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- Pietro: ho seguito in parte la trasmissione della scorsa mattina, sono anche riuscito a prendere la linea tra Bonanni e Sacconi ma il tempo non ha permesso spazio agli ascoltatori. Avrei voluto fare un intervento grazie all’esperienza maturata come dirigente d’azienda e come piccolo imprenditore avendo aperto un ristorante insieme a mia moglie da poco tempo. L’accordo sconfessato da Federmeccanica e ancora prima l’iniziativa della FIAT che punta a ridisegnare tutte le relazioni sindacali sono sacrosante ed arrivano entrambi quando si sta sfiorando il punto di rottura. Il problema peggiore se guardiamo al mondo del lavoro non riguarda tanto le grandi imprese come FIAT che occupano circa un terzo dei lavoratori ma le micro, piccole e medie imprese che numericamente sono il 90% ed occupano nel nostro paese il 70% circa del lavoratori. La rigidità nella gestione del lavoro è il PROBLEMA N°1 della bassa crescita del paese, che viene ancora prima del carico fiscale. Posso citare decine di esempi. Un amico titolare di un supermercato anni fa mi diceva di non riuscire a gestire la sua attività perchè con il suo organico non riusciva a servire i clienti....
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Il treno dei liberali, ovvero ricchezza per tutti/Di Giancarlo Maero
agosto 18th, 2010 at 17:42@NM
Forse mi sono spiegato male: a me premeva ribadire l’importanza della distinzione tra libertà di scelta e coercizione, che è fondamentale per capire cos’è il liberalismo e non cadere nelle trappole logico-semantiche dei vari socialisti e statalisti.
Mi è capitato troppo spesso di sentir dire che “nei paesi capitalisti – a differenza che nell’Unione Sovietica (eh sì, ho una certa età ) – i lavoratori saranno anche formalmente liberi di emigrare, ma se non hanno i soldi per viaggiare È COME SE fossero prigionieri, quindi l’uguaglianza FORMALE è illusoria se non c’è un’uguaglianza sostanziale, quindi il capitalismo non è preferibile al socialismoâ€. No, non è come se, è proprio diverso.
Quanto alla questione della “vita degna di essere vissuta†(espressione infelice, cara ai teorici dell’eugenetica di primo Novecento, ma ovviamente lei la usa in un senso del tutto innocente), ci mancherebbe di lasciarla ai socialisti! Ma le questioni vanno affrontate con rigore, se no si rischia di fare una gran confusione. Sulla visione realistica e disincantata della storia mi trova più che d’accordo, e non credo che vi sia alcun elemento per affermare che dal mio commento io abbia presentato una “ricostruzione idealizzata di tipo sovietico†del primo capitalismo inglese. Ne so (molto poco, ma abbastanza) da sapere quanto fossero abiette e degradanti le condizioni dei lavoratori inglesi fino a buona parte del Ventesimo secolo, ma sono curioso quel tanto da sapere che le condizioni dei lavoratori dei paesi non capitalisti erano (in modo diverso) altrettanto odiose, che il lavoro minorile non è esclusiva dell’industrializzazione e che il giochetto (non è il suo caso, mi affretto ad aggiungere) di fare l’equivalenza tra capitalismo e slums e da qui condannare il capitalismo (o l’industrializzazione, o l’Occidente e via dicendo) è stato (e viene ancora) usato fin troppo spesso. Nessuna idealizzazione, ma discernimento sì: affermare di preferire il capitalismo non equivale ad approvare, condonare o ignorare le sofferenze dei lavoratori, dei braccianti o dei fittavoli che si trovavano improvvisamente a dover trovare di che campare lontano dalla terra o degli artigiani battuti dalla concorrenza delle manifatture.
Ripeto, per concludere: quello che mi stava a cuore era sottolineare la fondamentale differenza tra coercizione e libertà , che in definitiva sta alla base del pensiero liberale.
PS: la sintesi, se ne sarà accorto, non è il mio forte…
Il treno dei liberali, ovvero ricchezza per tutti/Di Giancarlo Maero
agosto 18th, 2010 at 16:40@NM
In un senso, io credo, molto importante: nessuno è a conoscenza di spedizioni nelle campagne inglesi da parte di emissari dei Cattivi Capitalisti® a caccia di robuste braccia di contadini da ridurre in “schiavitù” negli opifici. Questo era il caso della tratta degli schiavi, che, difatti, non è esattamente l’epitome di un sistema liberale. Il semplice fatto che nelle campagne e nei villaggi sia rimasta una consistente popolazione dimostra che quella di andare in città e impiegarsi in una fabbrica era una scelta e che la scelta veniva liberamente presa senza coercizione (e che rimanere in campagna non equivaleva necessariamente a morire di fame).
In questo senso si può dire che fosse libera. Il fatto che la scelta dovesse farsi tra due opzioni alquanto sgradevoli non la rende, logicamente, meno libera.
Si può certamente deprecare il fatto che le opzioni a disposizione fossero limitate, che le condizioni di vita del proletariato operaio delle città fossero abominevoli, che la possibilità di coltivare la terra fossero limitate dall’appropriazione violenta delle terre da parte dell’aristocrazia, ma tutto ciò attiene ad un altro campo e non riguarda, sotto l’aspetto puramente logico, la libertà di scelta.
Manifesto per Milano, chi conta non ha firmato
maggio 15th, 2010 at 22:18Dave, mea culpa, l’articolo è dell’ottimo Mario Unnia. Per una mia distrazione non avevo inserito la riga con il nome dell’autore, con il quale ovviamente mi scuso
L'Obamacare, o dello statalismo demagogico
marzo 23rd, 2010 at 19:53Caro Fabio, non sarò certo io ad assumere la difesa del partito Repubblicano, ma mi pare che la sua accusa sia piuttosto inconsistente. L’idea che i Repubblicani siano il “partito del no” ha fatto parte dell’armamentario propagandistico utilizzato da Obama fin dal principio, ma non risponde al vero. Le controproposte ci sono state, e parecchie (la più articolata e recente la trova qui: http://article.nationalreview.com/423742/roadmap-to-solvency/paul-ryan. Un’altra, tra le tante, linkata nel testo di questo post: http://themoderatevoice.com/43992/the-real-republican-health-care-proposal/, ma se ha voglia e tempo di cercare ne trova quante ne vuole), ma l’intento di Obama e Pelosi non è mai stato quello di riformare la sanità per renderla finanziariamente sostenibile e meno costosa per gli utenti, ma invece l’istituzione di un sistema il più possibile centralizzato e dirigista, che spodestasse gradualmente la concorrenza privata (la “public option” mirava trasparentemente a questo obiettivo) e alterasse in modo radicale la società americana.
Obama lo ha sempre voluto, in questo lei ha perfettamente ragione, ma in campagna elettorale si è mascherato da moderato e pragmatico centrista. Tanti, troppi moderati, anche repubblicani (David Brooks, Christopher Buckley), e soprattutto tanti elettori ci sono cascati, e adesso si rendono conto di aver fatto entrare la volpe nel pollaio. Però chi avvertiva che Obama era un candidato di estrema sinistra (americana) veniva tacciato di essere un reazionario maccartista e larvatamente razzista.
Alla fine, però, il punto è sempre quello illustrato nel post di Oscar: l’informazione “mainstream” (negli Stati Uniti e massimamente in Italia) è stata ed è tuttora parziale e incompleta e continua a dare un quadro falsato della situazione.
L'Obamacare, o dello statalismo demagogico
marzo 23rd, 2010 at 16:23Fabio, temo che, quando parla di “un sistema che (…) non è pubblicoâ€, lei stia ripetendo un errore molto comune: la sanità americana non è affatto “privata”, ma è un orribile accrocchio di programmi pubblici e assicurazioni private sulle quali la politica interviene pesantemente. Misurati sul “peso” rispetto al PIL, i due settori (cito a memoria) grosso modo si equivalgono, incidendo ciascuno per un 7-8 per cento.
Limitandosi all’impatto finanziario, è bene ricordare che i programmi di assistenza sanitaria pubblica (principalmente Medicare e Medicaid+SCHIP) rappresentano (dati 2008) rispettivamente il 13,3% e il 7,2% del bilancio federale (senza contare quindi le spese a livello statale). Inoltre la loro gestione, tra sprechi, frodi e “normali” inefficienze è pessima e la relativa spesa è destinata molto presto a esplodere e diventare verosimilmente insostenibile.
Sul versante “privato”, bisogna ricordare che buona parte (non tutti, ovviamente) dei costi sono dovuti alle distorsioni introdotte dalla politica: il fatto che il mercato delle assicurazioni sanitarie di ciascuno Stato sia chiuso limita la concorrenza e presumibilmente fa aumentare il costo delle polizze. Le assicurazioni sono obbligate per legge (in misura diversa da Stato a Stato) a offrire copertura per eventualità (a volte grottesche) che i loro clienti potrebbero non volere, incidendo anche in questo caso sui premi. Ancora, la “medicina difensiva”, praticata per tutelarsi dalle possibili cause di malpractice (un regalo alla potente lobby degli avvocati, uno dei principali sostenitori del partito Democratico, tanto per capirsi) è un ulteriore causa di aumento dei costi della sanità .
Tutto questo (espresso, me ne rendo conto, in modo rozzo e schematico: non è possibile sintetizzare un sistema sanitario in poche righe) non per difendere le assicurazioni americane (che poco me ne cale) o esaltare aprioristicamente la sanità privata, ma per evidenziare il vero punto di Oscar: come al solito il ritratto fatto dai giornali italiani è parziale e offre un quadro distorto e fuorviante del sistema sanitario americano esistente, dei termini della riforma e dei metodi vergognosi, da autentico boss di Chicago, utilizzati da Obama e dalla banda Pelosi-Reid per approvare questa mostruosità . La cosa davvero importante per i media è, come dice Oscar, la “politica padrona”.
Un dibattito serio e ragionato sulla questione dell’assistenza sanitaria è auspicabile, ma per avviarlo bisogna per prima cosa sgombrare il campo dai tanti miti e dalle distorsioni della realtà . E, lo ammetto scusandomi, imparando ad essere più sintetici…
Luci sempre più accese
febbraio 17th, 2010 at 09:53Caro amico, per favore, evitiamo di scrivere interi paragrafi in lettere maiuscole. “Urlare” non aggiunge nulla alla validità dei vostri commenti, li rende solo molto più irritanti e paradossalmente ne scoraggia la lettura.
È un piccolo passo per un uomo, eccetera
Ci siamo illuminati di più
febbraio 17th, 2010 at 09:48Chiedo scusa nel ritardo nella pubblicazione del commento di andrea e di altri commenti negli ultimi giorni. Nessuna censura, solo un attacco di disorganizzazione.
Il vostro webmaster della mutua
L'America su Obama. Che grande Paese
febbraio 17th, 2010 at 09:43È troppo chiedere di non scrivere tutto in maiuscolo? Uno le scempiaggini e le puerilità scritte in cattivo italiano le può anche sopportare, ma urlate, proprio no
grazie e ad maiora!
Copenaghen: non date retta a Rampini.
dicembre 3rd, 2009 at 20:19Sull’equivalenza tra ambientalismo spinto e fede religiosa molto è stato detto e molto ancora ci sarebbe da dire…
Una cosa è certa: questi novelli Savonarola sempre pronti a esortarci (e presto a ordinarci) di vivere in stato penitenziale saranno gli ultimi ad adottare lo stile di vita che predicano.
L’esempio di Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC, è tanto grottesco quanto repellente:
http://corner.nationalreview.com/post/?q=M2JiNGY1MzllMTc4YWFlMzJkMTk4NDk4YjY2OWZiZDg=
Clima. E se i buoni fossero i cattivi?
novembre 22nd, 2009 at 22:06Peraltro, la CRU non è mai stata un modello di trasparenza:
http://www.climateaudit.org/?p=5791
http://www.climateaudit.org/?p=6673
http://www.climateaudit.org/?p=6825
Clima. E se i buoni fossero i cattivi?
novembre 22nd, 2009 at 21:43@emanuele
“Beh, non si vede da nessuna parte che il clima non segua i loro modelli”
Senza neanche cercare a fondo:
“Global warming appears to have stalled. Climatologists are puzzled as to why average global temperatures have stopped rising over the last 10 years” Der Spiegel, 19 novembre 2009
http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,662092,00.html
Buon divertimento con Google Translation
Siamo tutti Keynesiani?
settembre 25th, 2009 at 11:51Una breve ma interessante recensione dell’ultimo volume di Posner (A Failure of Capitalism) si trova qui:
http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/016/952aszoe.asp?pg=1
Nel caso l’articolo fosse solo per abbonati, ecco il succo:
Obamacare, qualche lettura
agosto 3rd, 2009 at 18:32Uniamoci ai più: segnalerei un paio di articoli di James Capretta. Su Weekly Standard con Yuval Levin e su National Review con Levi Troy, solo per abbonati. Molto interessante anche questa analisi dei risultati della sanità americana raffrontati a quelli di sistemi sanitari “socializzati” che sfata alcuni miti abbastanza persistenti.
Monti per e diviso Tre
giugno 10th, 2009 at 14:29A proposito di concorrenza fiscale, questo post sulla “guerra fiscale” tra Massachusetts (motto: “Our taxes are lower than Sweden’s [for most tax brackets]â€) e New Hampshire (motto: “Go away and leave us aloneâ€) è abbastanza simpatico: http://www.commentarymagazine.com/blogs/index.php/thayer/68961.