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Gli ordini professionali: dov’è il vero illecito? Continuano le affermazioni selvagge

Dopo quello degli avvocati, anche l’ordine dei medici si oppone alle offerte low cost. Secondo il presidente dell’Ordine, Giancarlo Piazza, non si può approfittare delle offerte di Groupon perché “il codice deontologico vieta l’apparentamento di un medico, l’associazione del proprio nome a soggetti commerciali”. Quali i reali motivi per contrastare le nuove proposte e chi davvero viene danneggiato da tali cambiamenti?Gli ordini nascono per assicurare elevati standard qualitativi dei servizi offerti ma, di fatto, servono anche a proteggere i professionisti, riducendo così gli incentivi a differenziarsi grazie a fama e reputazione, piuttosto che attraverso la tutela di tali ordini. D’altra parte, la garanzia di qualità del servizio dovrebbe essere assicurata, oltre che dalla moralità dei professionisti, dalla concorrenza, mediata e controllata dall’ordine civile e penale, non dalle regole soggettive degli ordini. In che modo limiti alla pubblicità, alla libera iniziativa, all’imprenditorialità e alla diversificazione dell’offerta potrebbero incidere sulla qualità non è chiaro. Mentre lo è molto il modo in cui possono pesare sugli onorari. Allo stesso modo, tutte le norme di condotta morale rappresentano giustamente un incentivo ad adottare un comportamento retto, ma la sanzione per chi non rispetta tali standard è altrettanto severa sul mercato come all’interno dell’ordine. La differenza è che al suo interno è più facile coprirle. Insomma, più privilegi che altro, come aveva già evidenziato l’Antitrust che, da un’indagine sugli ordini professionali condotta nel 2007, aveva evidenziato che emergeva “una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti’’. Quanto affermato dal presidente Piazza che, di fatto, ribadisce e sottolinea il contenuto di una norma tanto consolidata quanto vetusta, conferma la loro tendenza a considerare le nuove opportunità solo un ostacolo allo svolgimento della professione. Quanto lo considerino davvero o quanto lo vogliano considerare per tutelare i loro privilegi non è dato sapere. Ma quando si preferisce mantenere regole fisse, incapaci di adattarsi alle mutate esigenze e condizioni di mercato, si tende a proteggere chi anni prima, in condizioni completamente diverse, aveva sostenuto e passato un esame, senza dimostrare che nel tempo sono stati in grado di restare aggiornati e senza dare garanzie sulle loro attuali capacità e competenze. Eppure la scelta dei 15 dottori bolognesi di lanciare nuove offerte sul web dimostra come molti medici e professionisti si sentano ormai imbrigliati da regole in cui non si riconoscono ma in cui sono costretti a stare per poter svolgere la professione: sebbene alcuni sarebbero pronti a sfruttare le nuove occasioni offerte dal mercato, la loro libertà è completamente negata e vincolata. La possibilità di scelta non esiste, se non quella di cambiare mestiere.

Lo schieramento si fa quindi sempre più netto: da una parte, i medici che svolgono la professione e cercano mezzi e strumenti per farlo al meglio; dall’altra, quanti sono impegnati a mantenere ostacoli ed attività burocratiche con costi enormi ma a tutela del loro potere, in modo assolutamente slegato dalla qualità dei servizi professionali resi. Se così non fosse, si preoccuperebbero di rendere lecita una norma che consenta la possibilità di offrire prestazioni sanitarie a prezzi allettanti. Offerta che, in tempi di crisi, è conveniente prima di tutto per i consumatori, più che per i medici.

Per risolvere questi problemi, non sarebbe comunque necessario abolire gli ordini, ma è indispensabile agire sulle due principali debolezze che a tutto fanno pensare fuorchè alla loro utilità in termini di assicurazione della qualità del servizio: la prima, è il monopolio di iscrizione, di cui i professionisti devono accettare le regole imposte, senza alternativa. Di conseguenza, nessuna facoltà di scelta neanche per i consumatori e nessuna spinta concorrenziale all’efficienza. La seconda è che i professionisti sono obbligati a iscriversi per lavorare, mettendo di conseguenza in difficoltà i nuovi entranti, soprattutto quelli giovani e inesperti. Senza considerare che l’iter per arrivare a potersi iscrivere è lungo e irto di inutili ostacoli, null’altro che inutili forme di protezione pubblica per chi già ne fa parte: come l’esame di Stato da sostenere nonostante possiedano una laurea, nient’altro che una barriera all’ingresso; o il praticantato da svolgere (quasi) gratuitamente, che rappresenta l’autorizzazione pubblica allo sfruttamento legalizzato; o, ancora, le quote di iscrizione davvero alte, che null’altro sono che un’imposta mascherata di cui, probabilmente, molti professionisti farebbero a meno. È innegabile, quindi, che ci sia una forte componente lobbistica tendente a conservare privilegi e ad astrarre rendite su cui è necessario un intervento. A tal fine, sarebbe opportuno rendere almeno volontaria l’associazione agli ordini e ridurne il potere monopolistico, consentendo l’esistenza di una pluralità di associazioni di categoria, con le proprie regole di esistenza, ammissione ed espulsione. Del resto, ridurre gli oneri e i costi per i professionisti, implica ridurli anche per i loro clienti, mentre la concorrenza non può che incentivare una migliore qualità dell’offerta. Queste sono le vere garanzie necessarie.

 

 

24 novembre 2011 Antitrust, liberalizzazioni, mercato , ,

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  1. 31 dicembre 2011 a 11:46 | #1

    Invio qui un contributo del Prof.Ugo Mattei sul tema delle liberalizzazioni, che condivido in pieno, già’ apparso qui http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20111230/manip2pg/15/manip2pz/315735/manip2r1/Mattei/

    Contro l’ideologia delle liberalizzazioni
    APERTURA – UGO MATTEI

    Ugo Mattei Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l’egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione
    Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di “invertire la rotta” proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori, promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di “crescere e di competere” sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull’Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull’urgenza e l’importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera “ciccia” che sta altrove, in particolare nel mercato dell’energia e in quello dei trasporti pubblici dove “ballano” le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l’esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l’acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un’Italia profonda in cui i “i notabili” (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l’aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di “produrre” facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale. Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).
    È dunque una vera e propria cultura egemonica, un’ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un’ideologia ben più pervasiva di quella un po’ estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de’ noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l’economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell’esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l’esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.
    Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato… ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall’acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.
    Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest’ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L’ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.
    Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell’esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

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