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La TAV non supera il Thatcher test

Dopo il tunnel (virtuale) tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra, trafficato da una miriade di neutrini, un altro tunnel  è ritornato al centro dell’interesse dell’opinione pubblica, quello della TAV Torino-Lione, contestato con metodi ragionevoli dagli abitanti della Val di Susa ma anche da frange estremiste la cui protesta spesso non disdegna dallo sfociare in atti violenti o comunque inaccettabili quali blocchi stradali e ferroviari. Di fronte a progetti come questo non dovrebbe  essere tuttavia difficile conseguire il consenso di gran parte dell’opinione pubblica nazionale: basta dimostrare che il gioco vale la candela, nel caso specifico che i treni futuri valgono la costruzione dei nuovi binari e che in conseguenza i nuovi binari varranno di più dei soldi necessari a costruirli.

Se si prova e si riesce a farlo, convincendo la collettività dei taxpayers, diventa molto più facile convincere anche le collettività locali i cui territori dovranno ospitare le nuove opere e sostenerne le esternalità negative ambientali senza spesso trarne vantaggi.   Bisognerebbe quindi produrre dapprima solide stime sui vantaggi economici (da economista liberale preferisco in realtà chiamarli ricavi) e sui costi di ogni progetto, avendo l’avvertenza di farli produrre o almeno valutare da organismi indipendenti, che non traggano vantaggio dalla realizzazione dei medesimi.

Questo è il difetto principale del percorso decisionale delle grandi opere in Italia: chi ne trae vantaggio in genere non ne sopporta alcun onere o rischio mentre chi ne sopporta gli oneri in genere non ne trae alcun vantaggio. Inevitabile che i primi siano radicalmente d’accordo e i secondi radicalmente contrari e che il dibattito tra gli uni e gli altri sia un dialogo tra sordi.  E anche inevitabile che quando prevalgono i primi si facciano opere inutili, o utili ma a costi esorbitanti, facendo giocare molto poco il taxpayer e addebitandogli molte candele. Oppure, quando prevalgono i secondi, che non si riescano a fare opere caratterizzate da vantaggi che eccedono nettamente i costi.  Veniamo al caso specifico della TAV: i valsusini ci perdono solamente dato che l’opera verrà fatta sul loro territorio ma non lo servirà, favorendo (forse) il trasporto passeggeri e merci ma solo su distanze molto più lunghe;  i diversi livelli di governo del Piemonte (città e provincia di Torino, regione) ci guadagnano solamente dato che la nuova opera accresce la loro dotazione infrastrutturale  senza che essi debbano spendere un soldo; le imprese costruttrici e le banche finanziatrici ci guadagneranno con certezza, non sostenendo alcun rischio (interamente a carico dello stato come committente dell’opera e garante dei finanziamenti); lo stesso si verifica per FS, braccio operativo dello stato per la realizzazione dell’opera: se i costi sforeranno lo stato trasferirà le risorse aggiuntive necessarie  mentre se la nuova linea non avrà traffico il bilancio di FS non ne risentirà; il contribuente italiano perde invece con certezza dato che contribuirà agli oneri senza usare l’opera (tranne forse i pochissimi connazionali che usano il TGV anziché l’aereo per andare a Parigi).  Impossibile che da schemi di ripartizione vantaggi-svantaggi di questo tipo vengano fuori opere pubbliche dotate di senso economico.

Le riflessioni precedenti sembrano dar ragione alla posizione tenuta da Margaret Thatcher in relazione al progetto del tunnel sotto la Manica, quando resistette alla pressioni di Francois Mitterand per finanziare l’opera con soldi dei contribuenti di ambo gli stati. Diede il via libera, si, ma senza un penny di soldi pubblici (‘not a public penny’), preservando in tal modo i suoi contribuenti da un pessimo affare (al contrario degli 800 mila piccoli azionisti privati, soprattutto francesi, che sottoscrissero le azioni e si ritrovarono dopo pochi anni con quasi nulla):

La plus grande victoire de Thatcher est surtout d’avoir imposé à un Président français socialiste un financement 100% privé. Un choix irrévocable qui, pour la Dame de fer, doit démontrer la supériorité du libéralisme (Marc Fressoz, Le scandal Eurotunnel, Flammarion enquête,2006) .

Da questa posizione storica si può ricavare una sorta di ‘teorema Thatcher’ sulle grandi opere:

  1. Una grande opera dovrebbe essere sostenuta da una grande domanda dei suoi potenziali utilizzatori.
  2. Una grande opera senza grande domanda è un grande spreco e nessun privato sarà mai disponibile ad assumerne gli oneri di realizzazione e sfruttamento economico.
  3. Una grande opera con grande domanda è ripagabile con i futuri proventi da pedaggi e può quindi essere realizzata e gestita in project financing da operatori privati in concessione, senza necessità di assunzioni di rischi ed oneri in capo al settore pubblico.

Questi sono gli insegnamenti principali della posizione della Thatcher in relazione al Channel Tunnel che non solo non sono stati colti ma neppure meditati nell’esperienza italiana delle grandi opere. E’ evidente che la Tav Torino-Lione non supera il Thatcher test e che nessun privato si accollerebbe mai il rischio di costruzione ed esercizio dell’infrastruttura senza garanzie e contributi pubblici rilevanti. Appurato questo bisogna tuttavia considerare che i contribuenti italiani non sono (purtroppo) se non in quantità molto ridotta thatcheriani convinti e possono quindi essere persuasi a contribuire a una grande opera. Bisogna tuttavia che essa sia giustificata dai numeri, non dalle opinioni, e i numeri debbono essere oggettivi, neutrali e certificati e non opinioni travestite. Sinora, tuttavia, numeri oggettivi, certificati e non di parte non se ne sono visti.

Diversi dubbi economici affliggono in realtà il progetto TAV. La nuova linea prevista migliorerebbe infatti l’offerta sia per quanto riguarda la qualità dei collegamenti (tempi di percorrenza) sia la quantità (crescita della capacità). Tuttavia la crescita della capacità si giustifica se una domanda crescente nel tempo rischia di saturare la capacità esistente, ma non è questo il caso della linea esistente la cui domanda è declinante da diversi anni e la sua capacità un multiplo della domanda attuale. Quanto alla qualità è evidente che la riduzione dei tempi di percorrenza garantita da linee ad alta velocità interessa il trasporto passeggeri ma non quello merci. E il trasporto internazionale passeggeri su questa linea è ridotto: nel 2000 vi erano quattro treni al giorno in entrambe le direzioni, due TGV Milano-Lione-Parigi e due EC Milano-Lione. Oggi vi sono  solo tre TGV quotidiani da 360 posti sul percorso Milano-Lione-Parigi, offerti dalla sola SNCF (anche se in crescita rispetto ai due dell’orario 2011).

Tuttavia questi treni non usano la tratta italiana ad alta velocità disponibile tra Torino e Milano ma la vecchia linea normale, impiegando un’ora e mezza tra le due città a fronte dei 54 minuti dei treni Frecciarossa di Trenitalia. Ma le linee AV non dovrebbero servire per la circolazione dei treni AV? E se i treni AV attuali tra Milano e Parigi non usano i quasi 150 km di linea AV esistente tra Milano e Torino, costati 8 miliardi di euro, perché mai avrebbero bisogno di altri 60 km di linea AV sotto le Alpi, il cui costo è ragionevolmente stimabile in almeno altri 8 o 10 miliardi di euro?

 

 

 

4 marzo 2012 trasporti ,


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  1. Marco Tizzi
    7 marzo 2012 a 10:15 | #1

    @Giuseppe
    Per quanto riguarda i tedeschi, ho lavorato per loro per 7 anni e ci ho anche vissuto. So benissimo come la pensano. A questo giro ho provato a spiegar loro gli errori, ma si sa che una cosa che accomuna il popolo teutonico tutto è la “sindrome di Fonzie”.
    Poi, per carità, su molte cose hanno ragione: sono il primo a non volere che i nostri politici stampino soldi a loro insindacabile decisione. Ma da lì a dire che tutta l’eurozona non possa fare debiti ci passa un oceano. E loro pare che proprio non ci arrivino. Questo articolo è emblematico, con frasi che fan venire i brividi:
    spiegel.de/international/germany/0,1518,819255,00.html

    Resta il fatto che al momento comandano loro e che il fiscal compact l’abbiamo firmato.
    Un patto, questo, che mai verrebbe in mente né agli USA né alla Svizzera.

  2. Marco Tizzi
    7 marzo 2012 a 10:26 | #2

    @alberto
    Alberto, non ho certezze. Non sono assolutamente sicuro. Ma qui a Milano girano le Ion del car sharing dell’ATM e mi pare funzionino bene, quindi per il traffico urbano è presente, non futuro.
    E ogni giorno arriva una novità tecnologica sostanziale.
    Pensare che tutto questo non abbia impatto nei prossimi 20 anni mi pare davvero un po’ assurdo perché i tempi sono lunghissimi.
    Nel frattempo in California vengono regolamentate le auto senza autista:
    punto-informatico.it/3465232/PI/News/california-robocar-tornano-casa.aspx

    Poi tu hai ragionissima che lo smaltimento delle batterie è un problema sottostimato, che finché non esiste un piano energetico serio non si riesce a capire quanto possa costare l’energia oltre il picco del petrolio, etc. etc.
    Ma dire che fatta la TAV le merci comincino a passare di là su rotaia con uno schioccar di dita è davvero una superbufala.

    Il tutto contornato dal fatto che non possiamo fare debito pubblico, quindi quei soldi sono presi secchi dalle nostre tasse.
    Cosa che dovrebbe renderci molto più prudenti.

  3. giuseppe
    7 marzo 2012 a 14:56 | #3

    Notizia di ieri: la BG rinuncia dopo 11 anni alla costruzione del rigassificatore di Brindisi.
    Non entro in merito della faccenda, la quale annota tantissimi errori, anche penali, da parte della stessa British Gas.

    Voglio solo sottolineare che questo caso confuta una delle tesi dell’articolo di cui sopra e cioe’ che se la a costruire l’opera sono i privati allora le popolazioni locali sono piu’ compiacenti. In particolare nel testo si dice che i valsusini avrebbero magari accettato la cotruzione del tunnel se a finanziarlo fossero stati i privati.
    Ebbene come dimonstra il caso di Brindisi, anche per i No-TAV, le ragioni del NO sono tutt’altro che economico-finanziarie. Dimostra oltresi il fatto che chiunque in Italia si appresti a costruitr l’opera non faccia alcun lavoro preparatorio serio, discussione con preventiva e programmatica con le i neiborhood del progetto.

  4. alberto
    7 marzo 2012 a 21:57 | #4

    Caro Marco, credo che tu sia un giovane preparato ed appassionato; il futuro energetico, soprattutto in Italia è nelle vostre mani, oggi siamo in una delle peggiori situazioni al mondo, scarsa diversificazione delle fonti, costi energetici al top, sia per i carburanti, che per i combustibili che per l’ energia elettrica che come sai ci pone al primo posto nell’ area euro. Fortunatamente questa situazione, ci ha in parte fortificato (la nostra industria) e ci poniamo ad uno dei primi posti al mondo per minore intensità energetica, cioè per energia richiesta per unità di PIL; siamo nel 2007 al valore di 0,131 Kgep/euro05ppa(chilogrammi equiv. di petrolio per euro al 2005 a parità di pot acquisto), contro 0,150 (+14,5%) della Germania e 0,170 (+29,7%) della Francia. Se solo riuscissimo a razionalizzare il nostro sistema energetico di produzione, al livello di Francia e Germania, potremmo recuperare come competitività qualche punto (circa 1,5-3 punti rispetto a quei paesi), riducendo l’ incidenza del costo energetico per unità di prodotto. @Marco Tizzi

  5. Marco Tizzi
    7 marzo 2012 a 23:27 | #5

    @alberto
    Magari fossi giovane! Ho 37 anni, non lo sono da un bel po’ :)
    Noi siamo molto autocritici e questo secondo me ci fa bene. Ho sempre pensato che, nonostante i tanti difetti, l’Italia sia molto meglio di chi la governa.
    Solo che purtroppo chi la governa sta diventando un peso troppo grande, così non ce la facciamo più: c’è bisogno di una grande svolta.
    Spero arrivi presto.

  6. alberto
    7 marzo 2012 a 23:48 | #6

    Azzo! Sei al culmine delle potenzialità, io a 62 cosa dovrei dire?@Marco Tizzi

  7. Marco Tizzi
    7 marzo 2012 a 23:55 | #7

    @alberto
    Che t’hanno fregato la pensione, ‘sti cani!
    Vedremo di rimboccarci le maniche e inventarci qualcosa: di buono c’è che l’economia sta diventando sempre più virtuale, la mancanza di energia e materie prime non è mai stata un problema così superabile.
    Però, davvero, ci vuole una mano: le aziende non ce la fanno più, ‘sta cosa va capita.

  8. alberto
    8 marzo 2012 a 8:37 | #8

    No ma m’ hanno bloccato come sai; però se i 1000 euro anno a regime nel 2014(solo dalla pensione) servissero per finanziare politiche di facilitazione di assunzioni dei giovani, mi starebbe benissimo, ma i miei, i nostri 2500 euro medi che ci stanno sfilando dalle tasche, finiranno in un modo o nell’ altro in parte, nelle tasche dei banchieri ed affini ed allora la cosa mi fa un altro effetto. @Marco Tizzi

  9. alberto
    8 marzo 2012 a 8:56 | #9

    Ottima riflessione, ma secondo me le mancate discussioni con ineighborhoods c’ entrano poco in Italia per fare nuove grandi opere sia infrastrutturali che nel settore energetico. Quello che vale qui da noi, sempre ed indipendentemente da ogni altra ragione ed universalmente è il concetto di “(N)ot (I)n (M)y (B)ack(Y)ard”. @giuseppe

  10. PierSandro
    8 marzo 2012 a 17:25 | #10

    Chi ha scritto questo articolo dimostra di non conoscere molto l’argomento trattato. La TAV o meglio la Nuova Linea Torino Lione (NLTL) è più un’opera destinata alla logistica, cioè al traffico merci, che a quello passeggeri. Si veda il documento appena reso disponibile sul sito del governo.

    Il fatto che il TGV francese che va da Milano a Parigi non utilizzi la linea a alta velocità Torino-Milano dipende dal diverso sistem di segnalamento in uso in Italia e in Francia, ma a livello comunitario è prevista un convergenza sui sistemi di segnalamento in tempi brevi.

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