesa pubblica” mentre per Stephen King  “Probabilmente i rendimenti dei titoli pubblici sono bassi per buone ragioni”.  

 

 

]]>
/2010/08/24/il-termometro-dei-bond/feed/ 2
Campioni d’Italia /2010/08/11/campioni-ditalia/ /2010/08/11/campioni-ditalia/#comments Wed, 11 Aug 2010 15:29:14 +0000 Camilla Conti /?p=6762 Ultima notizia dal libero mercato. Dopo l’acquisizione definitiva di International Power da parte di GdF-Suez, l’Inghilterra non ha più gestori di energia a controllo inglese. Il settore elettrico di Sua Maestà Britannica è ormai gestito da francesi, cinesi, tedeschi e spagnoli. L’operazione con cui GdF si è portata a casa il 70% di International Power, creando un gruppo che, nelle intenzioni, dovrebbe diventare il primo al mondo, con posizioni di leader nelle regioni a maggior crescita, come l’America Latina, il Medio Oriente e l’Asia, non è stata commentata dal governo inglese. Viceversa il premier francese, François Fillon, ha dichiarato che una tale operazione industriale “dimostra la vitalità delle grandi imprese francesi, in un settore particolarmente strategico”. Entusiasmo prevedibile, anche perchè GdF è finanziata in maniera sostanziale dallo Stato , che ne detiene il 35%.  Anche la Francia ha aperto il suo mercato dell’energia, ma è difficile pensare che lo lascerà passare sotto controllo straniero. E l’Italia? Ha ragione  fabrizio Onida a sostenere sulle pagine del Sole24Ore che tutti i Paesi attuano misure per favorire i propri campioni nazionali e attrarre investimenti. Non c’è alcun motivo per scandalizzarsi: che male c’è se lo facciamo anche noi? In realtà, come ben dimostra l’operazione Gdf, ci sono due Europe: quella francese, che sostiene i campioni, ma anche quella britannica che al contrario non ha mai esitato troppo a cedere le sue utilities. Per quanto ci riguarda, l’Italia ha assistito a un’irruzione nel mercato nazionale dell’elettricità grazie al portage fatto fare, anni fa, dalle banche alla Fiat degli Agnelli a favore di Edf su Edison. Irruzione che oggi si sta praticamente sciogliendo nella vicenda A2A. Nel nostro caso il nodo principale da sciogliere è la politica industriale sul nucleare. Se i progetti allo studio rimarranno solo sulla carta, allora l’azionista pubblico si dovrà porre il problema di spingere Enel non solo a ridimensionare il debito per continuare ad assicurare i dividendi allo Stato. Ma anche ad accelerare lo shopping mondiale. Stesso discorso vale per Terna che ha un debito risibile e oggi potrebbe finanziare importanti acquisizioni con mere operazioni di mercato a basso costo. Perché campioni non si nasce, ma si diventa.

]]>
/2010/08/11/campioni-ditalia/feed/ 0
La via ambientale al fallimento /2010/07/21/la-via-ambientale-al-fallimento/ /2010/07/21/la-via-ambientale-al-fallimento/#comments Wed, 21 Jul 2010 12:17:34 +0000 Camilla Conti /?p=6602 Sequestro a sorpresa, martedì mattina, dell’area Montecity-Rogoredo di proprietà della Milano Santa Giulia spa che fa capo al gruppo Zunino. Di fronte alla battaglia persa con le banche dai pm milanesi che nel 2009 avevano chiesto il crac del gruppo Risanamento, oggi per i giudici si configura una strada alternativa a ciò che era stato negato alla procura: la via ambientale al fallimento.

La Guardia di finanza di Milano martedì mattina ha infatti eseguito il sequestro preventivo dell’area Montecity-Rogoredo perché, secondo la ricostruzione degli inquirenti, la falda acquifera sottostante sarebbe inquinata con alcune sostanze pericolose per l’ambiente e la salute, tra cui alcune cancerogene. Nelle settimane scorse, la Procura aveva ordinato una perizia per verificare la presenza di materiali pericolosi nei terreni sui quali sta sorgendo il nuovo quartiere. Il sequestro è avvenuto nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm di Milano Laura Pedio e Gaetano Ruta su presunte irregolarità per la bonifica dell’area di Montecity Santa Giulia, per la quale sono finiti indagati (e anche arrestati) l’imprenditore nel campo dei rifiuti Giuseppe Grossi, alcuni suoi collaboratori e Rosanna Gariboldi, moglie del deputato del Pdl Giancarlo Abelli (che ha patteggiato come Grossi). I reati ipotizzati per questo filone d’inchiesta sono di attività di gestione di rifiuti non autorizzata e avvelenamento delle acque.

La pm Pedio è già stata protagonista (insieme al collega Roberto Pellicano) della battaglia che si è giocata l’anno scorso a Milano sempre su Risanamento fra la procura,  i legali di Zunino e le banche. I magistrati avevano chiesto il fallimento del gruppo immobiliare per cessata continuità aziendale già dal 2008, e contestando dunque come falso e illegale il bilancio al 31 dicembre 2008 regolarmente approvato. Nella partita poi sono entrate le big del credito con il piano di ristrutturazione del debito presentato ai sensi dell’articolo 182 bis del nuovo diritto fallimentare: che prevede, previo l’accordo del 60% dei creditori, il riscadenziamento dell’esposizione. Alla fine hanno vinto le banche e la procura ha perso.

Oggi il mirino dei magistrati  si è spostato verso una vicenda collegata, quella delle bonifiche di Santa Giulia a cui la stessa Pedio stava lavorando ancor prima di avviare la guerra del 2009 sulla continuità aziendale. Per bonificare la zona ci vorranno anni e 400 milioni di euro. I tempi si prevedono dunque lunghissimi con inevitabili ricadute sul valore delle aree del nuovo quartiere milanese che è destinato nel frattempo a crollare.  Creando problemi alle stesse banche che hanno in pegno il capitale di Risanamento e che sono sì uscite vittoriose dalla prima battaglia ma ora rischiano di perdere la guerra. Il provvedimento su Santa Giulia legato a reati ambientali potrebbe dunque configurare un’alternativa alla prima istanza riferita invece alla discontinuità aziendale. Del resto, c’è già un precedente: nell’aprile scorso il Tribunale fallimentare di Milano ha dichiarato l’insolvenza e respinto la richiesta di Snia, formulata in base all’articolo 182 bis della legge fallimentare, per ridefinire l’importo e le scadenze dei propri debiti. Circa 60 milioni di euro che sarebbero stati rimborsati per quasi il 70% ai 43 creditori che avevano dichiarato l’intenzione di sottoscrivere il piano. La pur alta adesione all’accordo non è stata sufficiente a salvare la società, quotata in Borsa, attiva nella chimica e di recente anche nell’immobiliare.

Come nel caso di Risanamento, sulla vicenda Snia hanno pesato soprattutto le incertezze sulla continuità aziendale, messa però a repentaglio dai rischi per i risarcimenti di eventuali danni ambientali. Del gruppo, infatti, faceva parte anche la Caffaro di Brescia, già in liquidazione in amministrazione straordinaria, e tristemente nota per uno dei più gravi disastri ecologici del Paese causato dai Pcb, i Policlorobifenili parenti della diossina.

]]>
/2010/07/21/la-via-ambientale-al-fallimento/feed/ 7
Sulla Consob e le critiche di Giavazzi /2010/07/16/sulla-consob-e-le-critiche-di-giavazzi/ /2010/07/16/sulla-consob-e-le-critiche-di-giavazzi/#comments Fri, 16 Jul 2010 17:43:26 +0000 Camilla Conti /?p=6568 Stamani finalmente si è riletto sul Corriere della Sera un editoriale del professor Francesco Giavazzi. E diciamo finalmente perché, con ogni sincerità, preferiamo di gran lunga i suoi – anche se non sempre li condividiamo in tutto – rispetto a quelli recenti di altri editorialisti che indicano la via del “tutto pubblico” per uscire dalla crisi. Crisi in cui ci troviamo perché, secondo gli stessi, l’Italia si è arresa al crac del capitalismo anglosassone. Cioè “l’idea che la mera privatizzazione dell’economia potesse restituirci un’etica pubblica”. Evidentemente c’eravamo addormentati e ci siamo persi il film. Detto questo, stamattina Giavazzi ha fatto il contropelo alla Consob. Ma poiché siamo sensibile al tema affrontato, abbiamo voluto approfondire.  A dire la verità, qualcosa non ci quadra nel ragionamento del professore e abbiamo alcune osservazioni da fare. L’editoriale esordisce puntando il dito sul fatto che l’Autorità della Borsa da un mese è senza presidente. E su questo concordiamo pienamente: il governo dovrebbe preoccuparsi perché così non si tutela il mercato. Poi passa ad attaccare l’Autorità che esercita il suo ruolo di garante “in modo solo formale e burocratico”.  Ed ecco l’esempio: “Un’eccellente media impresa bergamasca, un caso di imprenditoria di qualità, la Gewiss, quotata in Borsa, è stata recentemente oggetto di un’offerta pubblica di acquisto (Opa) da parte del socio di controllo. A un investitore interessano soprattutto due cose: le motivazioni dell’offerta e il prezzo. Nelle 89 pagine del documento di offerta, approvato dalla Consob, queste informazioni non ci sono”.Prima osservazione. Le informazioni ci sono eccome e si possono trovare nel documento d’Opa facilmente rintracciabile sul sito gewiss.it. Del prezzo d’Opa si parla a pag 47 dove, tra l’altro, viene specificato che il prezzo offerto di 4,20 “incorpora un premio del 43,5% rispetto alla media aritmetica ponderata dei prezzi ufficiali registrati di borsa registrati nel corso degli ultimi 12 mesi”. Le carte parlano e del resto non si è mai visto un documento d’offerta che non indichi il prezzo d’offerta. Non solo. Per quanto riguarda le motivazioni a base dell’Opa, sono contenute nelle pag. 53, 54 e 55. Tra queste si legge ” È intenzione dell’Offerente, infatti, attraverso la promozione dell’Offerta ed il conseguimento della revoca delle Azioni dalla quotazione, far sì che l’Emittente possa concentrare i propri investimenti sul rafforzamento della posizione nel proprio mercato di riferimento nonché operare, a tal fine, con maggiore flessibilità ed efficienza nell’ambito della propria attività, così come descritto nel successivo Paragrafo G3. Poiché tali obiettivi di rafforzamento competitivo sono perseguibili nel lungo periodo, ciò potrebbe influenzare negativamente la redditività di breve-medio periodo dell’Emittente con un impatto negativo sul corso del titolo Gewiss (già caratterizzato da un ridotto volume medio giornaliero di scambi), eventualmente amplificato dalle poco favorevoli condizioni dei mercati borsistici. L’Offerente ritiene che tali obiettivi di sviluppo e riorganizzazione possano essere più agevolmente ed efficacemente perseguiti con un azionariato a base ristretta piuttosto che con un azionariato diffuso ed in una situazione caratterizzata da minori oneri e maggiore flessibilità gestionale e organizzativa”. Linguaggio da prospetto, ma le informazioni non mancano. L’editoriale prosegue  sottolineando i “legittimi sospetti” degli investitori che la società, tolta dalla Borsa, verrà venduta in blocco con un premio sul prezzo dell’Opa: “nel Bel Paese succede spesso”, ci spiega Giavazzi. “Un investitore istituzionale scrive all’offerente per chiedergli se il dubbio è fondato, e informa la Consob. Risposta dell’offerente: leggete il documento, nel quale però di spiegazioni non vi è traccia”. Giavazzi si riferisce alla lettera indirizzata al manager-imprenditore Domenico Bosatelli (e per conoscenza a Consob) da Nextam Partners che ha aderito a denti stretti all opa Gewiss. Nelle scorse settimane la sgr aveva contestato diversi aspetti dell’offerta finalizzata al delisting del gruppo milanese di installazioni elettriche. E nella missiva  la societa’ di gestione aveva chiesto piu’ chiarezza sui motivi dell’offerta e sui rischi impliciti legati al mantenimento di Gewiss a Piazza Affari. Non solo. Nextam aveva messo in discussione il prezzo di offerta, considerato troppo basso. Ma la risposta di Bosatelli c’è stata. Secondo l’imprenditore il prezzo di 4,2 euro sarebbe “congruo”, visto che per definirlo sarebbe stata condotta un’analisi dei multipli di mercato. L’azionista di maggioranza ha inoltre rassicurato gli azionisti sulle prossime mosse escludendo la possibilita’ che l’Opa sia preliminare a un successivo passaggio di proprieta’. Alla fine Nextam ha deciso di aderire all’Opa, pur ribadendo le proprie perplessita’ di fondo. Ma le spiegazioni sono comunque arrivate. E hanno lasciato traccia. Non si capisce quindi perché, come contesta più avanti il professore, Consob dovesse chiedere che all’investitore venisse data una risposta piùarticolata e più seria. Più in generale, ci preme inoltre ricordare che dichiarare l’equità del prezzo di un’Opa non spetta alla Consob, il cui ruolo non è dire se il prezzo è giusto ma evitare il ripetersi di terremoti come quelli di Cirio e Parmalat. L’esempio citato nell’editoriale per dimostrare, scrive l’autore, “l’incapacità di tutelare davvero gli interessi dei risparmiatori” ci lascia dunque perplessi. Noi di Chicago-Blog che amiamo tanto l’America ricordiamo al professor Giavazzi che a Wall Street quando parte un’ Opa la si saluta “Democracy at work“ direbbero loro. Perché anche l’azionista più potente della società è trattato alla pari di quello più piccolo.

]]>
/2010/07/16/sulla-consob-e-le-critiche-di-giavazzi/feed/ 4