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Nome: Carlo Stagnaro
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Commenti degli utenti

  1. Bp, la regolamentazione, e l'eterogenesi dei fini

    Massimo, temo che in questo caso non si tratti di tecnicalità, che peraltro già ci sono e (nel caso della Deepwater) pare siano state in parte ignorate. La mia sensazione è che siamo all’assalto alla diligenza.

  2. Acqua: se non è una merce, non è nulla

    Azimut, la mia risposta sincera è: chiedendo agli abitanti di Roccacannuccia di pagare di più per l’acqua. Oppure il comune di Roccacannuccia potrebbe tassare i suoi abitanti per raccogliere i capitali per finanziare l’allacciamento. Oppure chiedendo ai sindaci del comprensorio di alzare le tariffe (a oggi sono loro che le decidono) in modo da spalmare sull’intera comunità il costo aggiuntivo necessario a raggiungere Roccacannuccia. Detto questo, riconoscerai che un conto è immaginare soluzioni ad hoc per Roccacannuccia – lo stesso decreto Ronchi prevede la possibilità di affidamenti inhouse in questi casi – altra cosa è assumere Roccacannuccia a paradigma per l’Italia…

  3. Bugiardi e mentitori

    @Flavio: non mi permetto e non mi sogno di dare dei coglioni a nessuno. Dico semplicemente che gli è stato venduto un prodotto difettoso, che gli è stato chiesto di firmare contro l’inesistente “privatizzazione” dell’acqua quando stavano in realtà firmando per restituire alla casta e alle cricche – più di quanto non lo mantengano già adesso – il controllo sul settore.

  4. BP-Eni, l'idea non era balzana. Un po' di charts

    Massimo,
    (1) Normalmente no, ma è chiaro che un’azienda come Eni, quando si muove su un terreno “politicamente sensibile” (come inevitabilmente è il contendersi le spoglie di un’importante azienda di un paese straniero) e quando l’azionista pubblico non è uno a cui piaccia stare con le mani in mano (come certo è il caso di Tremonti), difficilmente azionista e management non si parlano.
    (2) Questo è sicuramente vero. Resta il fatto che sul mercato potrebbe finire per esserci anche Bp – questo mi pare il senso dell’intervento di Oscar – e che, in ogni caso, nella misura in cui questi asset si trovano non in Africa, ma in Europa un minimo di attenzione a queste cose bisogna farlo. Peraltro, mi chiedo se Eni sia “capace” di muoversi in un territorio come quello nordamericano, molto diverso dalla culla italiana e sicuramente, almeno in termini di rule of law e proceduralizzazione di scalate e operatività, più lontano dall’Italia di quanto non lo sia l’Italia da Algeria ed Egitto.

  5. BP-Eni, l'idea non era balzana. Un po' di charts

    Oscar, sono molto d’accordo con quello che scrivi. Questo è un caso scuola di come, se generalmente la proprietà pubblica favorisce l’azienda interessata sul mercato nazionale, come noi sappiamo bene a nostre spese nel caso dell’Eni, essa finisca anche per rappresentare un handicap quando ci si muove all’estero. Il fatto che l’azionista di riferimento sia il Tesoro (o Cdp che dir si voglia, scusate ma non colgo la differenza), infatti, non implica solo una lentezza che può essere fatale: implica anche che, quando e se l’Eni si muoverà, uno degli argomenti che verranno usati contro di essa è che si tratta di una compagnia di Stato. Esattamente come in Italia abbiamo fatto delle cose turche quando Edf è entrata nel capitale di Edison, esattamente come a Washington ne hanno fatte di tutti i colori per impedire che Cnooc si pigliasse Unocal, allo stesso modo non fatico a immaginare i mal di pancia londinesi se mai San Donato puntasse ai gioielli di Bp. Per una volta, è la stessa compagnia para-pubblica ad avere un evidente interesse a essere privatizzata.

  6. Assolti?

    Gentile Bernini, abbiamo una visione diversa sulla portata degli sbagli. Sbagliare è lecito, ma – come ho cercato di scrivere – fornire un grafico “misleading”, e difenderlo pervicacemente contro chi sostiene che sia “misleading”, è più che sbagliare. Lo è, soprattutto, se l’opinione “misled” dei destinatari del grafico – i decisori politici – in virtù di questa errata percezione prenderà decisioni che impegneranno l’umanità ad affrontare costi enormi. La questione è semplice, in un certo senso: i climatologi della Cru si trovano in una posizione nella quale non è sufficiente essere corretti – e non sempre lo sono stati, come testimonia il rapporto che li “scagiona” – ma è essenziale essere eticamente ineccepibili. Semplicemente, non lo sono stati.
    Lei chiede: dov’è la cricca? L’esistenza della cricca è chiarissima dalla lettura delle loro email. Ancora una volta: come in molte delle intercettazioni che leggiamo sui giornali a proposito di politici italiani, può esserci poco o nulla di penalmente rilevante, ma l’immagine che ne esce fa comunque cascare le braccia. Non possiamo far finta di non aver letto quelle email.
    Ultimo, e non triviale, punto, che è del tutto assente dal rapporto ma viene enfatizzato in un bell’articolo di Karel Beckman sull’ultimo numero di “Energia”: normalmente, gli “errori” tendono a distribuirsi in modo piuttosto casuale. Uno sbaglia un po’ per un verso, un po’ per l’altro. Trovo piuttosto inquietante che TUTTI gli errori riconosciuti dall’Ipcc fossero nella direzione di attribuire al global warming effetti peggiori di quelli che probabilmente avrà. Quando gli errori sono sistematici e coerentemente nella stessa direzione, all’università mi hanno insegnato che è ragionevole supporre che ci sia qualche difetto nello strumento che compie le misurazioni.

  7. Assolti?

    Gentile Bernini, non credo di aver scritto che il rapporto Muir non assolva i climatologi. Ho scritto che li assolve. Trovo però sorprendente che, a poche pagine di distanza, si dica prima che “we do not find that their behaviour has prejudiced the balance of
    advice given to policy makers” e poi che – per ripetermi – “the figure supplied… was misleading” o che “in the interests of transparency, we believe that CRU should have ensured that the data they did not own, but on which their publications relied, was archived in a more timely way”. Ognuno ha il suo legittimo impedimento.

  8. A tutto c'è un limite, e gli ambientalisti spagnoli quel limite l'hanno passato

    Meglio così. Provvedo ad aggiornare il post.

  9. Liberalizzazioni: bene anche i Radicali e bentornata Emma

    Mario:
    Ti ringrazio molto dei chiarimenti e dei commenti. E ne approfitto per farti e farvi i complimenti per un pacchetto di proposte che, nella larga maggioranza dei casi, sono buone o molto buone, nella nostra prospettiva.
    Sulla proposta Pannella-Ichino-Cazzola, naturalmente, non posso che essere favorevole. Non l’avevo commentata perché non mi pareva facesse parte del pacchetto di emendamenti alla manovra presentato sul sito dei radicali, ma può essere stata una mia svista. Mi sembra un tentativo interessante di superare i limiti artificiosi – sia verso l’alto sia verso il basso – all’età pensionabile. Ma, in astratto, resto convinto che il problema vero sia il superamento dell’idea stessa di età pensionabile: anche se capisco che il boccone politicamente più indigesto sia quello di prendere sul serio, ed essere coerente con, i coefficienti di attualizzazione. Finché sarà un tabù politico quello di erogare rendite pensionistiche molto basse, dovremo necessariamente pensare in modo unidimensionale, avendo come unica leva a disposizione quella dell’età. Ed è ovvio che in un contesto di allungamento dell’età media, l’età del pensionamento non può che crescere e, in questo, la vostra proposta di alzarla a 65 anni è giusta e inevitabile (contrained, lo ripeto, dall’impossibilità politica di accettare pensioni molto basse).
    Sul software libero capisco la logica ma resto perplesso: spendere di più per un software proprietario, che tutti sanni usare fin dall’inizio e dunque non richiede alcuna forma di training (sia sotto forma di corsi, sia sotto forma di tempo perso nell’apprendimento) può comunque essere economicamente vantaggioso. E’ ovvio che è difficile formalizzare il problema, e dunque qualunque soluzione – la preferenza per il software libero piuttosto che per quello proprietario – è facilmente criticabile.
    In bocca al lupo e grazie per il tuo intervento.

  10. Liberalizzazioni: bene anche i Radicali e bentornata Emma

    @Focus Liberale: Grazie della segnalazione sui prezzi dei libri, ho provveduto a correggere il testo. Bene così!
    @Riccardo: è strano, ma tutte le volte che si parla di grandi riforme, qualcuno invoca la politica dei piccoli passi, mentre quando si propongono piccoli passi qualcun altro invoca le grandi riforme. Io credo che servano entrambe le cose, e quando vedo proposte – siano esse piccoli passi o grandi riforme – che vanno nella direzione giusta, non mi faccio problemi a dirlo e, per quel poco che posso, sono felice di sostenerle.
    Sul valore legale del titolo di studio, mi sembra che tutte le risposte necessarie siano emerse direttamente nei commenti. Sui referendum radicali (e leghisti) degli anni ‘90, stendiamo un velo pietoso. E’ stata una grande speranza ed è stata completamente disattesa a causa dell’enorme impegno del nostro disgraziato ceto politico, di destra e di sinistra, nello smantellarne i risultati. E’ anche per questo, forse, che gli elettori hanno perso fiducia nello strumento referendario: doveva essere un mezzo di controllo e pressione sui politici, e i politici l’hanno completamente neutralizzato. Chi crede nella democrazia, dalla vicenda referendaria dagli anni Novanta in poi può trarre una serie di lezioni su come i rappresentanti “democraticamente” eletti possono impedire ai cittadini di esercitare la propria sovranità.

  11. Modificare l’art. 41 Cost.: An, cur, quid e quomodo

    Serena, mi sembra un’analisi molto condivisibile. Gli aspetti “sostanziale” e “metodologico” sono, per me, sufficienti e confermano i sospetti della prima ora. Quello “esistenziale” è più controverso:nel senso che vedo benissimo il tuo punto, ma vedo anche quello di Luciano Pontiroli. Il fatto è che le due cose non si escludono: si può, contemporaneamente, perseguire una (meritoria) opera di revisione costituzionale, e semplificare la legislazione ordinaria. Il problema è che, per essere utile e credibile (e deve essere entrambe le cose), questo sforzo deve essere ben progettato. Invece, dal lato costituzionale la “rivoluzione culturale” promossa da Tremonti mi sembra segnare, se non un passo indietro, nessun passo avanti. Mentre sul piano della legislazione ordinaria, le mostruosità introdotte dalla manovra vanificano ogni e qualunque sforzo verso un miglioramento. Quindi, la sensazione più forte è che si tratti di una fitta cortina fumogena per nascondere l’assenza di iniziativa reale verso una vera libertà d’impresa, e semmai i deliberati interventi CONTRO la libertà d’impresa contenuti nella manovra.

  12. Tuiavii di Samoa non aveva nulla da imparare dagli europei, ma io ho qualcosa da imparare da Mario Tozzi

    @Egidio Bernini: ammetto che non sapevo nulla di Tuiavii di Samoa e ora lei mi ha incuriosito. Ho letto invece Diamond e l’ho trovato molto poco convincente. Però il mio obiettivo, in questo post, non era né verificare la storia di Papalagi, né fare il controcanto a Diamond. Il mio obiettivo era mostrare che l’articolo di Tozzi era insostenibile perfino prendendo per buono tutto quello che diceva. Del resto, la maggior parte dei lettori della Stampa non hanno tempo o voglia di verificare se la versione che Tozzi dà di “Collasso” e della storia di Papalagi sia fedele. La maggior parte dei lettori si confronta con quello che ha scritto Tozzi. E, da questo punto di vista, è per me importante distinguere tra quello che Tozzi dice e quello che “voleva dire”: penso anch’io che intendesse quello che dice lei, ma scrive quello che critico io. Lei chiede: “perché non andare a leggere le fonti dirette… invece di commentare i riassunti malfatti di Tozzi?”. La mia risposta è semplice: perché i lettori della Stampa leggono Tozzi. Ed è cosa buona e giusta, oltre che bella e istruttiva, mostrare quanto essi siano inconsistenti persino prendendo per buono quello che dice.

    PS Per carità di patria non mi sono accanito sul passaggio più insostenibile dell’articolo, più ancora di quello su Samoa e l’Isola di Pasqua, cioè quello in cui sostiene che la fabbricazione della plastica contravvenga al principio per cui nulla si crea e nulla si distrugge…

  13. Shit happens

    @Ezio: non era mia intenzione, naturalmente, negare responsabilità che possono esserci state. Ho scritto molto chiaramente, almeno nel caso di Bp, che penso una parte della colpa vada ricondotta alla cultura aziendale che ha portato in secondo piano le questioni della sicurezza. In un precedente post ho criticato che limita a 75 milioni di dollari la liability delle compagnie petrolifere. Per quel che riguarda l’Aquila, penso che esistano e siano chiare delle responsabilità da parte dei progettisti di alcuni edifici. Non credo lo stesso possa dirsi dei sismologi. Ma, a prescindere da questo, non possiamo illuderci che sia possibile, con una regolamentazione appropriata, evitare qualunque disgrazie. A volte, le cose vanno male anche se uno fa tutto per bene. E se, sotto il profilo delle responsabilità civili, questo può portare a conclusioni relativamente semplici (“Bp paghi”), ben diverso è il profilo penale. A volte, appunto, le cose vanno male anche se ci siamo impegnati a farle andar bene. Shit happens. Non possiamo pensare di prevedere, programmare ed evitare tutto. A volte le cose sono fuori dal nostro controllo. E non c’è modo di evitarlo.

  14. Nucleare entro tre anni. Perché non si può

    Lux, grazie della segnalazione. Sapevo che lo statuto era in dirittura d’arrivo ma non che fosse già stato approvato. Ne prendo atto con gioia ed è un merito di Scajola quello di esserci riuscito, viste le complessità della trattativa (e il comportamento non sempre lineare di alcune controparti e colleghi del ministro). Però la tempistica è quella che è. Dal momento della pubblicazione in GU – siamo ottimisti: questa settimana – ci vogliono 60 giorni, cioè due mesi, per nominare i componenti. Poi un po’ di rodaggio. Poi tutto il resto. Insomma: se nel 2013 il governo riuscirà ad aver dato al paese un contesto normativo adeguato, sarà già un grande successo. Non vedo perché “farla fuori dal vaso”, promettendo quello che è impossibile mantenere. Ed è proprio perché sono al 100 per cento d’accordo con te sulla “strategicità” dell’atomo che trovo questo atteggiamento, necessariamente foriero di delusioni, controproducente.

  15. Nucleare: Bersa-nì

    @ Ornella Trojani: Non sono Giannino. Che naturalmente non necessariamente condivide quello sche scrivo. Ciò detto, a me pare che Bersani sia, o almeno sia stato, persona seria. Tireremo le somme al termine del suo mandato.
    @ Roberti Renzi: Temo che avremo la stessa (non) risposta, visto che qui si vota ogni sei mesi…
    @ Lucio: Mi sta bene che il Pd sia contro “questo” nucleare, se intende il modo in cui il governo sta conducendo la sua strategia. Il problema è che, dalle dichiarazioni “ufficiali”, non si capisce se il Pd sia contrario a “questo” nucleare o al nucleare tout court.
    @ Marianusc: Se il Pd dicesse no, lo ripeto, sarebbe una posizione legittima. Il problema è che non dice né no, né sì.

  16. Più forte Scaroni

    Colitti scrive che “quello che io considero lo sfascio dell’azienda” non produrrà maggiori dividendi (“quando mai imprese più piccole hanno dato dividendi maggiori e più stabili di quelle grandi?”). Al contrario, “le società che propongono questo genere di operazioni fanno un sacco di soldi preparando le nuove entità ad entrare in Borsa a tutto vantaggio della miriade di consulenti, operatori finanziari, garanti che fluttuano intorno a questi piani di smembramento”. Poiché Knight-Vinke non è un advisor, ma ha in mano un pacchetto del valore di circa un miliardo di euro, se ne deve dedurre che, per procacciare consulenze a terzi, secondo Colitti il fondo è disposto a percepire meno dividendi in futuro. Cioè, è uno speculatore fesso.
    A proposito del pezzo di Vernole: appunto.

  17. Ci siamo illuminati di più

    Andrea Dolci: io non dico mica di lasciare accese tutte le luci, ci mancherebbe, e neppure sono un apologeta del led rosso della televisione, e neppure sostengo che ci siano ancora le mezze stagioni o che si sappia come vestirsi. Dico solo che un conto sono i comportamenti individuali, altra cosa le azioni collettivi. Sui primi non ho nulla da dire: chi è sprecone paga la bolletta più salata. Io sono genovese e quindi capirà quanto sono sensibile alla cosa. E’ sull’aspetto politico che m’incacchio: perché non è possibile contrabbandare come “risparmio” delle azioni costose (cioè: che costano più di quello che producono) o inutili. E, sul piano intellettuale, trovo risibile che la lampadina azionata a pedali venga presentata come la tecnologia del futuro. Se non la trovassi risibile, la troverei tragica e preoccupante.

  18. Un mondo più uguale

    Giorgio, al netto dei toni complottisti, il punto mi pare sia semplicemente che le politiche monetarie lassiste della Fed hanno contribuito a causare la crisi (con tutte le sue conseguenze e di efficienza, e di equità). E’ una tesi che, da queste parti, non possiamo che condividere…

  19. Un mondo più uguale

    Gentile D’Andria, a me pare che due cse siano abbastanza evidenti: le diseguaglianze TRA paesi sono calate e, molto spesso, sono calate anche le diseguaglianze NEI paesi. A livello globale, è calato tanto il tasso di povertà relativa (questo già lo sapevamo, anche attraverso proxy come la diffusione di fame e sete, l’aspettativa di vita alla nascita, eccetera) quanto l’ampiezza delle diseguaglianze (questo è il contributo di questo paper). L’altra cosa che sappiamo è che, nell’intervallo di tempo considerato, si sono aperti e integrati molti mercati. L’integrazione dei mercati la chiamiamo, convenzionalmente, globalizzazione. Ora, è chiaro che non necessariamente esiste una relazione causale tra questi fenomeni, ma quantomeno un forte sospetto che non si tratti di questioni mutuamente estranee dovrebbe sorgere sia in virtù di evidenze empiriche (i paesi più poveri presentano normalmente diseguaglianze più marcate, e sono tendenzialmente quelli meno liberalizzati e integrati nell’economia globale) e un framework teorico per interpretare tali evidenze (lei stesso riconosce che le spiegazioni alternative difficilmente possono prescindere, in ogni caso, dall’aumento del reddito pro capite). Mettiamola così: la cosa più conservativa che si possa dire è che il binomio globalizzazione/mercato (e tra le due cose non c’è soluzione di continuità) quanto meno non ha ostacolato il diffondersi della ricchezza, oltre alla sua creazione. Mi pare che già questo sia un elemento significativo da sottolineare, quando qualcuno rileva che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri. Sarà anche così, ma i dati dicono il contrario. Nel caso la si pensi diversamente, bisognerebbe prendersela coi dati…

  20. L'illusione ottica

    Azimut, forse non sono stato abbastanza chiaro su un punto: è ovvio che l’Italia (cioè Tremonti) si è comportata bene durante la crisi, relativamente agli altri. Ma non dobbiamo illuderci che i nostri problemi siano risolti: per così dire, abbiamo aggiunto relativamente poche distorsioni congiunturali, ma quelle strutturali erano e restano ben superiori agli altri (basta guardare lo stock di debito, infinitamente maggiore). In altre parole, se dovessi scegliere – sulla base di indicatori macro come quelli di cui stiamo parlando – se vivere in Italia o in Spagna, sceglierei la Spagna.

  21. L'identità nel paradiso della burocrazia

    Ammetto di essere giuridicamente analfabeta, ma se interpreto correttamente l’elenco Istat pubblicato da Ugo, sotto il vincolo dell’Art. 35, comma 2, D.P.R. 445/2000, ne deduco che teoricamente Ryanair (e qualunque altro vettore) dovrebbe essere obbligato ad ammettere a bordo chiunque disponga di un tesserino di riconoscimento dell’Unione nazionale incremento razze equine. E’ corretto? Altro che conduttori di caldaie, qui perfino i guardoni di cavalli…

  22. Clima. E se i buoni fossero i cattivi?

    Francesco G. – Facesse freddo sarebbe peggio!

    Emanuele Agus – direi che hanno risposto Pera e Mirco. In questo post non voglio discutere della luna, ma del dito che la indica. Dalla lettura di alcuni scambi di email private abbiamo capito che il dito non è così pulito o innocente come credevamo. Certo, è vergognoso che la corrispondenza privata arrivi sotto i riflettori. Ma dopo che ciò accade, non si possono più ignorarne i contenuti.

    Pietro – Benissimo. E se scoprissi che, dei 9 medici su 10, 3 o 4 si scambiavano email in cui si invitavano a vicenda a nascondere dati e si davano consigli reciproci su come farlo, definendo “idioti” quelli che non partecipano al gioco?

    Fausto – Non penso che gli scienziati siano potenti signori dell’oscurità, ci mancherebbe. Però è un dato di fatto che diversi tra quelli “intercettati” contribuiscono a formare il senso comune sul clima, e che da questo senso comune derivano scelte politiche. Scoprire, o trovare conferma, la loro disonestà intellettuale non può lasciare le cose immutate. Del resto, lei stesso dice che talvolta, tirati per la giacchetta da politici allarmisti (la richiesta di scenari a 2 gradi non viene certo dalla bieca reazione in agguato…) piuttosto che impuntarsi sulla linea del Piave della scienza, danno al popolo quello che il popolo vuolo (per sapere cosa il popolo vuole e si merita (*)

    David K – Non so chi e quanto abbia ragione. So che questa vicenda aumenta istantaneamente la credibilità degli scettici.

    Francesco R – Occhio però che ti stai muovendo su un filo di lana… Sono d’accordo che tante cose vanno cambiate, ma guai a voler raddrizzare il legno storto di cui l’umanità è fatta!

    (*) “Democracy is the theory that the common people know what they want, and deserve to get it good and hard”, HL Mencken.

  23. Ifigenia in Aulide

    Se a questo si aggiunge la riforma sanitaria, che inizia a fare i primi passi, il tasso di socialismo cresce ulteriormente, e forse si tratta di un tasso di crescita senza precedenti dal post-29 (sui livelli, invece, siamo ancora sotto i massimi storici, negli Usa, ma per quanto?). Il problema è: l’intervento diretto è la proposta di Krugman dopo il fallimento dell’ “intervento indiretto”. Se anche questo fallirà, ammetteranno finalmente che il male non può essere curato aumentando le dosi di veleno, oppure arriveremo alla proprietà pubblica dei mezzi di produzione?

  24. Il petrolio: vittima o carnefice?

    Marco – A me sembra difficile sostenere che la recessione attuale, negli Usa, sia stata “causata” dal petrolio. La stessa Iea dice una cosa diversa: che il petrolio è stato una concausa, secondaria per quanto rilevante. Del resto, il terremoto è cominciato quando il Wti quotava ancora relativamente basso, cioè nell’agosto 2007, e in tutte le sue fasi è stato trainato da fattori finanziari, bancari e monetari. La questione è diversa: a mio avviso, e me ne convinco sempre più, in questo caso l’olio è vittima delle tendenze macroeconomiche generali.

    Azimut – Temo che su questo gli economisti si scanneranno per molti anni…

    Pietro – Io la farei più semplice. Gli investimenti nel petrolio hanno carattere inerziale e tempi lunghi (se io comincio oggi una campagna esplorativa, difficilmente ci metterò meno di 5-10 anni per arrivare in produzione). La cosa è complicata da fattori politici di ogni sorta: nei paesi in via di sviluppo perché il petrolio è concepito come una risorsa dello Stato, in quelli industrializzati (compresi gli Usa) per ragioni regolatori e ambientali (vedi l’odissea in Alaska). Probabilmente, in presenza di una politica monetaria rigorosa non assisteremmo a una volatilità tanto pronunciata dei prezzi delle materie prime, ed è in questo senso che secondo me si può parlare di una forte componente speculativa.

  25. Uh-oh. Mi è semblato di vedele una letlomalcia

    Credo che Franco abbia centrato perfettamente la questione. Non è che Sir King sia passato in campo scettico. Tutt’altro. Lui resta persuaso che quella climatica sia una priorità ambientale, che deve essere affrontata con gli strumenti appropriati. E io resto convinto del contrario. Come prima. L’intervista al Times, però, è importante per una questione di metodo, più che di merito: King fa una (auto)critica all’allarmismo esagerato, alla tendenza di molti a farsi profeti di sventura. A me è capitato, qualche mese fa, di trovarmi a un convegno dove una tizia dal pubblico mi ha sibilato “assassino” mentre dicevo che controllare la CO2 è una fregnaccia. E’ questo che non va bene: l’idea religiosa che qualunque male sia riconducibile al riscaldamento globale e dunque alla CO2, e che dalla CO2 non possa derivare altro che male. Non mi interessa tirare King per la giacchetta: non sarebbe serio e non lo faccio. Mi interessa avere, con chi ha opinioni diverse dalle mie, un dialogo educato e fondato sull’onestà intellettuale. Può esserci stato, nel nostro campo, chi ha ciurlato nel manico, ma nel campo avverso questa è stata troppo spesso la regola. Oggi, per le ragioni che dicevo, ne pagano le conseguenze. King se n’è accorto e ha cercato di fissare un paletto, del tutto ragionevole. Tanto mi basta per salutare le sue parole come una piacevole novità.